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Full text of "Storia de' Valdesi"

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Digitized  by  the  Internet  Archive 

•in  2011  with  funding  from 

University  of  Toronto 


http://www.archive.org/details/storiadevaldesiOOcomb 


STORIA 
DE'  VALDESI 


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STORIA 


DE' VALDESI 


NARRATA 


EMILIO  COMBA 


Così  ancora,  nel  tempo  presente, 
v'  è  un  residuo. 

S.  Paolo  ai  Romani,  xi,  5. 


FIRENZE 
TIPOGRAFIA  CLAUDIANA 

Via  Maffia,  33. 

1893. 


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"^Vbi  ^wi>  per  entrare  in  una  regione  famosa  e  gloriosa, 
m  una  piccola  frizzerà  italiana,   che  ha  la  vicino  in  Torre- 
^tllice   la  sua  Ginevra,    in   mezzo   a   un   popolo  strano,  che 
forma  come  una  nazione  a  parte  nel  seno   Mia  nostra  na- 
zione, raccolto  quasi  tutto  e  accampato  in  una  vasta  fortezza 
quadrilatera  di  montagne   dirupate   e    loscose,    compresa   tra 
V  alta  valle  del  <$<>,   la  frontiera  del  ®elfinato  e  la  valle  di 
£usa.  ^Questo  popolo  ha  una  storia  propria,  la  cui  origine  si 
perde  neW  oscurità  del  medio   evo,   una  fede  sua,  una  sua  let- 
teratura,  un  suo  dialetto,   un  particolare  organamento    reli- 
gioso  democratico,    che   appartiene    a   lui   solo,   un  assemblea 
Ubera  che  tratta  e  decide  de  suoi  interessi  più  delicati,  delle 
istituzioni  speciali,  fondate  in  parte  e  sostenute  dalla  libera- 
lità di  gente   d'  ogni  nazione.  £\'on  occupa,  e  scarsamente,  che 
tre  valli,   di  cui  una  piccolissima,  e  otto  valloni;   e  ha  corri- 
spondenze e  stazioni  in   tutte  le  parti  d'  Jtalia,   e  colonie  in 
Germania  e  in  america,  e  vanta  amicizie  di  popoli  e  di  prin- 
cipi, ospita  visitatori  riverenti  e  devoti  di  tutti  i  paesi,  manda 
soldati  e  divulgatori  della  sua  fede  in  tutti  i  continenti.  %ra 


VI 

alitanti  del  piano  e  montanari  non  furon  mai  pul,  o  molto  di 
più  di  ventimila,  divisi  in  quindici  parrocchie:  eppure,  ebbero 
le  vicende  e  la  forza  d' un  grande  popolo;  ebbero  i  loro  eserciti, 
i  loro  generali,  i  loro  eroi,  i  loro  martiri;  trattarono  molte 
volte  da  pari  a  pari  con  lo  fatato  cento  volte  più  grande  a  cui 
appartenevano  ;  sostennero  trenta  guerre,  quali  contro  il  °pie- 
monte,  quali  contro  la  ^rancia,  più  d'  una  contro  i  due  fitati 
riuniti;  tennero  testa  per  quasi  un  anno  alla  potenza  di  Lui" 
qi  JZoD'V.  "-Come  il  popolo  musulmano,  sostennero  urti  di  cro- 
ciate fanatiche;  furono  strappati  tutti  insieme  dalle  loro  terre 
come  il  popolo  ebreo;  si  riconquistarono  la  patria  come  il  po- 
polo iberico,  dispersi,  uccisi,  distrutti  quasi  tutti  come  una 
razza  infetta  da  cui  si  volesse  purqare  la  terra,  ripullularono 
più  numerosi  e  più  ostinati.  Dnfine,  stancarono  con  la  costanza 
invitta  gli  oppressori,  si  fecero  invocare  da  loro  ne'  pericoli, 
combatterono  valorosamente  per  la  causa  comune,  strapparono 
ai  secolari  nemici  V  ammirazione  e  la  gratitudine,  li  costrin- 
sero a  dar  loro  la  libertà  per  cui  lottavano  da  secoli,  a  vergo- 
gnarsi del  passato,  e  a  festeggiare  quella  concessione  come  un 
bene  e  una  gloria  di  tutti.  ^E  nonostante  le  mille  persecuzioni, 
e  le  guerre  spietate,  e  i  lunghi  esilu,  che  avrebbero  dovuto  spez- 
zare intorno  a  loro  ogni  lega rn  t,  e  soffocare  nel  loro  animo 
ogni  altro  affetto  fuor  che  V  amore  de'  propru  monti  e  V  or- 
goglio della  propria  storia,  essi  si  mantennero  sempre  italiani 
nel  cuore,  e  come  furono  del  vecchio  ~£iemonte,  sono  ancora 
una  delle  provinole  pai  nobilmente  patriottiche  della  nuova 
Dtalia.  HJnore  ai  'Valdesi  dunque  " . 


VII 

Abbiamo  citato  quella  pagina  del  *3)e  yimicis  per  invogliare 
il  lettore  a  leggere  la  storia  de'  'Valdesi,  operiamo  di  muo~ 
verlo  anche  per  una  considerazione  particolare,  che  cioè,  dopo 
che  fu  descritta  da  cento  scrittori,  si  tratta  ora  per  la  prima 
volta  di  narrarla  per  intero  e  in  base  ad  un  esame  paziente 
delle  fonti.  ^  questa  narrazione  sarà,  per  giunta,  anche  suc- 
cinta, spedita,  scompagnata  dì  note  critiche   e  di  documenti. 

Emilio  Comba 
Giovo  di  Angrogna,  31  agosto  1892. 


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STORIA 

DE' VALDESI 


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CAPITOLO  PRIMO 


Le  Origini. 


La  luce  riluce  nelle  tenebre. 

Non  si  vede  che  la  luce  di  verità  si 
sia  mai  spenta  del  tutto.  Fu  così  da 
Cristo  fino  a  noi.  I  rettori  della  Chiesa 
vissero  tre  secoli  in  povertà  ed  umiltà, 
cioè  fino  a  Costantino,  quando  i  mali 
moltiplicarono  sulla  terra..  I  più  ce- 
dettero, ma  altri  rimasero  a  lungo 
fedeli.  Infine,  otto  cento  anni  dopo 
Costantino  sorse  uno  che  avea  nome 
Pietro,  di  un  certo  paese  detto  Vaudia. 
La  Tradizione   Valdese. 


Chi  primo  paragonò  la  storia  al  corso  de'  fiumi, 
disse  una  verità  che  1'  osservazione  rende  ogni  dì  più 
evidente.  E  se  vi  ha  un  punto  dove  1'  analogia  sia 
significante,  è  quello  delle  origini.  Nessuno  fin  qui  è 
mai  riuscito  a  seguire  ne'  suoi  giri  e  rigiri  la  goccia 
d'  acqua,  dalle  cime  de'  monti  ove  cade,  giù  fra  le  roc- 
cie  e  nelle  viscere  della  terra,  fino  alla  sorgente.  Così 
la  storia  de  Valdesi  ha,  nelle  origini  sue,  la  goccia 
misteriosa,  l' idea  madre  che  circola  invisibile,  ma  pur 
reale,  prima  di  sprigionarsi  dalle  viscere  della  tradi- 


zione  apostolica,  alla  luce  del  sole,  nelle  prime  grandi 
proteste,  che  furono  quelle  di  Arnaldo  da  Brescia  e 
di  Pietro  Valdo. 


I. 

La  Tradizione  Apostolica. 

La  Chiesa  di  Cristo,  originata  a  Gerusalemme,  è 
stata  fondata  a  Roma  dai  due  principali  apostoli, 
Pietro  e  Paolo,  e  Roma  restò  sede  e  custode  della 
fede  cristiana,  fino  a'  nostri  dì. 

Così  dicono  ancora  i  più.  Invece  i  Valdesi  sosten- 
nero sempre  che,  in  Roma  principalmente,  la  Chiesa 
Apostolica  è  decaduta,  e  ciò  per  due  motivi  : 

Il  primo  si  è  che  Roma,  fedele  alle  sue  tradizioni 
politiche,  volle  seguitare  ad  imperare,  subordinando 
la  religione  di  Cristo  alla  sua  tradizionale  ambizione. 
Talché  un  grande  pontefice,  Leone  Magno,  ritenne 
addirittura  che  «  dopo  la  discesa  dello  Spirito  Santo, 
il  beatissimo  Pietro  fosse  destinato  a  tenere  la  rocca 
dell'  impero  romano.  »  (1) 

Il  secondo  motivo  è  che  la  fede  cristiana  non  si 
serbò  pura,  ma  si  lasciò  corrompere  per  la  sua  me- 
scolanza co'  pagani  errori  e  co'  vizi  de'  tempi. 

A  codesta  confusione  accennò  bene  1'  Alighieri 
ne'  noti  suoi  versi  : 

Ahi  !  Costantin,  di  quanto  mal  fu  matre, 
non  la  tua  eonversion,  ma  quella  dote 
che  da  te  prese  il  primo  ricco  patre  !... 

Di'  oggimai  che  la  Chiesa  di  Roma, 
per  confondere  in  sé  due  reggimenti, 
cade  nel  fango,  e  sé  brutta  e  la  soma. 


(li  Sermo  LXXXII,  3. 


Invano  si  protestò.  «  Ritornate,  o  prevaricatori. 
gridò  Claudio  di  Torino;  venite,  o  ciechi,  alla  luce  di 
verità  che  risplende  nelle  tenebre.»  (1)  Ma  la  sua 
voce  sonò  nel  deserto.  Dopo  di  lui,  un  altro  stra- 
niero, Raterio  di  Verona,  protestò  ancor  egli  invano. 
<•  Tutti  quanti,  dal  più  umile  sacerdote  infino  al  som- 
mo pontefice,  tutti  son  deviati,  e  non  soltanto  dalle 
regole  della  disciplina,  ma  perfino  dalla  fede.  »  Ep- 
pure, soggiungeva,  <(  la  fede  non  è  morta;  ma  si  na- 
sconde. »  (2) 

Dove  si  nascondeva  la  fede:' 

Xou  a  Roma,  che,  già  candelabro  alle  genti,  dive- 
niva di  ogni  luce  muta.  Quando  a  riformare  la  Chiesa 
sorse  quel  forte  papa  che  fu  Gregorio  VII,  era  tempo. 
La  Chiesa  versa  in  grande  calamità,  diceva  egli: 
poco  più  calerebbe  a  fondo...  Siamo  caduti  più  giù 
che  i  Giudei  ed  i  Gentili.  »  Pur  si  accinse  alla  grande 
opera,  ma.  ahimè!  con  quali  sussidii?  Per  riformare 
la  Chiesa,  pensò  che  bastasse  emanciparla  dal  giogo 
de' principi  e  dire  ai  popoli:  «Sappiate  che  Dio,  il 
quale  stabilì  il  sole  e  la  luna  sopra  i  luminari  infe- 
riori, provvide  perchè  V  umanità  venisse  retta  da  due 
poteri  sopra  ogni  altro  eccellenti:  quello  del  papa  e 
quello  de' re.  Dopo  Dio,  è  capo  il  pontefice  di  Roma, 
al  quale  devono  essere  sottoposti  i  principi  e  le  na- 
zioni. »  (3) 

Così  adoperando,  giunse  per  reazione  a  porre  le 
solide  basi  di  una  istituzione  che  fu  grandiosa  e  servì 
poi  a  nobili  intenti  di  civiltà,  che  non  dobbiamo  sco- 
noscere: ma  non  faceva  opera  di  riforma  apostolica. 
Che  se  promosse  l' istituzione  papale  più  che  altri 


(1)  Iona,  De  cuìtu  imag.,  e  Apol.  adv.  Theod. 

(2)  De  coni.  con.,  passim. 

(3)  Epiìf.  a  Siccarclo,  a  Ugone  e  al  re  Guglielmo  d'Inghilterra. 


4 

non  avesse  fatto,  nel  salire  al  novello  Olimpo  avrebbe 
potuto  ripetere  le  parole  di  mio  ch'era  stato  fra'  suoi 
più  grandi  antecessori:  «  Precipito  internamente,  e 
chi  guardi  all'apparenza  stima  ch'io  salga  in  alto. 
Oimè  !  mi  veggo  tra  coloro  de'  quali  si  legge  :  «  Si- 
gnore, tu  li  precipitasti  mentre  s' innalzavano.  »  (1) 
Imperocché,  nel  regno  di  Cristo,  chi  devia  da'  sentieri 
di  umiltà  non  gli  è  successore,  ma  ribelle. 

Quando  erano  ornai  sparite  le  ultime  traccie  della 
tradizione  apostolica,  e  si  vide  usurpato  il  luogo  di 
Cristo  da  Giove  tonante,  ecco  sopravvenire  dal- 
l' oriente  i  primi  crociati.  Raccontavano  di  avere 
scoperte  le  vestigia  di  Gesù  e  degli  Apostoli,  e  si 
dierono  a  rimpiangere  e  cantare  l'ideale  umiltà  evan- 
gelica, vestita  di  povertà.  Questa  volta,  il  dubbio  che 
avea  già  fatto  capolino  più  volte,  mise  fuori  le  grandi 
corna,  e  le  genti,  guardando  al  pontefice  di  Roma, 
domandarono:  E  costui  il  vero  successore  degli  Apo- 
stoli? I  custodi  della  Chiesa  ne  restarono  sospesi  e 
impensieriti.  San  Bernardo,  oracolo  di  quei  tempi, 
sospirava  :  «  Chi  mi  darà,  prima  eh'  io  muoia,  di  ve- 
dere la  Chiesa  di  Dio  coni'  era  ai  giorni  antichi, 
quando  gli  Apostoli  gittavano  le  reti  a  pescare,  non 
oro  né  argento,  ma  anime  vive  ?  »  (2) 

Allora  sorsero  anime  elette,  che  si  consacrarono  a 
ricondurre  la  Chiesa  all'  umile  e  libera  povertà  di 
Cristo  e  degli  Apostoli. 


(1)  "  Intus  corruens,  ascendere  exterius  vitleor.  "Gregorio  Magno, 
Epìst.  I,  5.  Avea  pur  detto  che  "  chiunque  si  chiama  o  brama  venir 
chiamato  sacerdote  universale,  precorre  nel  suo  orgoglio  l'Anticristo, 
perchè  si  antepone  ad  altri  per  propria  superbia.  "  Ep.  34  ad  Eulog. 

(2)  Epist,  238  a  papa  Eugenio  III. 


IL 

Arnaldo  da  Brescia. 

Milano,  già  sede  dell'  impero  di  occidente  e  del 
gran  vescovo  Ambrogio,  era  stata  la  rivale  di  Roma. 
Nondimeno  vi  avea  trovato  eco,  massime  nelle  file 
del  clero  minore,  il  grido  di  riforma  di  papa  Grego- 
rio VII,  che  voleva  sottrarre  il  sacerdozio  al  doppio 
giogo  dell'  investitura  imperiale  e  delle  nozze.  Per  un 
tempo,  i  così  detti  Patarini,  smaniosi  di  migliorìe, 
parteggiarono  con  Roma.  Un  concilio  era  giunto  così 
oltre,  da  prescrivere  ai  laici  di  non  ascoltare  la  messa 
de'  preti  che  vivessero  in  simonia  o  in  concubinato, 
come  si  diceva,  così  riconoscendo  in  qualche  modo  i 
laici  giudici  del  clero.  Roma,  per  allora,  favorì  i  Pa- 
tarini, salvo  a  ripudiarli  appena  si  volsero  a  combat- 
tere la  mondanità  de'  chierici,  quando,  ricchi  delle 
feudali  spoglie,  seguitarono  a  simoneggiare  all'  ombra 
del  papato.  La  città  di  Brescia  diventò  sede  ancor 
essa  della  lega  de'  Patarini,  e  v'  era  alle  viste  una  ri- 
forma seria  e  liberale,  che  non  mirava  altrimenti  a 
far  da  puntello  alla  politica  de'  papi,  ma  bensì  a  ri- 
chiamare in  vigore  nella  Chiesa  l' umiltà  apostolica  e 
a  ristabilire  nello  Stato  le  antiche  forme  repubblicane. 

Arnaldo  sortì  nobili  natali  a  Brescia,  circa  1'  anno 
1100.  Avviatosi  al  sacerdozio,  vagheggiò  tosto  i  nuovi 
ideali.  La  fama  di  maestro  Abelardo,  che  attirava  in 
Francia  la  scolaresca  d'  ogni  paese,  lo  trasse  a  udir- 
lo, ed  egli  fu  tosto  avvinto  dalla  sua  parola  e  divenne 
il  suo  più  leale  difensore.  Tosto  ritornò  alla  sua  città, 
avido  di  azione.  In  breve  giro  di  anni,  giungeva  ad 


6 

essere  priore  del  capitolo  de'  canonici,  che  teneva  la 
regola  di  S.  Agostino;  cominciò  a  censurare  aperta- 
mente il  lusso  de'  prelati  e  la  rilassatezza  de'  frati, 
senza  risparmiare  ai  laici  le  più  schiette  rimostranze. 
Convinto  che  la  mondanità  del  clero  fosse  precipua 
cagione  della  decadenza  della  Chiesa,  stimava  che 
male  amministrasse  i  sacramenti  chi  non  era  libero 
dalle  cure  terrene,  e  forse  fin  d'  allora  suggeriva  che 
i  laici  si  confessassero  fra  di  loro  piuttosto  che  ri- 
cevere l' assoluzione  da  mani  non  pure  dalla  lebbra 
di  simonia.  Quello  il  suo  «  nuovo  dogma,  »  al  dir 
delle  genti.  E  davasi  con  ogni  ardore  allo  studio 
delle  S.  Scritture  e  del  diritto  romano,  per  giusti- 
ficare le  nuove  riforme.  Non  andò  molto  che  si  urtò 
col  vescovo  della  sua  città  ;  venne  denunziato  al  con- 
cilio Lateranense  dell'anno  1139  e  condannato  come 
scismatico.  Si  vuole  che,  messo  al  bivio  di  scegliere 
fra  '1  carcere  e  1'  esilio,  scegliesse  il  secondo  partito. 
Ma  si  dovette  vincolare  per  giuramento  a  non  rim- 
patriare, salva  licenza. 

L'  esilio  di  Arnaldo  durò  sei  anni.  In  Francia  con- 
divise le  vicende  del  suo  maestro  Abelardo,  finché 
questi  non  si  fu  ritirato  nella  badìa  di  Cluny:  poi, 
per  istigazione  di  San  Bernardo,  fu  cacciato  da'  con- 
fini e  riparò  a  Zurigo,  dove  ebbe  accoglienza  nel 
convento  di  San  Martino  e  seguitò  ad  insegnare.  Se 
non  che,  raggiunto  dall'  odio  dell'  abate  di  Chiara- 
valle,  gli  convenne  passare  in  Alemagna,  ospite  di 
un  cardinale  italiano  per  nome  Guido.  Il  quale, 
avendo  preso  a  proteggerlo,  riuscì  a  riconciliarlo  col 
pontefice.  La  riconciliazione  seguì  a  Viterbo,  alla 
presenza  di  Eugenio  III.  Arnaldo  giurò  obbedienza 
e  s' impegnò  a  pellegrinare,  per  far  penitenza,  a" luo- 
ghi santi  di  Roma. 

Vi  trovò  la  rivoluzione;  ma,  per  alcun  tempo  si 


tenne  in  disparte.  Poi,  non  potendo  soffrile  di  ve- 
dere la  mondana  vita  che  vi  menavano  i  cardinali, 
vi  die  a  predicare  e  a  formare  una  setta  che  fu 
detta  de'  Lombardi.  Denunziò  i  cardinali,  come  quelli 
che  facevano  della  Chiesa  una  casa  di  mercanti  e  una 
spelonca  di  ladri;  diceva  che  perfino  il  papa  non  era 
uomo  apostolico  né  pastore  d'  anime,  e  concludeva: 
a  costoro,  che  abbandonarono  la  vita  e  la  dottrina 
degli  Apostoli,  non  si  deve  obbedienza  ne  tampoco 
riverenza,  e  Roma  non  è  fatta  per  servir  loro  :  è  sede 
dell'  impero  e  signora  del  mondo. 

Così  cadeva  ogni  suo  vincolo  col  papato.  Arnaldo 
era  libero,  in  Roma.  Ma  l' ideale  suo  era  in  balìa  di 
una  rivoluzione  vorticosa  più  che  il  Tevere.  Come 
conciliare  l'umiltà  evangelica  degli  Apostoli  co'  «  grilli 
romani,  »  colla  boria  di  Quiriti  che,  perchè  nati  a 
Roma,  si  credevano  eredi  degli  antichi  privilegi  e 
della  virtù  come  della  gloria  de'  Scipioni  e  de'  Cesari? 
Quante  volte  toccò  ad  Arnaldo  di  osservare  che 

le  virtù  degli  avi 
ricorda  sempre  chi  da  lor  traligna 
e  chiama  suo  quel  eh'  ei  non  fece  ! 

Il  Senato  romano  tentò  di  ottenere  il  favore  del- 
1  imperatore,  ma  non  vi  riuscì,  e  mentre  Arnaldo  se- 
guitava a  protestare  contro  la  confusione  delle  cose 
divine  ed  umane  e  a  chiamar  vero  successore  di  Pie- 
tro solo  chi,  non  cupido  de'  beni  di  questa  terra,  può 
dire  come  lui:  «  Non  ho  né  oro  ne  argento,  »  la  rivo- 
luzione ostinavasi  ogni  dì  più  nell'illusione  sua  di  te- 
nere la  sede  dell'  impero,  e  supplicava  il  sire  di  Ger- 
mania di  gradire  da  essa  l' incoronazione.  Avea  Eu- 
genio III  già  meditato  per  la  rivoluzione  il  colpo 
di  grazia,  quando  morì.  Regnante  Federigo  Barba- 
rossa,  salì  alla  sede  romana  Adriano  IV,  il  solo  bri- 


8 

tanno  che  venisse  mai  assunto  al  pontificato.  Figlio 
di  prete  e  già  mendicante,  avea  l' intransigente  umore 
di  chi,  traverso  dure  vicende,  assorge  a  qualche  altezza. 

La  fine  s'  appressava.  Adriano  era  entrato  in  Va- 
ticano e  vi  faceva  buona  guardia.  Al  primo  allarme, 
lanciò  l' interdetto,  quando  s'  era  vicini  a  Pasqua  e 
più  affluivano  i  pellegrini.  Non  era  piccola  cosa  a 
quei  tempi.  Mai  nessun  papa  l' avea  fulminato  sulla 
sua  città.  A  mezzanotte  le  campane  suonano  la  sve- 
glia, il  clero  entra  in  processione  nelle  cattedrali, 
co'  ceri  accesi,  si  cuopre  il  crocifisso  e  il  coro  intuona 
monotono  il  mìserere.  Quasi  il  nemico  fosse  alle  por- 
te, si  raccolgono  le  reliquie  giù  nelle  cripte  ;  gli  altari 
sono  sparecchiati,  le  sacre  ostie  gittate  in  un  bra- 
ciere, con  accenti  di  orrore.  Sale  al  pergamo  il  ve- 
scovo a  pronunziare  l' interdizione  di  ogni  rito.  Tol- 
gonsi  dalle  pareti  le  immagini  ed  i  crocifissi,  e  sono 
deposti  in  terra;  si  velano  finestre  e  altari.  Alfine, 
sempre  cantando,  esce  la  processione,  mentre  piove 
dal  pergamo  una  grandine  di  sassi  a  significare  la  ma- 
ledizione del  Signore.  E  senz'altro  veniva  sospesa 
ogni  funzione,  perfino  il  viatico  ai  moribondi. 

Così  voleva  il  rituale  (1). 

Quando  si  fu  giunti  alla  vigilia  del  Giovedì  Santo, 
i  nostri  Quiriti,  invasi  da  paurosi  presentimenti,  si 
dettero  a  tumultuare  per  costringere  il  Senato  rivo- 
luzionario ad  una  capitolazione.  Adriano  IV,  che 
aspettava,  pose  una  sola  condizione  :  il  bando  imme- 
diato di  Arnaldo  e  dei  suoi  aderenti.  Fuggito  incon- 
tro all'  imperatore,  Arnaldo  fu  arrestato,  consegnato 
al  prefetto  pontificio  a  Civita  Castellana,  ove  e  pro- 
babile che  morisse,  perchè  niente  indica  che  si  mo- 
vesse più  da  quella  città.  Chiesto  s' era  disposto  a  ri- 


fi)  Hatisrath,  Arnold  ron  Brescia,  Lipsia  1891,  e.  VI. 


9 

trattare  la  sua  dottrina  e  a  gradire  un  confessore, 
vuoisi  che  rispondesse:  «  Stimo  la  mia  dottrina  salu- 
tare ;  sono  pronto  a  suggellare  colla  morte  la  mia  pre- 
dicazione, perchè  non  è  stata  né  falsa  né  dannosa: 
solo  chiedo  in  grazia  un  po'  di  tempo,  perchè  vorrei 
confessare  a  Cristo  le  mie  colpe.  »  (1)  Così  dicendo, 
piegò  a  terra  le  ginocchia,  volse  in  su  gli  occhi  e  le 
palme,  emise  un  gran  sospiro  e,  muto,  invocò  Dio, 
raccomandandogli  1'  anima  sua.  Senza  più,  passò  in 
mano  de'  carnefici,  e,  dopo  un  istante,  il  corpo  suo 
spenzolava  dal  laccio  fatale.  Lo  arsero  e  le  sue  ce- 
neri furono  buttate  nel  fiume,  per  sottrarle  alla  ve- 
nerazione popolare. 

«  Óra,  o  Arnaldo,  a  che  prò  il  tuo  martirio?  Ov'  è  la 
tua  dottrina?  Svanisce;  per  poco  non  ti  sopravvive.  » 

Così  conchiude  uno  scrittore  contemporaneo  di  Ar- 
naldo; appunto  colui  al  quale  abbiamo  tolta  la  de- 
scrizione del  suo  martirio.  Oggi  chi  gli  crederà?  Ar- 
naldo ha  doppia  progenie.  «.  E  patriarca  e  principe 
degli  eretici  politici  »,  disse  bene  il  Baronio,  e  questi, 
per  verità,  non  furono  mai  più  vivi  che  a'  dì  nostri. 
Ma  fu  osservato  altresì,  già  a'  suoi  tempi,  eh'  egli 
fondò  a  Roma  «  una  setta  detta  fino  ad  oggi  eresia 
de'  Lombardi.  >>  Ora  questa  setta  così  detta  dura  tut- 
tavia, se  è  vero,  come  seriamente  si  pretende,  che  di 
lì  a  poco  risorgesse  per  li  rami  ne'  Valdesi. 


III. 

Pietro  Valdo. 

Se,  ai  tempi  di  Abelardo  e  di  Arnaldo,  Parigi  an- 
dava illustre  per  le  sue  scuole,  Lione  invece  avea 

(1)  ••  Christo  culpas  dicit  se  velie  fateri.  "  Cod.  vaticano. 


10 


il 


Pietro  Valdo. 


11 

nome  per  le  antiche  sue  tradizioni  ecclesiastiche  e 
per  i  traffici.  Ma  vincevano  le  glorie  della  Chiesa.  Il 
vescovo  di  Lione  era  salito  alla  dignità  di  primate. 
Il  suo  capitolo,  grasso  di  prebende,  si  vantava  an- 
cora di  avere  inaugurato  l'anno  1140  il  nuovo  culto 
della  Vergine  Immacolata.  Era  forse  quella  una  lon- 
tana protesta  contro  i  furori  iconoclasti  di  Piero  di 
Bruvs,  arso  poco  innanzi  a  S.  Gillio  in  Linguado- 
ca,  e  del  suo  continuatore  Enrico  di  Losanna,  detto 
pure  e  con  più  ragione  l' Italico,  che  le  genti  segna- 
vano a  dito  come  vandalo  della  fede  o  come  restau- 
ratore, secondo  le  opinioni.  In  quel  giro  di  tempo, 
forse  durante  l'esilio  di  Arnaldo,  nasceva,  chi  vuole 
verso  il  Giura,  nel  Bugey,  chi  nel  Delfinato,  un  uomo 
che,  nel  passare  a  Lione,  non  sembra  avere  avuto  che 
un  pensiero,  quello  di  farvi  fortuna.  Oggi,  nessuno 
ricorderebbe  il  suo  nome  se,  dopo  averla  trovata, 
non  si  fosse  dato  a  seguire  le  abbandonate  orine  di 
t 'risto  e  degli  Apostoli. 

Era  Pietro  Valdo. 

Ornai  ricco,  s' era  accasato.  Avea  moglie  e  due  fi- 
gliolette. Una  dicerìa,  messa  fuori  da  un  canonico 
dopo  che  1'  ebbe  in  sentore  di  eresia,  vuole  che  le  sue 
ricchezze  fossero  malamente  accumulate.  E  può  darsi, 
a  meno  che  il  canonico  fosse  mosso  a  parlare  così 
per  la  nota  ragione,  che  maggior  sospetto  nutre  chi 
ha  maggiore  il  vizio;  perchè  l'arte  di  accumulare  le 
ricchezze,  il  clero  1'  avea  imparata,  uè  accennava  a 
metterla  da  parte.  Valdo  sì  invece. 

Era  1'  anno  1 1 7-S.  Si  tratteneva  un  dì  con  diversi 
amici  sopra  la  soglia  di  casa,  quando  uno  di  essi,  col- 
pito di  grave  malore,  cadde  morto  a'  suoi  piedi.  Il 
nostro  mercante  ne  fu  conturbato.  Più  volte  vide 
riaffacciarsi  la  morte,  e  fra  se  diceva:  Se  dovesse 
passare  la  soglia  e  colpire  me,  che  ne  sarebbe  del- 


12 

l' anima  mia  ?  Quel  pensiero  non  gli  usciva  più  dalla 
mente.  Andando  a  messa,  cercava  di  capire  il  Van- 
gelo che  vi  si  leggeva  male,  ma  poco  vi  riusciva. 
Chiamò  a  sé  due  sacerdoti,  li  pagò,  onde  l' uno  det- 
tasse il  Vangelo  in  lingua  volgare,  e  l' altro,  più  gio- 
vane, servisse  da  scrivano.  Così  gli  venne  fatto  di 
mettere  insieme  alcune  pagine  e  forse  interi  libri 
della  Sacra  Scrittura,  non  che  varie  sentenze  de'  Santi 
Padri.  Leggeva  e  meditava,  ma  senza  trovar  pace.  Le 
parole  di  Gesù  intorno  la  vanità  de'  beni  perituri  e 
la  stoltizia  di  coloro  che  consumano  intorno  ad  essi 
ogni  loro  speranza,  lo  pungevano  stranamente.  So- 
vente si  rifaceva  a  meditare  la  parabola  che  comin- 
cia con  queste  parole:  «  Badate,  guardatevi  da  ogni 
avarizia  ;  perciocché,  per  quanto  uno  abbondi,  la  sua 
vita  non  procede  da'  suoi  beni.  »  E  allora,  specchian- 
dosi nel  ricco  stolto  che,  pur  tesoreggiando,  sente 
crescere  la  sua  povertà,  traeva  dal  suo  cuore  profondi 
sospiri. 

Una  domenica,  uscendo  di  casa,  Valdo  s' imbatté 
in  una  turba  di  gente  che  faceva  ressa  intorno  a  un 
giullare  e  stava  tutta  orecchi  a  sentirlo. 

.Signour  et  daines,  entendés  un  seraion 
D'un  saintisme  home  qui  Allessi*  ot  noni. 

Era  la  canzone  di  un  santo  di  Roma,  per  nome 
Alessio;  il  quale,  abbandonati  i  ricchi  genitori  e  la 
vergine  sposa,  se  n'  era  ito  in  oriente,  proprio  la  sera 
delle  nozze,  a  menar  vita  di  stenti  e  di  privazioni. 
Tornato  a  casa,  nessuno  più  lo  riconosceva  ed  egli 
tacque  il  suo  nome.  Ma  quando  fu  morto,  da  un  segno 
che  gli  venne  trovato  sulla  persona  fu  riconosciuto 
ancora  a  tempo  per  fargli  solenne  mortorio.  I  suoi 
menarono  gran  lutto,  ma  si  consolarono   pensando 


13 

che  fosse  beato  in  gloria.  Valdo  ne  fu  tocco  ;  accennò 
al  giullare  di  seguirlo  a  casa,  e  ve  lo  trattenne  per 
riudirlo  intorno  la  fede  degli  antichi  e  la  decadenza 
della  cristianità.  Forse  andò  ripetendo,  colla  mede- 
sima canzone: 

La  foi  del  siede  se  va  toute  falant. 
Fraisle  est  la  vie:  ne  cluerra  Ione  tans. 

Dal  giullare  al  confessore  il  salto,  a  quei  tempi, 
era  breve.  La  mattina  di  poi  Valdo  se  n'  usciva  fret- 
toloso in  cerca  di  un  maestro  di  teologia.  Voleva  un 
consiglio  per  la  salute  dell'anima  sua.  Quando  fu  alla 
sua  presenza,  cominciò  a  domandare: 

—  Per  andare  incontro  a  Dio,  qual  via  ho  io  a 
tenere? 

Il  teologo  inclinava  a  distinguere.  Molte,  diceva, 
sono  le  vie  che  conducono  al  cielo,  e  faceva  assai  ra- 
gionamenti. Mettendolo  alle  strette,  Valdo  riprese  : 

—  La  via  più  certa,  la  più  perfetta? 

Il  canonico  finì  per  rispondere  colle  parole  che 
disse  Gesù  ad  un  giovane  ricco  :  «  Se  vuoi  essere  per- 
fetto, va',  vendi  ciò  che  hai  e  donalo  ai  poveri  e 
avrai  un  tesoro  nel  cielo.  Poi  vieni  e  seguitami.  » 

Erano  appunto  le  parole  che,  undici  secoli  prima, 
aveano  indotto  S.  Antonio  a  far  triplice  voto  di  po- 
vertà, di  castità  e  di  obbedienza.  Però  il  nostro  mer- 
cante accennò  tosto  a  intenderle  più  liberamente,  non 
per  ritirarsi  nel  deserto,  e  neppure,  come  fece  il  suo 
vescovo  de  Bellesmains,  nella  sterile  solitudine  di  un 
monastero,  ma  per  darsi  intero  al  suo  apostolato.  Si 
distaccò  dalle  sue  ricchezze,  ma  lasciò  alla  moglie 
tutti  quanti  i  beni  immobili,  restituendo  ogni  male 
acquistato  avere,  come  nota  la  cronaca  già  ricordata, 
e  serbando  ai  poveri  il  rimanente,  eh'  era  ancora  as- 


14 

sai.  Correvano  tempi  di  fiera  carestia.  Valdo  ordinò 
una  regolare  distribuzione  di  vivande,  tre  volte  alla 
settimana,  Il  15  agosto,  festa  dell'  Assunzione  di 
Maria  Vergine,  si  condusse  fuori  in  mezzo  al  popolo, 
e  donato  il  denaro  che  gli  avanzava,  gridò  forte  : 
<  Ninno  può  servire  a  due  signori,  a  Dio  e  a  Mam- 
mona ».  La  gente  si  assiepava  intorno,  chi  avido  di 
udire,  chi  facendosi  beffe,  e  v'  era  chi  diceva  eh'  egli 
non  fosse  bene  in  se.  Allora  Valdo  salì  più  alto,  in 
vista  alla  moltitudine,  e  parlò  così: 

•<  Amici  e  concittadini,  io  non  sono  fuori  di  senno 
come  pensate.  Mi  sono  bensì  vendicato  di  questi  miei 
nemici  che  m' aveano  ridotto  in  tale  servitù,  che  mi 
curavo  più  del  denaro  che  non  di  Dio,  e  servivo  alla 
creatura  più  volentieri  che  al  Creatore.  So  che  non 
pochi  di  voi  mi  biasimano  eh'  io  faccia  queste  cose  in 
pubblico;  ma  fo  così  per  un  doppio  fine,  e  per  me  e 
per  voi:  per  me,  acciocché,  se  da  ora  innanzi  alcuno 
mi  vedrà  tenere  denari  dica  pure  che  son  fuori  di 
senno  ;  per  voi,  onde  impariate  a  porre  la  vostra  spe- 
ranza in  Dio  anzi  che  ne' beni  perituri.  »  (1) 

Dopo  che,  per  tenere  il  suo  voto,  Valdo  s' era  di- 
viso dalla  moglie,  pensò  all'  educazione  delle  figliuole 
e  le  collocò  in  una  badìa  allora  di  moda,  la  quale  ac- 
coglieva pur  figlie  di  nobili  che  pigliavano  il  nome 
di  «  Povere  di  Cristo.  »  Poi  si  tirò  dietro  seguaci: 
tra  essi  uno  che  avea  nome  Giovanni  Viveto.  Si  ra- 
dunavano tra  di  loro  a  leggere  il  Vangelo  in  lingua 
volgare,  a  confessarsi,  non  senza  denunziare  i  vizi  e 
la  corruzione  invalsi  nella  cristianità.  Anzi,  li  censu- 
ravano pubblicamente  e  chiamavano  beati  i  poveri: 
ossia  i  «  poveri  in  ispirito  ».  (  2 1 


.(.1)  Cron.  Laudum  nse. 

(2)  A  Quei  tempi  non  correva  l'andazzo  «lì  sciupare  l'aurea  sentenza. 
<li  Cristo,  elie  prescrive  1' umiltà,  eoi  leggere  "poveri  di  spirito. 


15 

(  !osì  nasceva  la  missione  valdese. 

Non  andò  molto  però  che  Valdo  si  ebbe  ad  accor- 
gere che  una  lotta  diveniva  inevitabile.  Finche  fa- 
ceva limosine,  non  avea  a  temer  censura.  Ma  come 
poteva  la  sua  laica  parola  sonar  gradita  alla  Chiesa. 
quando  non  l'avea  prevenuta  in  suo  favore  con  alcuna 
donazione,  e  per  di  più  la  pungeva  colla  denunzia 
de'  suoi  abusi  ì  Dapprima,  Y  eco  di  essa  destò  le  risa. 
e  qualche  canonico  potè  ripetere  scherzoso  il  detto 
antico: 

Ne  sutor  ulna   crepidam. 

Ma  poi  scoppiarono  sdegni  e  alte  mormorazioni. 
Chiamato  dinanzi  all'  arcivescovo,  Valdo  fu  ammo- 
nito a  desistere,  pena  la  scomunica;  ma  protestò  con 
gran  forza,  dicendo  che  Gesù  avea  ordinato  a'  suoi 
discepoli  di  annunziare  l' Evangelo  ad  ogni  creatura. 
Alla  fine,  siccome  il  prelato,  acceso  di  sdegno,  lo  mi- 
nacciava di  cacciarlo  fuori  della  città,  ei  lo  lasciò,  ma 
non  senza  dirgli  come  usavano  gli  Apostoli:  «  Giudi- 
cate voi  se  sia  giusto  obbedire  agii  uomini  piuttosto 
che  a  Dio.  » 

Quanto  a  lui,  era  già  fermo  nella  risoluzione  di 
seguitare  Cristo,  non  solo  colla  professione  di  po- 
vertà, ma  ancora  volgarizzando  la  sua  divina  legge 
di  perfezione.  Può  darsi  che,  lì  per  lì,  sostasse  al- 
quanto, e  v'  è  perfino  chi  pretende  che,  per  tre  anni, 
egli  si  sottraesse  addirittura  alla  vigilanza  dell'  au- 
torità ecclesiastica,  per  evitare  la  persecuzione  (1). 
Intanto,  è  fin  d' ora  manifesto  che  la  protesta  di 
Valdo  non  è  cagionata  punto   dalla  professione  di 

(1)  Jl  P. -Fonder,  raccogliendo  quella  voce,  dice:-  "Il  evita  ce 
coup  par  ime  cachette  de  trois  aus,  sans  ome'ttre,  en  secret',  son 
entreprise.      ffist.  Gén.  cles  Alpes,   1890,  I,  723. 


16 

povertà,  che  nessuno  gli  contende  (1),  ma  bensì  dal- 
l' intento  suo  principale,  che  è  di  propagare  il  Van- 
gelo di  Cristo,  sia  colla  semplice  lettura  di  esso  in 
lingua  volgare,  sia  colla  predicazione. 

Tali  sono  le  prime  origini  di  questa  storia. 

Abbiamo  visto  come  la  tradizione  apostolica,  smar- 
rita, invisibile,  si  sprigionasse  dapprima  nella  prote- 
sta di  Arnaldo  da  Brescia,  poi  in  quella  di  Pietro 
Valdo.  Così  l' una  come  l' altra  protesta  erano  intese 
a  ricondurre  la  cristianità  alla  fede  primitiva,  inse- 
gnata da  Cristo  e  dagli  Apostoli.  Valdo  però,  alieno 
da  ogni  passione  politica,  aprì  un  solco  più  profondo, 
ove  aveano  a  germogliare  i  primi  semi  della  Riforma. 

Ora  seguiamo  la  doppia  corrente  che  scaturisce  da 
quelle  due  proteste;  perchè,  come  hanno  comune 
1'  idea  madre  della  tradizione  apostolica,  così  fini- 
ranno per  unirsi,  almeno  in  Italia. 

Diremo  in  prima  de  così  detti  Poveri  di  Lione,  poi 
de'  Poveri  di  Lombardia. 


(1)  Vero  è  che,  dietro  domanda  della  moglie  di  Valdo,  Y  arci- 
vescovo di  Lione  gli  avrebbe  intimato  di  prendere  il  ano  cibo  in 
casa  della  moglie,  e  non  dagli  amici;  ma  quel  piccolo  incidente, 
se  mai,  vale  ancora  a  confermare,  anzi  che  no,  la  sua  professione 
di  povertà. 


17 


CAPITOLO  SECONDO 


I  Poveri  di  Lione. 


Autra  lt-y  d'aqui  enant  prua  non  deven  haver, 
Ma  ensegre  Jeshu  Xrist  e  far  li  sio  piacer. 
La  Xolilu  Leiczon. 

Seguitano  poveri   un    Cristo   povero, 
come  gli  Apostoli. 

Frate  Map. 

Ai  tempi  di  Arnaldo  e  di  Valdo  era  molto  sparsa, 
di  là  e  di  qua  delle  Alpi,  una  setta  già  ricordata, 
eh'  era  originata  da  secoli  in  oriente  e  detta  in  greco 
de' Catari,  che  vuol  dire  Puri.  Per  verità,  già  nel  quar- 
to secolo,  a  Roma  e  altrove,  erano  stati  chiamati  così 
i  cristiani  più  rigidi,  che  protestavano  contro  1  inva- 
sione della  mondanità  nella  Chiesa  di  Cristo,  onde 
conservare  questa  santa  e  onorata;  ma  erano  spariti. 
La  setta  de'  Catari  era  dominata  dalla  vecchia  eresia 
de'  Manichei,  la  quale  consisteva  nell'  ammettere  un 
doppio  principio  eterno,  dello  spirito  e  della  materia, 
del  bene  e  del  male,  per  spiegare  1'  origine  delle  cose. 
Così,  quanto  a  fede,  usciva  dalla  tradizione  aposto- 
lica. Era  poi  aperta  alle  passioni  politiche  e  parteg- 
giava risolutamente  contro  la  dominazione  del  Papa 
e  della  Chiesa.  In  Lombardia  tolse  da  un  quartiere 
di  Milano,  detto  la  Patarìa,  il  nome  suo  più  popolare 
di  Patarini  ;  in  Provenza,  invece,  pigliò  nome  da  Al- 
bi, una  delle  sue  primitive  sedi,  e  chiamavasi  degli 
Albigesi.  Come  riuscisse  quella  setta  a  molteplicarsi 

sturili   Vald.  2 


18 

tanto,  non  si  arriva  bene  a  intendere,  perchè  viviamo 
in  tempi  troppo  diversi.  Fra  le  varie  ragioni  che 
spiegano  il  suo  prestigio,  teniamo  pur  conto  della 
vita  austera  che  menavano  i  professi,  della  loro  forte 
organizzazione,  ma  più  ancora  del  come  stimavano 
che  si  potesse  sciogliere  il  gran  problema  dell'  origine 
del  male.  Volevano  che  il  male  fosse  l' opera  del 
creatore  delle  cose  visibili  e  avesse  la  sede  sua  nella 
materia.  Non  riconoscevano  pertanto  l'Iddio  dell'An- 
tico Testamento,  anzi,  lo  facevano  nemico  di  ogni 
bene,  quasi  ravvisando  in  lui  Satanasso,  delle  cui  ge- 
sta tanto  rumore  allora  si  menava.  Il  vero  Dio  essi 
lo  reputavano  invisibile,  rivelato,  ma  non  incarnato, 
in  Cristo.  Quella  spiegazione  può  parere  strana;  ma 
se  si  consideri  che  la  mente  di  un  Sant'  Agostino  vi 
si  lasciò  impigliare  per  ben  nove  anni,  è  forse  da  stu- 
pire che,  dopo  di  lui,  divenisse  quasi  di  moda  e  fa- 
cesse tanta  breccia  nelle  generazioni?  Ora,  nel  rite- 
nerla, tanto  i  Patarini  come  gli  Albigesi  serbavano 
la  legge  di  Cristo,  salvo  a  interpretarla  molto  allego- 
ricamente. Osservavano  la  regola  di  povertà,  il  digiu- 
no, la  castità;  condannavano  le  nozze,  il  giuramento 
e  la  pena  di  morte,  e  aveano  per  rito  caratteristico 
una  specie  di  battesimo  detto  «  consolamento,  »  so- 
lito ministrarsi  ai  fedeli  in  articulo  mortis.  Siccome 
noveravano  assai  aderenti,  massime  nelle  classi  supe- 
riori, minacciavano  fieri  colpi  alla  Chiesa,  che  dovette 
provvedere  alla  sua  difesa. 

Quella  era  una  fra  le  circostanze  che  rendevano  più 
urgente  la  convocazione  del  concilio  generale  che 
avea  a  radunarsi  in  Laterano  1'  anno  1 1 79.  Ma  poi, 
vi  erano  stati  citati  a  comparire  i  Valdesi,  dietro  for- 
male denunzia  dell'  arcivescovo  di  Lione. 


li) 


I  Valdesi  al  concilio  Latek asterse. 

Era  papa  Alessandro  III.  Il  nome  suo  correva  per 
tutte  le  bocche,  per  alcuni  casi  strepitosi  avvenuti 
da  poco  tempo.  Rientrato,  dopo  parecchi  anni  di  esi- 
lio, nella  sua  città,  l'aveano  accolto  con  grandi  feste  e 
baldorie  per  celebrare  il  suo  trionfo  di  Venezia,  dove 
il  Barbarossa,  vinto  a  Legnano,  gli  avea  baciato  il 
piede.  Forse  nasceva  la  leggenda  che  racconta  come 
il  pontefice,  in  quella  circostanza,  ponesse  il  calcagno 
sulla  nuca  del  vecchio  imperatore,  sclamando:  «  Tu 
camminerai  sopra  1  leone  e  sopra  l'aspide;  tu  calcherai 
il  leoncello  e  il  dragone.  »  (1)  Volgeva  ormai  1'  animo 
alle  cose  della  Chiesa,  ansioso  di  aprire  il  nuovo  con- 
cilio, che  cominciò  le  sue  riunioni  la  prima  domenica 
di  ([uaresima.  Quel  dì,  trecento  e  più  vescovi,  i  sena- 
tori e  consoli  di  Roma,  ed  un  codazzo  di  abati  e  altri 
ecclesiastici,  facevano  ampia  corona  attorno  al  trono 
pontificio.  Il  primate  delle  Gallie,  infermo,  non  avea 
potuto  intervenire  ;  ma  v'  era  l' arcivescovo  Pons  di 
Xarbonna,  con  diversi  prelati  minori.  Ora  non  ci  fa- 
remo a  raccontare  quanto  si  sa  delle  loro  delibera- 
zioni; ci  basti  ricordare  che  si  occuparono  a  cessare 
molti  abusi  ed  a  por  fine  alle  eresie.  Degli  abusi 
vediamo  incolpati  dei  prelati  scandalosi,  perfino 
qualche  nunzio  pontificio,  vere  cavallette  che  nelle 
loro  peregrinazioni  lasciavano  traccie  di  lor  rapine. 
Dopo  le  cavallette,  venne  la  volta  delle  volpi  che 
devastano  la  vigna  del  Signore,  come  si  diceva,  ossia 


(1)  Salmo  XCI.  13. 


•20 

degli  eretici  tutti  quanti,  massimamente  Albigesi  e 
Patariui.  Contro  di  essi  fu  scagliato  1'  anatema;  s'in- 
citarono principi  e  fedeli  a  sterminarli.  In  premio 
era  promessa,  con  l' indulgenza,  una  più  o  meno  larga 
partecipazione  ai  beni  da  confiscare.  Se  gli  atti  del 
concilio  non  fanno  menzione  de'  Valdesi,  si  è  perche 
la  causa  loro  non  era  definita;  anzi,  era  appena  ini- 
ziata, checche  ne  dicano  alcuni  scrittori.  Però,  che  vi 
comparissero,  è  chiaro,  e  lo  prova  la  loro  deputa- 
zione che  ora  sta  per  giungere. 

Non  sappiamo,  a  dir  vero,  di  chi  fosse  composta. 
Ma  non  si  può  dubitare  che  Valdo  ne  facesse  parte, 
e  con  lui  forse  ancora  il  suo  fedele  amico  Vi  veto.  (1) 
Del  resto,  quanto  se  ne  sa  è  riferito  da  un  frate  in- 
glese che  ebbe  1'  incarico  di  esaminarla  e  lasciò  più 
tardi  per  iscritto  la  seguente  relazione  : 

«  In  concilio  io  vidi  dei  Valdesi,  gente  ignorante 
e  incolta,  così  nominata  da  Valdo  loro  capo,  già  cit- 
tadino di  Lione  sul  Rodano.  Costoro  presentarono 
al  Papa  un  libro  in  gallico  idioma,  il  quale  conte- 
neva il  testo  e  la  chiosa  del  Salterio  e  di  vari  sci-itti 
dell'  Antico  e  del  Xuovo  Testamento.  Insistevano 
assai  onde  venisse  loro  confermata  la  licenza  di  pre- 
dicare, e  se  ne  tenevano  capaci  ;  ma  erano  stolti,  si- 
mili a  quei  volatili  che,  perchè  non  vedono  i  lacci, 
credono  sempre  aperta  la  via  allo  scampo.  Io,  pur 
minimo  tra'  convenuti,  vedevo  mal  volentieri  che  si 
discutesse  la  petizione  loro  così  sul  serio  e  ne  facevo 
le  risate.  Invitato  da  un  illustre  prelato  che  era  ad- 
dentro neh"  intimità  del  pontefice,  scoccai  la  mia 
freccia.  Alla  presenza  di  alcuni  savi  teologi  versati 


(1)  La  Cronaca  Laudunense  lo  fa  andare  a  Roma  durante  il  con- 
cilio, e  se  il  Map,  nella  sua  relazione,  non  lo  indica  personalmente, 
neppure  esclude  che  vi  fosse. 


21 
nel  diritto  canonico,  comparirono  dunque  alla  mia 
presenza  due  Valdesi  stimati  principali  nella  loro 
setta,  a  disputar  meco  della  fede.  Non  erano  mossi 
da  sincero  amore  della  verità,  ma  speravano  turarmi 
la  bocca,  quasi  avessi  io  a  profferire  cose  inique.  Se- 
detti, non  senza  chiedere  timidamente  a  me  stesso  se, 
per  avventura,  io  non  meritassi  per  i  miei  peccati  che 
in  tanto  concilio  mi  fosse  negata  la  parola,  quando  il 
prelato  mi  fé'  cenno  di  cominciare  l' interrogatorio. 
Esordii  allora  con  alcune  semplicissime  domande 
che  non  e  lecito  ad  alcuno  <T  ignorare,  ben  sapendo 
d'  altronde  che  l' asino  che  attende  al  suo  cardo  non 
disdegna  la  lattuga. 

—  Credete  voi  in  Dio  Padre? 

—  Crediamo. 

—  E  nel  Figlio  ì 

—  Crediamo. 

—  E  nello  Spirito  Santo  ì 

—  Crediamo. 

—  E  nella  Madre  di  Cristo  ì 

—  Crediamo. 

A  questo  punto  1'  assemblea  proruppe  in  sonora 
risata.  (1)  Quei  due  si  ritirarono  confusi,  e  se  lo  meri- 
tavano. Pretendevano  guidare  e  non  essere  guidati. 
simili  in  questo  a  Fetonte  che  ignorava  perfino  i 
nomi  de' suoi  destrieri.  Xon  hanno  sede  fissa;  vanno 
a  due  a  due,  scalzi,  con  tunica  di  lana.  Xon  posseg- 
gono nulla  in  proprio.  Seguitano  poveri  un  Cristo 
povero,  come  gli  Apostoli.  Certo  che  non  potrebbero 
cominciare  più  umilmente:  sanno  appena  camminare. 
Ma  se  li  ammettessimo,  toccherebbe  a  noi  dovere 
uscire.  »  (2) 

La  causa   de'  Valdesi  era  perduta,  lo  si  prevede. 


(1)  Quei  teologi  ritenevano  che  V  espressione  credere  in  si  appli- 
casse alle  sole  persone  della  Trinità,  non  alle  creature. 
(2)<;.  Map,  D<  nugis  curialium,  edito  da  Wright. 


benché  sostenessero  arditamente  il  loro  diritto  in 
base  alla  regola  degli  Apostoli  che  aveano  preso  a 
seguire  senza  riserva.  Alfine,  si  divietò  loro  di  predi- 
care, salva  1'  autorizzazione  del  clero  locale. 

Qui,  per  verità,  nasce  un  dubbio,  ed  è  se,  in  con- 
siderazione de'  suoi  meriti  personali,  Valdo  non  riu- 
scisse ad  ottenere,  almeno  per  sé,  la  licenza  in  que- 
stione. Imperocché  si  legge  che  il  pontefice  approvò 
il  suo  voto  di  povertà,  significando  la  sua  approva- 
zione con  un  amplesso,  come  portava  il  rituale.  Ecco, 
per  dirla  di  passata,  un  bacio  che  i  Valdesi  han  di- 
menticato e  che  non  fu  mai  reso.  Valdo  restava  così 
in  regola  colla  Chiesa,  almeno  per  allora;  era  ricono- 
sciuto capo  di  un  nuovo  ordine.  Quindi,  poco  ci  vorrà 
ad  ammettere  che,  per  le  premure  degli  amici,  tra' 
quali  si  vuole  che  avesse  il  cardinale  di  Puglia,  e  die- 
tro formale  impegno  di  non  isviarsi  dalla  regola  di 
fede  consacrata  da'  Padri  della  Chiesa  Latina,  avesse 
dal  pontefice  la  facoltà  di  predicare,  e  se  ne  valesse  a 
Roma,  come  asserisce  la  tradizione  valdese,  e  altrove 
in  Italia,  forse  in  Lombardia,  ove  la  sua  parola  avreb- 
be fatto  gran  frutto. 

Ora,  sia  che  Valdo,  di  ritorno  a  Lione,  vi  provocasse 
colla  sua  libera  predicazione  le  ire  del  nuovo  arcive- 
scovo, insediato  di  lì  a  poco  tempo;  sia  che,  non  pago 
ad  avere  il  suo  diritto  a  titolo  di  privilegio,  lo  recla- 
masse con  nuova  insistenza  per  i  suoi  seguaci,  certo 
si  è  che  si  attirò  i  fulmini  della  Chiesa.  Scomunicato, 
insieme  co'  fratelli  di  Lombardia,  dal  concilio  di  Ve- 
rona, 1'  anno  1183,  e  sbandito  ornai  dalla  sua  città,  vi- 
de aprirsi  dinanzi  più  vasto  che  mai  il  campo  asse- 
gnato da  Cristo  a'  suoi  apostoli,  cioè  «  il  mondo.  » 


IL 

La  Dispersione. 

Era  naturale  che  i  profughi  di  Lione  entrassero 
ove  gli  Albigesi  aveano  loro  aperte  le  porte.  Alcuni 
trassero  nel  mezzodì,  quali  nel  Delfinato.  ove  trove- 
ranno facili  aderenze  e,  col  tempo,  un  asilo:  quali  più 
giù,  in  Provenza,  ov'  era  aperta  l'arena  alle  pubbliche 
dispute.  Altri  invece  si  condussero  a  Metz,  sulle  rive 
del  Reno,  in  Isvizzera,  in  Italia  e  altrove,  lasciando 
per  ogni  dove  traccie  di  sé. 

Scesero,  diciamo,  nel  Delfinato  e  in  Provenza.  Qui 
le  porte,  non  che  aperte,  erano  addirittura  spalan- 
cate, vuoi  per  opera  di  Pietro  di  Bruys  e  del  suo  di- 
scepolo Enrico  fuoruscito  di  Lombardia,  vuoi  mercè 
la  propaganda  che  vi  si  faceva  da'  Catari  di  Oriente. 
Questi  aveano  già  tenuto  un  sinodo  vicino  a  Tolosa,  e 
\  '  era  venuto  da  Costantinopoli  il  gran  vescovo  Xice- 
tas,  accompagnato  da  una  comitiva  di  professi  lom- 
bardi detti  «  perfetti  •>.  Parteggiavano  con  essi  assai 
nobili  e  castellani,  e  i  preti  erano  segnati  a  dito  pel- 
le strade.  A  quando  a  (piando,  bandiva»  qualche  di- 
sputa, ed  è  qui  che  vediamo  apparire  i  primi  Valdesi. 

Fra  le  dispute  più  famose,  vi  furono  quelle  di  Nar- 
bonna,  di  Monreale  e  di  Pàmiers. 

A  Narbonna,  fu  scelto  arbitro  un  ecclesiastico,  per 
nome  Raimondo,  e  la  disputa  ebbe  luogo  fra  Catto- 
lici e  Valdesi.  Questi  si  difesero  contro  1'  accusa  di 
disobbedienza,  ripicchiando  il  detto  apostolico:  <<  Me- 
glio ubbidire  a  Dio,  piuttosto  che  agli  uomini.  .>>  Se 
non  fossero  primi  i  vescovi  a  disobbedire,  nulla  avrem- 
mo da  ridire.  Su  di  voi,  pertanto,  ricade  1'  accusa.  È 


21 

tutta  qui  la  questione:  tornare  ai  precetti  di  Cristo, 
seguitando  1'  esempio  degli  Apostoli,  e  non  quello  dei 
nostri  mondani  chierici  che  han  precipitata  la  Chiesa 
in  tanta  decadenza. 

—  Ma  voi,  insistevano  i  Cattolici,  usurpate  il  diritto 
della  predicazione  che  spetta  agli  ecclesiastici  soltanto. 

—  Di  grazia,  non  diceva  san  Gregorio  Magno  che 
«  chiunque  ode  nel  suo  cuore  la  voce  del  sommo 
amore,  deve  al  suo  prossimo  la  voce  dell'  esorta- 
zione ?  »  Anche  noi  siamo  discepoli  di  Cristo  e  ab- 
biamo il  diritto  di  obbedire  al  suo  comando  di  an- 
nunziare 1'  Evangelo  ad  ogni  creatura. 

Nondimeno,  1'  arbitro  pronunziò  la  condanna  dei 
Valdesi,  e  Alfonso  II,  re  d'  Aragona  e  marchese  di 
Provenza,  emanò  contro  ad  essi  editti  severissimi, 
ch'era  forse  inabile  a  far  eseguire. 

A  Monreale  la  disputa  durò  due  settimane,  sotto  la 
presidenza  di  due  laici.  Vi  si  trattò  de'  vizi  degli  ec- 
clesiastici, ed  i  chierici  finirono  per  ritirarsi.  Alla  di- 
sputa di  Pàmiers,  tenuta  nel  castello  del  conte  di  Foix, 
assisterono,  oltre  che  le  nobili  castellane,  il  pics  ve- 
scovo Diego  e  diversi  prelati  e  abati.  E  fu  assai  viva, 
tanto  che  una  sorella  del  conte,  che  favoriva  i  Val- 
desi, si  fé' lecito  d'interloquire,  e  un  frate  le  die  in 
sulla  voce.  «  Madonna,  le  disse,  attendete  a  filare  ; 
che  qui  le  donne  han  nulla  da  vedere  ».  È  a  quella 
disputa,  tenuta  1'  anno  1206,  che  risale,  almeno  in 
parte,  la  separazione  di  alcuni  Poveri  di  Lione  detti 
più  tardi  Poveri  Cattolici. 

Ma  le  dispute,  non  più  che  gli  editti  di  re  Alfonso 
e  de'  suoi  successori,  valsero  a  quetare  la  tempesta 
ornai  scatenata  in  Provenza.  Ci  volle  la  famosa  cro- 
ciata bandita  da  Innocenzo  III.  Allora  sì,  la  dissi- 
denza albigese  e  quella  de'  Valdesi  vi  furono  fiaccate 
e  per  sempre. 


Salendo  ora  a  settentrione,  eeeoei  alla  città  di 
Metz.  Essa  fu  tra  le  principali  sedi  de'  Valdesi  pri- 
mitivi, che  vi  pullulavano.  Li  ricercava  il  vescovo,  ma 
avea  a  tare  i  conti  con  personaggi  che  li  favorivano. 
Volgarizzavano,  diffondevano  con  libera  parola  le 
Sacre  Scritture,  è  si  spandevano  attorno  nella  vicina 
Toni.  Innocenzo  III  ne  fu  informato  e  intervenne 
per  redarguirli.  Ricordate,  scrivea  quel  pontefice, 
che  la  legge  divina  saviamente  provvide  che  ogni 
bestia  che  tocca  il  monte  fosse  lapidata,  e  ciò  vorrà 
servire  d' istruzione  a  voi  che  presumete  elevarvi  alle 
sublimi  alture  della  rivelazione.  Nel  frattempo  scri- 
veva al  vescovo  di  pigliare  esempio  da  lui  col  bandi- 
re, all'  occorrenza,  una  piccola  crociata. 

Però  la  persecuzione  era  insudiciente,  perchè  pro- 
cedeva a  sbalzi.  L' inquisizione  s'  ingegnò  a  farne  una 
istituzione  regolare,  e  molti  roghi  accese,  a  Stra- 
sburgo, per  esempio,  altra  sede  della  missione  val- 
dese. Vediamo  ivi  trarre  al  rogo  i  martiri  a  schiere. 
Ma  siamo  noi  ancora  nel  campo  de'  Poveri  di  Lione, 
ovvero  in  quello  de'  Poveri  di  Lombardia?  Vuoisi 
che  gli  ultimi  tendessero  a  prevalervi,  ne  solo  ivi, 
ma  in  molte  parti  di  Alemagna.  Per  ora,  ci  basti 
il  sapere  che,  chi  li  perseguiva,  disperava  di  ridurli 
anche  colla  forza.  «  Quasi  direi  che  non  v'  è  paese- 
dove  non  siano  sparsi  »,  notava  poi  uno  de'  più  ocu- 
lati inquisitori. 


III. 
La  vita  religio-a. 

La  regola  de'  Poveri  di  Lione  si  potrebbe  compen- 
diare così:  <<:  Ubbidire  a  Dio  piuttosto  che  agli  uomi- 


20 

ni,  »  ovvero,  disobbedire  alla  Chiesa  per  seguire  Cri- 
sto in  povertà,  richiamando  alla  sua  legge  la  storta 
generazione  per  mezzo  della  libera  predicazione  del 
Vangelo. 

Ben  lo  sentì  Roma.  Perciò  scatenò  contro  ai  Val- 
desi i  due  ordini  mendicanti,  che  nacquero  per  imita- 
zione. Difatti,  «  come  ad  imitazione  de'  Poveri  di 
Lione  sorsero  i  Poveri  di  Assisi  o  frati  minori,  così 
ad  imitazione  de'  predicatori  valdesi  nacquero  i  frati 
predicatori  >>  (1). 

E  la  prova  eh'  era  tutta  lì,  in  sostanza,  la  regola 
valdese  primitiva,  l' abbiamo  nel  fatto  che  sceglie- 
vano di  essere  chiamati  «  Poveri  »,  perchè  Cristo 
dice:  «Beati  i  poveri  in  ispirito;  di  loro  è  il  regno  dei 
cieli.  »  Erano  anche  detti  «.  Poveri  di  Cristo  ». 

Or  la  regola  implicava  per  essi  il  triplice  voto:  di 
povertà,  di  castità  e  di  obbedienza  a  Dio  ed  al  loro 
superiore.  E  dicevano:  son  due  le  vie,  F  una  mena  a 
perdizione,  1'  altra  alla  vita  eterna.  Il  purgatorio  e'  è, 
ma  in  questa  vita,  e  non  ve  n  ha  altro.  Vani  dunque 
i  suffragi,  vana  l' intercessione  de'  Santi,  vano  ezian- 
dìo il  loro  culto.  Solo  Dio  adoravano,  pur  serbando 
sincera  venerazione  alla  madre  di  Gesù,  contro  la 
(piale  non  crediamo  che  mai  sia  sfuggita  ai  Valdesi 
una  parola  meno  che  riverente,  anche  quando  era 
invocata  da' loro  persecutori.  Praticavano  volentieri 
la  confessione,  anzi,  era  di  rigore;  ma  i  loro  maestri 
pronunziavano  l'assoluzione  così:  «Dio  ti  assolva  da 
tutti  i  peccati  »,  ed  intimavano  le  penitenze,  che 
consistevano  in  digiuni  e  nella  ripetizione  dell'  ora- 
zione domenicale.  E  noto  poi  che  abborrivano  dal 
mentire  e  condannavano  il  giuramento  e  la  pena  di 


(1)  Così  notò  già  una  cronaca  antica  e  ripete  il  Tocco,  nella  sua 
Eresia  nel  Medio  Evo,  p.    170. 


morte.  La  comunità  loro,  detta  della  fratellanza,  era 
composta  di  ordinati,  col  triplice  voto,  e  di  semplici 
fedeli.  Gli  ordinati  erano  distinti  in  tre  gradi  :  i  ve- 
scovi, i  presbiteri  e  i  diaconi.  Aveano  un  capo  o  ret- 
tore, nominato  per  elezione  generale  in  capitolo.  Il 
primo  eletto  fu  Valdo.  Ebbe  poi  colleglli  Giovanni 
Vivete  e  Igo  Speroni.  Il  capitolo  s' adunava  ogni 
anno.  Vi  aveano  parte  gli  ordinati,  e  forse  interveni- 
vano, ma  senza  voto  e  di  rado,  i  fedeli  della  località. 
Vi  si  deliberava  intorno  ai  maggiori  interessi  comuni, 
si  fissavano  le  gite  missionarie  e  si  controllava  la 
gestione  de'  diaconi  incaricati  di  raccogliere  l' obolo 
dei  fedeli. 

Tutto  era  ordinato  in  vista  della  missione.  Dove 
aveano  sede  o,  come  oggi  si  direbbe,  stazione,  i  Po- 
veri di  Lione  tenevano  «  ospizio  ».  Questo  era  compo- 
sto del  rettore,  di  uno  o  più  fratelli  e  di  poche  donne 
di  avanzata  età,  per  il  servizio.  Alcuna  volta  l' ospizio 
era  tenuto  da  quelle  pie  donne  soltanto,  e  vi  alberga- 
vano gì'  itineranti  vescovi,  presbiteri  e  diaconi,  mas- 
sime nella  fredda  stagione.  E  allora,  vi  si  faceva  culto, 
predicazione,  scuola,  confessione  e  perfino  la  comu- 
nione. La  predicazione  consisteva  in  qualche  sem- 
plice esortazione,  la  quale  avea  per  oggetto  di  mar- 
tellare i  precetti  della  legge  evangelica  nella  mente 
degli  ascoltanti  e  confortarli  a  sperare  1'  avvenimento 
del  regno  di  Cristo.  Incutevano  quei  precetti  parola 
per  parola;  «  li  ruminavano  agli  altri  }>,  dice  un  in- 
quisitore, e  chi  udiva  ruminavali  alla  sua  volta.  <<  Io 
vidi,  soggiunge  quell'  inquisitore,  un  contadino  eh'  era 
stato  un  anno  soltanto  presso  un  eretico  valdese. 
Avea  così  ben  ruminato  quel  che  gli  era  stato  letto, 
che  sapeva  quaranta  vangeli  delle  domeniche  proprio 
alla  lettera,  e  vidi  laici  che  sapevano  i  vangeli  di  san 
Matteo  e  di  san  Luca  quasi  per  intero,  massime  i 


28 

discorsi  del  Signore;  talché  di  rado  avveniva  che  si 
provasse  di  citarne  una  parola  senza  che  potessero 
continuare,  così  a  memoria  »  (1).  Nel  celebrare  la  co- 
munione, non  si  emancipavano  ancora  dall'  interpre- 
tazione tradizionale;  anzi,  credevano  che  il  miracolo 
della  transustanziazione  avvenisse  per  la  divina  virtù 
della  parola  evangelica  sacramentale,  anche  se  il  ce- 
lebrante era  prete  e,  per  giunta,  indegno.  Perciò  si 
vedevano  alcuni  Poveri  di  Lione  andare  occasional- 
mente a  messa,  tanto  più  che  scismatici  non  erano,  se 
non  per  decreto  di  concilii.  Volevano  la  riforma  della 
Chiesa,  senza  uscirne  fuori,  almeno  per  allora. 

Vedremo  però  che  la  libera  obbedienza  alla  auto- 
rità delle  Sacre  Scritture  li  dovea  alienare  viepiù 
dalla  Chiesa  cattolica,  e  che,  su  alcuni  punti,  differi- 
vano da  loro  i  Poveri  di  Lombardia. 


IV.     * 

Gli  Scritti. 

Anche  lo  scrivere  mirava  al  solo  fine  della  missione. 
Perciò  s'  aggira  quasi  tutto  intorno  il  gran  libro  che 
teneva  assorta  la  mente  de'  Valdesi,  quello  delle  Sacre 
Scritture.  Attendevano  a  volgarizzarle  e  chiosarle. 
Del  resto,  non  pòchi  fra  gli  scritti  che  si  danno  per 
valdesi  sono  mere  traduzioni.  Quasi  tutti  poi  sono 
dettati  in  provenzale,  ma  nessuno  rifulge  dello  splen- 
dore che  quella  lingua  ebbe  dai  trovatori,  alle  corti 
e  nelle  scuole. 

Discorriamo,  in  prima,  delle  prose. 

Si  affacciano  qui  subito  i  volgarizzamenti  delle  Sa- 


(1)  Stef.  di  Borbone,  Anecdota,  etc,  p.  349. 


29 
ere  Scritture,  ossia  del  Nuovo  Testamento.  Di  (niello 
che  abbozzò  Valdo  e  che  fu  visto  al  concilio  Latera- 
nense,  nulla  si  sa;  s'ignora  del  pari  che  avvenisse  di 
quello  che  circolò  nella  comunità  di  Metz.  Vengono 
quindi  le  versioni   esistenti;  ma  fra  esse  conviene  di- 
stinguere, prima  perchè  non  tutte  sono  valdesi,  poi  pel- 
le ragioni  che  ora  diremo.  Così,  il  Nuovo  Testamento 
provenzale  che  si  ha  a  Lione,  dove  fu  portato  da  Ni- 
mes,  è  antico  sì,  ma  lo  si  ritiene  di  provenienza  albi- 
gese.  Quello  che  si  conserva  a  Parigi  è  provenzale 
ancor  esso;  può  darsi  che  servisse  a  un  predicatore 
valdese,  e  lo  si  è  voluto  arguire  da'  segni  che  occor- 
rono in  margine  ;  ma  la  sua  origine  non  si  scorge.  In- 
vece, sarebbero  valdesi  tre  altri  Nuovi  Testamenti.  Il 
più  antico,  quello  di  Carpentras  in  Provenza,  risale 
al  secolo  XIV,  e  quello  che  si  conserva  a  Dublino 
ne  sarebbe  una  più  o  meno  alterata  riproduzione.  Il 
secondo,    quello  di   Grenoble,   è  stato   scritto   circa 
1  anno  1400  e  si  crede  che  sia  stato  riassunto  mala- 
mente in  quello  che  si  conserva  a  Cambridge.  Terzo 
viene  il  Nuovo  Testamento  di  Zurigo.  Esso  risale  ai 
primi  anni  della  Riforma,  perchè  il  traduttore  si  giovò 
del  testo  greco  pubblicato  da  Erasmo. 

Ma  chi  fisserà  mai  la  data  precisa  de'  primi  abbozzi 
di  quei  volgarizzamenti  ì  D' altronde,  può  darsi  che 
parecchi  siano  andati  smarriti.  Basti  osservare  che, 
già  nel  secolo  decimoterzo,  come  pure  nel  decimo- 
quarto, le  traduzioni  sono  divietate  assiduamente  nei 
sinodi  di  Francia. 

E  poi  si  domanda  :  Quel  lavorìo  di  volgarizzamento 
si  limitò  esso  a  de'  saggi  di  versione  provenzale  ? 
Certo  che  no,  poiché  la  missione  valdese  si  estese 
nel  Nord  e  oltre  il  Reno,  infino  in  Boemia.  Ma  dove 
ne  sono  gì'  indizi  ?  Era  già  parso  a  qualcuno  di  scor- 
gere la  mano  di  un  Valdese  nel  Nuovo  Testamento 


30 

tedesco  scoperto,  anni  fa,  nel  convento  di  Tepl,  in 
Boemia.  Ma,  per  verità,  la  questione  pende  incerta. 
Molto  si  cerca  oggidì  e  si  discute  per  definire  quale 
e  quanta  sia  stata  la  parte  de'  Valdesi  nella  produ- 
zione de'  primi  volgarizzamenti  tedeschi  della  Sacra 
Scrittura.  E  saputo  oramai  che  Lutero  non  fu  primo 
a  volgere  la  Bibbia  nella  sua  lingua,  e  che  avanti  la 
sua  prigionìa  della  Wartburg,  ove  attese  a  tradurre 
le  S.  Scritture,  ben  diciotto  edizioni  di  versioni  bi- 
bliche erano  circolate  nella  sua  patria,  senza  dive- 
nire, per  verità,  molto  popolari,  ed  egli  se  ne  giovò. 
Avea  forse  ragione,  e  più  che  non  si  creda,  1'  ora- 
tore della  Curia  romana  di  rinfacciare  a  Lutero,  alla 
Dieta  di  Worms,  di  battere  le  orme  de'  Poveri  di 
Lione  e  de'  Valdesi  in  generale.  Mentre  si  prosegue 
nelle  ricerche,  ci  sia  lecito  raccogliere  la  parola  di  uno 
de'  più  eruditi  investigatori,  il  quale  dice:  «  I  Valdesi 
esercitarono  in  Germania,  avanti  la  Riforma,  un'  in- 
fluenza più  vigorosa  e  più  estesa  che  non  si  fosse 
creduto  infino  ad  ora  ».  (1)  Ora  l' influenza  valdese  si 
esercitò  mai  sempre  mediante  il  volgarizzamento 
delle  Sacre  Scritture. 

Insignificanti,  al  paragone,  sono  gli  altri  loro  scritti 
in  prosa,  e  spurii  in  gran  parte.  Si  risolvono  per  lo 
più  in  traduzioni  e  compilazioni,  in  cui  sono  abbor- 
racciate sentenze  di  Santi  Padri  o  raffazzonate  pie 
ma  indigeste  elucubrazioni  ascetiche.  Altri  saran  no- 
stri, ma  hanno  così  chiara  l'impronta  ussita,  che  poca 
ne  può  essere  1'  originalità.  I  più  originali  sarebbero 
i  più  antichi;  per  esempio,  la  Regola  Valdese,  forse 
una  stessa  cosa  col  Libro  de'  Giusti.  Quella  Regola  ri- 
sale ad  ogni  modo  alla  fine  del  secolo  decimoquarto. 
Vi  troviamo  l' eco  di  racconti  che  circolavano  per  la 


(1)  Preger,  Beitrdgc  etc.,  p.  3. 


:;l 
cristianità  e  che  i  primi  Valdesi  tesoreggiavano  gelo- 
samente. Eccone  il  brano  più  importante: 

•  Xon  si  vede  in  nessun  luogo,  negli  scritti  dell'An- 
tico Testamento,  che  la  luce  di  verità  si  sia  mai  spenta 
del  tutto.  Vi  furono  in  ogni  tempo  uomini  che  cam- 
minarono fedelmente  nella  via  di  santità.  Il  loro  nu- 
mero fu  ridotto  alcune  volte  a  poca  cosa,  non  mai  al 
nulla.  Crediamo  che  fu  pur  così  da  Cristo  infino  a 
noi  e  che  così  sarà  fino  alla  fine:  imperocché,  se  fu 
fondata  la  Chiesa  di  Dio.  è  perchè  duri  fino  alla  con- 
sumazione de'  secoli.  Conservò  a  lungo  la  virtù  della 
santa  religione  ed  i  suoi  rettori  vissero  circa  tre  se- 
coli in  povertà  ed  umiltà,  a  quel  che  dice  la  storia 
antica,  cioè  fino  a'  dì  di  Costantino.  Ma  sotto  il  regno 
di  questo  imperatore,  eh'  era  lebbroso,  vi  fu  nella 
Chiesa  un  uomo  per  uome  Silvestro,  di  Roma.  Co- 
stantino si  recò  da  lui,  fu  battezzato  nel  nome  di 
Gesù  Cristo  e  sanato  dalla  sua  lebbra.  Vedendosi  sa- 
nato nel  nome  di  Gesù  Cristo  da  una  così  misera  in- 
fermità, F  imperatore  pensò  ad  onorare  colui  che 
1'  avea  sanato  donandogli  la  corona  imperiale.  Sil- 
vestro 1'  accettò.  Ma  il  suo  compagno,  da  quanto  si 
dice,  ricusò  di  acconsentirvi,  seguitando  nella  via 
di  povertà.  Ora  Costantino  si  separò  da  lui,  se  ne 
andò  alle  parti  d'  oltremare,  seguito  da  una  molti- 
tudine di  Romani,  e  edificò  la  città  che  chiamò  dal 
suo  nome,  cioè  Costantinopoli.  Dunque,  a  quei  tempi 
1'  eresiarca  si  elevò  agli  onori  e  alle  dignità  ed  i  mali 
si  moltiplicarono  sulla  terra.  Non  crediamo  che  la 
Chiesa  di  Dio  abbia  del  tutto  abbandonata  la  via 
della  verità;  ma  una  parte  cedette,  e  furono  i  più 
coloro  che  si  lasciarono  trascinare  a  male,  come  di 
solito  avviene.  L'  altra  parte  rimase  a  lungo  fedele 
alla  verità  ricevuta.  Così  la  santità  della  Chiesa  de- 
cadde a  poco  a  poco....   Ma  ottocento  anni  dopo  Co- 


stantino  sorse  uno  che  avea  nome  Pietro,  a  quel  che 
udii,  ma  era  di  non  so  che  paese  detto  Vaudia.  I  no- 
stri vecchi  dicono  eh'  era  assai  ricco  e  savio.  Sia  per 
lettura  che  ne  facesse  o  1'  udisse  da  altri,  fatto  è  che 
ricevette  la  parola  del  Vangelo,  vendette  quanto  pos- 
sedeva, lo  distribuì  ai  poveri,  prese  a  seguire  la  via  di 
povertà,  predicò  e  fece  discepoli,  e,  entrato  nella  città 
di  Roma,  disputò  coli'  eresiarca  della  fede  e  della  re- 
ligione. Ma  ivi  era,  a  quel  tempo,  un  cardinale  di  Pu- 
glia, il  quale  eragli  amico  e  lodava  la  sua  professione 
e  la  sua  parola,  e  lo  amava.  Alfine,  gli  fu  risposto  nella 
curia  che  la  Chiesa  Romana  non  poteva  tollerare  la 
sua  parola,  ed  egli,  non  volendo  abbandonare  la  sua 
via,  venne  condannato  a  uscire  dalla  sinagoga.  Non 
pertanto,  predicando  in  città  fece  parecchi  discepoli, 
e  viaggiando  per  Y  Italia  tirò  a  sé  tanta  gente  che, 
in  più  località,  non  solo  egli,  ma  i  suoi  successori  fe- 
cero assai  conversioni,  e  il  numero  loro  si  moltiplicò 
grandemente.  Il  popolo  li  udiva  volentieri,  perchè 
parlavano  secondo  verità  e  insegnavano  la  via  della 
salute....  Quei  tempi  fruttiferi  durarono  circa  dugento 
anni,  come  dicono  i  nostri  vecchi.  Infine,  per  l' invi- 
dia di  Satana  e  la  malizia  degli  empi,  si  levò  contro  i 
servi  di  Dio  una  terribile  persecuzione  »  (1). 

Passiamo  ora  agli  scritti  poetici. 

Ancora  qui  è  da  farsi  una  cerna.  Certe  poesie  che 
si  attribuiscono  ai  Valdesi  sono  di  asceti  che  non  vi- 
dero mai  le  nostre  Alpi.  E  il  fatto  che  i  Valdesi  le 
conservarono,  non  prova  che  le  abbiano  tutte  scritte. 
Vero  è  che,  l'averle  essi  custodite,  e  non  altri,  merita 
considerazione.  Ad  ogni  modo,  non  ci  paiono  fiori 
delle  Alpi  Cozie. 


(1)  MSS.   valdese,  a  Cambridge. 


Ma  incontestabilmente  valdese  t1  la  Nobil  Lezione. 
E  già  valdese  il  titolo,  degno  di  quel  popolo  di  mae- 
stri :  valdese  la  fiamma,  la  dottrina,  perfino  1  umile 
forma. 

Eccone  la  sostanza,  in  poche  parole  : 
Il  mondo  è  prossimo  al  suo  fine.  È  tempo  di  driz- 
zare in  alto  lo  sguardo  della  fede  ai  beni  imperituri, 
e  di  lasciare  questa  storta  generazione,  che  da  Adamo 
in  poi  si  fa  più  rea  ogni  dì.  Dapprima  conculcò  la 
legge  naturale,  poi  quella  di  Mosè,  malgrado  i  ca- 
stighi del  Signore.  Avanzavano  pochi  giusti,  e  il 
mondo  minava  a  perdizione,  quando  nacque  il  Cristo 
da  «  nobil  donzella  di  lignaggio  regale  »,  scelse  do 
dici  apostoli  e  rivelò  la  legge  perfetta.  Ora, 

se  Cristo  vogliamo  amare  e  seguir  la  sua  dottrina, 
eonvien  vigilare  e  leggere  la  Scrittura. 

Ivi  si  vedrà  come  la  persecuzione  accompagni  il  giu- 
sto in  ogni  tempo. 

Dopo  gli  Apostoli  sorse  (jualche   dottore 

ad  insegnar  la  via  di  Cristo  Redentore, 

e  ancor  ve  n'  ha  a'  nostri  tempi. 

Son  noti,  è  vero,  a  poche  genti. 

La  via  di  Cristo  bramano  forte  di  mostrare, 

ma  non  sono  liberi  al  bene  operare. 

.Se  v'è  alcun  giusto  che  ami  Gesù  Cristo, 

e  non  voglia  bestemmiare,  né  giurare,  né  mentire, 

uè  fornicare,  uccidere  o  furare, 

uè  trar  vendetta  de'  suoi  nemici, 

dicono  :  E  Valdese  e  merita  castigo. 

Perseguitano  noi  e  lodano  i  malvagi.  Ma  questi  peri- 
ranno. È  vero  che  li  assolveranno  confessori  mer- 
cenari, ma  che  vale  la  costoro  assoluzione  ? 

Sto,:    Vald.  H 


'A4 


Oso  dire,  perchè  è  verità, 

che  tutti  i  papi  che  furono  da  Silvestro  in  poi, 

tutti  i  cardinali,  i  vescovi  e  gli  abati, 

insieme  non  han  tanta  potestà 

che  basti  a  perdonare  un  solo  peccato  mortale. 

Solo  Iddio  perdona.   Altri  noi  può. 

I  giusti,  invece,  si  confessano  davvero  e  han  diverso 
tenore  di  vita. 

Chi  vuole  amare  e  seguir  Gesù  Cristo, 
osservi  di  cuore  la  povertà  spirituale, 
ami  la  castità  e  serva  Dio  in  umiltà. 

Altra  legge  d' or  innanzi  più  non  dobbiamo  avere, 
Ma  seguitar  f4esù  Cristo  e  fare  il  suo  volere. 

Tale  la  legge  evangelica  di  perfezione,  vera  e  per- 
manente. Resta  che  camminiamo  in  essa  e  siamo  vi- 
gilanti, onde  non  ci  seduca  1'  Anticristo.  Ancora  una 
volta,  la  fine  è  prossima  e  il  giudizio  è  alle  porte. 

La  data  di  quel  piccolo  carme  risale  forse  al  se- 
colo decimoterzo.  È  dunque  antico,  genuino.  Per- 
tanto, malgrado  le  sue  pecche,  esso  costituisce,  ac- 
canto alle  versioni  del  Nuovo  Testamento,  l'unico 
gioiello  della  primitiva  letteratura  valdese. 


CAPITOLO  TERZO 


I  Poveri  di  Lombardia. 


Vi  fu  un  uomo  che,  simile  a  ger- 
moglio, rampollò  dal  tronco  della 
vera  tradizione  apostolica.  Irrigato 
dall'acqua  dallo  Spirito,  egli  fu. 
non  autore,  ma  riformatore  della 
nostra  regola.  Quell'uomo  è  Pietro 
Valdo. 

/  Poveri  di  Lombardia. 

Seconda  per  le  sue  tradizioni  a  Roma,  e  forse  a 
Lione,  Milano  superava  quella  di  gran  lunga  per 
il  numero  de'  suoi  abitanti,  e  1'  una  e  1'  altra  per  le 
sue  nuove  libertà.  Principale  fra  le  città  libere,  già 
in  lega  contro  l' impero,  ora  vantava  i  benefici  della 
pace  firmata  a  Costanza.  Però,  dentro  le  sue  mura, 
poca  quiete  godeva,  per  la  complicazione  de'  poteri. 
Sovrano  era  solo  il  Consiglio  del  Comune,  ma  avea  a 
menar  di  fronte  tre  ordini  di  magistrati.  Primo,  l'arci- 
vescovo, il  quale  esercitava  giurisdizione  sopra  l'intera 
Lombardia,  cioè  su  ventiquattro  vescovi  suftraganei, 
compresi  quelli  di  Coirà,  di  Torino  e  di  Genova,  ed  a 
Milano  coniava  le  monete  e  riscoteva  i  pedaggi. 
Secondo,  il  podestà,  investito  per  mano  dell'  arcive- 
scovo, vassallo  di  Roma,  del  potere  esecutivo,  e  re- 
sponsabile dell'  ordine  pubblico.  Infine,  i  consoli,  per 
l' amministrazione  urbana.  Poi  v'  era  il  controllo  che 
usavano  fare  i  consigli  delle  varie  classi  della  popò- 


30 

lazione,   ossia   de'  capitani,    de'  valvassori   e   de'  po- 
polani. 

Scarsa  dunque  v'  era  l' unità  politica  e  civile,  ossia 
di  governo.  E  di  qui,  facili  discordie. 

Che  n'  era  dell'  unità  religiosa?  Milano  pareva  di- 
venuta il  ritrovo  di  tutte  le  dissidenze. 


1. 
Le  Dissidenze. 

Un  concilio  generale,  riunito  a  Verona  l'anno  1183, 
avea  escogitato  un  rimedio  alle  divisioni  religiose, 
ma  non  era  nuovo;  per  giunta  era  sciupato.  Bandì, 
come  fu  detto,  la  prima  scomunica  maggiore  contro 
i  Valdesi,  involgendo  in  essa  tutte  le  dissidenze.  Non 
può  dubitarsi  che  la  lista  recata  nel  decreto  di  Lu- 
cio III  non  sia  completa,  almeno  per  quel  che  si  ri- 
ferisce alla  Lombardia.  Così  diceva: 

«  Scomunichiamo  in  prima  i  Catari  ed  i  Patarini, 
e  coloro  che  si  mascherano  sotto  1  nome  di  Umiliati 
o  di  Poveri  di  Lione,  i  Passagini,  i  Giuseppisti  e  gli 
Arnaldisti.  E  siccome  alcuni,  con  apparenza  di  pietà, 
ma  negando  il  verace  senso  delle  parole  dell'  Apo- 
stolo, si  arrogano  il  diritto  di  predicare,  benché  egli 
pur  dica:  «  Come  predicheranno  essi  se  non  sono 
mandati?  »  saran  compresi  nello  stesso  perpetuo  ana- 
tema tutti  coloro  che,  malgrado  il  nostro  divieto,  e 
senza  mandato  nostro,  si  faran  lecito  di  predicare, 
sia  in  privato  come  pubblicamente,  contro  l'auto- 
rità rappresentata  dalla  sede  apostolica  e  da'  ve- 
scovi. »  (1) 


(1)  Ludi  Decr.  contra  haer.,  ap.  Mansi,  XXIV 


Erano  dunque  parecchie  le  dissidenze. 

La  prima  era  quella  de'  Catari  e  de'  Patarini.  Il 
principio  più  caratteristico  di  quella  dissidenza  ci  è 
noto.  È  il  dualismo,  forse  derivato  da'  Manichei.  Ma 
ora  si  vuole  osservare  che,  secondo  le  variazioni  di 
quel  principio,  i  Patarini  si  scindevano  in  tre  partiti, 
distinti  da'  nomi  delle  loro  principali  sedi.  S'  erano 
diffusi  per  tutta  Italia,  e  noveravano  in  Lombardia 
.sedici  primarie  comunità.  A  Milano  pullulavano.  Un 
loro  vescovo,  per  nome  Bonaccorso,  tornato  in  grembo 
alla  Chiesa  Romana,  un  dì  parlò  al  popolo  per  averne 
aiuto  contro  gli  eretici,  e  sciamava:  «  Non  vedete 
voi  che  le  città,  le  borgate,  le  castella  riboccano  di 
quei  falsi  profeti?  »  Poi  intervenne  il  papa,  e  si 
trattò  nientemeno  che  di  muovere  contro  i  Patarini 
lombardi  una  regolare  crociata.  Fu  stornata,  e 
andò,  come  dicemmo,  a  sterminare  i  loro  fratelli 
Albigesi. 

Quella  era  la  dissidenza  più  radicata  e  temuta.  Che 
cosa  fossero  le  altre,  non  è  troppo  noto,  salvo  quel 
che  riguarda  i  Valdesi. 

Difatti,  de'  Giuseppisti  non  s'  ha  notizia  veruna. 
Che  fossero  tardi  seguaci  di  certo  Giuseppe  che, 
qualche  secolo  avanti,  era  stato  fra  capi  de'  Pauli- 
ziani,  ramificazione  de'  Catari?  Non  sappiamo.  I  Pas- 
sagini  rivendicavano,  forse  di  fronte  a  chi  la  concul- 
cava, l' osservanza  della  legge  di  Mosè,  insistendo,  se 
non  altro,  sopra  il  sabato  e  la  circoncisione.  Degli 
Arnaldisti  diremo  sol  questo,  che  1'  essere  soprav- 
vissuti così  lungamente  e  nella  patria  del  maestro 
al  suo  martirio,  era  una  riprova  della  vitalità  di 
quella  dissidenza,  detta  già  la  setta  de'  Lombardi. 
Sono  menzionati,  infine,  gli  Umiliati  ed  i  Poveri  di 
Lione  come  più  o  meno  indistinti.  Ora  ecco  quel  che, 
intorno  gli  Umiliati,  si  legge  nella  cronaca  stessa  ove 


abbiamo  attinte  le  prime  notizie  relative  ai  loro  fra- 
telli di  Lione  : 

«  V  era  nelle  città  di  Lombardia  un  certo  numero 
di  cittadini,  i  quali,  senza  venir  meno  agli  uffici  do- 
mestici, osservavano  una  regola  che  s' erano  scelta 
da  sé.  Vestiti  con  semplicità,  si  astenevano  dal  men- 
tire, dal  giurare  e  dalle  liti  in  tribunale,  ed  erano 
avversi  alla  fede  cattolica.  Si  volsero  al  pontefice  per 
chiedergli  di  confermare  la  loro  professione.  Questi 
rispose  di  essere  pronto  a  confermare  quanto  prati- 
cassero ne' limiti  dell'onestà  e  dell'umiltà;  però  av- 
vertissero di  non  tener  riunioni,  né  tampoco  presu- 
messero di  predicare  in  pubblico,  perchè  ne  li  di- 
vietava espressamente.  Costoro,  sprezzando  il  divieto, 
disubbidirono,  e  così  furono  scomunicati.  Si  chiama- 
vano Umiliati,  perchè  vestivano  in  modo  semplice, 
senza  colori.  »  (1) 

Queste  cose  erano  avvenute  a  Milano,  sotto  1  pon- 
tificato di  Alessandro  III,  e  si  può  ben  supporre  che 
i  Poveri  di  Lione  non  fossero  ignari  della  sorte  toc- 
cata ai  loro  fratelli  di  Milano.  Forse  Valdo  li  visitò, 
durante  il  suo  viaggio  a  Roma;  poi,  e  questo  lo  sap- 
piamo con  certezza,  trassero  ad  essi  alcuni  de'  nostri 
profughi  di  Lione,  dopo  eh'  era  sopravvenuto  il  bando. 
Quel  che  seguisse,  ora  vedremo. 


IL 

Unione  e  scissure. 

Dal  fin  qui  detto  è  già  chiaro  che,  se  la  regola 
de'  Poveri  di  Lione  era  incompatibile  coli'  indirizzo 


(1)  Cron.  Lauduhense,  ap.  Pertz,  dov'è  completa. 


39 
«Iella  Chiesa  dominante  e  con  alcune  dissidenze,  in- 
vece fra  essi  e  gli  Arnaldisti  e  gli  Umiliati  correvano 
rapporti  di  vera  affinità.  Erano  fratelli;  a  gara  mi- 
ravano alla  restaurazione  della  cristianità  apostolica 
primitiva.  Tanto  gli  uni  come  gli  altri  volevano  ri- 
vendicato il  diritto  della  libera  predicazione  evan- 
gelica. Bensì  differivano  i  Poveri  di  Lione  dagli  Umi- 
liati circa  i  rigori  del  voto  di  povertà  e  la  libertà  del 
lavoro.  In  quanto  agli  Arnaldisti,  accentuavano  la 
loro  separazione  dalla  Chiesa  dominante;  erano  forse 
i  più  indipendenti,  perchè  ferali  su  questo  principio, 
che  soltanto  chi  mena  vita  apostolica  può  pascere  le 
anime  e  celebrare  i  sacramenti. 

Queste  affinità  fra'  Poveri  di  Lione,  gli  Umiliati  e 
gli  Arnaldisti,  ebbero  per  effetto  di  aprir  la  via  ad 
una  unione,  anzi,  ad  una  riforma  per  opera  di  Valdo, 
che  vediamo  quindi  salutato  riformatore  dalle  comu- 
nità sorelle  di  Lombardia. 

Però,  se  la  riforma  durò,  1'  unione  fu  tosto  scissa 
per  la  disparità  delle  opinioni  su  cose  secondarie.  Già 
l'anno  dopo  il  concilio  di  Verona,  certo  Ugo  Spe- 
roni s' era  diviso  dalla  comunità  de'  Poveri  di  Lione 
stabiliti  in  Lombardia,  tirandosi  dietro  un  drappello 
di  seguaci  detti  Speronasti.  Ma  la  scissura  principale 
risale  all'  anno  1205. 

Un  anziano  de'  Lombardi  era  sorto  a  fare  opposi- 
zione a'  fratelli  oltremontani.  Fu  eletto  proposito, 
come  si  diceva,  e  vita  durante.  Chiamavasi  Gio- 
vanni da  Ronco,  forse  perchè  natio  di  una  delle  lo- 
calità lombarde  di  quel  nome.  Valdo  che,  oltre  al- 
l'essere  il  fondatore  della  comunità,  avea  l'ufficio 
di  rettore  generale  per  regolare  elezione,  censurò 
la  mossa  de'  fratelli  di  Lombardia,  ricusò  di  rico- 
noscere il  loro  proposito,  e  diceva:  «  Non  ammet- 
terò mai  che  si  eleggano  nella  nostra  comunità  pre- 


40 

positi  a  vita,  né  da  noi  né  in  Lombardia;  ne  vedo 
accordo  possibile,  se  anche  convenissimo  su  ogni  al- 
tro punto,  finché  non  la  si  finisca  colla  corporazione 
de' lavoratori.  »  (1)  Avvenivano  fiere  dispute.  Là  si 
escludevano  dalla  comunità  fratelli  lombardi,  e  qui, 
per  rappresaglia,  venivano  espulsi  fratelli  lionesi.  Tali 
discordie  facevano  ripensare  a  quelle  de'  Catari,  fra 
Albanesi  e  Concorezzesi,  e  si  molteplicarono  a  segno 
che  al  dire  di  uno  de'  Poveri  di  Lione,  reduce  dalla 
Lombardia,  Milano  annoverava  non  meno  di  dicias- 
sette diverse  comunità,  tutte  in  lite  fra  di  loro.  Non 
è  a  dire  quanto  uno  spettacolo  siffatto  rallegrasse  i 
nemici.  «  Vedete,  essi  dicevano,  come  si  condannano  a 
vicenda  ;  sono  divisi,  irreconciliabili,  come  acqua  e  fuo- 
co. È  manifesto  che  non  sono  la  Chiesa  di  Dio.  »  (2) 

Alcuni  cominciarono  a  disanimarsi,  e  v'  era  chi 
pensava  al  ritorno,  non  in  Francia,  ma  nella  Chiesa  di 
Roma.  Del  resto,  quel  movimento  retrogrado  nasceva 
pure  in  Francia,  per  istigazione  di  alcuni  ecclesiastici 
già  arruolati  nelle  file  de'  Poveri  di  Lione  e  che  ve- 
demmo assistere  alla  disputa  di  Pàmiers.  Uno  di  co- 
storo, Durando  d'  Osca,  n  era  divenuto  promotore,  e, 
col  favore  di  papa  Innocenzo  III,  avea  arruolata  una 
schiera  detta  de'  Poveri  Cattolici,  come  si  appellaro- 
no anche  i  nostri  retrogradi  di  Lombardia.  Or  questi 
mandarono  una  delegazione  a  Roma,  1'  anno  1210,  e 
il  pontefice  che  avea  già  concessa  la  prima  sanzione 
all'  ordine  di  san  Francesco  d' Assisi,  ma  con  rigorose 
condizioni,  1'  accolse  benigno,  salvo  ad  esaminarla. 

—  Che  vogliono  dire  codesti  vostri  sandali  che  vi 
lasciano  il  piede  seminudo? 

—  Così  usavano  gli  Apostoli. 


(1)  Rescriptum  heresiarcharum  Lombardie,  n.  4.,  ap.  Preger,  oj>.  rit. 

(2)  Prol.  Saprà  Stella,  di  Burci,  secondo  un  cod.  della  Laurenziana. 


41 

—  Avete  cappe  da  frati,  ma  i  capelli  a  ino'  de'  laici, 
perchè? 

—  Così  usavano  gli  Apostoli. 

—  E  poi,  sento  dire  che  pellegrinate  con  donne; 
si  elice  perfino  che  siete  soliti  alloggiare  sotto  lo  stesso 
tetto. 

—  Che  male  e'  è  ì  Non  si  legge  forse  che  san  Pie- 
tro «  menava  attorno  una  donna  sorella?  » 

—  Xon  lo  approvo.  E   non   tollero   che,   essendo 
laici,  vi  facciate  lecito  predicare  e  amministrare  i  sa 
cramenti. 

Per  allora  i  nostri  dissidenti  furono  respinti;  poi. 
acconciatisi  a  voleri  del  pontefice,  questi  ne  scrisse 
al  vescovo  di  Cremona  e  all'  arcivescovo  di  Milano 
per  levare  ogni  ostacolo  alla  loro  riconciliazione  colla 
Chiesa.  A  Milano,  s'  era  recato  Durando  d'  Osca  e 
s' era  adoperato  a  farvi  aderenti.  Però  questi  mette- 
vano per  condizione  che  venisse  lor  restituito  il  libero 
uso  del  loro  locale  o  se  ne  concedesse  un  altro  di  lor 
convenienza,  ed  è  verosimile  che,  mercè  le  premure 
di  papa  Innocenzo  III,  ottenessero  questa  soddisfa- 
zione. (1) 

Però,  dopo  breve  giro  di  anni,  i  Poveri  Cattolici 
sparirono  nelle  file  degli  Eremiti  Agostiniani.  •  Si 
spensero,  dice  un  loro  apologista,  e  nessuno  vi 
badò.  »  (2) 

Ma  codesti  retrogradi  non  ci  facciano  perdere  d' oc- 
chio un  altra  schiera  più  numerosa,  che  proseguiva 
il  suo  cammino  nelle  riforme  iniziate  da  Valdo.  Que- 
sti, frattanto,  moriva;  le  pratiche  già  tentate  per 
cessare  la  discordia  co'  Poveri  di  Lione  furono  ri- 
prese, e  si  bandì  a  quell'  intento  un  colloquio  speciale. 


(1)  Cron.  di  Burcardo  e  Corrado  Ursperg.,  ap.  Pertz. 

(2)  Hurter,  Hist.  (hi  pape  Imi.  III. 


42 


III. 
Il  colloquio  di  Bergamo. 

Indetto  per  il  mese  di  maggio  1218,  ebbe  luogo 
nelle  vicinanze  di  Bergamo  colla  partecipazione  di 
dodici  delegati,  sei  di  parte  oltremontana,  e  sei  di 
parte  lombarda. 

Appena  convenuti,  i  delegati  lombardi  interpella- 
rono quelli  di  Francia  per  sapere  se  tenessero  ferma 
o  meno  la  solenne  dichiarazione  fatta  da  Pietro  Valdo 
riguardo  la  elezione  del  preposito  e  le  corporazioni 
«le' lavoratori.  Furono  subito  rassicurati,  e  si  stabilì 
che,  in  quanto  a'  capi  delle  due  comunità  ora  di- 
vise, o  si  trattasse  di  prepositi  a  vita  o  di  rettori  a 
tempo,  venissero  eletti  da  un  comune  capitolo;  che, 
in  quanto  ai  lavoratori  che  desiderassero  sottomet- 
tersi alla  regola,  si  definissero  i  casi  loro  ad  uno  ad 
uno,  secondo  che  volevano  viver  soli  o  uniti  in  asso- 
ciazione. A  rimuovere  poi  alcuni  screzi  circa  il  bat- 
tesimo, il  matrimonio  e  qualche  vertenza  discipli- 
nare, fu  convenuto  di  ritenere  necessario  per  la  sa- 
lute il  battesimo  d'acqua,  indissolubili  le  nozze,  salvo 
il  mutuo  consenso  de  coniugi,  per  la  più  libera  os- 
servanza della  regola,  intorno  a  che,  del  resto,  veniva 
riservato  il  giudizio  della  comunità.  Infine,  si  ammi- 
sero gli  espulsi  a  chiedere  e  a  dare  soddisfazione  se- 
condo la  legge  divina.  Dopo  di  ciò,  mossero  i  Lom- 
bardi la  seguente  domanda:  Dato  il  caso  che  abbiate 
una  credula  opinione  o  usanza  che  non  si  possa  giu- 
stificare colla  divina  Scrittura,  pretendereste  mair 
non  solo  di  non  desistere,  ma  di  costringere  noi  a 
tenerla?  Mai  no,  risposero  i  fratelli  di  Francia. 


43 
Adunque,  che  restava  se  non  di  firmare  la  pace? 
Invece,  non  se  ne  fece  nulla,  almeno  per  allora.  Le 
questioni  relative  a  Valdo  e  a  Viveto  tornarono  in 
campo,  ridestando  i  mal  sopiti  rancori.  I  seguaci  loro 
che,  per  moderazione  e  amor  di  pace,  si  erano  ras- 
segnati a  non  mantenere  il  tenore  della  dichiarazione 
del  loro  capo,  non  per  questo  erano  disposti  a  la- 
sciare che  la  memoria  sua  e  del  collega  Viveto  pa- 
tisse biasimo,  che  forse  non  meritava.  I  Poveri  di 
Lombardia,  tenaci  la  loro  parte,  uscirono  in  parole 
stravaganti.  <<  Li  crederemo  salvi,  essi  dissero,  ma 
solo  nel  caso  che,  prima  di  morire,  abbiano  fatto  am- 
menda dinanzi  a  Dio  per  le  loro  oifese.  »  A  questa 
mossa,  Pietro  de  Relana,  successore  di  Valdo,  si  levò 
indignato.  <<  Ebbene,  rispose  egli,  noi  crediamo  che 
Valdo  è  in  paradiso,  e  se  ne  dubitate,  vuol  dire  che 
la  pace  non  si  farà.  »  (1) 

Però,  per  quanto  velenosa  fosse,  quella  quistione 
si  poteva  ancor  sanare  con  una  parola  di  carità,  ispi- 
rata a  riflessione.  Più  delicata  era  quella  che  dovea 
ancora  sorgere  e  che  impedì  per  alquanto  tempo  la 
riconciliazione.  Si  tratta  dell'  eucaristia,  cioè  di  quel 
santo  rito  d'  amore  stabilito  da  Cristo  a  simboleg- 
giare la  fratellanza,  ma  che  una  scolastica  teologia, 
a  gara  colla  superstizione,  convertì  sovente  in  pomo 
di  discordia.  Vera  profanazione,  già  scandalosa  a'  dì 
di  Gregorio  VII,  come  seppe  il  martire  Berengario,  e 
che  avea  da  ricomparire  a  dì  di  Lutero  e  delle  di- 
spute sacramentarie.  Tant'  è  vero  che,  perfino  alla 
mensa  del  Redentore,  i  cristiani  imparano  male  la  le- 
zione di  carità.  Al  paragone,  è  facile  il  voto  di  po- 
vertà e  V  andare  attorno  co'  piedi  seminudi.  Ma  che 
cosa  divideva  gli  animi  de'  Poveri  di  Lione  e  di  Lom- 


[1)  Vedi  il  Rescripivm,  n.  15. 


44 

bardia,  riguardo  all'  eucaristia?  Era  forse  il  dogma 
tradizionale,  allora  sancito  da  tre  anni  nel  quarto 
concilio  Lateranense,  il  dogma  della  transustanzia- 
zione? No:  quistionavano  sul  modo  onde  si  operava 
il  miracolo.  Gli  uni  lo  volevano  operato  per  la  virtù 
della  divina  parola  sacramentale;  gli  altri,  invece, 
non  lo  ritenevano  indubitato  se  non  per  la  vita  santa 
del  sacerdote  celebrante.  Questi,  più  rigidi,  erano  i 
Lombardi,  ne'  quali  era  inoculato  il  principio  già  so- 
stenuto da  Arnaldo  da  Brescia.  E  vediamo  che  sa- 
pevano giustificare  il  loro  concetto  con  molte  cita- 
zioni della  Sacra  Scrittura  e  de'  Santi  Padri,  e  lo 
ragionavano  anche  scolasticamente.  Recisi  e  altezzosi 
conchiudevano:  «  È  vero,  vi  fu  tempo  che  la  pensa- 
vamo come  voi  intorno  a  queste  cose  ;  ora  non  è  più 
così.  Vi  diremo  coli'  Apostolo  :  Quando  eravamo  fan- 
ciulli, parlavamo  da  fanciulli,  pensavamo  da  fanciulli 
e  ragionavamo  da  fanciulli;  ma,  fatti  uomini,  abbiamo 
smesse  come  inutili  quelle  puerili  cose.  Noi  non  pos- 
siamo andare  contro  la  verità  manifesta  nelle  Sacre 
Scritture,  anche  se  i  seguaci  di  Valdo  ci  volessero 
costringere.  A  Dio  vogliamo  ubbidire  piuttosto  che 
agli  uomini.  Forse  che  Paolo  cedette  a  coloro  che  lo 
voleano  ridurre  sotto  '1  giogo  della  legge?  Anzi,  resi- 
stette. E  Pietro,  quando  ebbe  esposto  l' ordine  avuto 
in  visione,  riguardo  alla  conversione  di  Cornelio,  non 
fu  impedito  da'  suoi  confratelli,  uè  questi  presero  mo- 
tivo dalle  sue  parole  a  suscitare  discordie,  ma  si  ac- 
quetarono e  glorificarono  Iddio,  dicendo  :  «  Adunque, 
anche  ai  Gentili  Iddio  ha  dato  il  ravvedimento  per 
che  abbiano  vita  ».  (1) 

Se,  per  un  verso,  questa  discordia  dimostra  come 
la  protesta  di  Valdo  acquistasse  vigore,  essa  ci  lascia 

(1)  Ibid.,  n.  25. 


45 
meravigliati  che,  così  divisi,  i  seguaci  suoi  potessero, 
nel  campo  della  missione,  affrontare  l'ira  della  Chiesa 
dominante.  Si  pensi  che  la  persecuzione  era  ornai 
scatenata,  segnatamente  dall'  ultimo  concilio  Latera- 
nense  che  avea  reiterate  le  più  ampie  scomuniche; 
l' inquisizione  era  impegnata  più  che  mai  nella  lotta 
contro  l' eresia,  col  favore  di  nuovi  decreti  vie  più  ri- 
gorosi, emanati  l'anno  1232,  da  Ravenna,  colla  firma 
di  Federigo  II  imperatore.  Nel  vedere  congiurati  il 
leone  e  la  lupa  a  impedirle  la  via,  non  è  a  temersi 
che  la  nostra  piccola  falange  perda 

la  speranza  dell'  altezza? 

Quanti  siete  voi?  chiedeva  loro  con  ischerno  un 
tale  Burci  da  Piacenza.  «  Quando  il  mondo  avesse  a 
durare  altri  cinquantanni'  anni,  non  arrivereste  mai 
a  raggiungere  quel  numero.  Un  uomo  vi  potrebbe  nu- 
merar tutti  in  un  solo  dì  »,  (1) 

Ma  quello  schernitore  avea  la  vista  appena  lunga 
una  spanna.  Se  avesse  potuto  arrivare  collo  sguardo 
oltre  i  monti,  nel  campo  della  missione,  vi  avrebbe 
veduto  questo  manipolo  di  credenti  temuto  dagT  in- 
quisitori a  segno  da  venir  ritenuto  «  pernicioso  più 
che  ogni  altra  setta,  »  e  moltiplicare  al  di  là  di  ogni 
sua  previsione. 


IV. 

La  Missione. 

La  missione  valdese  era  già  molto  avviata  quando 
a  discordia  accennò  la  prima  volta  a  scompigliarne 


(1)  Prologo  citato,  codL  della  Laurenziana. 


46 

le  file.  «  Nella  vostra  regola,  dice  una  lettera  di- 
retta ai  Poveri  di  Lombardia  più  di  cent'  anni  do- 
po, sta  scritto  che  al  principio  dell'  ordine  vostro 
i  vostri  fedeli  si  erano  fieramente  moltiplicati,  a 
seguo  che,  ne'  sinodi,  ammontava  il  numero  loro  a 
settecento  e  fino  a  mille.  »  Vasto  era  dunque  sta- 
to, fin  da  principio,  il  campo  della  missione.  Può 
dirsi  che  non  si  stendesse  solo  a  pie  delle  Alpi,  ma 
lontano,  fin  dove  ne  corrono  i  fiumi.  Poi  s' era  ve- 
nuta a  poco  a  poco  distinguendo  in  due  grandi  Pro- 
vincie, l' una  delle  quali  quasi  riservata,  si  direbbe,  ai 
nostri  Poveri  di  Lombardia,  che  vediamo  inoltrarsi 
per  scabri  sentieri  fino  alle  vallate  superiori  del  Reno, 
e  più  verso  Oriente. 

Poco  dopo  il  colloquio  di  Bergamo  partirono  due 
messaggieri,  Ingoio  e  Algosso,  per  un  distretto  meri- 
dionale di  Alemagna,  latori  di  una  lettera  che  infor- 
mava circa  l' esito  di  esso  i  fratelli  Lionesi,  forse  ivi 
in  missione  comune  con  essi.  Se  ne  arguisce  che  il  la- 
vorìo missionario  non  era  stato  interrotto,  e  così  ci 
sarà  possibile  di  comprendere  i  risultati  che  tosto  si 
affacciano  al  nostro  sguardo,  massime  dopo  la  rot- 
tura fra  1  papato  e  l'impero,  ancora  sotto  Federigo  II, 
poi  sotto  Corrado  IV.  Va  tenuto  conto  di  questa  mu- 
tazione degli  avvenimenti  politici,  perchè  può  dirsi 
che  l' interdetto  papale  spalancasse  le  porte  ai  nostri 
missionari.  «  Quando  l'interdetto  è  scagliato  contro 
una  città,  )>  nota  una  cronaca  del  tempo,  «  i  Valdesi 
esultano,  perchè  così  torna  loro  più  facile  di  corrom- 
pere il  popolo.  Allora  disputano  pubblicamente,  nel 
foro  e  sulle  piazze  »  e,  soggiunge  un  inquisitore, 
«  perfino  da'  tetti  delle  case  ».  E  si  crede  che  qual- 
cuno de' principi  dell'impero  di  parte  ghibellina,  forse 


47 
Ottone  II  di  Baviera  o  Federigo  II  d'  Austria,  en- 
trasse in  relazione  con  essi.  (1) 

Però  concorrevano  al  prestigio  della  missione  altre 
cagioni  meno  esteriori,  che  non  si  vorranno  tacere 
quando  le  hanno  a  riconoscere  gli  stessi  giudici  del- 
l' eresia,  i  quali  per  poco  non  si  trasformano  qui  in 
apologisti  della  missione  valdese. 

Fra  le  prime  cagioni  sono  lo  zelo  e  Y  abnegazione 
che  muovono  i  nostri  evangelizzatori  in  cerca  delle 
anime.  Va  da  se  che,  quando  si  chiamano  Poveri,  vo- 
gliano evangelizzare  principalmente  i  poveri;  ma  non 
si  direbbe  che,  com'è  più  grande  la  miseria,  più  abbia 
fascino  per  loro  ì  Li  vediamo  entrare  perfino  in  case 
di  lebbrosi  per  confortarli  colle  promesse  di  Cristo. 
Ma  il  loro  zelo  non  si  sazia.  Pensano  anche  ai  ricchi 
che  possono  essere  «  poveri  in  ispirito  ».  Per  visitarli 
però,  su  nelle  loro  castella,  conviene  accoppiare  alla 
semplicità  della  colomba  l' astuzia  del  serpente.  Per- 
ciò si  travisano,  simulano  qualche  mestiere,  per  lo 
più  quello  del  mereiaio  ambulante.  Assistiamo,  colla 
guida  di  un  inquisitore,  ad  una  delle  loro  visite. 

Il  mereiaio  arriva.  Dapprima  esibisce  alle  dame 
qualche  gioiello  di  moda,  anella,  spilli,  per  esempio, 
o  qualche  velo;  per  le  genti  di  servizio  serberà  degli 
aghi.  Finita  la  vendita,  una  voce  chiede:  Mereiaio, 
non  hai  altro?  Allora  comincia  davvero.  Ho  gemme, 
dice,  e  sarebbero  assai  preziose,  ma  non  bisognerà 
tradirmi.  Rassicurato,  prosegue:  Ho  una  perla  così 
lucente,  che  per  la  sua  virtù  ogni  uomo  perviene  a 
conoscere  Dio;  ne  ho  un'altra  così  fulgida  da  accen- 
dere r  amore  di  Dio  in  chi  la  possiede.  Parla  di  perle,, 
ma  per  figura,  osserva  qui  il  nostro  inquisitore,  onde 
non  si  sospetti  alcuna  magìa.  Quindi  il  mereiaio  co- 


(1)  Haupt,  Waldenserihum  a.  Inquizition,  1890,  p.  10. 


mincia  a  dire  a  memoria  soavi  detti  di  Cristo  o  altre 
parole  del  Vangelo.  Una  volta  sicuro  dell'  attenzione 
degl'  interlocutori,  mette  innanzi  parole  come  queste  : 
«  Guai  a  voi,  scribi  e  farisei  ipocriti,  perciocché  voi 
serrate  agli  uomini  il  regno  de'  cieli;  voi  stessi  non 
entrate  e  non  lasciate  entrare  coloro  che  lo  vorreb- 
bero ».  A  chi  mai  sono  dirette?  chiede  la  castellana. 
Ai  chierici  e  ai  religiosi,  risponde  il  mereiaio.  E  lì,  si 
diffonde,  paragonando  i  chierici  con  i  farisei  e  addu- 
cendo  a  riprova  altri  detti  di  Cristo.  Poi  conchiude: 
Costoro  perseguitano,  e  noi  soffriamo  persecuzione; 
dicono  e  non  fanno,  e  noi  pratichiamo  tutto  quanto 
insegnamo;  insegnano  tradizioni  e  comandamenti 
d' uomini,  e  noi  siam  contenti  di  persuadere  le  genti 
ad  osservare  la  dottrina  di  Cristo  e  degli  Apostoli. 
Sono  due  vie  diverse.  Ora  voi,  scegliete. 

Non  è  a  dire  se  facesse  breccia.  Per  lo  più  il  ca- 
stello diventava  rifugio  per  lui  e  per  i  suoi  ne'  giorni 
di  persecuzione. 

Se  lo  zelo  di  quegli  evangelizzatori  è  ingegnoso,  è 
anche  intrepido.  Una  notte  d' inverno,  e  non  si  di- 
mentichi che  siamo  in  Germania,  uno  di  costoro  tra- 
versò una  riviera  a  nuoto.  Qui  l' inquisitore  che  ci 
guida  si  ferma  ammirato  e  volgendosi  a'  colleghi  nel 
sacerdozio  sclama:  Che  fervore!  Ripensando  quanto 
siamo  negligenti,  non  ci  sentiamo  noi  salire  il  ros- 
sore alla  fronte?  (1) 

<{  Pratichiamo  tutto  quanto  insegnamo.»  Quella  fie- 
ra parola  era  una  sfida  quando  i  disordini  della  Chiesa 
e  la  corruzione  del  clero,  per  dichiarazione  degli  stessi 
inquisitori,  passava  ogni  misura.  E  chi  '1  crederebbe  ? 
La  sfida  ebbe  da  un  giudice  dell'  eresia  la  risposta 
seguente,  che  varrà  a  sfatare  molte  maldicenze: 


l  )  "  Observti  fervorem  . .  Erubescat  negligentia  fidelhimdoctorum." 


49 
-  Sono  riconoscibili  da'  loro  costumi  e  da'  loro  di- 
scorsi. Regolati,  modesti,  evitano  lo  sfarzo  ne' vesti- 
menti, che  sono  di  stoffa  né  preziosa  ne  vile.  Xon 
trafficano  per  non  esporsi  a  mentire  e  a  giurare  e  a 
ingannare.  Vivono  del  lavoro  delle  loro  mani.  I  loro 
stessi  maestri  sono  tessitori  o  calzolai.  Xon  tesoreg- 
giano, contenti  al  necessario.  Son  casti,  massime  i 
Leonisti  ;  sono  sobri  e  non  usano  alle  bettole  uè  alle 
danze,  perchè  non  hanno  gusto  a  siffatte  vanità.  Si 
guardano  dall'  ira.  Assidui  al  lavoro,  pur  trovano 
modo  di  studiare  e  d'insegnare,  e  così,  poco  è  il  tempo 
che  loro  avanza  per  1'  orazione.  Praticano  in  Chiesa. 
si  confessano,  si  comunicano,  assistono  alla  predica, 
però  col  fine  di  cogliere  in  errore.  Xelle  parole,  so- 
no precisi  e  modesti;  rifuggono  da  ogni  maldicenza 
e  da  ogni  parlare  buffonesco,  ozioso,  come  dal  men- 
tire. Non  giurano;  neppur  dicono  «  in  verità  »  o 
certamente,  »  perchè,  secondo  essi,  sarebbe  lo  stesso 
che  giurare.  »  (1) 

Per  intendere  che  un  inquisitore  potesse  scrivere 
a  quel  modo,  fa  d'  uopo  rammentare  che  la  sua  rela- 
zione non  era  destinata  al  pubblico,  ma  solo  ad  in- 
formare gli  altri  agenti  della  polizia  ecclesiastica, 
com'  era  di  solito  il  caso. 

Rileveremo  ora  un  fatto  già  accennato  con  altre 
parole,  quando  discorrevamo  de' Poveri  di  Lione,  per- 
chè è  caratteristico  per  tutta  la  famiglia  valdese.  Si 
tratta  della  predicazione.  Ancora  qui  era  intesa  a 
insegnare,  a  martellare  la  parola  evangelica  negli  udi- 
tori, su  per  giù  come  usano  i  maestri  co'  piccoli  fan- 
ciulli, e  non  è  a  dire  quanto  facesse  breccia  nella 
memoria  de'  più  umili.  Se  avveniva  che  uno  di  que- 
sti si  scusasse  di  non  riuscire  a  nulla,  allora  il  mae- 


(1)  •■  <v>uia  haec  reputant  juramenta.  "  Inq.  <li  Passai;. 

Stor.    Vàia.  4 


50 

stro  :  <<:  Fa',  diceva,  d' imparare  ogni  dì  ima  parola 
soltanto  ;  alla  fine  dell'  anno  ne  saprai  molte.  »  E 
riferisce  a  questo  punto  il  nostro  inquisitore  che 
«  volgarizzavano  l' Antico  e  il  Nuovo  Testamento,  » 
soggiungendo  :  «  Io  vidi  e  udii  un  bifolco  che  recitava 
a  mente  tutto  il  libro  di  Giobbe,  parola  per  parola  : 
altri  poi  ne  conobbi  i  quali  sapevano  a  perfezione 
l' intero  Nuovo  Testamento.  '»  Qui  lo  colpisce  il  con- 
trasto che  passa  fra  costoro  ed  i  teologi  cattolici,  ed 
egli  nota:  «  È  più  facile  di  trovare  fra  quella  gente 
chi  sappia  recitare  il  testo  delle  Sacre  Scritture,  che 
non  un  dottore  che  ne  possa  dire  solo  tre  capitoli. »(1) 

Vero  è  che,  quanto  a  grammatica,  quegli  umili 
credenti  non  sostenevano  il  paragone  co'  dottori 
della  Chiesa.  Talora  si  divertivano  a  stuzzicare  la 
loro  pedanteria.  Così,  per  esempio,  dove  San  Gio- 
vanni scrive  che  Cristo  «  è  venuto  tra'  suoi  >>  e  che 
«  i  suoi  non  l' hanno  ricevuto,  »  invece  di  leggere 
«  i  suoi,  »  come  vuole  la  Volgata,  leggevano  «  i  porci,  » 
con  un  rozzo  giuoco  di  parole.  (2)  I  dottori  n  an- 
davano sulle  furie,  ripensando  forse  a  quel  detto  di 
papa  Innocenzo  III,  che  le  bestie  che  toccano  il  sa- 
cro monte  devono  essere  lapidate. 

Ora,  così  essendo,  non  ci  farem  meraviglia  che,  sui 
passi  de'  nostri  evangelizzatori,  sorgessero  gli  ade- 
renti e  le  congregazioni  in  numero  considerevole.  È 
significante  il  fatto  che  quegli  aderenti  si  chiamas- 
sero «  gli  amici.  >>  Il  soprannome  di  nemico,  di  stra- 
niero, era  serbato  agi'  inquisitori  e  a'  loro  correligio- 
nari fedeli,  massime  dove  i  principi  erano  in  lotta 
col  papa  ed  erano  caduti  i  fulmini  di  Roma.  Giovò 
anche  a  rinforzare  la  missione  un  avvenimento  di 


(1)  "  Qui  triti  capitula  continuata  sciat  corde.  "  llnd. 

(2)  "  Sul  eum  non  receperunt,  "  dice  la  Volgata;  ma  per  giuoco 
leggevano  sues. 


51 

molta  importanza,  e  questo  fu  la  conversione,  più  o 
meno  occasionale,  de'  Catari.  Aveano  aperta  la  via  ai 
Poveri  lombardi  oltre  le  Alpi,  come  anche  a  loro  fra- 
telli di  Lione;  ora  si  fusero  nella  loro  regola  in  molte 
località,  per  fare  opera  comune.  Gran  parte  delle  po- 
polazioni andava  distaccandosi  dalla  Chiesa  di  Roma  : 
avveniva  che  i  sacerdoti  cadessero  vittime  del  furor 
popolare,  massime  se  convinti  di  aver  cagionato  la 
morte  di  qualcuno  de'  nostri  missionari.  In  qualche 
regione  dell'  Austria  pareva  che  il  risveglio  religioso 
accennasse  a  farsi  addirittura  imponente.  Così,  nella 
regione  che  si  estende  dall'  Imi  fino  a  Vienna,  dove 
campeggia  la  città  di  Passau  eh'  era  sede  di  rea- 
zione clericale,  non  meno  di  quarantadue  località 
sono  indicate  come  infette  d' eresia  valdese.  In  una 
di  esse  contaronsi  fino  a  dieci  luoghi  di  adunanze. 
Cinquant'  anni  più  tardi,  ossia  al  principio  del  se- 
colo decimoquarto,  il  ducato  d' Austria  era  pur  sem- 
pre un  focolare  di  libera  predicazione.  La  luce  evan- 
gelica vi  restava  accesa  in  non  meno  di  trentasei 
località,  che  vediamo  più  esposte  alla  persecuzione. 
Fra  le  vittime,  ci  si  affaccia  un  vescovo  valdese  che 
teneva  1'  ufficio  suo  da  mezzo  secolo.  Vicino  a  mo- 
rire, suggellò  la  sua  fede  col  dichiarare  apertamente 
che  il  numero  degli  aderenti  ammontava  nel  solo 
ducato  a  più  di  ottantamila. 

Non  finiremmo  così  presto  questo  cenno  se  voles- 
simo spigolare  le  notizie  che  la  missione  valdese  of- 
fre, in  altre  parti  di  Aleinagna,  nella  Stirili,  nell'  Un- 
gheria, nella  Slesia,  in  Polonia  e  più  oltre  in  Oriente, 
come  pure  in  Baviera,  nella  Franconia,  nella  valle  del 
Reno,  in  Turingia  e  Sassonia,  nel  Brandeburgo,  in 
Pomerania,  massime  però  in  Boemia  e  in  Moravia, 
ove  s' intrecciano  tutte  le  dissidenze,  da  quelle  di 
Wiclif  e  di  Huss  fino  a  quella  de'  Poveri,   vuoi  di 


Francia  come  di  Lombardia.  Basterà,  riguardo  agli 
ultimi  paesi  ora  menzionati,  ricordare  un  lamento 
emesso  l'anno  1381  dall'arcivescovo  Giovanni  di  Pra- 
ga: <(  La  zizzania  seminata  in  Moravia  dagli  eresiar- 
chi  valdesi,  ebbe  a  dire  quel  prelato,  si  è  moltiplicata 
per  modo  da  renderne  1'  estirpazione,  non  solo  mala- 
gevole, ma  pericolosa.  »  (1) 

Rivolgiamo  ora  lo  sguardo  indietro  alla  comunità 
madre,  onde  raccogliere  le  ultime  notizie  che  se  ne 
possono  avere. 


V. 

Ultimi  Ricordi. 

La  comunità  de'  Poveri  di  Lombardia  visse  tanto 
nella  sua  missione,  che  fuori  di  questa  si  cerchereb- 
bero ornai  invano  le  prove  della  sua  esistenza.  Colà  i 
polsi,  a  dir  così  ;  a  Milano  il  cuore,  donde  rifluisce  la 
vita.  Su  pei  ruvidi  sentieri  della  Svizzera  e  lungo 
il  Reno,  come  fra  le  ondeggianti  e  monotone  col- 
line selvose  di  Boemia  e  perfino  in  Polonia,  e'  im- 
battiamo ora  in  viandanti  che  portano  le  collette, 
ora  in  giovani  leviti  che  traggono  a  studiare  le  sacre 
lettere,  tutti  avviati  a  Milano.  Uno  di  costoro  se  ne 
tornava  un  dì  oltr'  Alpi,  dopo  esserci  stato  ben  di- 
ciotto anni.  Raccontava  di  avervi  studiato  a  scuola 
de'  Valdesi,  ossia  imparato  a  memoria  il  Nuovo  Te- 
stamento e  molti  libri  dell'  Antico.  Questa  scuola  era 
ancor  fiorente  nel  secolo  decimoquarto,  e  si  legge 
che,  non  per  eccezione,  ma  di  solito  vi  pellegrinassero 
studiosi  fin  dalla  Boemia.  Insomma,  è  chiaro  eh'  era 

(1)  Haupt,  1.  a,  p.  55. 


53 
a  Milano  1  alveare  della  missione.  E  quindi  più  che 
verosimile  che  ivi  fosse  anche  la  residenza  de'  succes- 
sori di  quel  Giovanni  da  Ronco  che,  dopo  Valdo,  era 
stato  il  primo  capo  de'  Poveri  di  Lombardia;  di  quel- 
1'  Ottone  di  Ramezello,  per  esempio,  che,  segnando 
il  suo  nome  nella  lettera  scritta  forse  1'  anno  1218  ai 
Leonisti  di  Alemagna,  accompagnavalo  col  titolo  pro- 
prio di  «  confratello  dei  poveri  in  ispirito.  »  (1). 

Dopo  quella  lettera  scorre  più  d'  un  secolo  prima 
ehe  la  comunità  lombarda  ci  lasci  scorgere  notizia  di 
sé,  tanta  fu  la  distruzione  delle  sue  memorie.  Alfine, 
eccone  una  seconda,  scritta  l'anno  1368,  ossia  quando 
la  missione,  raggiunto  '1  suo  fiore,  andava  esposta 
a  nuovi  e  fierissimi  assalti  della  persecuzione.  L'  oc- 
casione che  la  motivò,  il  suo  contenuto  e  1'  essere 
1'  ultima,  a  nostra  conoscenza,  e'  invogliano  ad  attin- 
gervi ancora  quanto  siamo  per  aggiungere. 

Alcuni  maestri,  nella  Stiria,  aveano  ceduto  al  fu- 
rore della  persecuzione,  e,  desertate  le  file,  lavora- 
vano a  trarsi  dietro  i  correligionari.  Lo  si  riferì  ai 
capi  in  Lombardia,  non  senza  menzionare  le  obie- 
zioni che  mettevano  innanzi  i  rinnegati  contro  la  re- 
gola comune.  Ora  viene  la  risposta.  E  firmata  da 
Giovanni,  forse  il  capo,  e  da  tre  suoi  colleghi. 

Subito  ci  colpisce  l' intonazione  di  questa  lettera. 
Se  ci  fa  pensare  alla  precedente,  è  piuttosto  per  ra- 
gione di  contrasto.  In  sostanza,  nulla  è  mutato.  Riful- 
ge pur  sempre  l'indipendenza  della  fede  fondata  sulla 
roccia,  eh'  è  per  essi  Cristo  e  il  suo  eterno  Evangelo  ; 
ma  non  sa  punto  di  spavalderia.  E  ricomposta  nel- 
V  amore  fraterno  e  nella  pace,  mite  nella  sua  indo- 
mita libertà,  perchè  maturata  alla  scuola  della  lotta 
e  del  dolore. 

(1)  V.    Renci'ipturit. 


54 

«  Abbiamo  dovuto  patire  persecuzioni  innumere- 
voli, dice  la  lettera,  le  quali  cagionarono  sovente  la 
quasi  intera  distruzione  de'  libri  nostri,  e  appena  ci 
riuscì  di  salvare  le  Sacre  Scritture.  Ma  Cristo  ci  am- 
monisce di  «  possedere  le  anime  nostre  colla  pazien- 
ze, »  in  vista  della  corona  di  gloria.  Del  resto,  siamo 
grati  a  Dio,  che  avendo  rimessa  in  vita  l' anima  no- 
stra, non  permise  che  i  nostri  piedi  inciampassero, 
dopo  averci  provati  e  posti  al  cimento,  come  si  pone 
1'  argento.  Ora  simpatizziamo  con  voi,  fratelli,  nelle 
vostre  avversità,  come  abbiamo  congioito  nella  pro- 
sperità, perchè,  «  se  un  membro  patisce,  tutte  le 
membra  compatiscono,  »  come  dice  l' Apostolo.  E  vi 
esortiamo  a  render  grazie  ne'  giorni  tristi  a  colui  che 
e  potente  per  far  risplendere  di  nuovo  1'  allegrezza 
dopo  le  presenti  tribolazioni.  » 

Di  che  si  tratta?  Di  tre  accuse  da  ribattere  circa  il 
nostro  sapere,  la  nostra  autorità  e  la  nostra  regola, 
che  stimano  deficienti  alcuni  che,  dopo  averci  ab- 
bandonati, seguitano  a  conturbarci. 

In  quanto  al  sapere,  dobbiamo  subito  riconoscere 
che  non  ne  siamo  gran  fatto  ornati.  Però,  per  quanto 
inabili  al  sermoneggiare  elegante,  non  siamo  privi  di 
conoscenza  spirituale.  E  bene  rifarci  al  detto  di  san 
Paolo  intorno  alla  sapienza  de'  savi,  la  quale,  per 
quanto  ampia  e  boriosa,  non  sostiene  il  paragone  con 
quella  che  agli  uomini  par  follia,  ma  viene  da  alto. 
Né  si  dimentichi  che  Gesù  Cristo  rende  grazie  al  Pa- 
dre Celeste  che  rivela  il  tesoro  della  verità,  non  ai 
così  detti  savi  e  intendenti,  ma  ai  piccoli  fanciulli. 
Dunque,  vi  ha  scienza  e  scienza.  La  vera  scienza  è 
umile  e  non  gonfia,  è  sobria  e  non  presume,  è  vera  e 
non  inganna,  è  utile  e  reca  edificazione,  è  salutifera 
e  non  iscompagnata  dalla  carità,  è  liberale  e  si  comu- 
nica disinteressatamente,  ed  è  pronta,  operosa,  eflì- 


cace.  Ora  giudicate  voi  dove  sia  la  sapienza  vera  e 
dove  la  fallace. 

Tu  (filanto  all'autorità,  ci  obiettano  che  Gesù  Cristo 
affidò  a  san  Pietro  le  chiavi  del  Regno  de'  cieli  e  che 
san  Paolo  stabilì  de'  presbiteri.  E  noi,  lo  neghiamo 
forse  ì  Ma  quel  potere  passò  ai  successori  loro  per  i 
(piali  pregò  Cristo,  ossia  <<  a  tutti  coloro  che  credono 
in  lui  per  la  sua  parola.  »  È  quanto  dire  che  ne  ab- 
biamo la  nostra  parte.  Se  non  che  costoro  sciupano 
da  se  il  proprio  ministerio  col  legare  e  sciogliere 
gl'indegni.  Male  interpretano  il  passo  delle  chiavi, 
quasi  che  sapesse  di  farisaico  privilegio.  Ma,  per  tor- 
nare a  noi,  già  avete  udito  quel  che  avvenne  ai  tempi 
di  Costantino,  quando  Silvestro  ricevette  il  tesoro.  I 
compagni  di  Silvestro  protestarono  di  avere  dal  Si- 
gnore la  regola  :  «  Non  prendete  ne  oro  ne  argento.  » 
Silvestro  replicò:  <<  Se  non  rimanete  meco,  vi  caccerò 
in  esilio.  »  Si  rallegrarono  di  quella  minaccia  i  com- 
pagni, perchè  dicevano:  «  Quando  ci  negano  la  ter- 
ra, è  segno  che  ci  è  riservato  il  cielo.  »>  D'  allora  in 
poi  la  cristianità  rimase  divisa;  i  giusti  furono  perse- 
guitati, ma  la  generazione  loro  non  venne  meno.  Im- 
perocché, quando  i  seguaci  di  Cristo  son  perseguitati, 
il  loro  zelo  si  accende  ed  essi  moltiplicano.  Sono  co- 
me l' albero  descritto  da  Giobbe.  «  Un  albero  ritiene 
la  speranza.  Se  tagliato,  ripullula  di  bel  nuovo  e  i 
suoi  rampolli  non  mancano.  Quando  la  sua  radice  è 
invecchiata  e  il  suo  tronco  si  consuma  nella  polvere, 
tosto  che  sente  Y  acqua  rifiorisce  e  rifa  sua  chioma 
come  pianta  novella.  >>  Ora,  vi  fu  un  uomo  che,  simile 
a  germoglio,  rampollò  dal  tronco  della  vera  tradi- 
zione apostolica.  Irrigato  dall'  acqua  dello  Spirito, 
egli  fu,  non  autore,  ma  riformatore  della  nostra  re- 
gola. Quell'  uomo  è  Pietro  Valdo.  V  è  noto  come  egli 
entrasse  nella  via  di  perfezione  e  compisse  Y  opera 


50 

sua  da  forte.  Egli  fu  simile  al  leone  quando  si  sveglia. 
<  >ra,  mercè  sua,  possiamo  dire  come  l'Apostolo  :  «  Ab- 
biamo ricevuto  dal  Signore  quel  che  vi  abbiamo  in- 
segnato. »  Invano,  pertanto,  ci  contendono  un'  auto- 
rità che  abbiamo  dal  Signore  e  da' nostri  superiori  (1). 

Quanto  alla  regola  nostra,  che  diremo?  A  sentirli, 
non  sarebbe  salutifera,  ma  dannosa,  e  in  più  modi. 
Prima  perchè  siamo  mercenari.  Ma  se,  annunziando 
l' Evangelo  viviamo  dell'  Evangelo,  come  ordina  il 
Signore,  siamo  mercenari,  giudicate  voi  di  quel  che 
s'  abbia  da  pensare  di  coloro  che  fuggono  quando 
vedono  arrivare  il  lupo,  non  curandosi  delle  peco- 
re. Ci  biasimano  altresì  perchè  non  ministriamo  i  sa- 
cramenti ecclesiastici  come  usano  gli  altri.  Qui  ri- 
sponderemo colle  parole  di  san  Paolo:  d,  Cristo  non 
ci  ha  mandati  per  battezzare,  ma  per  evangelizza- 
re. »  Poi,  dicono  che  siamo  pur  sempre  pochi.  Ma 
questa  è,  di  regola,  la  condizione  della  Chiesa  di 
Dio.  Per  intendere  che  sia  più  numerosa  quella  dei 
malvagi,  basta  ricordare  che  infinito  è  il  numero 
degli  stolti.  Finalmente,  quando  ci  obiettano  che  la 
Parola  del  Signore  non  si  deve  predicare  in  occulto, 
ma  sui  monti  al  cospetto  di  tutti,  onde  la  lucerna 
non  resti  sotto  '1  moggio,  rispondiamo  che  non  sanno 
che  cosa  significhi  né  il  moggio  né  il  candelabro  sul 
quale  ha  da  venir  posta  la  lucerna.  (2) 

Così  ragionavano  ancora  i  Poveri  di  Lombardia, 
per  la  loro  difesa,  quando  erano  già  fiaccati  dalla 
persecuzione.  Ci  si  sente  pur  sempre  un'  eco  del- 
l' antico  ardore  polemico,  che  li  distingueva  perfino 
da'  loro  confratelli  di  Francia,  più  rimessi,  al  para- 


fi) (Quelle  parole  fan  chiaro  che  era  cessato,   e   forse  da  lungo  tem- 
po, il  dissidio  co'  Poveri  di  Lione. 

(2)  Ep.  fratrum  de  Italia,  segnalata  da  K.   Mailer. 


gone,  e  più  moderati.  Però,  da  certi  indizi  è  assai 
evidente  che  1'  evoluzione  della  nostra  lombarda  co- 
munità era  ornai  sul  declinare.  La  persecuzione  non 
le  lasciava  tregua,  e  le  convenne,  come  ai  fratelli  di 
oltr'  Alpi,  cercare  asilo  più  sicuro.  Intanto,  si  consolò 
forse  col  detto  che  mandava  ai  tribolati  fedeli  della 
Stiria  :  «  La  Chiesa  è  simile  alla  luna,  ora  piena  e  ora 
scema,  indefettibile  sempre.  »  (1) 

Ora,  dopo  che  abbiamo  visto  farsi  Y  unione  tra  i 
Poveri  di  Lione  e  quelli  di  Lombardia,  poi  disfarsi 
e  rifarsi  da  capo,  almeno  occasionalmente,  teniamo 
loro  dietro  e  vedremo  1'  unione  loro  compiersi  in 
modo  indissolubile,  quando  la  persecuzione  li  trarrà 
tla  ogni  angolo  della  Provenza  e  dell'  Italia  su  nelle 
Alpi,  come  avviene  colassù  colle  pecore  che  la  verga 
del  pastore  campa  dalla  burrasca,  riducendole  al  ri- 
paro sotto  le  rupi. 


(1)  A".  Dòllinger,  Beitràge  zur  Sekteng.  d.  MitleL,  II,  354. 


:>$ 


CAPITOLO  QUARTO 


L'Asilo  delle  Alpi. 


Alzo  gli  occhi  ai  monti. 

Onde  mi  verrà  aiuto  ? 

Il    mio  aiuto    mi  verrà  dal  Signore 

che  lia  fatto  il  cielo  e  la  terra. 
Salmo  121. 

Siamo  usciti  dalla  Chiesa  Romana, 
non  tara  fugientes  quam  fugati,  simili 
alla  colomba  che  s'  annida  nelle  roccie 
e  ne'  nascondigli  de'  precipizi. 

Lettera  sinodale  valdese. 

Ogni  religione  è  destinata  a  fuggir  lontano  dalla 
sua  cullale  così  ogni  idea  religiosa.  Direbbesi  che 
una  voce  misteriosa  ripeta  ora  ai  Valdesi,  di  qua  e 
di  là  dell'Alpi,  la  parola  del  profeta:  <<  Lasciate  le 
città  e  abitate  in  mezzo  alle  roccie;  siate  come  la  co- 
lomba che  s'  annida  nel  ciglio  de'  precipizi.  »  (1) 

Quale  fu  1'  attrazione  che  la  tirò  colassù?  La  rispo- 
sta è  forse  tutta  in  questi  versi  dell'  Alighieri  : 

Esso  guida,  e  da  lui  si  rammenta 
quella  virtù,  eh'  è  forma  per  li  nidi. 

Ma  per  capirla  volgiamo  uno  sguardo  a  quel  nido. 


(1)  Geremia,  XLVIIIJ  28.  Lo  sentì  il  Michelet  dove  sciama:  "  Vedo 
il  nido  dei  Valdesi,  la  comunità  valdese  che,  simile  a  colomba,  sa 
trovare  il  suo  grano  su  nelle  roccie.  "  HUt.  de  Franee,  vili,  e.  16. 


59 


I. 

Il  nido. 

Osservò  già  il  nostro  storico  Gillio  che,  se  i  Val- 
desi fermarono  la  loro  dimora  nelle  vallate  delle 
Alpi  Cozie,  si  fu  «  non  solo  per  averle  trovate  di 
situazione  favorevole  alla  condizione  loro,  con  suffi- 
cienti terreni  coltivabili  e  disponibili  per  il  loro  bi- 
sogno, ma  ancora  per  aver  riconosciuto  che  gli  abi- 
tatori e  le  genti  vicine  non  dissentivano  gran  fatto 
da  loro  quanto  a  religione  ».  (1)  Quelle  parole  in- 
dicano tre  principali  attrattive. 

Prima  attrattiva,  la  configurazione. 

Essa  è  tale  da  fare  subito  nascere  il  pensiero  che. 
nel  concentrarsi  nelle  Alpi  Cozie,  i  profughi  valdesi 
fossero  mossi  dall'  istinto  naturale  di  conservazione. 
Difatti,  ivi  è  la  regione  de'  confini  fra  la  Provenza  e 
la  Lombardia,  e,  come  vedremo,  questa  posizione  gio- 
verà, di  per  se,  nelle  spesse  guerre,  a  ottenere  dalle 
potenze  belligeranti  i  riguardi  che  la  strategia  sug- 
gerisce; tanto  più  che  è  assai  forte.  Si  tratta  del  ba- 
luardo alpino  fiancheggiato  dal  Viso,  dal  Moncenisio 
e  dal  Pelvoux,  asilo  già  del  famoso  re  Cozio.  È  irto 
di  poggi  che  sono  altrettante  rocche,  con  torrenti,  a 
guisa  di  fossi,  e  vallate.  Di  là  dal  colle  della  Croce 
scende  la  valle  di  Queyras;  poi,  lungo  la  destra  riva 
della.  Durance,  s'aprono  le  valli  di  Freissinière,  di 
Argentière  e,  più  nota,  Valluisa.  Salendo  a  man  drit- 
ta, per  Briancon,  arriviamo  al  colle  di  Monginevra. 
detto  già  Alpe  Cozia,  che  era  la  porta  di  Lombardia. 


ili  Histoire  ecclés  dea  Eglises  Vaudoises,  ed.  188!,  I,  11. 


60 


Ke^tx  eT  ì  <-a  Scolla 
Chisone    0„P  I»  '    ° ™  PnndP«>  'a  valle  del 

di  Perosa  !,  !,    g     ,  °' 6  p,il  g,ù> (lalIa  P^ola  città 
tino     1  A  a  'a  TaIlata  late'-ale  (li  san  Mar 

-roo-na    P      „  ZZ1*  m  dal  t0ITe"te  di  An- 

astóre  £=i* 

m  alto  per  mezzo  di  passi  rìiffir-ii;  a         xfS^«PPate 
tira  bili    Po,     •     x       *       *  cl™cili  e  nondimeno  ora- 

becouda  attrattiva,  il  suolo. 

Ancora  a  questo  riguardo  spicca  vivo  il  contrasto 
fa  due  versanti.  Quello  di  là,  roccioso  e  J£f^° 

e    estoTa  ri       k  "ÌSte  **  'a  SUa  n'0"°to»a  *riS- 
queste ,  la  «crea  quas,  dovuuque,  tanto  è  gaio  di  ver' 

«•a.  Perfino,  fiumi  han  diverso  il  loro  desti  o   I , 

Burauce,  gen.el.a  colla  Dora,  può  invidia Z^ 


61 

tant  è  vero  che  un  detto  popolare  vuole  che,  lassù. 
Bull'  altipiano  di  Monginevra,  dove  si  separano,  la 
Dora  mandi  alla  compagna  questo  saluto: 

Adieu  dune,  ma  sieur  la   Durance, 
Doas  iiiius  séparons  sur  ce  mont; 
toi,  tu  vas  ravager  la  (Trance  ; 
je  vaia  féconder  le  Piéniont. 

Solo  le  creste  de'  monti,  qua  da  noi,  sfuggirono  alla 
mano  del  coltivatore.  La  vegetazione  poi  è  così  va- 
ria, che  il  nostro  versante  presenta  fino  a  quattro  di- 
stinti scaglioni,  i  quali  son  dovuti  non  soltanto  a  na- 
tura, ma  anche  alle  spesse  migrazioni,  ora  discen- 
denti, ora  ascendenti,  secondo  che  soffiò  il  vento  della 
persecuzione.  Il  re  di  codesta  vegetazione  è  il  casta- 
uno,  che  attira  l' occhio  da  lontano  coli'  ampia  chioma 
verde,  che  par  cupola.  Liberale,  nudrisce  il  coltiva- 
tore, invita  il  viandante  a  godere  la  fida  sua  ombra, 
e  il  succo  vitale  che  riceve  dal  suolo  alimenta  da  sé 
colle  sue  spoglie.  Esso  merita,  come  la  vite  e  più 
dell'  olmo  e  del  faggio,  che  gli  si  faccia  degna  lode. 

Terza  attrattiva,  le  genti. 

Attraevano  perchè  scarse,  e  più  ancora  perchè  buo- 
ne, vuoi  per  la  semplicità  che  ispira  1  austera  natura, 
vuoi  soprattutto  per  1'  influsso  del  «  vero  seme  di 
religione  >>.  Questo  seme,  chi  ce  l' avea  recato  ?  Forse 
gli  apostoli  san  Paolo  e  san  Giacomo  nel  recarsi  in 
Ispagna,  han  detto  gli  amatori  di  leggende.  Ma  che 
importa?  La  cristianità,  se  anche  si  propagò  tardi 
ne  nostri  monti,  più  a  lungo  vi  si  potè  serbare  nella 
semplicità  sua,  così  da  offrire  propizio  terreno  a  tutte 
le  riforme,  a  cominciare  da  quella  di  Claudio  di  To- 
rino, se  tant'  è  che  vi  s' introducesse,  e  asilo  ai  per- 
seguitati. Se  nella  valle  di  Lanzo  si  rifugiarono  gli 
uccisori  di  san  Pietro  Martire  persecutore  degli  ere- 
tici lombardi,  se  nelle  valli  del  Pellice  e  del  Chisone 


62 

si  annidarono  altri  profughi  piemontesi  quando  Ot- 
tone IV  li  sbandì  dalla  diocesi  torinese,  perchè  non 
si  sarebbero  spinti  fino  alle  valli  delfinesi,  e  più  in  qua 
ancora,  i  perseguitati  seguaci  di  Piero  di  Bruys  e  di 
Enrico,  detto  Italico,  aprendo  la  via  a  quelli  di 
Valdo?  (1)  Si  dirà,  e  con  ragione,  che  la  dottrina  pre- 
dicata da  Pietro  di  Bruys,  non  fosse  ben  genuina  e  sa- 
pesse troppo  di  albigese.  Ma  ciò  poco  monta.  E  bene 
accertato  intanto,  che  quella  dottrina  era  già  ra- 
dicata, di  là  e  di  qua  dal  confine,  prima  che  nascesse 
Valdo  e  avanti  che  Arnaldo  da  Brescia  aprisse  la 
bocca  alle  prime  proteste.  Fra  poco  la  ritroveremo 
sparsa  anco  su  per  le  nostre  vallate  e  ivi  pullulante, 
insieme  co'  primi  profughi  valdesi.  Al  postutto,  se, 
come  si  legge,  i  Catari  apersero  ad  essi  la  via  in 
tante  località,  non  sarà  gran  fatto  strano  che  ab- 
biano giovato  loro  a  trovare  qui  un  asilo,  né  strano 
vorrà  parere  che  ci  si  creda,  (piando  lo  asseriscono 
a  gara  le  cronache  locali. 


II. 

Pkimi  fuggiaschi. 

Non  è  dunque  necessario  il  credere,  come  taluni 
vorrebbero,  che  Valdo  si  recasse  in  persona  nelle 
Alpi  Cozie,  e  neppure  che  da  lungi  vi  dirigesse  l' im- 
pianto di  una  colonia,  per  ammettere  che  nel  Delfi- 
nato  si  venisse  a  stabilire,  dopo  il  bando  lionese,  una 


(1)  Pietro  di  Bruis  era  nato  probabilmente  nel  cantone  di  Ro- 
sans,  Hantes  Alpes.  die  i  seguaci  suoi  e  di  Enrico  si  rifugiassero 
di  qua  di  Embrun,  è  noto  per  le  cronache  locali.  Il  P.  Fonder 
scorge  in  Pietro  "  un  des  chefs  des  Albigeois  et  l'avant-coureur  des 
Vaudois.  "  Op.  clt.,  I,  (ì77. 


63 
schiera  de'  suoi  seguaci,  e  che  questi,  mossi  dallo  zelo 
missionario  e  dalla  persecuzione,  pervenissero  nel 
cuore  delle  nostri  Valli.  Il  fatto  della  immigrazione 
de*  Poveri  di  Lione  e,  ad  ogni  modo,  indubitato.  Se  non 
che,  l' immigrazione  si  effettua  pur  dalla  parte  d'Italia 
e  per  gli  stessi  motivi,  come  provano  editti  succes- 
sivi di  repressione,  a  cominciare  da  quello  del  con- 
cilio di  Verona  fino  a  quelli  del  vescovo  di  Torino 
e  del  comune  di  Pinerolo,  che  lasciano  lungo  stra- 
scico nel  secolo  decimoterzo.  E  s'  è  tentati  di  rite- 
nere che  su,  nella  valle  di  Angrogna,  si  annidassero 
forse  più  favoriti  che  altrove  da  circostanze  propizie, 
se  si  considera  che,  mentre  i  frati  della  Badìa  di  Pine- 
rolo accendevano  roghi  a  Perosa,  i  signori  di  Luserna 
non  impedivano  che  si  convocassero  in  Angrogna  i 
loro  capitoli.  Per  intendere  questo  fatto,  saremo  forse 
condotti  ad  ammettere  che  la  casa  di  Luserna  go- 
desse in  origine  una  tal  quale  indipendenza. 

Alfine  il  P.  Alberto  Castellazzo,  grande  inquisitore 
della  diocesi  torinese,  informato  segretamente,  pose 
i  suoi  agenti  in  agguato  e  arrestò  certo  Martino  Pa- 
stre,  che  avea  presieduto  quei  capitoli  ed  era  sti- 
mato principale  predicatore.  Per  più  di  vent'  anni 
era  riuscito  il  Pastre  a  sfuggire  alle  ricerche  della 
polizia  inquisitoriale,  ora  sotto  1  nome  di  Pietro  Mar- 
tini, or  sotto  quello  di  Giuliani.  E  sì  che  non  s'  era  te- 
nuto nascosto  sempre  ne'  nostri  monti,  ma  era  andato 
visitando  i  suoi  correligionari,  da  Pinerolo  a  Saluzzo 
e  forse  più  lontano  ancora.  In  quei  capitoli  conveni- 
vano fino  a  cinquecento  persone.  Erano  dunque  ca- 
pitoli generali  che  la  persecuzione  consigliava  di  te- 
nere nelle  Alpi  Cozie,  per  maggior  sicurezza,  e  ciò 
prima  dell'  anno  1332. 

Quei  di  Angrogna,  sospettando  di  spionaggio  il 
rettore  di  quella   parrocchia,   1'  uccisero   in  piazza; 


64 

poi  si  fecero  a  tumultuare  intorno  alla  rocca  ove 
risiedeva  l' inquisitore,  e  questi  dovette  ritirarsi.  Il 
papa  Giovanni  XXII,  che  teneva  corte  in  Avignone, 
saputo  F  arresto  del  Pastre  e  le  rappresaglie  de'  dis- 
sidenti, s' interessò  del  processo  di  lui  e  s'  adoprò  a 
ottenere  dal  principe  di  Acaia  man  forte  per  il  se- 
guito dell'  inchiesta,  per  allora  interrotta.  Frattanto, 
dalle  notizie  avute,  il  pontefice  dava  quei  dissidenti 
come  principalmente  Valdesi,  senza  più,  benché  si 
dicesse  che,  nelle  sue  prediche,  Martino  Pastre  so- 
lesse negare  l' incarnazione  del  Figlio  di  Dio  e  la  sua 
presenza  nel  sacramento  dell'  Eucaristia,  accusa  che 
si  meritavano  più  o  meno  esclusivamente  i  Catari, 
detti  allora  anche  Gazari. 

Tralasceremo  la  menzione  di  altre  rappresaglie  di 
questo  genere  provocate  sempre  dagli  agenti  dell'  in- 
quisizione, paghi  ad  osservare  che  il  sangue  sparso 
non  è  attribuito  dal  priore  di  Luserna  ai  Valdesi. 
«  Io  direi  che  fossero  Gazari,  »  dice  il  Rorengo. 

Eccoci  a  Pinerolo,  nella  chiesa  maggiore  di  San 
Donato.  Il  P.  Antonio  Settimo  da  Savigliano  vi  ha 
insediato  il  tribunale  del  S.  Uffizio,  onde  iniziare 
una  grande  inchiesta  inquisitoriale  circa  1'  eresia  già 
pullulante  nelle  nostre  vallate.  Chiama  gente  da  ogni 
parte  a  comparire,  Turino  di  Angrogna,  Cardon  di 
Pragelato,  Pascal  di  San  Martino,  maestri  principali, 
e  cita  pure  molti  fedeli.  In  complesso,  che  cosa  ri- 
sulta da  questo  processo?  Che  le  nostre  cinque  val- 
late erano  popolate  di  dissidenti  e  che  la  valle  del 
Chisone  era  così  infetta,  da  muovere  l' inquisitore 
a  trasferirvi  il  suo  tribunale.  Ma  il  principe  Amedeo 
di  Acaia  gli  vietò  il  passo,  dopo  che  i  suoi  vallegiani 
si  erano  impegnati  a  sborsargli  una  somma  di  denaro. 
Il  P.  Antonio  si  affrettò  a  ritirarsi,  però  protestando 


65 
salvo  ad  inquisire  in  alcune  città  minori  della  pianura 
torinese.  E  qui,  nuove  sorprese. 

A  Chieri,  v'era  un  centro  di  propaganda,  detta 
valdese.  Le  adunanze  si  tenevano  nelle  case  patrizie 
de'  Balbi,  de  Bensì,  e  vi  intervenivano  gentiluomini 
e  gentildonne.  Era  tra' principali  della  congregazione 
Don  Giocerino  de' Balbi;  accoglieva  i  correligionari 
nel  suo  castello  di  San  Felice,  e  i  Bensì  tenevano 
riunioni  al  castello  di  Ponticello.  Quegli  più  adden- 
tro nelle  segrete  cose  pare  fosse  Don  Granone  Bensì. 
Egli  s'  era  recato  con  un  amico  di  casa  Narro  in  una 
località  della  Schiavonia.  ov'  era  stato  già,  prima  di 
lui,  uno  de'  Balbi.  Vi  andarono  poi  due  gentiluo- 
mini di  casa  Petitti  e  uno  de'  Rascheri. 

Quanto  siamo  lontani  dalle  sedi  della  missione  val- 
dese! Chi  non  sa  che  in  Ischia vonia  tenevano  scuola 
i  Catari  ì  E  ce  lo  confermano,  del  resto,  gT  interro- 
gatorii  che  ci  offre  questo  processo,  dove  si  vede 
tornare  a  galla  la  dottrina  dualistica  che  fa  Dio  crea- 
tore de'  cieli  e  il  Dragone  creatore  della  terra,  mal- 
vagia la  legge  di  Mosè,  non  incarnato  il  Figlio  di 
Dio,  vani  i  sacramenti,  tranne  il  battesimo  spirituale 
del  consolamento  serbato  all'agonia,  perchè,  coni'  è 
pur  troppo  accertato,  chi  lo  ricevea  dovea  morire. 
Che  hanno  a  fare  queste  dottrine  e  usanze  colla  fede 
valdese  ì  Ma,  d  altra  parte,  che  pensare  di  maestri 
valdesi  che,  appunto  in  quel  giro  di  tempo,  dalle  Pu- 
glie pervenuti  a  Barge,  v'  insegnavano  dottrina  catara 
e  amministravano  il  consolamento  ì  E  sì  che  han  nomi 
noti  fra  noi.  Uno  di  essi,  il  Baridon,  pareva  avviato  su 
a  Valluisa.  Ora,  se  anche  non  ce  lo  ricordassero  i  cro- 
nisti, sappiamo  che  fra  la  Schiavonia  e  la  Puglia,  v'  è 
un  breve  tratto  di  mare,  ed  è  probabile  che  nella  Pu- 
glia fossero  già  coloni  delle  nostre  Alpi,  forse  non  sce- 
vri di  catarismo  finda  quando  abitavano  le  natie  vallate. 

Sto,:   Vald.  = 


66 

Passiamo  al  secolo  decimoquinto. 

Dopo  aver  recato  1'  allarme  nella  popolazione  dis- 
sidente, di  là  dal  confine,  il  famigerato  inquisitore 
Borelli  s'  era  trasferito  a  Susa.  La  vigilia  di  Natale 
dell'  anno  1 400  piombò  nel  Pragelato  per  farvi  nuove 
vittime.  Non  pochi  di  quegli  abitanti,  per  isfuggire  a 
più  dura  sorte,  si  rifugiarono  colla  prole  tra  le  nevi 
dell'  Albergian  e  vi  trovarono  la  morte.  Di  malo  augu- 
rio fu  quell'apparizione,  che  sembra  nuuzia  delle  orride 
scene  di  sangue  che  funesteranno  la  fine  del  secolo. 

Per  ora,  ossia  tre  anni  appresso,  vediamo  giungere 
alle  nostre  vallate  un  insigne  predicatore,  san  Vin- 
cenzo Ferreri.  Visitò  specialmente  Val  Luserna,  Val- 
luisa  e  la  vicina  valle  di  Argentière;  le  trovò  popolate 
di  eretici,  tanto  valdesi  che  gazari;  si  compiacque 
della  accoglienza  avuta,  di  aver  convertito  un  vescovo 
in  vai  di  Luserna  e  cessate  le  adunanze  di  Angrogna; 
ma  lamentò  l' ignoranza  di  quelle  popolazioni  che 
«  da  trent'  anni  non  aveano  altri  predicatori  che  gli 
eretici  valdesi  soliti  venire  ad  esse  dalla  Puglia  due 
volte  all'  anno.  »  (  1  ) 

Quaranta  e  più  anni  dopo  si  rinnovarono  tumulti  e 
guai.  Il  parroco  di  Angrogna,  datosi  a  molestare  i 
dissidenti,  fu  ucciso,  e  andarono  malconci  due  si- 
gnori di  Luserna  che  volevano  costringerli  colla  vio- 
lenza. Intervenuto  il  grande  inquisitore  Iacopo  da 
Buronzio,  mandò  attorno  vane  intimazioni  che  pro- 
vocarono una  disputa,  la  quale  ebbe  luogo  sulla 
piazza  di  Luserna  fra  lui  e  un  Barba  valdese  che 
avea  nome  Claudio  Pastre.  (  2)  Dopo,  bandi  l'interdetto 


(1)  Vincenzo  Ferreri,  lett.  del  17  die.    1403. 

(2)  Barba  si  chiamavano  quelli  che,  dopo  la  Riforma,  si  diranno 
ministri  o  pastori.  Di  qui  il  soprannome  di  barbebti  applicato  ai 
Valdesi.  Se  non  che.  il  primo  ncme  sonava  venerazione,  il  secondo 
vituperio. 


67 

per  cinque  anni.  Ebbe  luogo  in  quel  giro  di  tempo 
il  processo  di  Filippo  Regis,  che  ufficiava  in  vai  San 
Martino  da  «  luogotenente  »  de'  Barbi.  Questi  non  vi 
aveano  ancora  dimora  fissa,  ma  la  visitavano  ora 
dalla  Puglia,  ora  da  Freissinière.  Il  Regis  raccoglieva 
1'  obolo  per  la  missione,  e,  in  due  volte,  accompa- 
gnato dal  collega  Leidetti,  portò  trecento  ducati  a 
Manfredonia,  presso  Foggia.  Per  viaggiare  più  sicura- 
mente, faceva  da  mereiaio  ambulante.  Ma  non  ci  affret- 
teremo a  scorgere  in  Ini  un  vero  colportore  valdese. 
quando  è  sospetto  di  negare  la  nascita  di  Cristo  da 
Maria  Vergine  e  la  sua  reale  presenza  nel  sacra- 
mento dell'  eucaristia,  come  altri  dissidenti  per  lo 
meno  impeciati  di  eresia  catara.  Finito  quel  pro- 
cesso, l' interdetto  fu  sospeso  per  vent'  anni,  finché 
l' inquisitore,  deluso  intorno  la  conversione  de'  no- 
stri dissidenti  e  avuto  un  editto  favorevole  dalla 
duchessa  Iolanta  che  gli  dava  modo  di  esercitare 
nuova  pressione  sopra  i  signori  di  Luserna,  credette 
venuta  l' ora  propizia  per  mandarlo  in  piena  esecu- 
zione. Xon  era  però  faci]  cosa,  e  lo  dimostra  una 
protesta  de'  signori  di  Luserna,  forse  venuta  fuori 
iu  quella  circostanza.  «  Noi,  dicevano,  da  veri  e  fe- 
deli cristiani  ortodossi,  ci  siamo  non  poche  volte 
adoperati  a  rimuovere  e  distruggere  1'  eresia  della 
Gazarìa  e  1'  apostasia  esistente  nelle  località  di  An- 
grogna,  di  San  Giovanni,  di  Villar  e  di  Bobbio  nella 
nostra  valle,  e  di  cui  sono  infetti  i  loro  abitanti: 
ma  v'  è  anche  noto  che,  quando  vi  eravamo  intenti 
ad  onore  di  Dio,  costoro  si  levarono  contro  di  noi 
e  impugnarono  le  armi.  »  (1) 

Carlo  I,  duca  di  Savoia,  delegò  i  suoi  commissari 
a  verificare  lo  stato  delle  cose,  mentre  che  il  re  di 


(li  Etorengo,   Afem.   Hht.,  p.  1S. 


68 

Francia,  che  avea  mostrato  umani  sensi  verso  i  suoi 
sudditi  valdesi,  si  lasciava  ornai  prendere  la  mano 
dall'  arcivescovo  di  Embrun,  assistito  dagl'  inquisi- 
tori. Roma,  indotta  da  costoro,  si  apparecchia  a  ten- 
tare un  colpo  formidabile  per  la  mina  de'  Valdesi, 
e  questa  sarà  la  prova  del  fuoco,  che  farà  sparire 
il  fieno  e  la  stoppia  delle  dottrine  catare  e  apparire 
nella  sua  purezza  la  fede  primitiva  de'  Poveri  di 
Lione  e  di  Lombardia. 


III. 

La  Crociata. 

Ogni  volta  che  si  parla  di  crociata,  il  pensiero 
vola  in  Palestina,  ovvero  in  Provenza.  Ma  i  Valdesi 
ebbero  ancor  essi  questo  lavacro  di  sangue,  sotto  '1 
pontificato  di  Innocenzo  Vili  e  regnanti  Carlo  Vili 
re  di  Francia  e  Carlo  I  duca  di  Savoia. 

Adunque  Innocenzo  Vili,  mosso  dalle  istanze  di 
Pietro  Baile  arcivescovo  di  Embrun,  scagliò  il  27 
aprile  14tt/  la  bolla  della  crociata  contro  «  i  setta- 
tori di  quella  perniciosissima  e  abbominevole  setta 
di  maligni  che  si  chiama  de'  Poveri  di  Lione  o  dei 
Valdesi  ».  Il  tempo  di  ridurre  ai  termini  debiti  quei 
turbolenti  eretici  che  non  rispettali  neppure  i  padri 
inquisitori  è  venuto,  dice  il  padre  de'  fedeli  ;  schiac- 
ciamoli codesti  aspidi  velenosi,  e  sarà  opera  santa, 
più  che  necessaria.  Io  munii  di  ogni  potere,  per  la 
santa  impresa,  Alberto  Cattaneo  arcidiacono  di  Cre- 
mona, ed  egli  non  mancherà  di  reclamare  l' assistenza 
de'  principi  secolari,  e,  dove  occorra,  saran  chiamati 
alla  riscossa  tutti  i  fedeli,  a'  quali,  fino   da   ora,    è 


69 

promessa  indulgenza   plenaria  e  condegna   parte  ai 
beni  da  confiscare.  (1) 

Cattaneo  si  condusse  a  Grenoble,  poi  a  Briancon, 
per  i  negoziati  e  le  intimazioni  preliminari.  Sceso  a 
Oulx,  citò  a  comparire  i  dissidenti  di  Pragelato  e 
mandò  loro  il  predicatore  Gian  Colombo,  accompa- 
gnato da  un  notaio  che  dovea  registrare  le  conver- 
sioni; ma  nessuno  si  accostava.  Vi  fu,  per  verità, 
qualche  abiura;  notevole  quella  di  certo  Giusto  Bo- 
sco, delatore  de'  suoi  fratelli,  a  Mentoules.  Dopo  altri 
vani  conati,  l' inquisitore  lanciò  loro  contro  la  sco- 
munica maggiore,  e  la  crociata  cominciava  se  non 
1'  avessero  impedita  i  rigori  della  stagione.  Finalmen- 
te, il  5  di  marzo  la  schiera  de'  crociati  si  mosse  da 
Grenoble,  con  a  capo  Ugo  della  Palò,  luogotenente 
del  governatore.  Al  loro  approssimare,  gli  abitanti  di 
Mentoules,  di  Fenestrelle  e  di  altri  villaggi  del  Pra- 
gelato si  raccolsero  sulle  alture  e  incaricarono  due 
messi,  Giovanni  Campi  e  Giovanni  Desiderio,  di  por- 
gere a  Cattaneo  e  al  Palù  la  seguente  protesta: 

Xoi,  veri  fedeli  del  vai  Chisone,  desideriamo  farvi 
noto  che  non  dovete  prestar  fede  alle  accuse  de'  no- 
stri nemici,  uè  condannarci  senza  udire  la  verità. 
Ecco,  noi  siamo  sudditi  fedeli  e  obbedienti  del  re  e 
veri  cristiani.  I  maestri  nostri,  insigni  per  santità  di 
vita  e  per  dottrina,  sono  pronti  a  provare  in  sinodo 
o  anche  in  concilio,  con  ragioni  chiare  più  della  stessa 
luce,  ossia  con  testimonianze  dell'Antico  e  del  Nuoto 
Testamento,  che  il  nostro  sentire  in  materia  di  fede 
cristiana  è  retto,  e  che  meritiamo,  non  la  persecu- 
zione, ma  la  lode.  Non  vogliamo  seguire  coloro  che 
trasgrediscono  la  legge  evangelica  e  si  allontanano 
della  tradizione  degli  Apostoli,  nò  vogliamo  obbedire 


(1)  V.  la  Bolla  il' Imi.  Vili  presso  Rayn.,  Ann.,  un.  1487. 


70 

alle  prave  loro  istituzioni.  Ci  dilettiamo  nella  povertà 
e  nell'  innocenza,  che  furono  principio  e  incremento 
della  fede  ortodossa.  Le  ricchezze,  il  lusso,  la  sete  di 
dominio  a  cui  han  l' animo  i  nostri  persecutori,  da 
noi  si  sprezzano.  Ora  voi  dite  che  avete  risoluto  di 
spegnere  la  nostra  legge  e  la  nostra  setta;  ma  badate 
di  non  far  guerra  contro  a  Dio  e  di  non  provocare  su 
di  voi  l' ira  sua,  ovvero,  come  e  avvenuto  a  san  Pao- 
lo, di  non  rendervi  rei  di  un  gran  delitto,  stimando 
di  far  bene.  Noi  confidiamo  in  Dio  ;  ci  studiamo  di 
piacere  a  lui  anzi  che  agli  uomini,  e  non  temiamo  di 
coloro  che  uccidono  il  corpo  e  non  possono  uccidere 
l' anima.  Del  resto,  sappiate  questo,  che  se  Dio  vuole, 
vane  saranno  contro  noi  le  vostre  forze.  >>  (1) 

Cattaneo  rispose  che  non  avea  missione  di  dispu- 
tare, ma  di  reprimere.  I  crociati  si  mossero  e,  dopo 
aver  ricevuto  la  sua  benedizione  a  Cesana,  il  sabato 
29  marzo  cominciarono  l' attacco,  che  durò  tre  gior- 
ni. Il  primo,  forzarono  una  posizione  al  fianco  della 
montagna  di  Fressa,  condussero  prigionieri  alcuni 
principali  Valdesi  e  li  fecero  morire;  i  due  giorni 
seguenti,  essendosi  i  Valdesi  rifugiati  sulla  roccia  di 
Rodiera,  li  espugnarono  dopo  un  combattimento 
lungo  e  accanito;  quelli  si  arresero,  e,  menati  a  Men- 
toules,  udirono  messa  solenne,  e  così,  scrive  l' inqui- 
sitore, «  furono  restituiti  ali1  unità  cattolica.  » 

Di  lì  a  pochi  giorni,  i  crociati  entrarono  nella  valle 
di  Freissinière  e  forzarono  il  rifugio  sovrastante  al 
villaggio  detto  della  Chiesa;  poi  si  diressero  a  Val- 
luisa.  I  Valdesi  s'  erano  rifugiati  in  un  monticello 
detto  dell'  Ala  Fredda  a  cagione  delle  sue  nevi 
perpetue,  vi  avevano  viveri  per  due  anni  e  si  rite- 


(1)  "  Si  Deus  voluerit,  nihil  contra  no.s  vires  valebunt  vestrae. 
Alb.  Cattane!,  Historiae  Regimi  etc. 


71 
nevano  sicuri.  Ma  1'  (arcidiacono  eccitò  i  crociati, 
e.  trionfante,  chiude  il  suo  racconto  così: 

«  L' indomani,  domenica,  i  nostri  fedeli  si  rifecero 
all'  assalto,  e  un  drappello  di  giovani  gagliardi  per 
agilità  e  ardore  riuscì  alla  vetta  per  di  dietro,  tra- 
verso i  precipizi.  Però,  non  potevano  offendere  gli 
eretici,  per  essersi  questi  ridotti  in  una  cavità  del 
monte.  D'  altra  parte,  scendere  non  potevano,  per- 
dio era  tutta  roccia  viva.  Che  fare?  Con  prodigiosa 
audacia  e  gran  pericolo  si  calarono,  per  mezzo  di 
corde  solidissime  e  lunghe  più  di  trecento  cubiti, 
sopra  una  piccola  rupe  soprastante  al  ridotto  dei 
Valdesi,  i  quali,  intenti  a  respingere  gli  assalti  di 
quei  di  sotto,  non  li  avvertirono.  Allora,  avventan- 
dosi contro  gli  eretici  con  grandissimo  furore,  vin- 
sero di  primo  assalto  la  loro  posizione,  e  più  di 
novanta  di  costoro  furono  sbalzati  giù  ne'  precipizi. 
Agli  altri  si  fé'  grazia  della  vita.  » 

Quei  di  Argentière  dovettero  pur  essi  capitolare,  e 
i  penitenti  si  menarono  a  frotte  a  Embrun,  ove  fra 
divote  funzioni  e  in  mezzo  al  giubilo  universale  «  ven- 
nero accolti  nel  grembo  di  santa  madre  Chiesa.  »  (1) 

Siccome  però  non  tutti  i  Valdesi  si  recavano  a 
Embrun  per  la  penitenza,  malgrado  le  intimazioni 
loro  fatte,  il  Cattaneo  si  mosse  a  cercar  di  loro  e 
inquisire,  massime  a  S.  Crépin  e  neh"  Argentière.  Un 
dì,  due  fanciulle,  1'  una  di  dieci  e  1'  altra  di  dodici 
anni,  subirono  un  interrogatorio  che  la  stessa  rela- 
zione ufficiale  riferisce  in  questi  termini: 

—  Vi  siete  mai  confessate  ai  Barbi? 

—  Xo. 

—  Dite  davvero? 

—  Ma  se  non  ne  abbiamo  mai  visto. 


(1)  Ihid.,  presso  Chevalier,  Mém.  Hisiorlque,  1890. 


—  Badate,  vi  dovete  confessare  al  curato  o  al  vi- 
cario. Altrimenti,  sapete  che  farò?  Vi  farò  bruciar 
vive. 

Diceva  così  il  Cattaneo  per  incuter  loro  un  «  salu- 
tare timore,  »  osserva  un  odierno  commentatore. 

Intanto,  parecchi  fuggiaschi  s' erano  ridotti  nella 
valle  di  Luserna. 

Che  cosa  vi  avvenisse  non  lo  domanderemo  al  Cat- 
taneo, perchè  la  sua  relazione  su  quel  punto  è  muta. 
Però,  sappiamo  che  Innocenzo  Vili  avea  mossi  il 
Duca  di  Savoia  e  il  vescovo  di  Mondovì  a  favorir  la 
crociata  con  sussidio  di  milizie.  D'  altronde,  la  tradi- 
zione locale  serbò  memoria  di  lotte  sanguinose  che  gli 
storici  valdesi  non  poterono  omettere  di  raccontare. 

Mosse  adunque  verso  Luserna  un  forte  nerbo  di  mi- 
lizie, e  in  pochi  giorni  succedettero  ben  tre  attac- 
chi, uno  de'  quali  sarebbe  stato  diretto  contro  Prali, 
traverso  il  col  Giuliano,  forse  col  fine  di  agevolare  i 
due  altri.  Si  racconta  che  gli  assalitori  tutti  cadessero 
in  mano  de'  Valdesi,  e  che  neppur  uno  sarebbe  tor- 
nato, se  non  lo  risparmiavano  onde  recasse  a'  suoi  la 
notizia  della  disfatta. 

Nel  frattempo  i  crociati,  accampati  a  Bricherasio, 
invadevano  la  costiera  di  San  Giovanni  che  domina 
la  valle,  e  lì,  presso  la  borgata  di  Rocciamaneot. 
s' impegnò  un  vivo  combattimento.  L' esito  pareva 
incerto.  A  un  tratto  si  fece  innanzi,  altezzoso,  con  la 
visiera  alzata,  il  capo  degli  assalitori,  che  la  leggenda 
chiama  gigante  e  battezza  il  Nero  di  Mondovì.  «  I 
miei,  i  miei,  gridava  costui,  faranno  la  passata.  »  In 
quel  punto  una  freccia  stride  e  lo  colpisce  nella  fron- 
te. I  compagni,  presi  da  panico  terrore,  si  danno  a 
fuga  precipitosa.  Si  ricorda  il  nome  del  David  che 
atterrò  quel  Golia;  si  chiamava  Pierino  Revel. 


73 

Però,  1'  assalto  più  formidabile  fu  quello  che  mirò 
dritto  all'  asilo  di  Pra  del  Torno,  ov'  erano  raccolti  i 
vecchi,  le  donne,  i  fanciulli,  i  viveri  e  le  munizioni. 
Protetto  a  settentrione  dalle  nude  creste  dell'  Infer- 
netto,  a  mezzodì  dal  monte  Vandalino,  a  ponente 
dalle  alture  brulle  delle  Celle  dominate  dal  Mon- 
rosso,  è  accessibile  solo  ad  oriente,  per  una  via  tor- 
tuosa da  cui  ebbe  forse  il  nome,  la  quale  sbocca  nella 
piccola  valle  di  Angrogna.  Fiancheggia  l' ingresso  un 
bastione  di  roccie,  che  nomasi  la  Rocciaglia.  «  E  il 
luogo  più  forte  di  tutte  quelle  valli,  »  ebbe  a  dire 
più  tardi  uno  de'  nostri  più  fieri  persecutori.  Perve- 
nuti a  pie  della  Rocciaglia,  sorpresi  da  una  nube  che 
per  poco  non  toglieva  loro  la  vista  de'  proprii  passi  e 
subitamente  assaliti,  furono  scompigliati,  ruppero  le 
file,  e  si  dettero  a  fuga  disastrosa.  D' infra  i  caduti  si 
notò  il  nome  del  capitano  Sacchetti  di  Polonghera. 
Oggi  ancora  s'  addita  al  viandante  una  piccola  vora- 
gine quasi  colma  per  i  nuovi  scoscendimenti,  ove  si 
vuole  che  perdesse  la  vita. 

Di  lì  a  pochi  giorni  saliva  al  villaggio  di  Prassuit, 
su  quel  di  Angrogna,  un  ecclesiastico  incaricato  di 
intavolare  le  prime  trattative,  per  le  quali  furono 
mossi  i  Valdesi  a  mandare  una  deputazione  a  Carlo  I 
di  Savoia,  eh'  era  allora  a  Pinerolo.  Pare  però  che  si 
risolvessero  in  un  mal  definito  compromesso  che  non 
contentò  appieno  nessuno;  «  non  i  cattolici,  perchè 
lasciava  in  piedi  l'eresia;  non  i  Valdesi,  perchè  li  co- 
stringeva a  vili  simulazioni.  »  (1) 

Si  vuole  che,  in  quella  circostanza,  il  giovane  Duca 
volgesse  ai  delegati  valdesi  puerili  interrogazioni  ;  per 
esempio,  chiedesse  loro  se  era  vero  che  i  loro  figli 
nascessero  con  quattro  file  di  denti  e  un  occhio  in 
mezzo  alla  fronte.  Che  quella  diceria  corresse,  allora 


(1)  Ricotti,  St.  delia  Mori.  Pieni  ,  1361,  II,  173. 


74 

e  anche  più  tardi,  è  cosa  accertata;  che  il  Duca  la 
pigliasse  sul  serio,  è  un'altra  questione.  Ma  i  Val- 
desi ebbero,  e  non  per  l' ultima  volta,  a  persuadersi 
che  il  loro  sovrano  era  male  informato  sul  conto  lo- 
ro, e  da  questo  avranno  a  derivare  guai  senza  fine. 


IV. 

Dopo  la  Crociata. 

Il  fiore  della  fede  valdese  non  era  divelto,  ma  fiacco 
dalla  terribile  tempesta.  Eppure,  avea  a  sostenere 
nuova  arsura. 

Di  là  dal  confine,  ci  si  affaccia  uno  spettacolo  mi- 
serando. Le  leggi  volevano  che  i  beni  degli  eretici, 
condannati  o  fuggiaschi,  fossero  confiscati.  Ora,  liti 
fiscali  e  gare  infinite  avremmo  a  raccontare,  fra  si- 
gnori, monsignori  e  regi  commissari,  se  ci  premessero. 
Sono  degne  di  iene,  di  corvi  e  di  sciacalli  intenti  alla 
preda.  In  coda  poi,  arrivano  altri  inquisitori. 

Ma  arrivano  anche  i  Barbi,  e  non  sempre  dalla 
Puglia,  ma  anche  dalle  parti  di  Spoleto,  ch'era  nei 
dominii  del  Papa;  passano  oltre,  a  visitare  i  fratelli 
sparsi  nella  diocesi  di  Valenza.  Per  quanto  pellegri- 
nassero cauti,  parecchi  di  loro  non  poterono  sfuggire 
alla  morte,  come  quel  tale,  «  di  statura  alta,  gagliar- 
do molto,  natio  della  Puglia,  »  che  a  Oulx  fu  tratto 
dinanzi  al  re  Carlo  Vili  che  calava  allora  in  Italia,  e 
venne  appiccato  ad  un  albero.  Vendevano  aghi,  da 
mereiai;  leggevano  in  un  piccol  libro  contenente  i 
Vangeli  ed  i  precetti  della  legge,  e  dicevano:  <{  Una 
volta  la  Chiesa  era  una;  ma  siccome  i  chierici  vollero 
seguitare  la  via  dell'  avarizia  e  delle  mondanità,  e 
noi,  invece,  rimanere  in  quella  di  povertà,  nacque 


una  gran  divisione.  *  Ma  non  disperavano  di  veder  la 
riforma  della  fede  cattolica;  anzi,  diretti  a  quell'in- 
tento, andavano  attorno  come  usavano  gli  Apostoli, 
predicando  ai  poveri  come  si  conviene  servire  a  Dio 
e  osservare  i  suoi  comandamenti.  Ora,  «  perchè  siamo 
pochi,  soggiungevano,  dobbiamo  peregrinare  occulta- 
mente per  non  dare  nelle  insidie  de'  nemici.  »  (1) 

Ma  in  quelle  insidie  inciamparono  troppe  volte,  e 
la  dissidenza  nella  diocesi  di  Valenza  fu  spenta.  D'al- 
tra parte,  il  mal  esito  della  calata  di  re  Carlo  in  Ita- 
lia distolse  lo  sguardo  dalle  Alpi  Cozie;  rientrarono 
de'  fuorusciti,  e  Luigi  XII,  umanissimo  verso  i  Val- 
desi, ordinò  perfino  la  restituzione  de  beni  confiscati. 
Si  fu  allora  che  uno  de'  suoi  commissari,  il  vescovo 
Lorenzo  Bureau,  suo  confessore,  sarebbe  uscito  in 
'[iiesta  generosa  confessione  che  spiacque  tanto  al- 
l'arcivescovo Rostain  di  Embrun:  «  Sarei  contento 
di  essere  buon  cattolico  come  il  peggio  di  quei  di 
Freissinière.  •  Ma  l'arcivescovo,  che  sapeva  fare  orec- 
chio di  mercante,  continuò  a  godersi  i  vigneti  tolti  ai 
Valdesi  ;  il  decreto  del  re  restò  lettera  morta  e  gì'  in- 
quisitori continuarono  a  adoperare  il  ferro  e  il  fuoco 
e  a  provocare  confische,  a  Oulx,  a  Bardonecchia  e  su 
quel  di  Briancon.  È  forse  da  registrarsi  qui  la  morte 
di  quattro  Barbi  giustiziati  a  Grenoble,  quella  del 
Barba  Terziani  arso  a  Susa,  e  di  altri  che  finirono  la 
vita  a  Meana  e  a  Torino. 

Se  i  Valdesi  non  riuscivano  ad  eludere  la  vigilanza 
de'  loro  persecutori,  aveano  essi  almeno  la  consola- 
zione di  non  venir  dimenticati  dai  fratelli  lontani? 
Quelli  di  Puglia  e  di  Camerino,  mezzo  Catari  mezzo 
Valdesi,  tra'  quali  è  forse  da  scorgere  un  avanzo 
de'  Poveri  di  Lombardia,  non  solo  li  ricordano,  ma 


(  l  )  Allìx,  Some  Remavi*,  in  append. ,  p.  322  e  324. 


76 

clan  la  vita  per  essi.  Non  così  i  fratelli  più  lontani, 
sparsi  in  Boemia.  Vero  è  che  vi  serbavano  la  loro 
dottrina  e,  per  giunta,  la  leggenda.  Per  esempio,  rac- 
contavano che  Silvestro  e  Valdo  erano  stati  compa- 
gni, ma  che  Valdo,  piuttosto  che  approvare  Silve- 
stro che  riceveva  la  donazione  di  Costantino,  fug- 
gisse ne'  boschi  ed  avesse  seguaci.  Essi,  dicevano, 
sono  i  veri  eredi  della  successione  apostolica;  sono  il 
tronco  antico  da  cui  rampollarono  Wiklif,  Janow  e 
Huss.  Ond'  è  che,  dopo  avere  fondata  la  loro  Uni- 
tà de'  Fratelli,  i  nostri  Boemi  chiesero  al  venerabile 
Stefano,  vescovo  aderente  alla  riforma  de'  così  detti 
Taboriti,  la  consacrazione  del  loro  primo  vescovo,  e 
ciò  come  pegno  della  vera  successione  apostolica. 
Ma  poi  perdettero  di  vista  i  Valdesi  sparsi  in  Italia 
e  su  nelle  Alpi  Cozie,  e,  in  generale,  la  condizione 
della  cristianità.  Vennero  pertanto  alla  risoluzione  di 
tentare  un'  inchiesta,  e  di  essa  vediamo  incaricato  il 
vescovo  Luca  di  Praga.  Questi,  presa  con  alcuni  com- 
pagni la  via  d' Oriente,  visitò  Costantinopoli,  la  Tra- 
cia, la  Palestina,  l' Egitto,  e  se  ne  tornò  deluso, 
forse  invidiando  in  cuor  suo  Cristoforo  Colombo,  che 
appunto  allora  scopriva  un  nuovo  mondo.  Ma  ri- 
partì, passò  in  Francia  e  in  Italia,  e  può  dirsi  che,  da 
noi,  l' inchiesta  avesse  luogo  alla  luce  del  rogo  di  Sa- 
vonarola. Vuoisi,  difatti,  che  i  nostri  Fratelli  fossero 
testimoni  del  suo  martirio.  Visitarono  i  Valdesi  fin 
negli  Stati  della  Chiesa,  ne  incontrarono  uno  in  Ro- 
ma e  l' udirono  lamentare  i  vizi  e  la  corruzione  che 
facevano  di  quella  città  una  nuova  Babilonia. 

—  Ma  perchè,  gli  domandarono,  non  vi  fareste  a 
denunziare  questi  scandali  pubblicamente? 

—  Ve  lo  dirò,  rispose  il  Valdese.  Qui  si  può  men- 
tire, spergiurare,  fornicare;  insomma,  tutto  è  lecito. 
Guai  però  ad  aprir  bocca  !  So  di  uno  che  ardì  levar 


77 
la  voce  per  dire:  Così  non  faceva  san  Pietro.  Sapete 

che  gli  avvenne?  Lo  chiusero  in  un  sacco,  e  ora 

beve  l'acqua  del  Tevere. 

—  Ma  fa  pur  d'uopo  testimoniare  della  verità. 

—  Certo  ;  però  vi  sono  tempi  ne'  quali  vale  anche 
V  esempio  di  Xicodemo  e  di  Giuseppe  d' Arimatea. 
[frano  ancor  essi  discepoli  di  Gesù,  quantunque  lo  se- 
guissero in  occulto.  Credete  a  me:  Meglio  mangiar 
la  Bestia  che  farsi  mangiare  da  essa. 

Se  si  pensi  che  ragionava  a  quel  modo  un  povero 
operaio,  e  che  era  allora  papa  il  Borgia,  e  che  Luca, 
benché  vescovo,  trovava  modo  di  studiare  a  Roma 
la  Bestia  dell'Apocalisse  senza  insospettirla,  non  si 
dirà  che  tutto  '1  torto  fosse  dalla  parte  del  Valdese. 

Dal  pontificato  di  Alessandro  VI,  passiamo  sotto 
quello  del  suo  successore  Giulio  II  per  far  menzione 
di  un  episodio  di  sangue  che  ci  richiama  presso  il 
Monviso,  nella  valle  del  Po. 

È  mai  possibile  che  quella  valle  sfuggisse  al  fuoco 
della  crociata?  Così  direbbesi,  quando  tacciono  le 
cronache.  Ma  ecco  alcune  notizie  che  ci  portano  in- 
nanzi ai  tempi  di  Margherita  di  Foix. 

Erasi  nel  1509.  Margherita,  vedova  del  marchese 
Luigi  II  di  Saluzzo,  era  ancora  giovane,  ma  mala- 
ticcia e  bigotta.  Era  tutta  del  papa,  dice  una  cro- 
naca del  suo  paese;  la  quale  aggiunge  che  ogni  anno 
mandava  a  Giulio  II  una  trentina  di  botti  di  buon 
vino,  che  al  papa  non  dispiaceva.  Invece,  ai  sudditi 
valdesi  serbava  legna  per  bruciarli.  Incaricò  un  frate 
domenicano  di  citarli  in  giudizio,  ma  nessuno  com- 
parve; sguinzagliò  i  suoi  sgherri,  e  seguirono  pochi 
arresti;  infine,  mandò  un  drappello  di  dugento  sol- 
dati. Allora  gli  abitanti  di  Pravillelm,  di  Bietonè  e 
di  Oncino  fuggirono  a  Barge.  Alcuni  però  furono  presi 


78 

e  condannati  al  rogo.  Ma  quando  venne  il  giorno  fis- 
sato per  il  supplizio,  cadde  tanta  neve  che  bisognò 
rimandarlo  al  dì  seguente.  Fu  troppo  tardi,  perchè 
quella  notte  i  condannati  evasero  e  riuscirono  a 
Barge.  L' inquisitore  n'  andò  sulle  furie,  fece  menare 
al  rogo  de'  Valdesi  confessi  ;  altri  ne  fé'  bastonare  e 
cacciar  fuori  de'  confini,  e  che  ne  carpisse  i  beni,  ciò 
s'  intende.  Fu  atterrata  la  casa  ove  i  Valdesi  tene- 
vano le  riunioni  e  perfino  sbattezzato  il  villaggio  di 
Fravillelm,  per  chiamarlo  san  Lorenzo. 

Intanto,  i  fuggiaschi  s' erano  rifugiati  a  Rorà  e  fino 
a  Angrogna  e  Bobbio.  Invano  supplicarono  la  mar- 
chesa di  lasciarli  ripatriare.  Alfine,  uniti  sotto  '1  co- 
mando di  un  valoroso,  che  la  leggenda  descrive  ar- 
mato di  uno  spadone  a  due  tagli,  Spatriarono  da  su, 
e  tanto  fecero  che  riebbero  i  loro  beni.  Però,  con- 
venne pagare  alla  marchesa  vistose  somme  di  denaro, 
e  si  diceva  che  le  volesse  papa  Leone  X  per  levare  la 
scomunica. 

Ora,  cessate  le  guerre,  si  fa  nuovo  silenzio  intorno 
ai  Valdesi;  la  vita  loro  non  presenta  segnalate  vi- 
cende, ma  si  ripiega  nell'  oscurità  e  forse  ci  sfuggi- 
rebbe del  tutto  se  non  ci  venisse  fatto  di  poterla 
arguire  dalle  notizie  che,  più  tardi,  ci  porgono  due 
relatori,  Maurel  e  Seyssel,  ossia  uno  degli  ultimi 
Barbi  e  uno  de'  primi  arcivescovi  di  Torino. 

La  fede  degli  avi  non  si  spense  nelle  Alpi  Cozie, 
ma  declinò  di  certo,  e  ciò  massimamente  per  la  dis- 
simulazione entrata  ne'  costumi.  La  quale,  in  parte 
si  conciliava  colla  incompiuta  dissidenza  de'Valdesi. 
in  parte  era  divenuta  inevitabile  dopo  la  crociata 
che  li  avea  fiaccati  e  dispersi.  Stretti  dal  Duca  di 
.Savoia  ad  accettare  quel  tale  compromesso,  che  forse 
li  impegnò  a  rinunziare  alla  professione  aperta  delle 


79 

loro  credenze,  e  costretti  a  dipendere  dal  clero  lo- 
cale per  i  loro  negozi,  andavano  a  messa  per  il  bi- 
glietto pasquale;  non  tutti  però,  ne  senza  un  interno 
dispetto,  che  li  rodeva  e  talora  suggeriva,  invece  di 
un  avemmaria,  parole  che  non  avevano  che  fare  col 
rituale.  Girando  lo  sguardo  attorno,  sui  ceri  e  le  im- 
magini, più  volte  sarà  loro  avvenuto  di  mormorare 
a  denti  stretti  1'  antifona  ricordata  dal  Gillio  :  «  Spe- 
lonca di  ladri,  Dio  ti  confonda.  »  Si  legge  che  poi, 
quando  i  Barbi,  a  due  a  due.  ma  occultamente,  veni- 
vano a  visitarli,  li  udissero  volentieri  e  si  confessas- 
sero rei  per  siffatta  dissimulazione,  che  li  avviliva  al 
loro  proprio  cospetto.  E  quelli,  ora  li  confortavano, 
ora  li  assoggettavano  a  rigorose  penitenze,  e  talora 
li  scomunicavano,  secondo  i  casi.  Però,  non  v'  era  da 
farsi  illusione.  Xon  potevano  i  Barbi,  ridotti  di  nu- 
mero, spiati  dalla  polizia  e  con  le  loro  rare  visite  op- 
porre una  resistenza'  formidabile  alla  Chiesa  domi- 
nante. Era  assai  se  riuscivano  a  rinfrescare  negli  animi 
le  avite  tradizioni.  Dov'era  la  loro  scuola?  A  Pra  del 
Torno,  risponde  una  vaga  diceria;  ma  noi  crediamo 
che.  per  allora  almeno,  fosse  lontana,  oltre  i  confini. 
Ad  ogni  modo,  poca  luce  mandava,  quando  i  Barbi  si 
moveano  in  troppa  incertezza,  come  proverà  una  li- 
sta assai  lunga  di  quesiti  che,  a  suo  tempo,  sottopor- 
ranno all'  esame  de'  riformatori.  E  se,  alle  incertezze 
che,  per  lo  più,  vertono  intorno  alla  disciplina,  si 
aggiungano  le  morali  deficienze,  allora  sarà  forza 
confessare  che,  nel  periodo  che  precede  la  Riforma, 
la  fede  valdese  erasi  non  poco  illanguidita.  Ardevasi 
ancora  di  amore  per  la  verità,  ma  1'  antica  luce  più 
non  rispleiideva.  Essa  covava  sotto  la  cenere. 

Tale  la  testimonianza  che  si  ricava  dalla  relazione 
del  Barba  Maurel.  Ora  si  vedrà  che,  in  qualche  pun- 
to, è  forse  men  severa  (niella  dell'  arcivescovo  di  To- 


so 

rino,  per  quanto  ce  la  rendano  odiosa  1'  albagia  ed  i 
pregiudizi  che  l' ispirano. 

Si  vantò  il  Seyssel,  e  forse  con  ragione,  di  essere 
primo  a  visitare  i  Valdesi.  Era  l'anno  1517.  Il  con- 
cilio tenuto  a  Roma  era  chiuso  dal  mese  di  marzo  ; 
la  famosa  Bolla  per  le  indulgenze  destava  in  Ger- 
mania le  prime  mormorazioni,  e  il  nostro  arcivescovo, 
insediato  nel  mese  di  giugno,  avea  celebrato  a  Torino 
la  sua  prima  messa  pontificale  il  dì  24,  festa  di  san 
Giovanni  Battista.  Due  contadini  del  Pragelato,  pre- 
senti alla  cerimonia  e  sbalorditi  del  suo  splendore, 
chiesero  di  parlargli,  e,  senz'altro,  abiurarono.  Quel  dì, 
il  prelato  fu  punto  dal  desiderio  di  visitare  la  loro  valle. 

Così  almeno  racconta  il  Seyssel.  E  noi,  ora,  tenia- 
mogli dietro. 

La  visita  ebbe  luogo  di  autunno,  appunto  quando 
Lutero  stava  per  affiggere  sulla  porta  della  Chiesa 
di  Wittemberg  le  sue  tesi.  Vi  trovò  radicata  la  leg- 
genda delle  origini,  su  per  giù  coni'  era  in  Boemia. 
Vi  si  parlava,  difatti,  di  una  tradizione  che  risaliva 
a' tempi  di  Silvestro;  anzi,  a  spiegare  il  nome  di  Leo- 
nisti,  volevasi  che  il  compagno  che  avea  protestato 
contro  Silvestro,  non  avesse  nome  Valdo,  ma  Leone. 
Il  prelato  si  loda  dell'  accoglienza  avuta,  massime 
poi  dell'attenzione  con  cui  era  riuscito  a  fare  ascoi 
tare  le  sue  polemiche  omelie.  Però,  e  costretto  di 
convenire  che  le  genti  del  Pragelato  aderiscono  perti- 
naci alla  fede  valdese.  Del  resto,  soggiunge,  essi  me- 
nano vita  più  pura  che  gli  altri  cristiani.  (1)  Sa  poi 
di  sale,  benché  amena  la  sua  parte,  la  critica  ch'egli 
fa  de'  predicatori  cattolici  che  l' aveano  preceduto  in 
quella  valle.  Se  aveano  fatto  poco  frutto,  eccone  il 


(1)  "  In  relicjuis  autem  ferme  puriorem,  quam  caeteroa  christia- 
nos,  vitam  agere.  ''  Seyssel,  Adv.  errori*  fi  sectam  Waldenmim 
Iractatus,  Parigi,  1520. 


8J 
motivo:  s'erano  lusingati  di  persuadere  quelle  genti 

mercè  la  moltitudine  delle  parole,  con  teologiche  sot- 
tigliezze che,  nelle  loro  menti  non  potevano  far  brec- 
cia. Che  volete,  soggiunge  il  Seyssel  quasi  impieto- 
sito, son  genti  rozze,  poco  istruite,  poco  atte  alle 
nostre  dispute,  benché  non  difettino  di  acume;  anzi, 
avanzano  altri  per  questo  rispetto.  D'  altronde,  non 
riconoscono  autorità  all'  infuori  dell'  Antico  e  del 
Nuovo  Testamento,  stanno  al  senso  letterale  e  non 
vogliono  sapere  di  sana  interpretazione.  Perciò,  con- 
chiude il  grave  prelato,  fa  d'  uopo  balbettare  co'  par- 
voli,  urlare  co'  lupi,  rammentarsi  che  gli  uccelli  non 
si  sogliono  cogliere  mediante  concerti  musicali,  ma 
col  loro  proprio  garrito,  e  che  i  porci  corrono  dove 
si  grugnisce.  Fuor  di  metafora,  chi  voglia  confutare 
i  loro  errori  deve  convincerli  con  chiarissime  testi- 
monianze della  S.  Scrittura  e  ragioni  e  argomenti 
dell'  ordine  morale,  e  così  feci  io.  (1) 

Se  non  che,  per  averli  trovati  attaccati  a  Cristo  e 
alla  sua  parola,  e  non  digiuni  di  criterio,  non  era  da 
prevedersi  che  nel  pietoso  grugnito  mal  riconoscesse- 
ro la  voce  del  divino  pastore?  L'  esito  delle  omelie  di 
Seyssel  fu  dunque  nullo.  Forse  l' arcivescovo  si  potè 
consolare  ripensando  che,  se  quegli  eretici  menavano 
vita  più  pura  che  gli  altri  cristiani,  non  era  necessa- 
rio che  urlassero  co' lupi  persecutori.  Ma  non  ebbe  in- 
tanto lo  strano  pensiero  di  ridurre  la  sostanza  de'  suoi 
sermoni  in  un  trattato  che  uscì  alla  luce  tre  anni 
dopo,  a  Parigi,  per  esortare  in  latino  i  Valdesi  ad 
aprir  gli  occhi  alla  luce  ?  Coni'  era  coerente,  il  grave 
prelato,  colle  sue  massime! 

Tant  è,  i  Valdesi  apersero  gli  occhi,  ma  a  contem- 
plare l'astro  della  Riforma  che  sorgeva  all'orizzonte. 


(1)  "  Sunt  caeteris  acutiores...  Sues  quoque   ad  conscium  grani- 
tami concurrant.  "  linci. 

SI  or.    Vald.  6 


82 


CAPITOLO  QUINTO 


La  Riforma. 


Siamo  mandati  da  Dio  per  la  riforma 
della  fede  cattolica. 
Un  Barba. 
A  voi,  che  avete  messo  la  mano  al- 
l' aratro,  non  è  lecito  guardare  in- 
dietro. 

Ecolampadio  ai  Valdesi. 

<i  Essendo  giunta  la  voce  della  Riforma  fino  alle 
loro  Valli,  i  Valdesi  ne  stavano  sospesi  e  in  grande 
aspettazione.  Uno  di  essi,  Barba  Martino  Gonin  di 
Angrogna,  n  era  stato  vivamente  commosso.  D'  ani- 
mo risoluto,  ardito,  pronto  a  dare  la  vita  per  1'  Evan- 
gelo, il  pio  Barba  sentì  un  gran  desiderio  di  andare  a 
vedere  da  vicino  quel  che  fosse  la  Riforma,  e  quel 
pensiero  l' accompagnava  dovunque.  Alfine  si  decise  : 
partì  nel  1526,  si  condusse  in  Isvizzera  e  riportò  al 
ritorno  notizie  buone  e  libri  di  pietà  ».  (1) 

Quali  notizie  recasse,  non  sarà  difficile  indovinare. 

Carlo  Quinto,  arbitro  de'  destini  di  Europa,  medi- 
tava il  modo  di  schiacciare  la  Riforma.  Avea  però  un 
rivale  nel  re  Francesco  I,  che,  per  i  fini  suoi,  veniva 
organizzando  un'  alleanza  colle  potenze  di  Occidente 
e  tirava  a  sé  gli  sguardi  de'  principi  protestanti.  Que- 


(1)  Merle  d'  Aubigné,  RUst.  de  la  Ré/orme  au  temps  de  Calvin,  III, 
323. 


83 

sti  ne  speravano  favore,  anche  per  l' influenza  che 
avea  su  di  Ini  la  sorella  Margherita,  duchessa  di 
Aleucon.  Un  dì,  uscì  un  decreto  reale  che  cassava 
le  procedure  contro  gli  eretici.  Quel  decreto  giunse 
a  Grenoble  appunto  (piando  vi  era  alle  viste  un  mo- 
vimento di  riforma  a  cui  si  rannoda  il  nome  di  un 
personaggio  che  dovrà  tosto  comparire  sulla  scena 
della  nostra  storia. 

Era  Guglielmo  Farei. 

Nato  a  Gap,  o  ne'  dintorni  di  quella  città,  circa 
l' anno  1489,  da  famiglia  nobile  e  bigotta,  s'  era  dato 
a  leggere  e  diffondere  tra'  suoi  le  Sacre  Scritture,  ed 
eia  poi  dovuto  fuggire  in  Isvizzera.  Dopo  varie  vi- 
cende, fermata  la  sua  dimora  a  Morat  e  Xeuchàtel,  vi 
avea  seguitato  a  predicare  con  zelo  di  apostolo  e  au- 
dacia di  pioniere,  senza  perdere  di  vista  i  progressi 
che  la  Riforma  veniva  facendo  nel  natio  paese. 

Così  la  Riforma  picchiava  alle  nostre  porte,  e  le 
regolari  trattative  stavano  per  incominciare. 


Una  Deputazione. 

Eccoci  in  ottobre  del  1530.  Due  Barbi  partono  col- 
T  incarico  di  conferire  co'  riformatori  delle  più  vicine 
città.  Sono  Maurel  di  Freissinière,  residente  a  Mè- 
rindol,  e  Masson  di  Borgogna.  Seguitiamoli  nella  loro 
peregrinazione. 

Si  condussero  dapprima  a  Morat  e  Neuchàtel,  per 
abboccarsi  col  loro  compaesano  Farei  ;  salutarono  di 
] tassata  Haller,  a  Berna,  poi  si  fermarono  alquanto  a 
Basilea  presso  Ecolampadio.  La  mite  sapienza  di 
questo  riformatore  conciliò  subito  la  loro  fiducia.  Gli 


84 

esposero  la  situazione  religiosa  de'  Valdesi,  fermando 
la  sua  attenzione  minutamente  intorno  il  ministerio, 
il  canone  e  l'interpretazione  delle  S.  Scritture,  il  culto, 
i  sacramenti,  i  riti  e  la  morale.  Ultima  veniva  la  que- 
stione più  spinosa  di  tutte,  eh'  era  sorta  fra  Erasmo  e 
Lutero,  riguardo  al  libero  arbitrio.  «  Quel  che  ne  ab- 
biamo letto  ci  conturba,  dissero  i  Barbi.  Tenevamo 
finora  che  Dio  avesse  messa  in  ogni  uomo  una  tal 
quale  disposizione  di  natura,  che  lo  facesse  capace  di 
qualche  virtù;  che  Dio  creasse  tutti  gli  uomini  per  la 
vita  eterna,  e  che  la  sua  prescienza  non  escludesse 
la  nostra  responsabilità.  Ora  se,  come  pretende  Lu- 
tero, tutto  avviene  per  necessità,  che  ci  resta  a  fare  ? 
A  che  la  predicazione  ?  Ah  !  perchè  non  siamo  noi 
uniti?  Vero  è  che,  in  sostanza,  abbiamo  un  sentire 
medesimo;  solo  che  trascurammo  d'  investigare  le 
Scritture.  Ma  ci  verremo,  e  voi  ci  guiderete  e  lo 
Spirito  di  Dio  e'  illuminerà  ». 

Santa  semplicità  de'  nostri  avi  !  Eppure,  leggevano 
le  Scritture  da  sì  gran  tempo,  e,  a  dirla  coni'  ò,  non 
aveano  ragione  la  loro  parte? 

Ecolampadio  rispose  ai  Valdesi  con  una  lettera 
nobile,  schietta  quanto  modesta.  I  nostri  messaggieri, 
pur  tenendola  in  molto  pregio,  non  s' acquetarono 
al  verbo  di  lui.  «  Anche  il  buon  Omero  sonnecchia 
talvolta  ».  (1) 

Così  dicendo,  passarono  a  Strasburgo  in  cerca  di 
altri  lumi. 

A  Strasburgo  si  ripetè  la  stessa  scena.  I  nostri 
Barbi  ebbero  da  Martino  Bucero  amichevole  acco- 
glienza e  una  risposta  che,  su  per  giù,  era  come 
quella  che  aveano  già  in  mano. 


(1)  "  Come  tu  sabes,  alcuna  vecz  lo  bon  Hoinero  dormitilo.  "  Man- 
rel,  Memorie. 


85 

Ecco,  in  poche  parole,  la  risposta  de'  riformatori  : 
Fratelli  Valdesi,  noi  ringraziamo  Dio  che,  mal- 
grado le  tenebre  che  vi  circondano,  abbiate  serbata 
la  conoscenza  e  V  amore  della  verità.  Xon  dissen- 
tiamo nella  dottrina  fondamentale  della  Trinità.  Ci 
sfugge,  come  a  voi  il  mistero  della  predestinazione. 
Che  fare?  Xon  vi  rimane  altro  che  di  rassegnarvi 
come  noi  ad  accettarlo.  Ma  esclude  il  libero  arbitrio. 
voi  dite.  E  sia.  Xe  segue  forse  che  non  sussista  la 
nostra  responsabilità  ?  La  salute  viene  da  Dio,  dal- 
l' uomo  la  perdizione.  Xon  siete  neppur  alieni  dal 
riconoscere  la  vera  dottrina  de'  sacramenti.  Xe  am- 
mettiamo due  soltanto:  il  battesimo  e  la  cena,  e  li 
teniamo  per  simboli.  Il  canone  delle  Scritture  va 
espurgato;  vi  segnamo  a  parte  i  libri  apocrifi.  Quanto 
alla  legge  morale,  essa  scaturisce  a  un  tempo  dal- 
1  Antico  e  dal  Xuovo  Testamento;  si  tratta  solo  di 
osservarla.  Il  giuramento  è  lecito.  Cristo  non  lo  abolì; 
ne  scartò  soltanto  la  pratica  frivola.  Il  matrimonio  è 
onorevole  fra  tutti  secondo  gli  Apostoli,  a'  quali  non 
venne  neppure  in  mente  di  prescrivere  il  celibato. 
L' ordine  ecclesiastico  è  fondato  sopra  la  pluralità 
degli  uffici,  e  questa  è  determinata  alla  sua  volta  dalla 
diversità  dei.  doni.  È  inevitabile,  è  doverosa,  ad  ogni 
modo,  la  separazione  de'  fedeli  dalla  Chiesa  llomana. 
Su  quest'  ultimo  punto  insistettero  i  riformatori  in 
modo  particolare. 

Voi  sapete,  scrive  Ecolainpadio,  che  siamo  chiama- 
ti •<  a  credere  col  cuore  a  giustizia  e  a  far  colla  bocca 
confessione  a  salute  >>,  e  che  coloro  che  si  vergo- 
gnano di  confessare  Cristo  innanzi  agli  uomini  sa- 
ranno riprovati.  Coni'  è  mai  possibile  di  servire  colla 
dissimulazione  l' Iddio  di  verità  e  di  portare  uno 
stesso  giogo  cogl'  infedeli  ì  Eppure,  è  questo  il  caso 
vostro.  Per  tema  della  persecuzione  dissimulate  la 


86 

vostra  fede,  andate  a  messa  e  unite  il  vostro  amen 
alle  orazioni  de'  papisti.  E  ciò  che  cos'  è  se  non  rinne- 
gare Gesù  Cristo  ?  Recate  a  scusa  la  vostra  debolez- 
za, lo  so;  ma  non  sareste  voi  più  forti  se  sapeste 
eh'  egli  vi  riscattò  col  prezzo  del  suo  sangue  ?  O  per- 
chè non  temereste  voi  piuttosto  Colui  che  può  git- 
tare  1'  anima  e  il  corpo  nella  geenna  ?  Qual  tesoro  ò 
per  noi  Gesù  Cristo  !  Ah  !  se  si  deve  rifiutare  di  se- 
guirlo, piuttosto  morire.  Vi  esortiamo  a  porvi  mente. 
Sarà  dunque  lecito  dissimulare  la  nostra  fede  perchè 
viviamo  sotto  '1  regno  dell'  Anticristo  ?  Allora  per- 
chè confessarla  sotto  quello  dei  Turchi  ?  E  perchè 
mai,  ai  tempi  di  Domiziano,  si  facevano  scrupolo  le 
genti  cristiane  di  sacrificare  a  Giove  o  a  Venere  ? 
Perchè  ricusò  Tobia  di  adorare  il  vitello  d' oro  a 
Bethel  ?  Fratelli  Valdesi,  io  temo  che  se  non  rendia- 
mo a  Dio  l' onore  che  gli  è  dovuto,  non  resti  conta- 
minata la  nostra  vita  tutta  quanta  da  un  lievito  di 
dissimulazione  e  che  il  Signore  non  ci  vomiti  dalla 
sua  bocca.  Come  gloriarci  nella  croce  di  Cristo,  se, 
per  timor  degli  uomini,  ricusiamo  di  aver  parte  al 
suo  obbrobrio  ?  I  vostri  avi  han  messo  la  mano  al- 
l' aratro  :  voi,  non  tornate  indietro  ».  (1) 

Così  scriveva  Ecolampadio.  E  Bucero,  aggiungeva: 
«  Col  ricevere  i  sacramenti  dalle  mani  de'  papisti, 
voi  sancite  la  loro  empietà.  Codesta  è  una  gran  debo- 
lezza che  preghiam  Dio  di  non  imputarvi.  Naaman 
siro,  costretto  di  presentarsi  col  suo  re  al  tempio  di 
Reninoli,  vi  adorava  Dio  e  a  lui  solo  rendeva  culto. 
Nondimeno,  si  raccomandava  alle  preghiere  di  Eli- 
seo. Adunque,  bando  alle  scuse.  Voi  siete  in  piena 
Babilonia:  Dio  ve  ne  liberi  ».  (2) 


(1)  "Non  licet  ab  aratro  respicere."  Lett.  di  Ecolamp.  ap.  Scultetus. 

(2)  "  In  Baby  Ione  estis,   Dominila  vos  liberet.  "  Matt.   Bur.   Re- 
spons.,  pubbl.  da  Herzog. 


87 
Tale,  in  sostanza,  la  risposta  rilasciata  ai  nostri 
messaggieri.  Al  ritorno,  Masson  fu  arrestato  a  Dijon  e 
pare  che  venisse  fatto  morire.  Invece  Maurel  riuscì 
sano  e  salvo  a  Mérindol.  Vi  raccontò  a'  Valdesi  adu- 
nati le  vicende  del  suo  viaggio  e  riferì  la  risposta 
avuta  dai  riformatori  di  Basilea  e  di  Strasburgo,  con- 
fermandola col  suo  voto.  I  suoi  fratelli  accolsero  le 
sue  conclusioni.  Però,  alcuni  restavano  titubanti. 


TI. 
La  Dichiarazione  di  Cianforan. 

Intanto  movea  la  Riforma  alle  conquiste,  e  Fa- 
rei, volto  a  Ginevra,  le  faceva  pervenire  le  sue  prime 
esortazioni.  Carlo  II  di  Savoia,  soprannominato  il 
Buono,  schermivasi  alla  meglio  fra  V  imperatore,  a 
cui  era  ligio  come  vassallo,  ed  il  suo  regal  nipote  di 
Francia,  geloso  e  arrogante  la  sua  parte.  Erano  scorsi 
due  anni  dal  ritorno  del  Barba  Maurel,  quando  s'  adu- 
nò a  Cianforan,  su  quel  di  Angrogna,  il  sinodo  che 
dovea  decidere  la  grossa  quistione  della  Riforma. 
Barba  Martino,  passato  in  Isvizzera,  avea  trovato 
Farei  al  colloquio  di  Grandson  e  l' avea  pregato 
d  intervenire. 

Farei  era  nato  per  aprire  le  porte.  Egli  venne  ac- 
compagnato dal  suo  collega  Antonio  Saunier,  oriundo 
come  lui  del  Delfinato,  e  pastore  a  Payerne.  La  mat- 
tina del  12  settembre  1.332  v'era  folla  a  Cianforan; 
bisognò  tener  seduta  a  cielo  aperto,  all'  ombra  del 
castagneto  ospitale.  Gli  sguardi  di  tutti  si  fissarono 
subito  sopra  un  uomo  tarchiato,  bruno,  dalla  barba 
scarsa  e  rossiccia;  i  suoi  occhi  mettevano  faville, 
avea  tonante  la  voce,    chiara  la    parola,  veemente, 


88 

irresistibile  come  i  torrenti  delle  sue  Alpi.  Era  Farei. 
Dominò  V  assemblea  fino  al  sesto  dì,  che  fu  1'  ultimo. 
Ma  si  udì  pur  volentieri  la  parola  geniale  di  Saunier. 
I  dibattiti  s' aggirarono  intorno  ad  alcuni  degli  arti- 
coli messi  innanzi  dai  riformatori,  e  si  trattò  special- 
mente di  definire  1'  autorità  delle  S.  Scritture  e  di 
consultarle  sui  punti  controversi.  La  discussione  fu 
viva,  ma  concludente,  e  la  dichiarazione  a  cui  fece 
capo  si  riduce  a  questi  pochi  articoli  : 

<i  Al  cristiano  è  lecito  giurare  nel  nome  di  Dio  ; 
sono  malvagie  le  opere  vietate. 

La  vera  confessione  si  fa  a  Dio  soltanto. 

L' osservanza  sabbatica  della  domenica  non  è  ob- 
bligatoria; nondimeno,  vuol  essere  sospeso  il  lavoro 
per  carità  verso  le  persone  di  servizio  e  per  atten- 
dere alla  meditazione  della  divina  Parola. 

II  culto  divino  solo  degno  di  quel  nome,  è  il  culto 
in  ispirito  e  verità. 

L' imposizione  delle  mani  non  è  necessaria. 

È  proibita  la  vendetta. 

Il  cristiano  può  esercitare  l'ufficio  di  magistrato 
verso  i  cristiani  che  trasgrediscono  le  leggi. 

Non  v'  è  obbligo  di  far  digiuno  in  tempi  determi- 
nati. 

Il  matrimonio  è  lecito  a  tutti. 

Non  è  proibito  il  percepire  un  interesse  per  de- 
naro dato  in  prestito. 

Coloro  che  furono  o  saranno  salvati,  furono  tutti 
eletti  già  avanti  la  creazione  del  mondo. 

È  impossibile  che  i  salvati  vadano  in  perdizione. 

Chiunque  stabilisce  il  libero  arbitrio  nega  assolu- 
tamente la  predestinazione  e  la  grazia  di  Dio. 

I  ministri  della  parola  di  Dio  non  devono  venire 
traslocati,  ove  non  sia  ciò  richiesto  per  il  maggior 
bene  della  Chiesa. 


89 

Non  è  contrario  alla  comunione  apostolica  che  i 
ministri  posseggano  qualcosa  in  proprio  per  il  so- 
stentamento della  loro  famiglia. 

Cristo  ci  lasciò  due  simboli  sacramentari  soltanto, 
cioè  il  battesimo  e  1'  eucaristia  ». 

La  sinodale  dichiarazione  si  chiudeva  con  queste 
parole  : 

«  Fratelli,  poiché  è  piaciuto  a  Dio  di  riunirci  per 
la  sua  santissima  Parola,  e  che,  mercè  1'  assistenza 
sua,  abbiamo  aderito  pubblicamente,  di  comune  ac- 
cordo e  in  uno  stesso  spirito  alla  presente  dichiara- 
zione, la  quale  non  è  stata  combinata  dagli  uomini, 
ma  dettata  dal  suo  Spirito,  vi  scongiuriamo  per  le 
viscere  della  sua  carità  che,  quando  ci  saremo  sepa- 
rati, perduri  1'  unione  e  sia  manifesta,  vuoi  per  l' in- 
terpretazione delle  Scritture,  vuoi  per  l'insegnamento 
di  queste  dottrine,  dimodoché  non  vi  sia  luogo  a 
veruna  discordia  ».  (1) 

Su  di  che  restò  convenuto  che  s'avesse  ornai  a  ces- 
sare del  tutto  e  ad  ogni  costo  da'  riti  e  dalle  pratiche 
della  Chiesa  Romana. 

Infine,  parve  a'  Valdesi  che,  a  levare  la  discordia 
che  regnava  fra  le  genti  cristiane,  il  partito  più  si- 
curo fosse  di  dare  alle  stampe  una  traduzione  esatta 
delle  S.  Scritture.  Ridotti  fino  allora  a  consultare 
versioni  redatte  in  base  alla  Volgata,  aveano  forse 
sperato  di  trarre  maggiore  utilità  da  quella  tentata 
allora  da  Lefèvre  d' Etaples  ;  ma  furono  disingannati. 
Ah  !  dicevano  Farei  e  Saunier,  se  ci  riuscisse  una 
volta  di  avere  la  Bibbia  «  ripurgata  secondo  le  lin- 
gue ebraica  e  greca  in  lingua  nostra  !  »  E  si  fece  un 
patto:  Xoi,  dissero  i  riformatori,  rivedremo  la  tradii - 


(1)  '•  Foy  che  en  tato  siamo  stati  uniti  in  un  medesimo  spirito. 
MS.  valdese. 


90 

zione  di  Lefèvre,  e  voi  ci  aiuterete  a  ristamparla. 
«  Con  tutto  l' animo  »,  risposero  i  Valdesi,  e  s' im- 
pegnarono a  versare  una  somma  considerevole. 

Il  sinodo  di  Cianforan  avea  così  risoluta  la  que- 
stione della  Riforma,  tanto  per  i  Valdesi  di  Francia 
come  per  quelli  d' Italia.  Meno  di  cinque  mesi  dopo, 
quelli  di  Cabrières,  in  Provenza,  affermavano  con  vi- 
rile baldanza,  di  fronte  ai  persecutori,  la  loro  nuova 
indipendenza.  «  Facciamo  testimone  Dio,  scrivevano 
apertamente,  che  non  teniamo  opinione  uè  setta  par- 
ticolare, e  che  non  abbiamo  creduto  uè  crediamo  a 
Pietro  Valdo  nò  a  Lutero  né  a  chi  si  voglia  altri,  se 
non  in  quanto  essi  annunziarono  la  parola  di  Dio  e 
non  la  loro  parola,  per  quello  che  ci  venne  fatto  di 
conoscere.  »  (1) 

Se  la  Riforma  vinse,  è  però  da  considerarsi  che 
qui  sfondava  porte  aperte,  prevenuta  coni'  era  dal 
grande  principio  protestante  de'  Valdesi  :  «  Ubbidire 
a  Dio  piuttosto  che  agli  uomini  ».  Del  resto,  la  sua 
vittoria  non  ci  appare  incontrastata.  La  discordia 
fu  scongiurata  sì,  non  però  in  modo  da  lasciar  cre- 
dere che  non  fosse  più  da  temere.  Non  ci  stupisca 
adunque  di  vederla  far  capolino  ancora  un  istante. 


III. 

Lettera  de' Fratelli  di  Boemia. 

L'  opposizione  era  rappresentata  da  due  Barbi 
d' oltremonte  :  Daniele  di  Valenza  e  Giovanni  di  Mo- 
lines.  Forse  aderivano  ad  essi  alcuni  primati  delle 
valli  di  Piemonte  e  dintorni,  poco  inclinati,  almeno 
fino  allora,  a  favorire  la  Riforma.  Checche  ne  sia,  i 


(1)  Herminjard,  Corr.  des  Réform.,  VII,  466. 


91 

nostri  intransigenti  andarono  a  cercare  alleanza  presso 
i  Fratelli,  che  sapevano  dilettanti  di  lor  vecchie  tra- 
dizioni, le  quali  vedemmo  propagarsi  fino  in  Boemia. 
Ancor  ivi  si  caldeggiava  1'  unione,  ma  colla  Riforma 
germanica,  e  Lutero  stava  per  dare  alle  stampe  la 
confessione  di  fede  de'  Fratelli  di  Boemia,  con  una 
prefazione  di  suo  pugno  che  li  commendava  a  tutti  i 
cristiani.  Però,  anche  tra'  Fratelli  v'  era  un  nucleo 
<T  intransigenti  che  si  tenevano  in  disparte,  preferen- 
do starsene  attaccati  a  una  tradizione  complicata  di 
elementi  ussiti,  taboriti  e  valdesi,  che  decoravano 
col  nome  di  apostolica.  N'  erano  così  invaghiti  che, 
poco  meno  di  un  secolo  più  tardi,  non  s'  acconciava- 
no all'  unione  co'  Calistini,  sia  luterani,  sia  riformati. 
Da  costoro  si  volsero  i  nostri  pellegrini,  salutandoli 
fratelli  nella  tradizione  apostolica  e  narrando  a  modo 
loro  le  cose  seguite  al  sinodo  di  Angrogna.  Furono 
ben  accolti;  parecchi  pastori  di  Boemia  e  di  Mora- 
via si  associarono  alle  loro  proteste  e  scrissero  per 
loro  mezzo  una  lettera  latina  a'  Valdesi,  la  quale  di- 
ceva così  : 

«  I  vostri  fratelli  Daniele  e  Giovanni  sono  giunti 
in  Boemia,  e,  per  certi  indizi,  ci  siamo  potuti  capaci- 
tare che  sono  vostri  deputati.  Il  loro  arrivo  ci  ca- 
gionò viva  allegrezza  e  li  accogliemmo  a  braccia 
aperte.  Tanto  più  ci  rallegrammo  quando  ci  presen- 
tarono i  vostri  più  cordiali  saluti.  Credevamo  già  che 
foste  tutti  periti  nell'  ultime  persecuzioni;  ma  essi  ci 
rassicurarono  appieno,  raccontandoci  i  fatti  vostri  e 
come  siete  stati  protetti  dalla  bontà  di  Dio.  Ne  fum- 
mo ripieni  di  letizia  e  ne  rendiam  grazie  a  Dio,  au- 
tore d'  ogni  bene. 

€  Poi  ci  riferirono  che  certe  genti,  che  si  fan  giuoco 
delle  Sacre  Scritture  e  della  dottrina  cristiana  o  che 
le  corrompono,  sono  passate  a  voi  dalla  Svizzera,  e. 


92 

intromettendosi  ne'  fatti  vostri,  vi  cimentarono  con 
diverse  questioni  relative  alle  dottrine  della  salute, 
e  che  sarebbe  nato  uno  scisma  deplorevole  fra  di 
voi,  quando  eravate  uniti  da  tanti  secoli,  il  che  sa- 
rebbe stato  cagione  di  non  piccolo  turbamento.  Ci 
dissero  ancora  delle  persecuzioni  sorte  per  la  nuova 
dottrina  di  costoro.  Ciò  ne  mosse  a  compassione 
dello  stato  vostro  e  ne  provammo  vivo  rincresci- 
mento. Da  ultimo,  ci  esposero  alcune  questioni  e  ar- 
ticoli, chiedendoci  ia  nome  vostro  di  spiegarli  secondo 
il  nostro  sentire,  anche  per  iscritto  ». 

E  qui  ecco,  ma  in  breve,  la  risposta  de'  Fratelli  : 
Fummo  costernati,  e  non  senza  trepidazione  pen- 
siamo al  vostro  avvenire.  Perchè  non  ci  scriveste  '. 
Ma,  siccome  diamo  a'  vostri  deputati  intera  fiducia, 
così  vi  scusiamo.  Or  ecco,  ci  sorprende  che  voi,  già 
sì  incrollabili,  vi  lasciate  ora  imporre,  e  così  facil- 
mente, da  gente  di  cui  la  buona  fede  non  è  ancor 
provata.  E  così,  siete  divisi.  Bisognava  procedere  più 
cauti,  intendervi  fra  di  voi,  esaminar  bene  le  cose. 
Già  a'  tempi  degli  Apostoli  eran  sorti  falsi  profeti, 
e  dovevate  accorgervi  che  chi  semina  discordie  fa 
1'  opera  di  Satana.  Vi  scongiuriamo  di  rimediarvi  : 
provvedete  di  comuue  accordo  alle  riforme  neces- 
sarie, ma  da  voi,  in  tutta  fedeltà.  Ancora  noi  siamo 
tribolati  da  genti  siffatte,  che  vanno  attorno  spar- 
gendo nuove  dottrine.  Ma  noi  resistiamo  loro,  fon- 
dandoci co'  piedi  e  colle  mani  sopra  il  testo  delle 
S.  Scritture.  Attendete  voi  pure  allo  studio  di  esse, 
che  sono  le  vere  fonti  della  salute.  E  ponete  in  Cristo 
la  vostra  fiducia,  non  che  nelle  sue  veraci  promesse. 
Allora  la  fede  evangelica,  per  la  quale  voi  combatte- 
te, uscirà  vittoriosa  dalla  prova.  (1) 


(1)  Heiminjartl,  o/>.  cit.,  III,  n.  420. 


93 
Codesta  lettera  diceva  ottime  cose,  ma  lasciava 
scorgere  più  di  un  malinteso,  e  uno  zelo  non  scevro 
di  pregiudizi.  I  Barbi  di  Valenza  e  di  Moline»  erano 
essi  proprio  deputati?  E  per  lo  meno  dubbio,  e  la 
loro  poca  discrezione  non  giovò  di  certo  a  sanare  la 
discordia. 


IV. 

La  Bibbia  di  Olivetani». 

Mentre  i  nostri  Barbi  pellegrini  si  riducono  alle 
valli  di  Piemonte,  diciamo  quello  che  vi  era  seguito 
durante  la  loro  assenza. 

Ripassati  in  Isvizzera,  Farei  e  Saunier  aveano  con- 
ferito co'  loro  colleghi  a  Grandson.  Quel  che  vi  era 
stato  deciso,  lo  s' indovina  nel  vedere  il  Saunier,  e 
con  lui  Pietro  Robert  detto  Olivetano,  cugino  di  Gai- 
vino,  mettersi  senz'  altro  in  via  per  il  Piemonte.  Il 
loro  viaggio  fu  poco  ameno.  Poco  mancò  che  Sau- 
nier non  soccombesse  a  un  attacco  di  colera,  e  pare 
che  ne  fossero  travagliati  pure  i  suoi  compagni  Oli- 
vetano e  Martino.  Giunti  alle  Valli,  attesero  ad  am- 
maestrare i  ministri  e  il  popolo;  le  genti  accorrevano 
volentieri  alle  loro  prediche,  e  si  trattò  tosto  di  fon- 
dare qualche  scuola.  Xel  mandare  a  Farei  queste  no- 
tizie, Saunier  aggiunge  che  i  Valdesi  aveano  con- 
segnato a  Barba  Martino  cinquecento  scudi  per  la 
stampa  della  Bibbia,  e  ne  sollecita  1'  esecuzione. 

Frattanto,  ecco  giungere  dalla  Boemia  i  Barbi  Da- 
niele e  Giovanni  per  assistere  al  Sinodo  convocato 
per  agosto  nella  valle  di  San  Martino.  Vi  assistette 
anche  Saunier.  Si  lesse  la  lettera  de' fratelli  di  Boe- 
mia, e  la  si  discusse,  senza  mutar  nulla  alle  cose  già 


94 

deliberate.  «  Avendo  ponderato  da  capo  ogni  cosa, 
dice  Gillio,  si  confermò  la  conclusione  fatta  in  An- 
grogna  e  fu  risposto  alla  lettera  de'  pastori  di  Boe- 
mia ».  (1)  Allora  i  Barbi  intransigenti  si  separarono, 
e  sembra  che  la  discordia  finisse  lì.  La  Riforma  era 
fatta.  Non  era  però  compiuta,  e  tra  le  cose  più  ne- 
cessarie perchè  si  compiesse,  era  la  disseminazione 
delle  S.  Scritture. 

Lo  stampatore  era  pronto;  ma  niuno  gli  conse- 
gnava il  manoscritto.  Lo  aspettava  da  Farei  e  Viret, 
incaricati  della  revisione  della  Bibbia  di  Lefèvre;  ma 
non  veniva,  e  i  Valdesi  cominciavano  a  rammaricarsi. 
Alfine,  convenne  rinunziare  a  ottenerlo.  Ma  l' inca- 
rico passò  ad  Olivetano.  Se  non  che,  invece  di  revi- 
sione, ora  si  tratterà  di  traduzione  propriamente 
detta,  almeno  per  l'Antico  Testamento. 

Questo  lavoro  era  stato  cominciato  da  qualche 
tempo,  per  uso  degli  allievi  delle  Valli.  Perciò  basta- 
rono dodici  mesi  a  compierlo.  Uscì  la  dedica  con 
(mesta  data:  «  Dalle  Alpi  il  12  febbraio  1535.  »  Vi 
parla  Olivetano  alla  Chiesa  evangelica,  in  generale, 
con  accenti  di  tenera  riverenza: 

«  O  piccola  Chiesa  poverina;  sebbene  tu  sii  deso- 
lata, mesta  e  sconsolata,  perchè  ci  vergogneremmo 
noi  di  farti  questo  regal  presente?  A  chi  destinò  il 
Signore  la  sua  Scrittura,  se  non  alla  sua  piccola 
schiera  invincibile,  a  cui  vuole  da  vero  capo  incutere 
animo  e  coraggio  colla  sua  presenza  ?  Io  t'  amo  ;  io  ti 
vidi  al  servizio  de' tuoi  duri  padroni,  maltrattata,  fiac- 
cata, tanto  da  parere  una  povera  schiava,  quando  sei 
la  figlia  del  Signore  dell'universo.  Ascolta  il  tuo  amico 
che  ti  chiama:  egli  vuol  farti  udire  il  diritto  che  ti  spet- 
ta e  la  parola  di  passo  per  giungere  a  perfetta  libertà  ». 

(l)Op.  cit.  I,  57. 


95 
E  soggiungeva,  accennando  alla  Chiesa  delle  Valli: 
v  11  popolo  che  ti  dona  questo  presente  è  stato  al 
bando  per  più  di  tre  secoli  e  diviso  da  te.  E  stato  re- 
putato il  più  malvagio  che  fosse  mai.  Le  genti  si 
servono  ancora  del  suo  nome  per  vituperio.  Nondi- 
meno, esso  è  il  vero  popolo  paziente,  che  con  fede 
e  carità  vinse  in  silenzio  ogni  assalto.  Noi  riconosci  ì 
E  il  tuo  fratello,  il  tuo  Giuseppe,  che  non  si  può  trat- 
tenere dal  darsi  a  conoscere  a  te.  »  (1) 

Il  4  di  giugno  la  stampa  era  finita.  In  fronte,  leg- 
gevaai  questa  iscrizione: 

I  Valdesi,  popolo  evangelico. 
Posero  questo  tesoro  in  publico. 

Eccoci  al  secondo  sinodo  di  Cianforan.  Ebbe  luogo 
nel  settembre  1535.  Alcuno  riferì  di  avervi  veduto  sa- 
lire un  personaggio,  «  che  avea  nome  Farei  »;  ma 
non  era  il  riformatore,  bensì  uno  de  suoi  fratelli.  Vi 
assistevano  pure  Saunier  e  Olivetano,  scampati  da 
recente  pericolo.  Il  sinodo  durò  sei  dì.  S' udirono  le 
notizie  di  Francia,  dove  cominciava  a  infierire  la 
persecuzione;  si  deliberò  di  mandare  un'  istanza  al 
re  Francesco  I  per  scongiurarla,  e  di  unirvi  una  con- 
fessione di  fede,  lasciando  a  Farei  l' incarico  di  tra- 
smetterla. Però  1'  attenzione  maggiore  fu  concessa 
alla  relazione  di  Saunier  e  di  Olivetano  sulla  stampa 
della  Bibbia  e  la  sua  disseminazione. 

Finito  il  sinodo,  Saunier  ripartì;  ma  all'uscire  della 
valle  di  Angrogna,  cadde  in  mano  di  soldati  forse  ap- 
postati per  aspettarlo,  e  fu  menato  prigione  a  Pine- 
rolo,  ma  liberato  di  lì  a  qualche  tempo.  Olivetano, 
invece,  si  trattenne  fino  a  primavera,  poi  venne  chia- 
mato a  coprire   una   cattedra  del  Collegio,  a  Gine- 


(1)  V.  Prefaz.  alla  sua  BilA>i;i 


96 

vra.  Lo  vediamo  ivi  intento  a  correggere  la  sua  tra- 
duzione. Ripassò  quindi  in  Italia,  visitò  la  duchessa 
Renata  a  Ferrara,  scese  a  Roma  e  vi  morì  oscura- 
mente, nell'agosto  1538. 

Lasciando  che  altri  cerchi  invano  la  sua  tomba,  vol- 
giamo piuttosto  lo  sguardo  al  monumento  eh'  egli  in- 
nalzò colle  sue  fatiche,  cioè  alla  sua  traduzione  delle 
Sacre  Scritture.  Prima  che  finisse  il  secolo,  fu  ristam- 
pata non  meno  di  cinquanta  volte.  Vero  è  che  la 
critica  non  si  affrettò  a  tributargli  giustizia;  ma  og- 
gidì, essa  fece  ampia  riparazione  col  riconoscere  che 
non  solo  è  ben  sua.  ma  di  inerito  singolare.  «  Non  du- 
bito, dice  uno  de'  più  competenti  maestri  de'  nostri 
tempi,  di  dichiarare  che  Y  Antico  Testamento  di  Oli- 
vetano  è  più  che  un  lavoro  di  erudizione  e  di  inerito, 
è  un  capolavoro  addirittura,  ben'  inteso  ove  lo  si  con- 
fronti co'  saggi  anteriori.  È  subito  evidente  che  vi 
abbiamo  una  traduzione  del  tutto  nuova,  e  non  una 
semplice  revisione  ».  (1)  Quanto  alla  versione  del 
Nuovo  Testamento,  è  altra  cosa,  perch'  essa  non  è  che 
una  revisione  di  quella  di  Lefèvre,  in  base  alla  Vol- 
gata ed  alla  versione  latina  di  Erasmo. 

Insomma,  la  Bibbia  di  Olivetano  fu  un  evento  per 
la  nostra  Riforma,  e  si  ritiene  che  abbia  reso  al  pro- 
testantismo riformato  <<  gli  stessi  servigi  arrecati  da 
quella  di  Lutero  alla  Chiesa  di  Germania  ».  (2)  Aprì 
ai  Valdesi  nuovi  orizzonti,  e  coli'  introdurre  nelle  loro 
vallate  l' uso  della  lingua  francese,  inaugurò  una  let- 
teratura «  rifugiata,  »  a  dir  così,  la  quale,  per  quanto 
umile,  giovò  a  conservare  più  sicuramente  la  vita 
religiosa  durante  i  secoli  di  persecuzione. 


(1)  Reuss,  liei:  de  Tlu-oL,  Strasburgo,  186.1. 

(2)  Douen,  art.  Olivetano,  nella  Enciclop.  di  Liohtenberger. 


97 


V. 

La  Missione. 

Pochi  mesi  dopo  il  secondo  sinodo  di  Cianforan, 
Barba  Martino  Gonin  si  rimetteva  in  via  per  Gine- 
vra, coli' incarico  di  conferire  con  Farei  e  gli  altri 
ministri  della  città,  a'  quali  si  vuole  che  offrisse  l'alta 
direzione  delle  Chiese  delle  Valli  e  della  missione  in 
Italia.  Ad  ogni  modo  quella  direzione  fu  assunta  e 
la  tenne  Calvino  in  qualità  di  «  sovrintendente,  » 
principalmente  per  l' invio  di  ministri  e  di  maestri. 
Non  è  però  a  dire  quanti  ostacoli  si  avessero  a  supe- 
rare per  le  comunicazioni.  Informi  per  primo  lo  stesso 
Gonin,  che  non  rivide  più  il  suo  popolo  di  Angrogna. 
Era  latore  di  lettere  che  furono  lette  sì,  ma  da'  giu- 
dici dell'  eresia.  E  sì  che  la  persecuzione  in  Piemon- 
te pareva  interrotta,  e  lasciava  luogo  a  una  tregua 
relativa,  che  durò  quanto  l'invasione  francese,  cioè 
ventitre  anni.  Militavano  sotto  la  bandiera  di  Francia 
ufficiali  protestanti,  ugonotti  e  luterani,  i  quali  fre- 
quentavano, e  volentieri,  il  culto  riformato  e  alcuna 
volta  s' incaricavano  di  trasmettere  le  istanze  dei 
Valdesi.  Ce  ne  porge  esempio  quel  maggiordomo,  per 
nome  Guglielmo  Thibaut  di  Montbéliard,  a  cui  un 
medico  di  Busca  affidava,  a  nome  de'  ministri  e  delle 
Chiese  di  Piemonte,  una  lettera  destinata  ai  principi 
e  agli  ecclesiastici  di  Germania. 

Alveare  della  missione  riformata  in  Italia  era  dunque 
Ginevra,  ossia  il  Collegio  ivi  aperto  da  qualche  tempo. 
Esso  accoglieva  «  gli  scolari  di  buona  speranza  »; 
provvedeva  ministri,  maestri  e  colportori  d' infra  le 
file  de' profughi   di  Francia.   Sparivano  l'uno  dopo 

St.  Valdese.  7 


98 

1'  altro  i  vecchi  Barbi,  insediando  i  pastori,  tra'  quali 
Stefano  Noel  di  Sciampagna,  che  ebbe  sì  gran  pre- 
stigio per  la  sua  moderazione,  e  il  maestro  suo  Gio- 
vanni di  Broc,  e  il  colportore  Ettore  di  Poitiers; 
poi,  Domenico  Vignaux  di  Guascogna  e  più  altri. 
E  si  aggiungano  i  profughi  italiani,  convertiti  a  Gi- 
nevra: Gioffredo  Varaglia  di  Busca  e  Scipione  Len- 
tulo  napoletano.  Fino  all'  anno  1555,  le  riunioni  si 
fecero  in  case  private  ;  ma  quell'  anno  vide  sorgere 
in  Angrogna  il  primo  tempio.  «  Da  ogni  parte  del 
Piemonte  soggetta  al  re,  andava  su  gente  a  sentir 
le  prediche,  contro  il  volere  di  lui  che,  se  qualche 
sentore  ne  avea,  fingeva  ignorare  ».  (1)  Pareva  che 
l' orizzonte  si  schiudesse  alle  prospettive  della  Ri- 
forma e  si  speravano  grandi  cose. 

Or  ecco,  in  poche  parole,  lo  stato  della  missione, 
insieme  ginevrina  e  valdese. 

Il  culto  celebravasi  nelle  nostre  Valli  italiane,  non 
che  in  alcune  località  del  marchesato  di  Saluzzo.  I 
ministri,  in  numero  di  trenta,  noveravano  all'  incirca 
quarantamila  fedeli.  Se  a  codesto  numero  si  aggiunge 
quello  de'  fedeli  del  Delfinato,  di  Provenza,  di  Puglia 
e  di  Calabria,  salirà  a  più  di  cinquantamila,  mal- 
grado le  grandi  perdite  patite  in  Francia  a  cagione 
delle  nuove  persecuzioni. 

Ma  scendiamo  nella  pianura  del  Piemonte,  ove  si 
affaccia  un  campo  ridente  di  liete  speranze.  Ogni  città 
accoglieva  nelle  sue  mura  una  comunità  riformata,  e 
altrettanto  si  poteva  dire  di  non  poche  località.  La 
nobiltà  pareva  scossa  dalle  prospettive  della  Riforma, 
e  l' opinione  pubblica  accennava,  qua  e  là,  a  piegarsi 
in  suo  favore.  Due  ostacoli  ritardavano  1'  agognata 
vittoria  :  il  timore  della  persecuzione  e  l' aspettazione 


(1)  Così  il  P.  Belvedere,  secondo  Gillio,  op.  cit.,  I,  53. 


99 
di  un  concilio  generale,  da  cui  molti  speravano  la  fi- 
nale decisione. 

Passiamo  in  rassegna  le  principali  comunità. 

Prima  si  affaccia  quella  di  Torino.  Sebbene  l'uni- 
versità vi  fosse  chiusa  lungamente,  alcuni  letterati 
erano  sorti  a  salutare  i  nuovi  tempi  e  perfino  a  spie- 
gare il  vessillo  della  libertà,  salvo  a  fuggir  lontano, 
come  fece  Celio  Secondo  Curione.  Un  ministro  an- 
dava predicando,  di  casa  in  casa,  e  la  Riforma  avea 
aderenti  tra  i  patrizi  ed  i  cultori  delle  professioni  li- 
berali. Accanto  a  Torino,  ricordiamo  Chieri,  vecchio 
nido  di  dissidenti,  patria  del  giureconsulto  M.  Gri- 
baldo  Moffa;  Carignano,  ove  si  disputava  di  religione 
perfiu  nelle  vie;  Busca,  patria  del  Varaglia;  poi  Ca- 
raglio,  Raconigi,  Pancalieri,  Cuneo,  Dronero  e  altre 
città.  E  v'  erano  più  località  ove  gli  sparsi  prose- 
liti della  Riforma  ne  zelavano  la  causa,  senza  tenervi 
culto  regolare.  Così  Asti,  Yillanova,  Moncalvo,  Fos- 
sano,  Piverano,  Villa  Falletto,  Cortemiglia,  Benne,  e 
così  via. 

Scendiamo  ora  più  giù,  fino  in  fondo  alla  penisola, 
se  vogliam  vedere  fin  dove  si  estenda  la  missione. 

I  Valdesi  non  perdevano  di  vista  i  loro  fratelli  qua 
e  là  stabiliti  in  Italia,  fin  nella  Puglia,  nelle  Calabrie 
e  in  Sicilia,  Soleva  il  loro  sinodo  eleggere  due  Barbi, 
provetto  1'  uno  e  1'  altro  novizio,  e  l' incaricava  di  vi- 
sitarli. Racconta  Gillio  che  il  suo  avo,  passando  per 
Firenze,  vi  udisse  un  frate  che  apostrofava  la  città 
in  questi  termini  :  «  Il  tuo  nome,  o  Firenze,  che  si- 
gnifica mai?  Che  fosti  già  il  fiore  d' Italia.  E  lo  sei 
stata  davvero,  finche  le  genti  d'  oltremonte  non  ti 
persuasero  che  l' uomo  è  giustificato  per  fede  e  non 
per  opere  ».  (1)  In  quella  frase  è  un  accenno  ai  pro- 


(1)  Hist.  Eccl..  I,  31. 


100 

gressi  della  Riforma,  che  ebbe  maestri  Valdès,  Palea- 
rio,  Carnesecchi,  Vermigli,  Ochino,  Vergerlo,  e  non 
pochi  aderenti  in  tutte  le  città.  A  Venezia,  si  calcolava 
che  ammontassero  a  qualche  migliaio  e  si  tenevano 
adunanze  quasi  pubbliche.  Una  volta,  vi  ebbe  luogo 
un  sinodo.  E  un  relatore  pretende  che,  nel  Mezzodì, 
tremila  maestri  di  scuola  fossero  intenti  a  diffondere 
il  seme  della  Riforma,  tanto  nelle  città  che  nelle 
borgate.  (1)  Certo  si  è  eh'  esso  fu  allora  sparso  nelle 
Calabrie  e  nelle  Puglie,  e  non  soltanto  da' Valdesi, 
a  segno  che  1'  avo  dello  storico  Gillio,  trovando  quei 
coloni  valdesi  insofferenti  di  freno  e  deliberati  a 
professare  la  loro  fede  apertamente,  ebbe  a  mode- 
rarne l' ardore.  Ginevra,  ove  facevano  capo  le  fila 
della  missione,  incaricò  un  profugo  italiano,  per  nome 
Iacopo  Bonello,  di  visitarli.  Di  ritorno,  questi  rac- 
comandò che  si  procurasse  di  ottenere  dal  re  di 
Spagna  un  po'  di  libertà  di  coscienza,  ovvero  s' in- 
dicasse ai  coloni  un  asilo.  Bonello  era  forse  accom- 
pagnato da  Marco  Uscegli,  che  si  recò  ad  ogni  modo 
a  Ginevra  per  chiedere  l' invio  di  un  pastore.  Ne  par- 
tirono quattro  evangelizzatori  piemontesi,  due  mini- 
stri e  due  maestri.  I  due  ministri  erano  il  Bonello  e 
Gian  Luigi  Pascale.  Del  primo  poco  si  racconta;  del 
secondo  abbiamo  più  minute  notizie. 

Nato  a  Saluzzo  da  famiglia  agiata  e  anco  letterata, 
Gian  Luigi  s'era  dato  alla  carriera  delle  armi.  Era 
di  guarnigione  a  Nizza,  quando  aprì  Y  animo  alla  Ri- 
forma e  risolvette  di  passare  a  Ginevra,  e  colà  si  pose 
a  studiare  le  S.  Scritture.  Frequentò  pure  la  scuola 
di  Losanna,  che  avea  allora  tra'  suoi  maestri  il  Viret 
e  Teodoro  di  Beza.  Ultimati  gli  studi,  chiese  la  ma- 
no di  Camilla  Guarina,   pure  essa  piemontese.  Due 


(  1  )  Così  Aut.  Caracciolo,  nella  Vita  di  Paolo  I V. 


101 
giorni  dopo,  la  Chiesa  italiana  di  Ginevra  lo  desi- 
gnava per  la  missione  di  Calabria.  La  promessa  sposa 
potè  vestire  a  bruno,  perchè  il  Pascale  non  dovea  più 
ritornare. 

Ora  non  ci  sorprenda  questo  fatto,  come  se  fosse 
isolato.  Quanti  partirono  come  lui,  quasi  impazienti 
di  cingere  la  corona  del  martirio!  «  Incredibile,  scri- 
vea  Calvino  all'  amico  Bullinger,  è  1'  impeto  e  lo 
zelo  con  cui  i  nostri  giovani  si  consacrano  al  pro- 
gresso dell'Evangelo.  Chiedono  di  servire  le  chiese 
sotto  la  croce  coli'  avidità  che  trae  altri  a  sollecitare 
benefici  presso  il  papa.  Assediano  la  mia  porta  per 
ottenere  una  parte  del  campo  da  coltivare.  Mai  alcun 
sovrano  ebbe  cortigiani  così  premurosi.  Si  contendono 
i  posti  come  se  il  regno  di  Gesù  Cristo  fosse  pacifi- 
camente stabilito.  M' adopro  spesso  a  frenarli.  Mo- 
stro loro  l' editto  atroce  che  ordina  la  distruzione  di 
ogni  casa  ove  il  culto  sia  celebrato;  faccio  loro  con- 
siderare che  in  più  di  venti  città  i  fedeli  furono  mas- 
sacrati dalla  plebe  furibonda,  e  li  avverto  che  biso- 
gna aspettarsi  cose  più  atroci.  Ma  che?  nulla  vale  a 
trattenerli  ».  (1) 

Così  Ginevra  era  divenuta  la  rocca  della  Riforma 
per  le  nazioni  latine,  la  città  forte,  emula  di  Roma. 
La  sua  confessione,  la  sua  disciplina,  il  suo  catechi- 
smo, r  Istituzione  di  Calvino  ed  i  suoi  Conienti  delle 
Sacre  Scritture  venivano  a  poco  a  poco  accettati  come 
regola  nella  Chiesa  delle  Valli  e,  non  meno  volentieri, 
nelle  nuove  comunità  piemontesi.  Ora  non  preten- 
deremo che  n'  andassero  in  ammirazione  i  duchi  di 
Savoia,  che  vedevano  la  loro  città,  non  solo  fatta  ri- 
belle, ma  divenuta  sede  di  quella  che  si  chiamava  la 


(1)  Lett.  del  24  maggio  1561.  Michelet  chiamò  Ginevra  "  fabbrica 
di  santi  e  di  martiri,  tetra  fucina  ove  si  fabbricano  gli  eletti  della 
morte.  "  Hist.  de  France,  XI,  93. 


102 

rivoluzione  protestante,  e  gli  agenti  di  Calvino  en- 
trare nel  proprio  territorio  quando  era  già  invaso 
da'  nemici.  Se  vi  si  pensi  un  poco,  quale  provocazio- 
ne! Teniamone  conto  per  essere  giusti. 


103 


CAPITOLO  SESTO 


Una  triplice  persecuzione. 


Non  trovo  parole  per  esprimere  il 
mio  orrore. 

Calvino. 
Vedete  questi  sassi?  Quando  li  avrò 
mangiati,  allora  sì,  soccomberà  la  fede 
per  la  quale  mi  fate  morire. 

C atelano  Girardetti. 
Verrà  meno  la  legna  per  i  roghi  prima 
che  i  ministri    di  Cristo  smettano  di 
predicare  il  suo  Vangelo. 

Gioffredo    Varaglia. 
Non  una,  ma  mille  vite  io  darei,  se 
le  avessi. 

Giovanni  Pascale. 

Il  disegno  che  s'era  affacciato  una  volta  alla  mente 
di  Carlo  Quinto,  quello  di  estirpare  la  Riforma,  avea 
incontrato  in  Germania  1'  ostacolo  maggiore.  Ma  i 
principi  di  Francia,  Spagna  e  Italia,  travagliati 
dalle  istigazioni  di  Roma,  finirono  per  stringere  in- 
sieme una  lega  onde  impedirne  ad  ogni  modo  l' in- 
troduzione ne'  loro  dominii,  e  reprimerla  assoluta- 
mente ove  fosse  penetrata.  Tale  il  patto  di  Cateau- 
Cambrésis.  Solo  osservandolo,  poteva  Emanuele  Fi- 
liberto sperare  di  ricuperare  i  suoi  Stati.  Quel  patto 
riuscì  fatale  alla  Riforma,  massime  in  Ispagna  e  in 
Italia.  Eppure,  la  fede  de'  Valdesi  uscirà  viva  dalla 
fornace. 

La  triplice  persecuzione  che  ora  si  affaccia  cornili- 


104 

ciò  in  Provenza,  e  vi  sparse  gran  terrore  già  sotto 
il  regno  di  Francesco  I;  poi,  sotto  quello  di  Enri- 
co II,  manderà  nelle  nostre  Alpi  sinistri  bagliori, 
finché  durerà  1'  occupazione  francese  a  Torino.  Ap- 
pena le  milizie  di  Francia  avranno  sgombrato,  il 
fiero  duca  Emanuele  Filiberto  brandirà  uno  scettro 
di  ferro,  percoterà  i  sudditi  valdesi  e  li  costringerà 
ad  una  lotta  eroica  per  l'esistenza;  ma  poi  stabilirà 
un  patto  fermo  per  la  pace.  Invece,  la  colonia  di 
Calabria,  tutta  in  balìa  del  Papa  e  di  Filippo  II  re 
di  Spagna,  perirà  inesorabilmente. 


La  strage  di  Provenza. 

Una  colonia  valdese  migrata  da  circa  due  secoli 
in  uno  de'  distretti  più  sterili  di  Provenza,  vi  avea 
fatto  buona  prova.  V  erano  sorte  due  piccole  città, 
Mcrindol  e  Cabrières,  e  attorno  una  nidiata  di  amene 
borgate.  Chi  ne  turberà  la  quiete? 

Un  dì  Farei,  ancora  studente,  accennava  con  en- 
tusiasmo agli  albori  della  Riforma.  «  Vedrete,  diceva, 
che  il  Vangelo  si  farà  breccia  anco  fra  noi.  »  Una 
voce  rispose  :  «  Se  mai  il  Re  avesse  a  tollerare  la  pre- 
dicazione della  Riforma,  io  e  quanti  la  pensano  a 
modo  mio,  faremo  sì  eh'  egli  sia  sbandito  dai  suoi 
proprii  sudditi.  »  (1)  Parlava  così  colui  che  ora  ve- 
dremo entrare  fra'  nostri  coloni  come  lupo  nell'  ovile. 

Era  fra  Giovanni  da  Roma.  Il  suo  zelo  lo  faceva 
quasi  maniaco.  Andava  per  il  paese  accompagnato 
da   sbirri  ;   si   cacciava   nelle   case,    saccheggiava   e 


(1)  Herminjard,  op.  cit.   I,  n.  483. 


105 
traeva  seco  al  tribunale  ogni  persona  sospetta  di 
eresia,  e  lì  incominciava  l' interrogatorio.  Legava  le 
sue  vittime  sovra  un  banco,  supine,  co'  piedi  penzo- 
loni dinanzi;  calzava  questi  con  stivali  pieni  di  grasso 
e  vi  poneva  sotto  un  braciere,  per  «  scaldare  i  pie- 
di, »  come  diceva.  Talora,  aggiungendo  lo  scherno 
al  tormento,  raccomandava  agli  stivali  un  paio  di 
speroni.  Ciò  risulta  dal  processo  che,  appunto  per  le 
sue  efferate  crudeltà,  quel  frate  ebbe  a  sostenere.  Bi- 
sogna udire  la  sua  difesa.  Non  negò,  ma  non  si  con- 
fessò reo  ;  anzi,  colse  1'  occasione  per  esortare  i  giu- 
dici a  prendere  esempio  da  lui,  perchè,  diceva, 
«  l' inquisizione  procedette  finora  con  soverchia  mi- 
sericordia e  carità  troppo  singolare.  »  Qui  il  frate 
s'infiamma  e,  aringando  i  giudici,  «considerate,» 
soggiungeva,  «  che  da  principio  il  distretto  di  Lione 
soltanto  era  infetto  da  codesta  setta.  E  ora,  per 
averle  usato  troppa  misericordia,  vedete  come  s'  è 
moltiplicata.  Ovunque  giro  lo  sguardo,  in  Francia, 
in  Germania,  in  Italia,  si  è  levato  quel  seme  male- 
detto. »  (  1  ) 

Fra  Giovanni  fu  condannato,  e  si  vuole  che  ciò 
avvenisse  per  un  cenno  dato  a  tempo  da  Margherita 
di  Navarra.  Ma,  nel  fuggire  ad  Avignone,  potè  van- 
tarsi di  avere  gittata  una  scintilla  che  dovea  ca- 
gionare un  terribile  incendio.  Per  cura  de'  vescovi 
le  carceri  rigurgitarono  di  vittime,  fra  le  quali  scor- 
giamo pur  Valdesi  del  Piemonte;  motivo  per  cui  l'ar- 
civescovo di  Torino,  appena  informato,  mandò  da 
quelle  parti  Pantaleone  Bersoro  signore  di  Rocca- 
piatta,  coli'  incarico  di  assistere  ai  processi  in  qua- 
lità di  commissario  ducale,  al  fine  di  notare  i  nomi 


(1)  Processo  nell'  Arch.    Naz     <li    Parigi.    V.    Herminjard,  VII, 
n.  405  e  segg. 


106 

delle  famiglie  e  degl'  individui  che  professassero  in 
Piemonte  le  dottrine  della  Riforma.  Prima  di  ripas- 
sare il  confine,  Bersoro  vide  i  soldati  avventarsi  con- 
tro le  case  de'  Valdesi,  e  l' esempio  loro,  come  ve- 
dremo, non  tardò  molto  a  trovare  eco  in  Piemonte. 

In  Francia  dunque  la  situazione  peggiorava  a 
danno  della  Riforma,  massime  dopo  il  colloquio 
avuto  a  Marsiglia  tra  Francesco  I  e  papa  Clemen- 
te VII.  Più  che  mai  s'  era  fatta  allarmante  per  il 
noto  fatto  de'  cartelli,  ossia  a  cagione  dell'  affissione 
di  un  trattato  contro  la  messa  sulle  mura  delle  case 
e  fin  sull'  uscio  della  camera  del  re,  a  Blois.  A  questa 
bravata,  Francesco  I  allibì  dallo  sdegno  ;  lì  per  lì  or- 
dinò una  processione  solenne  di  espiazione.  Quel  dì 
fu  visto  il  Re,  a  piedi,  con  la  testa  scoperta  e  in  mano 
un  cero  acceso,  fare  col  popolo  coda  ai  preti  che  me- 
navano la  processione  a  godersi  lo  spettacolo  del  sup- 
plizio di  sei  martiri  protestanti.  C  era  di  che.  Li  bru- 
ciavano vivi,  lentamente,  per  mezzo  di  una  trave  che, 
movendosi  a  guisa  di  altalena,  ora  li  calava  nelle 
fiamme,  ora  li  sollevava,  per  rituffarli  di  nuovo,  al 
suono  di  mille  e  mille  imprecazioni.  Otto  giorni  dopo 
uscì  un  editto  che  ordinava  una  procedura  generale 
contro  tutti  quanti  gli  eretici.  Invano  s'adoperarono  i 
riformatori  a  scongiurare  l' imminente  calamità.  «  La 
speranza  che  ci  tenne  sì  a  lungo  sospesi,  scrivea  Cal- 
vino, è  svanita.  Quasi  più  non  ci  resta  che  di  racco- 
mandare a  Dio  la  loro  salute.  »  (1)  Dietro  un  cenno 
del  Re,  il  parlamento  di  Provenza  emanò  contro  i 
Valdesi  il  vandalico  editto  del  18  novembre  1540,  il 
quale  recava  che  le  loro  città  e  borgate  fossero  di- 
strutte, rase  le  case  loro  fino  alle  fondamenta,  demo- 
lite le  caverne,  tagliati  i  boschi  e  diradicati  gli  alberi 


(1)  Lett.  del  19  maggio  1540. 


107 
che  potessero  servire  ad  essi  di  rifugio,  tratti  a  morte 
i  capi  ed  i  principali  rivoltosi  e  sbanditi  in  perpetuo 
le  donne  ed  i  fanciulli-  (l)  La  fatai  notizia  destò  un 
fremito  d'  orrore,  che  si  ripercosse  fin  nella  reggia. 
Francesco  I,  reso  titubante,  lasciò  al  suo  ministro 
Du  Bellay  l' incarico  <T  iniziare  un'  inchiesta,  la  quale 
sortì  esito  favorevole,  ma  valse  soltanto  a  ritardare 
la  strage. 

In  quel  tempo  i  nostri  coloni  furono  in  rapporto 
col  cardinale  Sadoleto  allora  vescovo  di  Carpentras. 
Quel  prelato,  più  tollerante  che  i  suoi  confratelli,  non 
era  forse  meno  pericoloso.  S'  abboccava  co'  Valdesi 
e  s' adoperava  con  pietosi  modi  a  tirarli  in  grembo 
alla  Chiesa,  e  siccome  riconosceva  la  necessità  di 
qualche  riforma,  così  avea  presso  di  loro  prestigio  di 
paciere.  Ma  la  sua  voce  non  fu  udita  a  Roma,  dove 
avea  promesso  di  condursi.  Egli  finì  col  ritrarsi  in 
disparte,  forse  per  non  vedere  le  scene  di  sangue 
che  stavano  per  funestare,  non  per  la  prima  volta,  il 
bel  paese  di  Provenza. 

Alfine,  fiacco  dalle  infermità  e  viepiù  docile  a'  mali 
consigli,  Francesco  I  firmò  il  1°  gennaio  1545  il  de- 
creto che  prescriveva  al  parlamento  di  Provenza 
1'  esecuzione  dell'  editto  pendente,  per  la  radicale 
estirpazione  de'  Valdesi.  Per  ultima  sventura,  essa  fu 
commessa  a  Giovanni  Mevnier,  signore  di  Oppède, 
nemico  de' Valdesi  e  invidioso  de'  loro  beni.  I  sol- 
dati saccheggiarono,  arsero  le  ricolte  e  le  case;  ven- 
dettero, violarono,  tagliarono  a  pezzi  le  loro  vittime, 
alla  lettera.  Cabrières,  Mérindol  e  venti  altri  paesi 
furono  distrutti  tutti,  e  in  dieci  dì  morirono  quat- 
tromila abitanti.  I  fuggiaschi  cercarono  rifugio  nei 
boschi  o  si  diressero  ai  confini,  e  quelli   che  giun- 


ti) Crespila,  <</>.  cit.  f.  132  verse. 


108 

sero  a  Ginevra  vi  camparono  lavorando  alle  fortifi- 
cazioni ;  altri  fecero  capo  alle  nostre  valli,  «  donde 
erano  usciti  i  loro  antenati  e  dove  furono  accolti  con 
ogni  maniera  di  assistenze  possibili.  »  (1) 

Quando  udì  la  notizia  della  strage,  Calvino,  che 
pur  l' avea  preveduta,  ne  fu  costernato,  e  scrisse  : 
«  Il  fatto  seguì  in  modo  sì  atroce,  che  al  solo  pen- 
sarvi ne  sono  stupefatto,  e  non  trovo  parole  per 
esprimere  il  mio  orrore.  »  (2)  Margherita,  sorella 
primogenita  del  Re,  versò  in  pianto  dirotto.  Invece, 
se  Farei  è  bene  informato,  il  Re  avrebbe  sclamato: 
«  Una  bella  disfatta,  per  mia  fé  !  »  (3)  Se  non  che,  al 
letto  di  morte,  avrebbe  mutato  parere.  Consigliato  dai 
rimorsi,  ordinò  la  revisione  del  processo  de'  Valdesi, 
e,  vicino  a  rendere  1'  anima  a  Dio,  scongiurò  il  suo 
successore  a  non  la  differire. 

Or  la  revisione  si  fece,  e  per  essa  fu  chiaro  per  la 
seconda  volta  che  il  Re  era  stato  male  informato. 


IL 

I    ROGHI   SOTTO   L'  INVASIONE   FRANCESE. 

La  bufera  della  persecuzione  non  avea  risparmiato 
il  Delfinato.  Vero  è  che  qui  non  sono  fulmini  ;  è 
grandine. 

Il  primo  martire  che  incontriamo  è  il  bravo  col- 
portore  della  Riforma,  il  Barba  Martino  Gonin  di 
Angrogna.  Tornando  da  Ginevra,  passava  il  colle  di 


(1)  Gillio,  op.  cit.  I,  80. 

(2)  Calvini  Opp.,  XII,  n.   636. 

(3)  Ibid.,  XII,  ti.  643.  E  noto  che  Lutero  era  solito  chiamare  Fran- 
cesco I  "  Monsieur  par  ma  foy.  " 


109 
Gap  quando  alcuni  soldati  gli  furono  addosso.  Con- 
dotto a  Grenoble  fu  condannato  a  venire  annegato 
nell'  Isère.  Il  carnefice  gli  passò  una  fune  al  collo, 
con  un  bastone  lo  strangolò,  poi  spinse  il  corpo  nella 
riviera,  «  però  tenendolo  legato  per  un  piede  finché 
non  cessò  di  muoversi.  »  (1) 

Più  atroce  fu  il  supplizio  di  Stefano  Bruii,  arso  a 
Embrun.  Ma  dobbiamo  omettere,  per  brevità,  di  rac- 
contarlo e  di  menzionare  altri  martiri,  da'  nomi  dei 
quali  appare  viepiù  chiaramente  che  i  Valdesi  ed  i 
nuovi  proseliti  della  Riforma  gareggiavano  di  corag- 
gio e  di  ardore. 

Passiamo  di  qua  dal  confine  per  vedere  quel  che 
avviene  in  Piemonte  avanti  e  durante  l' invasione 
francese. 

Tornato  a  Torino,  il  commissario  Bersoro  vi  avea 
recato  non  poche  notizie  sopra  i  Valdesi  e  le  loro 
mosse.  S'  era  allora  alla  vigilia  del  secondo  sinodo  di 
Cianforan.  Avuto  l' incarico  di  schierare  un  drap- 
pello di  soldati  allo  sbocco  delle  Valli,  egli  colse  il 
Sauuier,  l' incarcerò,  e  già  il  processo  che  se  ne  fece 
accennava  a  finir  male,  quando  Ginevra,  per  rappre- 
saglia, arrestò  un  frate.  Allora  Carlo  III,  Duca  di 
Savoia,  gradì  che  se  ne  facesse  lo  scambio  col  suo 
prigione,  e  così  Sauuier  potè  tornarsene  a  casa  sua. 
Del  resto,  Bersoro  arrestò  ancora,  oltre  qualche 
sentinella  del  sinodo,  diversi  fra  nostri  vallegiani, 
provocando  una  calata  vittoriosa  di  quei  di  Angro- 
gna,  non  che  le  rimostranze  della  contessa  Bianca  di 
Luserna.  Si  fu  allora  che  venne  imprigionato  Cate- 
lano  Girardetti,  di  S.  Giovanni,  per  avere  indotto 
gente  a  udire  la  predicazione  valdese  a  Torre  Pel- 
lice.  Salì  al  rogo  a  Revello,  non  lungi  da  Saluzzo. 


(1)  Crespili,  f.   1U9.  Cf.   (iillio,  I,  69. 


110 

Prima  di  morire,  domandò  che  gli  porgessero  due 
sassi.  Siccome  gli  astanti  nicchiavano,  forse  temendo 
di  qualche  offesa,  li  rassicurò  e,  avuti  i  due  sassi,  li 
mostrava  al  popolo  e  diceva:  «  Vedete  questi  sassi? 
Quando  li  avrò  mangiati,  allora  sì,  soccomberà  la  fede 
per  la  quale  mi  fate  morire  »  (1).  Detto  ciò,  li  buttò 
in  terra,  e  si  porse  da  se  al  carnefice. 

Carlo  III,  detto  il  Buono,  meritò  dunque  scarsa- 
mente il  suo  soprannome,  e  può  dirsi  che  l' invasione 
francese  segnasse  un  tempo  di  tregua  relativa  per 
gli  abitanti  delle  Valli;  i  quali,  se  potevano  acco- 
gliere ministri  stranieri  ed  erigere  templi,  quando 
Roma  instaurava  il  tribunale  dell'  Inquisizione,  lo 
dovettero,  non  alla  tolleranza  de'  nemici,  ma  solo  alle 
complicazioni  politiche,  che  imponevano  riguardi  ver- 
so le  popolazioni  de'  confini.  Del  resto,  il  parlamento 
di  Torino  ebbe  l' ordine  di  reprimere  almeno  il  proseli- 
tismo, e  una  delegazione  partì  per  Angrogna  e  vi 
fece  formali  intimazioni,  che  destarono  una  schietta 
risposta  per  parte  de'  Valdesi.  Se  tollerate  gli  Ebrei 
ed  i  Saraceni  che  son  nemici  del  nome  di  Cristo,  ri- 
sposero quelli  apertamente,  lasciateci  vivere  in  pace 
ne'  nostri  monti,  quando  dovete  convenire  che  ado- 
riamo Dio  e  crediamo  nel  Redentore.  Ma  i  commis- 
sari, di  rimando:  Ciò  non  ci  riguarda,  dissero  bru- 
talmente; consegnateci  i  vostri  ministri  ed  i  vostri 
maestri.  Alfine,  vedendo  che  non  v'  era  modo  di  per- 
suaderli, il  presidente  di  San  Giuliano,  da  uomo  di 
spirito,  si  mosse  dicendo  ai  Valdesi  :  «  Ebbene,  ve  li 
lasciamo  in  custodia.  »  (2). 


(1)  Così  fu  riportata  per  la  prima  volta  quella  parola  di  sfida  nella 
storia  del  Perrin  (p.  151),  che  l'attinse  dalle  memorie  di  Vignaux. 
Gillio  (I,  64)  tolse  la  notizia  dagli  scritti  di  Bersoro. 

(2)  Gillio,  I,  99. 


Ili 

Ma  se  erano  in  sicura  custodia  nelle  Valli  i  mini- 
stri della  Riforma,  fuori  non  era  così.  I  passi  alpini 
menavano  alcuna  volta  ai  roghi. 

Già  nel  1555  Giovanni  Vernon  di  Poitiers  e  1'  ex 
giudice  Antonio  Laborie  di  Quercy,  nel  venirsene  da 
Ginevra  con  tre  altri  profughi  di  Francia  per  stabi- 
lirsi nelle  Valli  in  qualità  di  pastori,  erano  stati  in- 
carcerati a  Ciamberì,  e  ivi  processati  e  condannati. 
Il  loro  carteggio  è  pieno  di  nobili  sensi  e  degno  di 
eroi.  Deplorano  meno  l' intolleranza  che  la  cecità  dei 
loro  giudici,  perchè  non  capiscono  la  libertà  disgiunta 
dalla  verità.  «  Concessi  loro,  scrive  Laborie,  il  diritto 
di  punire  gli  eretici,  e  allegai  l' esempio  di  Serveto 
eh'  era  stato  castigato  a  Ginevra,  solo  che  provvedes- 
sero a  non  punire  i  cristiani  ed  i  figli  di  Dio  invece 
degli  eretici.  Quanto  al  mio  carcere,  non  saprei  dire 
la  dolcezza,  il  bene,  il  contento  che  vi  provai.  Ciò  non 
si  vorrà,  per  verità,  attribuire  alla  sua  bellezza,  bensì 
al  fatto  che  Dio  converte  ogni  cosa  a  beneficio  di 
coloro  che  lo  amano.  »  Le  ultime  sue  volontà  alla 
«  fedele  sorella  e  sposa  »  sono  improntate  di  molta 
fermezza,  non  disgiunta  però  da  una  tenerezza  vera- 
mente pietosa.  Si  sente  che  lo  preoccupa  il  timore 
che,  dopo  la  sua  morte,  la  sposa  ritorni  colla  figlia  in 
grembo  alla  Chiesa  Romana.  Se  ciò  potesse  mai  avve- 
nire, <<.  fossi  tu  piuttosto  inabissata,  »  scrive  Laborie  ; 
poi,  colla  mano  ancora  tremante,  sollecito,  gentile, 
verga  queste  parole  :  «  Considera  Cristo  come  tuo  pa- 
dre e  sposo...  finché  Dio  te  ne  dia  un  altro.  »  Vicino  a 
morire,  ringrazia  la  provvida  consorte  che,  a  lui  che 
sta  per  salire  al  rogo,  ma  patisce  intanto  di  freddo, 
avea  mandato  da  scaldarsi.  <(  Anna,  mia  buona  sorel- 
la, io  ebbi  la  tua  lettera  del  15  settembre,  colla  tela  e 
le  calze  che  mi  spedisti.  Ti  ringrazio,  perchè  mi  gode 
l' animo  che  tu  non  ti  sii  scordata  di  me,  anche  nel 


112 

tempo  che  il  freddo  punge  più  forte...  Mi  fai  sapere 
che  la  nuova  della  mia  condanna  a  morte  ti  fu  dura  e 
amara.  Non  ne  dubito,  perchè  conosco  la  tua  debolez- 
za, alla  quale  però  ti  prego  di  resistere,  tanto  più  ora 
che  ti  devi  essere  fatta  una  ragione  che  da  questo  mio 
carcere  non  uscirò  se  non  per  morire.  Non  pensare 
più  a  me  come  a  tuo  marito,  ma  figurati  di  vedermi 
tutto  arso,  anzi,  ridotto  in  cenere,  e  raccogliti  del 
tutto  in  Dio,  protettore  delle  vedove.  »  (1) 

Avea  pur  ragione  Calvino  di  scrivere  a  quegli  eroi  : 
«  Faceste  tal  profitto  alla  scuola  di  Gesù  Cristo,  che 
non  è  mestieri  esortarvi  con  lunghe  lettere.  »  (2) 
Difatti  tutti  e  cinque  suggellarono  la  lor  fede  col 
martirio. 

Il  loro  supplizio  ebbe  luogo  verso  la  fine  di  set- 
tembre 1555.  Due  anni  dopo  era  la  volta  di  Nicolò 
Sartorio,  arso  a  Aosta  il  4  maggio  1557,  e  da  non 
confondersi  con  altro  martire,  per  nome  Leonardo 
Sartorio,  il  quale  moriva  di  freddo  l' anno  prece- 
dente nel  suo  carcere  di  Torino. 

Ne  ricorderemo  ancora  altri  due,  che  morirono 
in  questa  città.  Il  primo  è  un  colportore  francese, 
il  secondo  un  pastore  piemontese. 

Bartolomeo  Hector,  natio  di  Poitiers,  s' era  riti- 
rato a  Ginevra  colla  sua  famiglia.  Imprese  di  fare 
il  colportore  e,  traversato  il  Delfinato,  giunse  alle 
valli  di  Pinerolo.  Veudeva  Bibbie,  Salteri,  l' Istitu- 
zione Cristiana  di  Calvino  e  trattati  per  i  fanciulli. 
Un  dì,  nel  luglio  del  1555,  percorrendo  le  alture 
che  separano  le  vallate  di  Angrogna  e  di  San  Mar- 
tino, fu  arrestato  su  quel  di  Rioclaretto  da'  signori  di 
quella  località.  Lo  menarono  a  Pinerolo,  ove  subì  il 


(1)  Crespili,  f.  320-334. 

(2)  Ibid.,  f.  333  verso. 


113 
primo  interrogatorio,  che  si  fece  un  po'  lungamente 
aspettare.  Il  processo  fu  ultimato  a  Torino  e  ne  ri- 
sultò chiaro  fino  all'  evidenza,  che  se  il  nostro  col- 
portore  non  era  un  letterato,  però  conosceva  la  sua 
Bibbia  meglio  che  i  predicatori  che  lo  tenevano  per 
eretico.  Condotto  a  Piazza  Castello,  salì  al  rogo  da 
forte. 

Però,  il  martirio  più  segnalato  fu  quello  di  Giof- 
fredo  Yaraglia. 

Figlio  di  uno  de"  capi  della  crociata  condotta  sotto 
il  pontificato  d'  Innocenzo  Vili,  era  entrato  nell'  or- 
dine francescano  detto  de'  Cappuccini  e  vi  avea  co- 
nosciuto Bernardino  Ochino,  suo  vicario  generale. 
Xe  uscì  nel  1.5.56,  quando  era  addetto  al  servizio  del 
nunzio  pontificio  alla  corte  di  Francia.  Tornando  da 
Parigi,  passò  a  Ginevra  per  abbracciarvi  la  fede 
evangelica.  Calvino  lo  destinò  ad  Angrogna,  e  Va- 
raglia  vi  fissò  la  sua  dimora  accanto  al  ministro 
NoeL  Si  legge  che  le  genti  accorrevano  per  udirlo 
4  da  diversi  luoghi  e  città.  »  Un  dì  si  recò  alla  natia 
città  di  Busca;  al  ritorno  fu  arrestato  a  Barge,  lo 
menarono  a  Torino  e  ivi  ebbe  a  comparire  davanti 
ai  giudici  dell'  eresia.  I  dibattiti  che  dovette  sostenere 
impressionarono  vivamente  gli  ascoltatori;  ma  la 
sorte  sua  era  decisa,  z  sulla  domanda  mossa  dal  pon- 
tefice romano  al  Re  di  Francia  >>  (1).  Anche  qui  in- 
terviene la  penna  di  Calvino  per  esortare  il  prigione 
a  testimoniare  della  sua  fede  «  dinanzi  ad  una  ge- 
nerazione storta  e  perversa.  »  (2)  Il  Varaglia  vi  era 
già  disposto.  Ammonì  i  giudici  a  considerare  che  si 
macchiavano  inutilmente  del  suo  sangue,  perchè, 
diceva,  <<  verrà  meno  la  legna  prima  che  i  ministri 


(1  )  Lett.   di  Alosianus. 

(2)   Lett.   del   17  die    1357,    fcr.idotta  da  Crespin,  f.   422  verso. 

Storia   Vald.  8 


114 

di  Cristo  smettano  di  predicare  il  suo  Vangelo.  »  (1) 

Detto  ciò,  si  apparecchiò  a  ben  morire. 

Era  il  29  marzo  1558.  Il  rogo,  rizzato  in  piazza  Ca- 
stello, vi  avea  attirato  un  immenso  popolo.  Il  carcere 
si  aprì,  ed  ecco  il  martire.  Avea  cinquant'  anni  e  pa- 
rea  lieto  come  chi  sa  di  avere  dinanzi  a  sé  vita  senza 
fine.  Ma  parli  un  testimone  oculare  : 

«  Procedette  dal  carcere  al  rogo  con  tal  fermezza 
e  serenità,  parlò  con  tanta  allegrezza,  che  non  credo 
già  che  gli  Apostoli  e  i  martiri  andassero  più  volentieri 
e  con  maggior  coraggio  alla  croce  e  alla  morte.  Non 
cessava  di  ammaestrare  gli  astanti  e  di  esortarli  a 
leggere  le  S.  Scritture.  Giunto  sul  rogo,  espose  in  pre- 
senza di  diecimila  persone  il  motivo  della  sua  morte, 
giustificò  la  sua  fede  e  proclamò  la  sua  speranza  nella 
vita  eterna  per  Gesù  Cristo.  Dopo  che  ebbe,  per 
un'  ora  intera,  parlato  del  regno  di  Dio  e  della  fede  e 
pregato  per  tutti  i  presenti,  compresi  i  suoi  persecu- 
tori, fu  strangolato,  appiccato  e  arso  per  la  causa  di 
Cristo,  ricevendo  così  la  corona  del  martirio,  e  molte 
genti,  tratte  per  la  sua  morte  alla  luce,  furono  con- 
vertite alla  fede  cristiana.  »  (2) 

A  Ginevra  si  ringraziò  Dio  che,  per  mezzo  di  Vara- 
glia,  l' Evangelo  fosse  così  magnificato.  E  bisogna  rico- 
noscerlo, i  processi  di  quei  martiri  sono  come  i  rac- 
conti di  battaglie.  La  loro  morte  era  un  trionfo,  come 
nei  primi  secoli,  talché  si  poteva  davvero  ripetere  il 
detto  di  Tertulliano,  che  il  sangue  de'  martiri  è  seme 
della  Chiesa,  per  non  dire  come  Teodoro  di  Bèza,  che 
fosse  «  concime  nella  vigna  del  Signore.  »  (3) 


(1)  Crespili,  f.  423  verso. 
(?)  Lett.  d'Alosianus. 
(3)  Hist.  Ecclés.  etc,  I,  5. 


115 


III. 
L'Editto  di  Emanuele  Filiberto. 

«  Speriamo  prossima  la  pace,  mediante  la  quale 
crediamo  che  questa  provincia  del  Piemonte  sarà 
restituita  al  Duca  di  Savoia,  a  cui  spetta  per  di- 
ritto. »  (1) 

Quando  i  Valdesi  di  Piemonte  esprimevano  quel 
voto  patriotico,  ignoravano  che  la  pace  di  Cateau- 
Cambresis,  firmata  il  3  aprile  1559,  stesse  per  met- 
ter fine  all'  invasione  francese.  Erano  poi  lungi  più 
che  mai  dal  figurarsi  che  il  primo  pensiero  del  loro 
principe  Emanuele  Filiberto,  dopo  averla  firmata, 
fosse  di  estirpare  la  fede  evangelica  ne'  suoi  domimi. 
Eppure,  «  è  la  cosa  che  più  ci  preme,  »  scrisse  il 
Duca  al  suo  ambasciatore  di  Roma;  «  che,  quando 
si  trovino  persone  di  mala  opinione,  siamo  risoluti 
con  1'  aiuto  di  Dio  di  estirparle,  essendo  certi,  oltre 
il  servizio  di  N.  S.  Iddio  glorioso,  di  fare  ancora  cosa 
grata  a  N.  S.  e  a  quella  S.  Sede.  »  (2)  Da  Nizza,  sua 
prima  residenza,  lanciò  il  terribile  editto  del  15  feb- 
braio 1560,  col  quale  divietava  assolutamente  che  si 
attendesse  alle  prediche  de'  ministri  riformati,  «  pena 
cento  scudi  per  la  prima  volta,  e,  per  la  seconda,  la 
galera  in  perpetuo,  »  lasciando  ai  delatori  «  la  metà 
delle  pene  pecuniarie  imposte.  »  (3) 

Però,  per  quanto  atroce,  1'  editto  di  Emanuele  Fi- 
liberto si  può  molto  facilmente  capire  e  perfino  scu- 
sare, almeno  in  parte. 


(  1  )  Lett.   ili  Alosianus. 

(2)  Lett.  a  Collegno,  12  agosto  1559. 

(3)  (tìIIìo,  op.  cit.  I,  117.  Cf.  Ricotti,  II,  ISO,  note. 


116 

Che  il  Duca  fosse  per  nascita  e  per  educazione  un 
fervido  cattolico,  s' intenderà,  ma  non  basta.  Firman- 
do la  pace  colla  Spagna  e  la  Francia,  assumeva  l' im- 
pegno di  reprimere  la  Riforma  ne'  suoi  dominii.  Si 
pensi  che  trattava  con  Filippo  II  e  Caterina  de'  Me- 
dici, così  docili  ai  voleri  di  Roma.  Inoltre,  si  consi- 
deri la  posizione  fatta  ai  Valdesi  dalla  città  di  Gine- 
vra. Il  Duca  non  si  rassegnava  punto  a  perderla;  il 
papa  lo  animava  a  ricuperarla  e  lavorava  ad  agevo- 
lare r  impresa  mercè  speciali  trattative  co'  cantoni 
cattolici  di  Svizzera.  E  per  di  più,  ve  lo  incitava  la 
voce  pubblica,  tanto  che  si  parlò  di  rivincita  ancora 
sotto  1  regno  del  suo  primo  successore.  Tempo  è, 
griderà  allora  un  rabbioso  poeta,  di 

domar  1'  antico  orgoglio 
del  barbaro  vicin,  e  di  quegli  empii 
che,  fuggendo  al  tuo  scettro,  ebber  ardire 
fabbricar  nuova  fede  e  nuova  legge. 

Così  fiorirà  da  noi  la  pace,  di  qua  delle  Alpi, 

mentre  di  là  fiera  discordia  ognora 
tiene  in  travaglio  i  popoli,  che  sono 
verso  Dio  divenuti  aspidi  e  talpe... 
E  già  veder  il  Rodano  mi  pare 
portar  il  sangue  invece  d;  acque  al  mare. 

Or  che  fanno  i  Valdesi?  Accolgono  stranieri  mini- 
stri, agenti  della  Riforma,  che  il  Duca  divietava;  ri- 
chiesti, negano  di  consegnarli,  li  difendono  e,  per 
ragioni  di  sicurezza,  ricusano  perfino  di  comparire. 
Per  giunta,  si  fanno  innanzi  i  conti  di  Luserna  a  pre- 
gare il  Duca  di  provvedere,  imperocché,  dicono  essi, 
«  vedendo  la  propria  giurisdizione  molto  depressa, 
per  avere  i  sudditi  loro  trasferta  Y  affezione  e  la  fe- 
deltà nelli  ministri  stranieri,  non  possono  esercitare 


117 
la  giustìzia.  »  (1)  Pretendere,  in  mezzo  a  cotali  cir- 
costanze, a  libertà  di  culto,  quando  quella  libertà 
sonava  omaggio  a  quella  Ginevra  che  dentro  le  sue 
mura  non  tollerava  il  culto  cattolico,  pareva  insieme 
follia  e  ribellione,  e  il  Duca,  negandola,  rispondeva 
insieme  a'  pregiudizi  de'  tempi  e  all'  esigenze  di  una 
politica  inesorabile. 

L'  esecuzione  dell'  editto  fu  commessa  a  Filippo  di 
Savoia  conte  di  Raconigi,  a  Costa  signore  della  Tri- 
nità e  all'  inquisitore  Giacomelli.  Le  prime  repres- 
sioni seguirono  nella  pianura  e  nelle  valli  di  Susa,  e 
parecchi  fuggiaschi  cercarono  asilo  su  ne'  monti. 

Il  pericolo  diventava  imminente.  I  Valdesi  tentaro- 
no prevenirlo  colla  persuasione,  ossia,  ragionando  la 
loro  difesa.  Scrissero  al  Duca,  alla  Duchessa  e  ai  mi- 
nistri. La  lettera  al  Duca  meriterebbe  di  figurare  ac- 
canto alle  antiche  apologie.  In  sostanza  così  diceva: 

Le  parole  pronunziate  dal  magistrato  Festo,  nel 
processo  dell'  Apostolo  de'  Gentili,  fan  palese  che  i 
Romani  erano  abbastanza  equi  per  non  condannare 
un  accusato  senza  averlo  udito.  La  legge  degli  Ebrei, 
ancor  essa,  voleva  così.  Perciò  confidiamo  nella  vostra 
clemenza  e  vi  esponiamo  che  vogliamo  vivere  e  mo- 
rire nella  religione  di  Gesù  Cristo  e  detestiamo  tutte 
le  eresie,  che  accettiamo  il  simbolo  niceno  e  le  altre 
confessioni  antiche,  i  quattro  principali  concilii  e  gli 
antichi  padri,  in  tutto  quel  che  insegnano  conforme- 
mente alla  fede;  che  obbediamo  volentieri  ai  nostri 
superiori  e  procuriamo  la  pace  co'  vicini;  che  non 
siamo  ostinati  nelle  nostre  opinioni,  ma  pronti  sem- 
pre a  ricevere  ogni  ammonizione;  che  siamo  aperti 
alla  discussione  e  invochiamo  la  convocazione  di  un 
libero  concilio  ove  sia  risoluta  la  questione  religiosa 


(1)  Rorengo,  Man.  Hist.,  p.  39. 


118 

colla  parola  di  Dio.  La  nostra  religione  non  è  nata 
ieri  ;  provò  già  di  non  paventare  né  l' esame  né  la 
contradizione,  perchè  consiste  nella  divina  parola, 
pura  da  ogni  mistura  e  artifizio.  Ci  pare  adunque  che 
non  sia  da  spregiarsi  il  consiglio  di  Gamaliele;  che 
anzi,  converrebbe  seguirlo. 

La  lettera  si  chiude  con  queste  parole:  «  Gesù  é 
nostro  Salvatore.  Vogliamo  obbedire  religiosamente 
a  tutti  gli  editti  di  Vostra  Altezza  per  quanto  la  co- 
scienza lo  possa  consentire  ;  ma  dove  protesta,  sa  V. 
A.  che  ci  corre  il  dovere  di  obbedire  a  Dio  piuttosto 
che  agli  uomini.  Confessiamo  schiettamente  che  bi- 
sogna rendere  a  Cesare  quel  eh'  è  di  Cesare,  pur  che 
si  renda  a  Dio  quel  eh'  è  di  Dio...  Che  domandiamo 
noi  in  fin  de'  conti?  Solo  di  aver  parte  alla  tolleranza 
che  non  si  nega  né  agli  Ebrei,  nò  ai  Turchi  né  ai  Sa- 
raceni. Supplichiamo  pertanto  V.  A.  che  a  noi,  sud- 
diti umilissimi,  sia  concesso  di  osservare  il  santissimo 
Evangelo  del  nostro  Signore  Iddio  puramente  e  sin- 
ceramente, e  non  siamo  costretti  a  far  cosa  alcuna 
che  sia  contraria  alle  nostre  coscienze.  »  (1) 

Se  la  lettera  al  Duca  è  un'  apologia,  quella  alla 
Duchessa  è  una  semplice  domanda  d' intercessione. 
Margherita  di  Valois,  sorella  di  Enrico  II,  avendo 
già  mostrato  di  stimare  le  dottrine  riformate,  i  Val- 
desi non  temono  di  chiamarla  responsabile  la  sua 
parte,  con  ischietta  rimostranza:  «  Dio  vi  affidò  il 
gran  tesoro  della  sua  santa  verità,  non  per  nascon- 
derlo, ma  per  mantenerlo  e  difenderlo.  Accese  in  voi 
la  lampada  della  vita,  non  per  che  fosse  messa  sotto 
il  moggio,  ma  sopra  il  candelabro.  Si  compiacque  al- 
tresì conferirvi  molta  autorità  e  potenza  per  soccor- 


ri) Giudichi  ora  il  lettore  se  il  Ricotti  abbia  ragione  di  non  iscor- 
^ere  in  quella  lettera  altro  che  "  fino  artificio.  " 


119 
rere  il  suo  povero  popolo  ;  anzi,  vi  suscitò  a  tal  fine, 
a  tempo  e  luogo.  Perciò,  signora,  non  trascurate  il 
dovere  che  avete  verso  l' Iddio  vostro  e  verso  i  figli 
suoi.  » 

Terza  veniva  la  lettera  ai  ministri.  Oltre  varie  con- 
siderazioni già  accennate,  conteneva  una  risposta 
categorica  alle  accuse  di  eresia  e  di  scisma.  Se  le  riu- 
nioni clandestine  e  notturne  vi  sono  sospette,  sog- 
giungeva, di  chi  la  colpa  se  non  di  coloro  che,  mercè 
i  lor  rigori,  le  rendono  necessarie? 

I  Valdesi  supplicano  infine  con  lettera  speciale  il 
Duca  di  non  disdegnare  la  lettura  della  loro  difesa  ; 
frattanto,  si  firmano  apertamente  «  i  Cristiani  della 
vera  Chiesa  Cattolica  Apostolica  Riformata  di  tutto 
1  paese  di  Piemonte  e  di  altri  Stati  di  S.  Altezza.  »  (1). 

Quelle  lettere  furono  affidate  a  una  deputazione, 
ma  venne  respinta.  Però,  uno  de'  deputati  riuscì  a 
farle  rimettere  alla  Duchessa,  che  le  presentò  al  suo 
marito.  Alle  istanze  di  lei  si  aggiunsero  quelle  di 
Carlo  di  Luserna  signore  di  Angrogna. 

Intanto  1'  editto  era  entrato  iu  vigore  nella  valle 
di  S.  Martino  e  del  Chisone,  per  opera  de'  signori  di 
Rioclaretto  e  de'  frati  della  Badia  di  Pinerolo,  e  trat- 
tavasi  di  farlo  osservare  nella  valle  di  Angrogna.  Il 
conte  di  Raconigi  si  condusse,  in  aprile,  al  tempio 
del  Ciabas,  assistette  alla  predica  del  mercoledì,  poi 
s'  alzò  ad  esporre  che  il  Duca  non  si  decideva  alla 
repressione  volentieri,  e  che,  ad  evitare  un  disastro, 
v'era  ancora  un  mezzo:  mandar  via  i  ministri  stra- 
nieri. 

—  Non  faremo  ad  essi  un  simile  oltraggio,  ribatte- 
rono i  Valdesi.  E  opposero  un  reciso  rifiuto. 


(1)  La  prima  lettera  fu  scritta  in  latino,  la  seconda  in  francese, 
la  terza  in  italiani).   V.   (fillio,  op.  cit.   i,   125-133. 


120 


Tempio  del  Ciabas. 


121 

Il  conte  di  Raconigi  si  ritirò  ;  ma  poche  settimane 
dopo  convocò  a  Luserna  i  sindaci  ed  i  pastori  val- 
desi e,  temperando  1'  ultimo  suggerimento,  li  invitò 
a  surrogare  i  loro  ministri  con  altri  che  il  Duca  si 
apparecchiava  a  mandare  appositamente.  Non  ga- 
rantiva però  che  questi  avessero  carattere  evange- 
lico; quindi,  ebbe  un  secondo  rifiuto.  Il  conte  volle 
la  risposta  per  iscritto  e  firmata.  Il  Duca  si  risentì, 
tanto  più  che,  a  quanto  pare,  sospettava  che  i  Val- 
desi stessero  per  insorgere  addirittura.  Non  manca- 
Nano  a  corte  coloro  che  lavoravano  a  tenerlo  fisso 
in  codesto  sospetto  velenoso,  per  mandare  innanzi  i 
loro  disegni  di  persecuzione.  (1)  Però  i  Valdesi  non 
lo  meritavano;  ma  neppur  volevano  tradire  la  reli- 
gione de' loro  avi.  Sicuro,  1'  urto  diventava  inevitabile 
in  tempi  in  cui  la  politica  faceva  a'  cozzi  colla  libertà 
di  coscienza.  La  sorte  loro  era  quella  del  vaso  di  terra 
che  si  trova  a  viaggiare  con  vasi  di  ferro. 


IV. 

Costa  della  Trinità. 

Emanuele  Filiberto  aspettava  da  Roma  l'ultima  pa- 
rola. Avea  trasmessa  al  papa  l' apologia  valdese,  non 
senza  fargli  sapere  che  non  avea  denari.  Rispose  il 
papa  che  co' Valdesi  non  si  trattava  di  discutere,  bensì 
di  agire  ;  pertanto,  disponesse  il  Duca  de'  suoi  mis- 
sionari e,  occorrendo,  dell'  annua  rendita  apostolica 
degli  Stati  di  Savoia. 

(1)  CibrariOj  Orig.  e  progresso  cldla  Afon.  di  Savoia,  1869,  cpec- 
chietto  cronol.,  p.  270.  Bisognava  che  Emanuele  Filiberto  fosse  as- 
sai male  informato  per  figurarsi  anche  per  un  istante  di  avere  a 
ridurre  "25  mila  uomini  the  si  preparano  all'armi." 


122 

Il  Duca  cominciò  a  disporre  de'  missionari ,  e  il 
gesuita  Possevino  salì  alla  chiesa  del  Ciabas,  ma  fece 
mala  prova.  Fingendo  d  i  conoscere  l' ebraico,  pensò 
dare  ad  intendere  ai  Valdesi  che  il  nome  di  Messa  si 
trova  alla  lettera  nelle  S.  Scritture.  Il  ministro  Sci- 
pione Lentulo  gli  die  sulla  voce,  ed  egli  si  ritirò  fu- 
rente. 

Il  conte  di  Raconigi,  informato  di  quanto  succe- 
deva e  udite  da'  Valdesi  proteste  formali  di  obbe- 
dienza, s'adoperò  a  rallentarci  rigori;  invano  però. 
Quando  stavano  per  incominciare  le  ostilità,  il  conte 
Carlo  di  Luserna  si  recò  alla  sua  volta  presso  quei 
di  Angrogna,  li  scongiurò  di  licenziare  i  ministri;  al- 
trimenti, diceva,  non  vedo  via  di  scampo  per  voi. 
I  Valdesi,  tocchi  dal  suo  affetto,  si  concertarono  per 
la  risposta,  e  cedettero,  ma  a  patto  di  poter  chia- 
mare altri  ministri  predicatori  dell'  Evangelo.  Il  conte 
che  dubitava  forte  che  si  accettasse  a  corte  siffatta 
condizione,  suggerì  un  piccolo  inganno.  Nascondete 
i  vostri  ministri,  diss'egli  ai  sindaci,  si  dirà  che  sono 
partiti,  farò  cantare  una  messa  a  Angrogna,  e  non 
avrete  altro  disturbo,  salvo  quello  di  mandare  al 
Duca  una  somma  di  denaro;  io  poi  gli  chiederò  di 
ritirare  le  sue  milizie.  Ma  gì'  intrepidi  montanari  che 
ardivano  affrontare  la  morte,  non  sapevano  fingere, 
e  il  buon  conte  Carlo  si  ritirò  a  Luserna,  dolente 
di  quanto  stava  per  avvenire. 

Ai  Valdesi  non  rimaneva  ornai  che  di  regolare  la 
difesa.  Esitarono  un  istante,  irresoluti  e  divisi.  V'era 
chi  preferiva  salire  a'  monti  e  aspettarvi  il  martirio, 
piuttosto  che  versare  il  sangue  e  rendersi  sospetto  di 
ribellione.  Avutone  sentore,  il  conte  di  Raconigi  sentì 
pietà  di  loro,  e,  partecipando  al  Duca  questa  notizia, 
soggiunse:  «Alcuni    se   n' aiuteranno,  altri   aspette- 


ranno  il  martirio  con  moglie  e  roba,  il  che  sarebbe 
gran  meraviglia  e  gran  compassione,  poiché  si  vede 
loro  non  peccare  di  propria  malizia,  ma  con  sempli- 
cità d'  animo,  e  che  la  colpa  non  procede  da  loro,  ma 
dalli  ministri  passati;  onde  meritano  quel  riguardo 
che  la  sua  prudenza  e  clemenza  gli  ispirerà.  »  (1). 
Alfine,  di  fronte  al  pericolo,  trionfò  l'istinto  della 
difesa,  ed  era  tempo. 

Il  conte  Costa  della  Trinità,  avendo  ornai  assunto 
il  comando  di  un  esercito  di  4000  fanti  e  di  200  cava- 
lieri, era  giunto  a  Bricherasio  il  1°  novembre  1560. 
Dopo  una  infelice  scaramuccia  a  Rocciamaneot,  si 
era  acquartierato  a  Torre  e  avea  disposte  le  sue  mi- 
lizie per  un  attacco  diretto  contro  Angrogna.  Fal- 
lito però  il  primo  tentativo,  sospese  le  operazioni  e 
suggerì  ai  Valdesi  di  mandare  al  Duca  una  deputa- 
zione, a  Vercelli.  Mosse  la  deputazione  colla  mis- 
sione di  protestare  ancora  una  volta  della  leale  loro 
sudditanza,  di  scusarsi  se  il  popolo  era  costretto 
di  ricorrere  alle  armi  e  chiedere  libertà  di  culto. 
Promettevano  di  essere  «  più  obbedienti  che  gli  al- 
tri sudditi  »  Ci).  Nel  frattempo  il  conte  della  Trinità 
preveniva  il  Duca  dell' arrivo  de' deputati,  così  scri- 
vendo: «  Li  farò  andar  loro  a  presentarsi  a  V.  A.  col 
laccio  al  collo.  ;>>  E  quattro  dì  appresso  si  dichia- 
rava pronto  allo  sterminio.  «  Se  vuol  che  io  li  scacci 
e  che  ne  lasci  campar  ben  pochi,  lo  farò,  perchè 
adesso  ho  i  passi  aperti  e  ho  le  mani  ne  crini  e  il 
tempo  serve  »  (  3  ). 


(1)  Lett.   del  29  ott.    1560.  Cibrario,  timi.,   p.  271.  Cf.   Muston, 
li,  41. 

(2)  Rorengo,   Mem.  Rist.,  p.  50. 

(3)  Mise.    Patria,    mss.    f.  31.  presso  la    Bibl.    del    Re,   Torino, 
n.    154.  Cfr.  Ricotti,  op.  cit. 


124 

Così  si  spiegano  i  duri  trattamenti  che  la  deputa- 
zione ebbe  a  soffrire,  e  che,  mentre  era  a  Vercelli,  se- 
guissero nelle  Valli  scene  di  sangue  e  si  costringes- 
sero gli  abitanti  a  consegnar  le  armi,  a  cacciare  via 
i  ministri,  salvo  Noel  di  Angrogna,  e  a  sborsare  de- 
nari in  quantità.  Tornata  la  deputazione  e  scoperto 
il  giuoco  del  signore  della  Trinità,  una  schiera  di  Val- 
desi si  raccolse  a  Puy,  sopra  Bobbio,  e  lì,  la  notte 
del  21  al  22  gennaio  1561,  alzando  le  mani  al  cielo, 
fece  questo  giuramento: 

«  In  nome  delle  Chiese  Valdesi  delle  Alpi,  del  Del- 
finato  e  del  Piemonte,  sempre  unite  e  delle  quali 
siamo  rappresentanti,  promettiamo  qui,  colla  mano 
sulla  Bibbia  e  dinanzi  a  Dio,  che  tutte  le  nostre  Valli 
si  aiuteranno  a  vicenda  e  animosamente  per  il  fatto 
di  religione,  senza  pregiudizio  dell'obbedienza  dovuta 
a'  loro  legittimi  superiori.  Promettiamo  di  mantenere 
la  Bibbia  intera  e  senza  mistura,  secondo  1'  usanza 
della  vera  Chiesa  apostolica,  perseverando  in  questa 
santa  religione  anche  con  pericolo  della  vita,  onde 
poterla  lasciare  ai  figli  nostri  intatta  e  pura  come 
1'  abbiamo  ricevuta  dagli  avi  nostri.  Promettiamo 
aiuto  e  soccorso  a'  nostri  fratelli  perseguitati  e  non 
riguarderemo  a'  nostri  proprii  interessi,  ma  alla  causa 
comune  ;  non  agli  uomini,  ma  a  Dio  »  (  l  ). 

Di  lì  a  pochi  giorni  quei  delle  valli  di  Angrogna  e  di 
Pragelato  cercarono  di  consiglio  quei  di  Ginevra  per 
sapere  «  se  potevano  prender  le  armi,  »  e  li  pregavano 
di  procurare  «  qualche  intercessione  dai  principi  di 
Germania  e  soccorso  ai  poveri.  >>  La  risposta  sul  pri- 
mo punto  fu  che  «  non  era  lecito  giusta  il  parere  dei 


(1)  Weiss,  Bull.   eh.  la  Soc.   d'Hist.   Vaiai.,  n.   7,  p.   81.   Cfr.  Gil- 
lio,  op.  cit.  i,  228. 


125 
ministri  francesi  ••  (1).  Invece,  sugli  altri  sembra  che 
i  Valdesi  avessero  miglior  soddisfazione. 

A  quel  tempo  risale  l' istituzione  della  così  detta 
«  compagnia  volante,  »  che  ebbe  tanta  parte  nella 
difesa  delle  Valli. 

Frattanto  il  Costa  meditava  un  triplice  assalto  con- 
tro Pra  del  Torno.  Esso  avvenne  il  14  di  febbraio  (2). 
La  colonna  di  Pramollo,  giunta  anzi  tempo,  compro- 
mise 1'  attacco,  perchè  i  Valdesi  lo  poterono  respin- 
gere prima  di  essere  costretti  a  far  fronte  alla  co- 
lonna salita  da  Perrero.  Quanto  alle  truppe  scaglionate 
su  per  la  via  battuta,  lungo  il  torrente  di  Angrogna, 
furono  aspettate  a  pie  della  Rocciaglia.  Lì  pervenute, 
si  sbandarono  a  fuga  precipitosa,  come  già  a'  tempi 
della  crociata.  Quel  giorno  fu  ucciso  Carlo  Truchet  si- 
gnore di  Rioclaretto,  e  un  altro  gentiluomo  per  nome 
Luigi  Monteil.  Chiamate  nuove  reclute,  Costa  ritentò 
1  assalto.  Ora  disponeva  di  seimila  uomini.  Tre  co- 
lonne s'  avviarono  su  per  la  valle  di  Angrogna,  una 
lungo  il  torrente,  e  l'altre  per  le  alture.  Era  il  17 
di  marzo.  L' attacco  fu  più  abile,  ma  la  disfatta  se- 
guì rapidamente  e  con  sì  poche  perdite  de'  Valdesi, 
che  gli  assalitori  ne  furono  sbalorditi,  e  chi  ne  cer- 
cava la  cagione  in  quei  monti  pieni  d' insidie,  e  chi  ne 
incolpava  il  Dio  de'Barbetti.  Viepiù  adirato,  il  conte 
della  Trinità  ordinò  un  terzo  assalto,  e  per  riuscire 
lavorò  d'  artifizio.  Fingendo  di  riprendere  i  negoziati, 
la  mattina  del  \~  aprile  lanciò  d'improvviso  a  Ta- 
gliaretto,  paesello  situato  sulle  falde  del  Vandalino, 

(1)  "'A  quoi  il  tilt  répondu  que  le  premier  n'etait  par  permis, 
selon  l'avis  tles  ministres  francais.  "  Registres  de  Genève.  Davanti  a 
questo  fatto,  reggono  male  i  sospetti  contro  i  ministri  forestieri, 
di  cui  si  fece  eco  specialmente  il  prior  Rorengo,   Meni.  /list.,  p.  46. 

(2)  È  la  data  assegnata  ila  Gillio,  i,  237.  Muston,  per  isbaglio, 
dice  che  fosse  il  24  febbraio  e  Rochas  d'Aighin  In  ripete. 


120 


Fra  del  Torno. 


127 
un  pelottone  di  soldati  per  passarne  a  fil  di  spada 
gli  abitanti  e  piombare  da  quel  lato  suPra  del  Torno, 
mentre  due  distaccamenti  s' inoltravano  su  per  il  più 
largo  versante  della  valle.  Quest'  ultimo  tentativo, 
piìi  criminoso,  ebbe  un  esito  più  che  mai  infelice.  Il 
Costa,  svergognato,  levò  quella  sera  medesima  il 
campo  e  si  ritirò  a  Cavour. 

«  In  quella  campagna,  osserva  il  maggiore  Rochas 
d'Aiglun,  i  Piemontesi  aveano  messi  in  linea  più  di 
diecimila  soldati.  Tutti  i  documenti  si  accordano  a 
segnalare  le  perdite  loro  come  considerevoli.  Quanto 
a  quelle  de'  Valdesi  le  si  conoscono  esattamente  :  fu- 
rono di  quattordici  uomini  »  (  1  ). 

La  pace  fu  firmata  a  Cavour  il  5  di  giugno  1561. 
Per  essa  veniva  assicurata  la  tolleranza  del  culto 
valdese,  però  limitandola  alle  località  di  Angrogna, 
Bobbio,  Val  Guicciardo,  Rorà,  Bessè,  Prali,  Rodo- 
retto,  Massello  e  Maniglia,  e  anche  al  Villar,  ma  con 
particolare  riserva,  perchè  ivi  il  Duca  avea  in  mente 
di  erigere  una  fortezza.  Poi  venivano  le  località  di 
confine  tra'  monti  e  la  pianura,  ossia:  Torre,  Roc- 
capiatta,  San  Germano,  e  Perosa.  Ivi  la  tolleranza 
era  limitata  alle  borgate  di  Tagliaretto,  Rua  de' Bo- 
netti, Gaudini,  Dormigliosa  e  Gran  Dubione.  Rima- 
nevano diverse  località  giù  nel  piano,  dove  la  predi- 
cazione, le  dispute,  le  riunioni  erano  vietate,  ma 
ammessi  i  pastori  ad  esercitare  gli  uffici  più  necessari 
della  cura  pastorale  a  beneficio  de' loro  correligionari. 
La  tolleranza  per  il  culto  cattolico  non  era  limitata; 
i   preti   potevano   celebrar   messa   in  ogni   comune. 


(1)  Rochas  d'Aiglun,  Le*  Vallécs  Vaudoisex,  1880,  p,  77.  L'au- 
tore, già  maggiore,  è  ora  comandante  nell'  esercito  francese.  Noi 
riteniamo  esagerata,  e  non  solo  in  questo  caso,  la  statistica  che  for- 
niscono gli  storici  valdesi  in  quel  che  concerne  il  numero  degli  as- 
salitori.   Il  Rochas  qui  copia,  non   verifica. 


128 

Quanto  ai  pastori,  il  Duca  serbavasi  il  diritto  di  sban- 
dirli da' suoi  Stati  a  suo  beneplacito,  però  lasciando 
ai  Valdesi  quello  di  chiamarne  altri  a  surrogarli,  per 
libera  elezione  (1). 

Così  l' asilo  delle  Alpi  era  sancito  per  legge,  e  fu 
beneficio  incalcolabile.  Però,  i  patti  furono  essi  scrupo- 
losamente osservati?  No,  rispondono  in  coro  Cattolici 
e  Valdesi,  e  s' intende,  con  diverso  fine.  Quanto  a  noi 
aspetteremo  la  risposta  dagli  avvenimenti.  È  certo 
intanto  che  senza  i  buoni  uffici  della  duchessa  Mar- 
gherita e  la  lealtà  del  principe,  il  trattato  sarebbe 
stato  fin  dal  principio  lettera  morta,  e  non  per  colpa 
de'  Valdesi. 


V. 
Il  martirio  di  Pascale. 

La  pace  di  Cavour  segnò  il  principio  di  alti  guai 
per  la  colonia  di  Calabria. 

I  nostri  coloni  vi  aveano  goduto  fino  all'anno  1559 
una  pace  invidiata  da'  loro  fratelli  delle  Alpi  e  di  Pro- 
venza. Ma  quella  pace  era  troppo  mal  sicura,  perchè 
dovuta  all'interessato  favore  de' loro  signori  e  al  loro 
quieto  vivere,  non  scevro  di  dissimulazione.  Svegli  però 
dalla  Riforma,  ruppero  il  silenzio,  e  i  loro  nuovi  pa- 
stori si  dettero  a  predicare  apertamente.  Il  confes- 
sore del  marchese  Spinelli  di  Fuscaldo  ne  informò 
il  S.  Uffizio  a  Roma,  e  fu  ordinato  l' arresto  di  Pa- 

(1)  Il  trattato  venne  firmato,  da  una  parte  dal  conte  di  Raconigi, 
d'  altra  parte  dai  ministri  Francesco  Val  e  Claudio  Berge,  non  che 
dai  sindaci  di  Angrogna  e  del  Tagliaretto.  Gillio  e  Ricotti  recano 
la  data  giusta,  non  così  il  Rorengo  e  Rochas  d'Aiglun.  Cf.  Ro- 
rengo,  pp.  57-60,  e  Gillio  i,  282-2S6;  ir,  433. 


120 
scale  e  de'  suoi  compagni,  fra'  quali  Uscegli  e  Ne- 
grìno.  Il  processo  cominciò  il  27  dicembre  1559.  (1) 
Tosto  fu  palese  che  l'esito  ne  dovea  essere  fatale. 
Dopo  il  primo  interrogatorio,  i  prigionieri  furono  me- 
nati a  Cosenza,  ove  alcuni  de'  loro  fratelli  trassero  a 
salutarli,  mentre  il  processo  tirava  innanzi  e  i  frati 
s' adoperavano  inutilmente  a  convertirli.  Intrepido 
pili  di  tutti  fu  il  Pascale,  che  scrive  dal  fondo  del 
suo  carcere  :  «  Altra  fede  non  ho  se  non  quella  che 
appresi  dal  nostro  Signor  Gesù,  e  per  difenderla, 
non  una,  ma  mille  vite  io  darei,  se  le  avessi.  »  (2). 

La  sua  intrepidezza  lo  salvò  da'  tormenti  della 
tortura,  ed  egli  ne  ringraziava  Dio,  perchè  li  temeva. 
Si  può  avere  il  cuore  e  non  la  fibra  del  martire,  come 
disse  alcuno  di  Savonarola.  Però,  il  peggior  tormento 
per  Pascale  era  forse  l' inazione.  Non  ci  stupisca  se 
parla  ogni  volta  che  l'occasione  glie  n'è  porta,  e  che 
nel  frattempo  si  dia  a  scrivere.  Su  dieci  lettere  da- 
tate dal  suo  carcere  di  Cosenza,  parecchie  furono 
vergate  lo  stesso  dì.  Scrivea  a'  fratelli  coloni  per  raf- 
fermarli, alla  promessa  sposa  per  apparecchiarla  al 
lutto  imminente,  agli  amici  di  Ginevra  per  raggua- 
gliarli intorno  alle  sue  ultime  vicende.  Il  pregio  di 
quelle  lettere  non  è  scarso;  vi  diffonde  tutta  l'anima 
sua  eletta  e  forte.  Spera  che  il  suo  processo  abbia 
a  divenir  noto;  intanto  scrive  in  modo  da  sfidare 
ogni  controllo.  (3)  Consultiamole  per  sapere  quel  che 
avviene  nella  colonia. 

Volto  a  quelli  di  San  Sisto,  Pascale  li  esorta  a  stac- 
carsi da'  beni  terreni  per  non  lasciarsi  sfuggire  gì'  im- 


(1)  V.   Crespili,  f.  511-521. 

(2)  Lett.  da  Cosenza,  27  febb.   1560.   Crespili,  f.  514  verso. 

(3)  "  D'autant  que  j'espère  qu'elles  pourront  tomber  un  jour  entre 
les  niains  'le  quelqu'un  qui  les  pourra  conférer  avec  le  procès." 
Ibid. 

Stor.   Vald.  9 


130 

perituri,  come  avvenne  al  ricco  stolto.  Di  fuggire,  di- 
ceva loro,  vi  è  ben  lecito,  ma  di  piegare  le  ginocchia 
dinanzi  a  Baal,  non  mai.  Poi  accenna  a  certo  Maiet- 
to  e  ai  correligionari  di  San  Sisto  e  di  La  Guardia, 
onde  premunirli  contro  taluni  che,  non  paghi  a  se- 
guir la  via  larga  cogl'  idolatri,  s'  adoprano  a  tirarsi 
dietro  gli  altri  con  parole  e  con  iscritti.  Dirige  più 
tardi  le  sue  esortazioni  alla  «  signora  Maria  »  e  a 
tutti  quanti  i  fratelli.  Se  Dio,  dice  Pascale,  vi  privò 
de'  suoi  ministri  e  della  predicazione,  ciò  valga  a  farvi 
appetire  maggiormente  la  sua  divina  parola.  Non 
dimenticate  che  siete  rampolli  di  un  tronco  bene- 
detto e  che  il  Signore  promise  a  vostri  avi  di  essere 
Dio  ad  essi  ed  ai  loro  figliuoli  in  mille  generazioni. 
Deh!  non  fate  getto  di  tanta  eredità  e  ponete  in  Dio 
la  vostra  fiducia,  perchè  «  l' ufficio  suo  proprio  è  di 
agire  quando  le  cose  son  ridotte  all'  estremo.  »  Ora, 
siccome  la  mia  fine  è  prossima  e  che  non  so  se  vi  scri- 
verò ancora,  «  avendo  voi  la  vostra  speranza  in  Dio 
per  Gesù  Cristo,  da  ministro  suo  vi  annunzio  la  re- 
missione di  tutti  i  vostri  peccati:  è  l'ultimo  presente 
che  vi  fo.  » 

Segue  però  un'  altra  lettera  per  dire  ai  coloni 
quanto  egli  si  augurerebbe  di  portare  la  loro  croce 
e  per  additare  l' esempio  de'  fratelli  di  Piemonte  e  di 
Provenza.  Esorta  i  più  timidi  a  ritirarsi  senza  indu- 
gio in  qualche  luogo  sicuro,  invece  di  rimanersi 
«  serrati  dentro  un  baratro  senza  uscita.  »  (1)  E  con- 
clude: Se  avessi  saputo  a  tempo  quello  che  aveano 
tentato  quelli  di  La  Guardia,  troppo  inclinati  a  dis- 
simulare la  loro  fede,  li  avrei  rimandati  a  quanto 


(1)  Pascale  avea  già  dato  lo  stesso  consiglio  a  tutti  in  generale, 
nella  sua  lettera  del  29  febbraio  a  Lorenzo  Maietto,  e  v  era  già 
chi  lo  metteva  in  pratica. 


131 
espone  Calvino  al  capo  ventesimo  della  sua  Istitu- 
zione Cristiana.  Ormai,  per  chi  non  cammina  nella 
via  dell'idolatria,  l'uscita  vuol  essere  la  fuga  o  il 
martirio. 

Le  lettere  alla  sposa  sono  commoventi,  strazianti, 
per  la  mite  e  intera  rassegnazione  di  cui  fanno  fede. 
Ei  la  convita  alle  celesti  nozze  e  si  rallegra  de'  pro- 
gressi che  essa  fa  «  alla  scuola  di  Dio  ;  »  la  esorta 
a  vivere  fedele  a  Cristo,  suo  sposo,  che  provvederà 
alle  sue  necessità,  e  le  ragiona  del  «  dolce  tratta- 
mento »  che  usa  Dio  a  lor  riguardo,  talché  possono 
dire  ad  una  voce:  «  Il  Signore  è  il  mio  pastore;  nulla 
mi  mancherà.  »  E  soggiunge:  «  Per  che  abbiate  sem- 
pre buona  memoria  di  me,  vi  ricordo  il  Salmo  che 
comincia  : 

Mai  non  cesserò 

di  magnificare  '1  Signore; 

non  già  per  che  vi  annoiate  di  sopravvivermi,  ma 
affi ncliè  vi  rallegriate  nella  ferma  speranza  di  se- 
guirmi in  cielo,  dove  vo  ad  aspettarvi.  Credo  poi  che 
il  mio  testamento  vi  darà  motivo  di  conoscere  che  vi 
amo  ben  di  cuore.  »  A  questo  proposito  le  raccoman- 
da, come  al  marchese  Caracciolo,  il  nipote  Carlo,  che 
non  dovea  camminare  gran  tempo  sulle  loro  traccie. 
Ma  non  era  ancora  1'  ultimo  addio.  Le  riscrive  il  gior- 
no di  Pasqua  per  dirle  che  il  suo  desiderio  è  di  essere 
immolato,  se  così  conviene,  per  la  gloria  dell'  Evan- 
gelo di  Cristo,  sperando  egli  che  la  predicazione  del 
martirio  sia  per  riuscire  più  efficace  che  la  predica- 
zione ordinaria,  per  la  quale  si  sente  troppo  insuf- 
ficiente, benché  debba  pur  riconoscere  che  Dio  ha 
i  fatti  miracoli  in  lui  pel  passato.  »  Qui  teneramente 
la  conforta  a  non  lasciarsi  indurre  da  questo  suo  de- 


132 

siderio  a  ritenere  che  sia  venuto  meno  il  suo  amore  ; 
anzi,  dice,  «  voglio  che  sappiate  che  Y  amicizia  che 
vi  ebbi,  benché  fosse  grande,  non  era  nulla  rispetto 
a  quella  che  ora  vi  porto.  »  A  questo  punto,  le  volge 
consigli  per  la  vita  religiosa,  le  rammemora  il  suo 
Salmo  prediletto,  eh'  era  il  34;  parla,  per  consolarla, 
delle  «  gioie  »  della  sua  prigionia  pur  sì  crudele,  delle 
dimostrazioni  di  affetto  de'  fratelli  di  Calabria.  In- 
somma, conclude  Pascale,  «  non  ebbi  mai  tanti  fra- 
telli e  sorelle,  uè  tante  ricchezze  come  ne  ho  al  pre- 
sente, né  mai  tanta  contentezza  né  ricreazione  di 
spirito;  onde  vi  prego  di  ringraziarne  meco  il  Si- 
gnore. »  Poi,  ragionando  col  suo  compare,  marchese 
Galeazzo  Caracciolo  residente  allora  a  Ginevra  e  co- 
lonna di  quella  Chiesa,  aggiunge  poche  notizie,  con- 
fessa di  sentirsi  indegno  della  bella  sorte  che  gli 
tocca,  a  lui  umile  soldato,  di  essere  menato  «  in 
campo  chiuso  a  difendere  1'  onore  di  un  tanto  capi- 
tano, »  ossia  di  Cristo.  E  in  fine,  ecco  1'  ultima  parola 
che  manda  alla  sua  diletta  Camilla:  «  Dio  vi  faccia 
volere  quello  eh'  ei  vuole  »;  tanto  era  fermo  nella 
persuasione  che 

Il  ben  nostro  in  questo  ben  s'  affina, 
che  quel  che  vuole  Dio  e  noi  volemo. 

Quella  stessa  notte  Pascale  partiva  per  Napoli. 
Prima  di  tenergli  dietro,  diamo  uno  sguardo  attorno 
di  lui. 

Marco  Uscegli  non  s'  era  lasciato  smuovere  nep- 
pure dinanzi  alla  tortura.  Se  non  sapeva  parlare  come 
Pascale,  si  faceva  però  capire  molto  bene.  Un  dì  il 
conte  d' Aiello  e  un  ufficiale,  entrati  da  lui,  lo  qui- 
stionavano  per  fargli  riconoscere  Y  autorità  del  papa. 

—  Dite  pur  quel  che  vi  piace.  Quanto  a  me,  credo 


133 
che  il  vostro  papa  ha  tanta  autorità  di  perdonare  i 
peccati  quanta  ne  possa  avere  il  mio  asino. 

-  Come  lo  puoi  sapere  se  sei  un  ignorante? 

—  Lo  so  per  la  fede  che  ho  in  Gesù  Cristo,  e  sono 
certo  che  il  sangue  suo  mi  purifica  da'  miei  peccati 
come  son  certo  che  l' acqua  mi  lava  le  mani. 

—  Andrai  all'  inferno,  questo  sì. 

-  Che  dite  mai!  Ed  io  vi  dico  che  quando  tutti 
i  diavoli  me  lo  volessero  far  temere,  noi  temerei  dav- 
vero. Ho  questa  fiducia  che  Dio  mi  farà  la  grazia 
di  portare  questa  croce  e  di  ricevere  la  corona  del 
martirio. 

Ben  lo  avea  conosciuto  il  Pascale  quando,  accen- 
nando al  Marchetto,  come  lo  si  chiamava,  avea  detto 
che  era  capace  di  tenergli  compagnia  «  da  Ginevra 
fino  in  cielo.  » 

Diversa  pare  che  fosse  la  sorte  di  Negrino,  e  che 
soccombesse  in  Cosenza  alle  privazioni  e  ai  tormen- 
ti. E  Bonello,  passato  a  Messina  ove  la  Riforma  avea 
aderenti,  vi  suggellò  la  sua  fede  col  martirio.  (1) 
Quanto  ai  due  maestri  che  erano  venuti  da  Ginevra 
con  Pascale,  non  ebbero,  almeno  fino  allora,  ad  af- 
frontare la  morte. 

Torniamo  sui  passi  di  Pascale.  Era  giunto  a  Na- 
poli, legato  a  una  stessa  catena,  co'  tre  compagni. 
Dormivano  sul  nudo  suolo,  umido  e  fetente.  Di 
tanto  in  tanto  il  carceriere  stringeva  loro  i  polsi 
per  avere  qualche  moneta.  Quindi  presero  la  via  di 
Roma.  Se  non  che,  per  Y  infuriare  del  mare,  dovet- 
tero sostare  un  po'  sul  molo,  e  vi  destarono  la  cu- 
riosità della  plebe.  Bisogna  dire  che  il  loro  processo 
era  argomento  di  molte  dicerìe  e  tanto  se  ne  par- 


ti) Lett.  di  Floiilli  al  Gratatola,  21  agosto  1560,  ap.  De  Porta, 
Ifist.   Re/.   Ere/.  Rhaetic,  1.  n,  p.  310. 


134 

lava,  che  in  ima  delle  due  lettere  scritte  da  Napoli, 
Pascale  esprimeva  il  desiderio  che  il  suo  carteggio 
venisse  stampato  a  sue  spese  e  fatto  circolare,  dopo 
la  sua  morte,  nel  napoletano.  (1) 

Il  15  di  maggio  Pascale  giungeva  a  Roma,  e  vi 
ebbe  tosto  la  visita  di  un  suo  fratello,  per  nome  Bar- 
tolommeo.  Al  vederlo,  questi  per  poco  non  svenne. 
Però  la  sua  pietà  dovea  risolversi  in  nuovo  tormento 
per  il  nostro  prigione.  Imperocché,  da  buon  catto- 
lico e  fratello,  non  risparmiò  istanze,  promesse  e  la- 
crime per  ismuoverlo  dal  suo  proposito;  fu  cagione 
che  lo  visitassero  persone  versate  nelle  teologiche  di- 
scipline, onde  fargli  penetrare  il  dubbio  nella  mente. 
Così  Pascale  avea  il  dolore  di  resistere,  non  solo  ai 
giudici  e  ai  frati,  ma  al  fratello  e  perfino  alla  madre. 
Veramente  questa  gli  era  morta  poco  avanti;  se  non 
che  il  fratello  gli  avea  dapprima  taciuta  la  nuova 
per  fargli  credere  che  si  struggesse  di  non  vederselo 
ritornare,  <<  del  che  rimase  assai  contristato.  »  Ma 
fu  irremovibile.  Alfine,  mosso  a  pietà,  il  fratello  gli 
confessò  il  vero,  per  ricorrere  ad  altri  scongiuri  :  non 
cagionasse  al  loro  nome  tanto  disonore,  gradisse  piut- 
tosto la  metà  de'  suoi  beni,  che  gli  offriva.  A  questa 
mossa  Pascale  s'  intenerì.  Pianse,  nota  il  fratello, 
nel  vedermi  così  attaccato  alla  terra  e  non  curante 
del  cielo. 

Or  ecco,  un  frate  entra  e  gli  parla  a  lungo.  Finito 
eh'  egli  ebbe,  aspettava  risposta,  e  questa  fu  breve  : 

—  Vedo  la  vostra  intenzione;  ma  Dio  mi  dà  una 
tale  forza  che  non  sarò  certamente  smosso.  Quel  ch'io 
ho  detto,  ho  detto. 


(1)  Lett.  del  10  maggio  lf»60  da  Napoli  a  Ginevra.  Il  lungo  de- 
siderio del  martire  è  finalmente  soddisfatto,  mercè  il  libro  di  A. 
Muston,  che  esce  ora  di  stampa  a  Torino,  e  s'  intitola  dal  nome 
stesso  di  Pascale. 


135 
—  «  Se  volete  crepare,  crepate,  »  replicò  il  frate. 
Pascale  agognava  la  fine,  ed  ei  la  dovette  ancora 
lungamente  aspettare.  Alfine  venne,  il  15  di  settembre 
1560.  (1)  Al  suo  rogo  innalzato  sulla  piazza  del  pon- 
te, rimpetto  a  Castel  S.  Angelo,  fecero  ampia  corona 
il  pontefice,  diversi  prelati  e  la  plebaglia.  Pascale 
vi  salì  con  passo  fermo  e  confessava  la  sua  fede  in 
Cristo,  quando  cadde  nelle  fiamme.  Le  sue  ceneri, 
gittate  nel  Tevere,  vi  raggiunsero  quelle  di  Arnaldo 
da  Brescia.  (2) 

Il  martirio  di  Pascale,  perchè  ritardato,  chiuse  la 
tragedia  della  strage  di  Calabria  iniziata  colla  sua 
prigionìa  e  che  è  pur  tempo  di  raccontare. 


VI. 

La  strage  di  Calabria. 

Dapprima  doveva  essere  un'  inchiesta  ;  ma  in  mano 
del  grande  inquisitore  Michele  Ghislieri,  che  avea 
già  rischiata  la  vita  nelle  sue  triste  imprese  di  Como 
e  della  Valtellina,  e  che  dovea  salire  alla  sede  ro- 
mana col  terrifico  nome  di  Pio  V  e  apparecchiare  la 
strage  della  S.  Bartolomeo  con  quella  famosa  lettera 
in  cui  Caterina  de'  Medici  venne  esortata  al  «  totale 


(1)  Crespin,  credendo  di  riferire  la  testimonianza  del  fratello  del 
martire,  dice  che  fosse  il  9  settembre;  ma  dagli  archivi  di  S.  Gio- 
vanni Decollato  risulta  che  fu  il  15  settembre.  Cfr.  Crespin,  f.  520 
verso  e  521,  con  Lombard,  Jr.an  Louis  Paschnle,   1881,  p.  106. 

(2)  "  Il  moui'ut  avec  une  constance  et  joye  merveilleuse  ",  se- 
condo il  fratello  Bartolomeo,  dice  Crespin.  Secondo  gli  archivi  ro- 
mani "  non  volle  mai  confessarsi  né  udir  messa,  negando  tutti  i 
santi  e  tutti  i  precetti  della  Chiesa,  "  e  "in  tale  ostinazione  volle 
morire.  " 


136 

esterminio  » ,  si  capirà  di  leggieri  che   un'  inchiesta 

si  avesse  a  risolvere  in  vandalica  repressione. 

Due  frati  adunque,  indicati  per  iniziare  l' inchiesta, 
s' erano  recati  a  S.  Sisto.  Provarono  d' insinuarsi  con 
dolci  modi,  però  avvertendo  che  se  i  coloni  non  li- 
cenziavano i  loro  pastori,  la  rovina  loro  era  inevita- 
bile. Un  dì  suonarono  a  messa.  Questo  fu  per  molti, 
che  sospettavano  1'  arrivo  de'  soldati,  il  segnale  della 
fuga.  I  frati,  passati  a  La  Guardia,  dettero  ad  in- 
tendere che  quei  di  S.  Sisto  avessero  abiurato.  Quelli 
furono  presi  all'  amo,  tanto  più  che  v'  era  tra  loro 
un  partito  di  paurosi  detto  per  ironia  dei  Ni  code- 
miti.  Scoperto  poi  l' inganno,  non  pochi  accenna- 
vano a  raggiungere  i  fuggiaschi  di  S.  Sisto,  quando 
intervenne  il  marchese  Spinelli  per  significare  che 
stessero  a  casa,  giacché  rispondeva  della  lor  sicu- 
rezza. Nondimeno  alcuni  fuggirono.  Ad  un  tratto  i 
frati  sguinzagliano  due  compagnie  di  soldati  e  s'  ode 
il  grido:  Ammazza,  ammazza!  Stretti  ne' casolari,  i 
Valdesi  tentarono  di  venire  a  componimento.  Non  ci 
tollerate?  dicevano,  e  allora  lasciateci  andar  via.  Ma 
gli  assalitori,  sordi  alle  loro  parole  e  smaniosi  di  pre- 
da, continuarono  l'assalto.  Per  allora  furono  vinti,  e  si 
parlò  d' insurrezione.  Il  Vice-Re  di  Napoli  n  ebbe  sen- 
tore, arrivò  a  Cosenza  e  fece  bandire  la  crociata  a  suon 
di  tromba  e  d'indulgenze.  (1)  Accorse  gente  da  ogni 
parte,  guidata  da  Annibale  Moles  giudice  di  Vicaria, 
coli'  assistenza  del  governatore  Buccianico,  del  suo 
cognato  Ascanio  Caracciolo  e  dell'  inquisitore  Panza. 
Ecco  più  di  seicento  fanti  e  cento  cavalli  avventarsi 
contro  una  pacifica  colonia.  San  Sisto  fu  tosto  in 
fiamme,  ne  fuggirono  a  frotte  gli  abitanti,  ma  per  es- 
sere raggiunti  e  incatenati,  ovvero  per  morirsi  d' ine- 


(1)  Pernii  lo  fa  andare  fino  a  San  Sisto. 


137 
dia  nelle  grotte.  La  Guardia,  espugnata  e  vinta,  vide 
molti  suoi  abitanti  menati  con  altri  coloni  a  Mon- 
talto,  ove  li  aspettava  il  Panza  per  il  processo.  Il  5  di 
giugno,  (piando  appunto  si  firmava  la  pace  di  Cavour, 
crollarono  le  sue  mura,  e  la  restante  popolazione, 
stremata  per  incendi  e  rapine,  fu  costretta  a  piegarsi 
alle  intimazioni  seguenti: 

Udir  messa  ogni  mattina  prima  di  uscire  al  lavoro, 
pena  una  multa  progressiva. 

Portare  il  sanbenito,  cioè  un  abito  giallo  con  sopra 
una  croce  rossa. 

Mandare  i  fanciulli  alle  scuole  cattoliche  e  costrin- 
gerli alle  pratiche  della  Chiesa. 

Chiedere  per  ogni  quaresima  un  predicatore  cat- 
tolico. 

Richiamare  dal  Piemonte  e  da  Ginevra  i  figli  che 
vi  si  erano  rifugiati,  e  non  andarvi  più,  uè  scrivere 
a  gente  di  quei  luoghi  se  non  previa  licenza  de'  padri 
inquisitori. 

Rinunziare  per  venticinqu  anni  a  nozze  con  gente 
del  proprio  paese. 

Dare  alla  Chiesa  due  torcie  di  cera  bianca  per  illu- 
minare il  santissimo  sacramento. 

Radere  le  case  ove  aveano  albergato  i  predicatori. 

Vietare  le  riunioni  di  più  di  sei  persone. 

Parlare  solo  in  lingua  italiana.  (1) 

Alcuni  episodi  di  sangue  ci  fan  toccare  con  mano 
che  la  strage  calabrese  si  può  bene  accoppiare  a 
quella  di  Provenza,  per  le  sue  inaudite  crudeltà.  Più 
di  sessanta  persone  furono  balzate  giù  dalle  torri. 
Tralasceremo  di  raccontare  la  fine  miseranda  di  Ste- 
fano Carlino,  di  Yerminello  sospeso  per  otto  ore  alla 
«  geenna,  »  di   Marcone  e  de'  suoi   figli    ammazzati 


(1)  Lombare!,  o/\   cit.,  App  ,   Doc.   F. 


138 

come  belve,  di  Bernardino  Conte  spalmato  di  pece 
e  arso  come  le  vittime  di  Nerone,  di  un  altro  precipi- 
tato giù  da  una  torre  e  dato,  si  dice,  in  pascolo  a'porci 
per  ordine  di  un  comandante.  Citeremo  una  sola  de- 
scrizione, più  credibile  di  ogni  altra.  È  dovuta  a  un 
testimone  oculare  cattolico  che  scrisse  da  Montalto 
1'  11  di  giugno  1561: 

«  Occorre  dire  come  oggi  a  buon'  ora  s'  è  ricomin- 
ciato a  far  1'  orrenda  giustizia  di  questi  Luterani, 
che  solo  in  pensarvi  è  spaventevole.  E  così  sono  que- 
sti tali  come  una  morte  di  castrati;  li  quali  erano 
tutti  serrati  in  una  casa,  e  veniva  il  boia  e  li  pigliava 
a  uno  a  uno,  e  gli  legava  una  benda  avanti  agli  oc- 
chi, e  poi  lo  menava  in  un  luogo  spazioso  poco  di- 
stante da  quella  casa,  e  lo  faceva  inginocchiare,  e 
con  un  coltello  gli  tagliava  la  gola,  e  lo  lasciava  così; 
di  poi  pigliava  quella  benda  così  insanguinata,  e  col 
coltello  sanguinato  ritornava  a  pigliar  l' altro,  e  fa- 
ceva il  simile.  Ha  seguito  quest'  ordine  fino  al  nu- 
mero di  ottant'  otto  ;  il  quale  spettacolo  quanto  sia 
stato  compassionevole  lo  lascio  pensare  e  considerare 
a  voi.  I  vecchi  vanno  a  morire  allegri,  ed  i  giovani 
vanno  più  impauriti.  Si  è  dato  ordine,  e  già  sono 
qua  le  carra,  e  tutti  si  squarteranno,  e  si  metteranno 
di  mano  in  mano  per  tutta  la  strada  che  fa  il  pro- 
caccio fino  ai  confini  della  Calabria...  Si  è  dato  or- 
dine far  venir  oggi  cento  donne  delle  più  vecchie,  e 
quelle  far  tormentare,  e  poi  farle  giustiziare  ancor 
loro,  per  poter  fare  la  mistura  perfetta.  Ve  ne  sono 
sette  che  non  vogliono  vedere  il  crocifisso,  né  si  vo- 
gliono confessare,  i  quali  si  abbrucieranno  vivi.  »  (1) 


(1)  Ardi.  Si  ItaL,  IX,  Leti,  sui  riformali  di  Calabria,  p.  193-195. 
Citammo  la  seconda  lettera  secondo  il  testo  originale.  Gli  storici 
la  citarono  di  solito  in  base  ad  ima    versione   latina  un  po'  para- 


13'.» 

Poche  ore  dopo,  la  stessa  mano  vergava  le  righe 
seguenti  : 

«  In  undici  giorni  si  è  fatta  esecuzione  di  2000  ani- 
me; e  ne  sono  prigioni  1000  condannati,  ed  è  seguita 
la  giustizia  di  cento  e  più  ammazzati  in  campagna, 
trovati  con  1'  arme  circa  quaranta,  e  1'  altri  tutti  in 
disperazione  a  quattro  e  a  cinque;  brugiate  l'ima  e 
1'  altra  terra,  e  fatte  tagliare  molte  possessioni.  >>  (1) 

Inoltre,  si  trafficarono  donne  e  fanciulli,  e  parecchi 
uomini  furono  serbati  alle  galere  di  Spagna. 

Non  bastò:  si  volle  bollare  le  vittime  col  marchio 
dell'  infamia.  -  Questi  eretici,  dice  ancora  la  cronaca, 
portano  origine  dalle  montagne  di  Angrogua  nel  prin- 
cipato di  Savoia:  regnava  fra  essi  il  crescite,  come 
hanno  confessato  molti.  >*>  Accennava  così  a  turpi 
cose,  di  solito  imputate  alle  riunioni  clandestine. 
Vero  è  che  la  stessa  mano  aggiunge  che  sono  «  genti 
semplici,  i>  che  non  e'  è  da  ridire  sulla  vita  che  fanno 
i  loro  correligionari  di  altre  località  nel  regno  di  Na- 
poli. (2)  Se  però  avessero  messi  alla  tortura  anche 
questi,  chi  sa  che  non  avessero  loro  strappate  le  con- 
fessioni della  fibra,  che  la  coscienza  poi  disdice  inor- 
ridita? Quel  che  stupisce,  si  è  che  le  confessioni  di 
questo  genere  che  hanno  chierici  carnefici  per  sug- 
geritori, interpreti,  estensori  e  giudici,  non  abbon- 
dino maggiormente.  A  Stefano  Carlino,  per  esempio, 
si  narra  che  riuscissero  a  stappar  le  viscere,  non  altro. 

Ora,  mentre  i  crociati  si  contendono  la  mercede, 
raccogliamo  le  ceneri  de'  martiri. 

frastica  'ìi  Simeone  Florilli  mandata  al  (ìratarola.  De  Porti,  op. 
'ut.  II,  310-312.  Il  De  Boni,  dopo  aver  confessato,  nel  suo  libro  1'  In- 
qttisiziont  ><ì  i  Calabro-Valdesi,  ili  non  conoscere  il  testo,  lo  dà  però 
nell"  appendice. 

(1)  Lett.   Ili,  ibid. 

(2)  "Non  si  sa  che  vivili  male.  "  Jhi'ì. 


140 

Alcuni  di  essi  sono  polvere  della  nostra  polvere.  (1) 
Ma  che  resta  ?  Qualche  nome,  poche  reliquie  del  dia- 
letto de'  nostri  monti,  un  lontano  riflesso  del  tipo  val- 
dese. Ciò  non  basta  a  scorgervi  quello  che  altri,  con 
pia  illusione,  tiene  per  «  fuoco  sotto  la  cenere  »  (2). 
Il  fuoco  è  spento  invece,  come  a  Pragelato,  a  Lucca, 
nella  Valtellina,  in  Boemia  e  in  Ispagna,  dovunque  si 
estese  la  lava  della  reazione.  Lì,  a  pie  del  Bitonto,  fu 
consumata  una  delle  più  grandi  iniquità  che  abbiano 
macchiato  il  nostro  paese.  «  Percorrendo  le  storie  mo- 
derne, quando  si  pesino  tutte  le  circostanze,  non  in- 
contrasi eccidio  più  ingiusto,  più  barbaro,  più  scelle- 
rato nelle  sue  forme.  Anche  la  notte  di  S.  Bartolomeo 
e  le  stragi  ussite  in  Boemia,  cui  spiegano  in  parte 
molti  politici  ed  economici  influssi,  vittorie  e  resi- 
stenze terribili,  impallidiscono  di  faccia  alle  carni- 
ficine  di  Montalto.  Non  leggesi  alcun  che  di  simile, 
osserva  l' Ampère,  se  non  nella  storia  romana.  Cras- 
so, dopo  la  disfatta  di  Spartaco,  fé'  sospendere  sei- 
mila schiavi  sopra  croci,  lungo  la  Via  Appia  da  Na- 
poli a  Capua.  Ma  niuno  racconta  che  Crasso  abbia 
torturato  e  scannato  non  che  molte  donne,  una  sola; 
inoltre  Crasso  non  crocifiggeva  punto  in  nome  di  Dio, 
e  non  era  cristiano.  »  (3) 

Insomma,  la  strage  calabrese  fu  opera  degna  del- 
l' alleanza  dell'  altare  di  Roma  col  trono  di  Filippo  II. 
Talché  nel  vedere  la  sorte  toccata  alle  colonie,  sia 


(1)  De  Boni  e  Lombarcl  porgono  1'  elenco  de'  martiri  di  La  Guardia 
soltanto.  Vi  leggiamo  però  non  meno  di  1 60  nomi,  noti  per  lo  più  ; 
per.  es.  un  Albarino,  un  Bastia,  un  Cesano,  cinque  Cumba,  de'  Cau- 
dino, Monastier,  Murglia,  Rossello,  Russengo,  Traverso  etc. 

(2)  Giov.  Pons,  Les  Vaudois  de»  Calabre*,  nel  Bull,  de  la  Soc. 
cPHist.  Vaud.,  n.  1.  Resta  purtroppo  vero  quel  che  ne  scrisse  G.  P. 
Meille:  "  Aujourd'hui  ce  serait  en  vain  qu'on  en  ehercherait  encore 
des  traces."  Ber.   Suisse,  an.   1839. 

(3)  De  Boni,  op.  cit.,  p.   113. 


141 
di  Francia  come  d' Italia,  viepiù  tremendo  appare 
il  pericolo  in  cui  versò  la  comunità  madre  delle 
Alpi  sotto  la  prova  della  triplice  persecuzione  che 
infierì  a  quei  tempi  e  dopo  il  triplice  assalto  diretto 
contro  quel  nido  de'  nostri  avi  che  fu  Pra  del 
Torno.  Non  lo  dimentichiamo:  mentre  si  moriva  in 
Calabria,  a  Cavour  si  firmava  la  pace.  Il  Papa  si 
dolse  in  pieno  concistoro  della  tolleranza  di  Ema- 
nuele Filiberto.  Mentre  io  spendo  il  mio  denaro 
per  la  guerra  contro  gli  eretici,  mormorava  P  irato 
pontefice,  egli  fa  la  pace  con  essi,  senza  neppure 
consultarmi.  E  ardì  censurare  il  Duca  perchè  non 
spiegava  contro  i  Valdesi  i  rigori  usati  da  Filippo  II 
co'  suoi  coloni  delle  Calabrie.  Ma  il  Duca  di  rimando: 
«  Faccio  differenza  fra'  miei  sudditi  Valdesi  e  i  sud- 
diti del  re  Filippo,  e  la  pace  è  necessaria  per  il  bene 
del  mio  paese.  »  E  stette  fermo.  Avea  testa  di  ferro  e 
non  era  senza  cuore  come  i  suoi  alleati. 

Veglia  ritto  Emanuele; 
non  si  ricca  in  certe  prove. 
Caschi  il  mondo,  ei  non  si  muove. 


142 


CAPITOLO  SETTIMO 


Sette  flagelli. 


Calamità  verrà  sopra  calamità,  e  vi 
sarà  rumore  sopra  rumore. 

Ezechiele,  vii,  26. 
Il  giusto  cade  sette  volte  e  si  rileva. 
,  Proverbi,  xxiv,  16. 

S'  odono  i  piccoli  fanciulli  per  le 
strade  a  gridare  che  vogliono  piutto- 
sto morire  nelle  caverne,  che  rinnegar 
la  fede. 

Lettera  dalle   Valli. 

Filiberto  avea  inaugurata  la  politica  a  cui  si  at- 
tennero i  suoi  primi  successori.  Nondimeno,  per  le 
assidue  istigazioni  di  Roma,  i  nuovi  casi  indussero 
nuovi  guai  e  flagelli  e  calamità  :  prima,  un  mercena- 
rio che  venne  a  pascersi  del  sangue  delle  nostre  po- 
polazioni ;  poi  guerre,  carestia,  peste  ;  per  alternare, 
frati  e  banditi  ;  per  finire,  una  strage  pur  troppo  me- 
morabile. Quei  sette  flagelli,  che  a  gara  tempestano 
il  popolo  delle  Valli,  richiamano  alla  memoria  il  detto 
di  Gioele  :  «  La  locusta  ha  mangiato  il  rimanente  della 
ruca,  e  il  bruco  ha  mangiato  il  rimanente  della  lo- 
custa, e  il  grillo  ha  mangiato  il  rimanente  del  bruco.  » 
Ma  l' Israele  delle  Alpi  sostenne  tuttavia  1'  arduo  ci- 
mento. Avea  pastori  e  capitani  che  lo  reggevano  da 
eroi,  finché  non  suonò  per  mezzo  di  trattati  la  pa- 
rola «  grazia  »,  a  chiudere,  benché  malamente,  e  con 
uno  strascisco  di  abiure,  un  periodo  pieno  di  tribo- 
lazioni. 


143 


I. 

I    TEMPI    DI    CASTROCARO. 

Mentre  i  Valdesi  delle  Alpi,  smunti  dalle  guerre, 
menavano  lutto  per  la  strage  de'  fratelli  di  Francia 
e  di  Calabria,  affluivano  da  loro  i  profughi,  crescendo 
la  comune  miseria.  Ma  la  Riformaci  fu  madre;  «  mon- 
signor Giovanni  Calvino  »  s5  adoperò  a  muovere  in  no- 
stro favore  la  città  sua,  che  die  prova  di  <(.  grande  e 
ordinaria  carità»  (1).  Ne  seguirono  l'esempio  altri 
cantoni  svizzeri,  e  principi  tedeschi,  e  la  Chiesa  di 
Strasburgo  e  perfino  quelle  di  Provenza,  pur  dissan- 
guate, e  quella  di  Torino,  ove  gareggiavano  di  zelo  il 
pinerolese  Salvai  e  l' avignonese  Guiotin,  pastori  delle 
comunità  italiana  e  francese.  Quando  i  Valdesi  s' erano 
alquanto  rifatti,  giunse  ad  essi  un  piccolo  flagello 
nella  persona  di  Castrocaro. 

Sebastiano  Grazioli  nato  a  Castrocaro,  paesello 
della  Romagna  toscana  oggi  compreso  nella  provin- 
cia di  Firenze,  avea  «  con  più  destrezza  che  valore  » 
conseguito  il  grado  di  colonnello  e  servito  sotto  il 
conte  della  Trinità  (2).  Fatto  prigione  da'  Valdesi, 
s' affrettò  a  darsi  per  gentiluomo  della  duchessa  Mar- 
gherita, sicuro  di  venire  così  fatto  segno  a  quei  ri- 
guardi che  mostrò  poi  di  non  punto  meritare.  Rila- 
sciato in  libertà,  dopo  la  pace  di  Cavour,  entrò  col 
favore  dell'arcivescovo  viepiù  innanzi  nelle  grazie  dei 
principi  e  riuscì,  forse  col  voto  favorevole  delle  nostre 
popolazioni,  a  farsi  designare  per  l' ufficio  di  gover- 


(1)  Gillio,  op.  cit.  I,  311. 

(2)  Ricotti,  op.  cit.  II,  309. 


144 

natore  de'  Valdesi.  Eppure,  era  ben  degno  della  fa- 
ma che  avea  avuta  la  sua  terra, 

dove  i  cuor  son  fatti  sì  malvagi.  (1) 

Anima  torta  e  venale,  abbindolava  i  Valdesi  con 
facili  promesse  ;  assicurava  alla  Duchessa  che  li  avreb- 
be protetti,  e,  nel  frattempo,  s'impegnava  col  go- 
verno e  più  coli'  arcivescovo  a  ristabilire  lassù  la  fe- 
de cattolica.  Giunto  a  Luserna  nell'  aprile  del  1565, 
convocò  subito  i  principali  della  popolazione  per 
redarguirli  di  avere  violati  i  patti.  I  Valdesi  espo- 
sero al  Duca  le  loro  rimostranze  e  il  Castrocaro  no- 
tificò che  Sua  Altezza  era  disposta  a  perdonare,  solo 
che  giurassero  di  osservare  i  sette  articoli  seguenti: 

Non  accettare  altri  ministri  stranieri  senza  la 
permissione  del  Duca. 

Aversi  le  lettere  de'  pastori  per  1'  estero  da  co- 
municare ai  sindaci. 

Non  dovere  i  sindaci  tollerare  la  circolazione  di 
alcuno  scritto  intorno  alla  religione. 

Chiedere  un  governatore  per  amore  di  pace. 

Non  far  alleanza  con  alcun  principe  o  stato  stra- 
niero. 

Non  uscire  in  armi,  in  caso  di  tumulto,  senza 
licenza  di  Sua  Altezza. 

Accettare  da  Sua  Altezza  i  predicatori  che  fosse 
per  mandare  «  a  predicar  la  buona  dottrina  e  ri- 
durli nella  retta  via  ». 

Codesti  articoli  erano  intesi  a  interpretare  il  patto 
di  Cavour  ;  in  qual  senso  però,  è  facile  scorgere  (2). 

(1)  Dante,  Purgatorio,  e.   XIV,  v.   111. 

(2)  Ricotti  scorge  in  essi  "  la  conferma  e  spiegazione  dell'accordo 
del  1561,"  salvo  l'articolo  relativo  al  governatore  Ma  quello  re- 
lativo ai  nuovi  predicatori  non  è  il  più  arbitrario  di  tutti  ? 


145 
Gastrocaro  ne  intimò  l'osservanza.  I  Valdesi  accet- 
tarono quelli  di  carattere  politico,  non  gli  altri.  Ma 
i  loro  delegati  poi  si  lasciarono  piegare  a  concessioni 
che  il  governatore  diceva  volute  al  solo  fine  di  pla- 
care il  papa,  le  quali  però  furono  sconfessate.  Frat- 
tanto Castrocaro  si  acquartierava  nel  forte  di  Torre 
con  una  guarnigione.  E  qui  ricominciano  le  dolenti 
note. 

Castrocaro  mostrò  subito  il  suo  malanimo  contro 
alcuni  ministri,  e  dopo  avere  spinto  Lentulo,  pastore 
di  San  Giovanni,  a  passare  ne'  Grigioni,  si  pose  a  mo- 
lestare quello  di  Torre,  Gillio  de'  Gilli.  Lo  teneva  per 
sospetto,  sia  per  il  credito  che  godeva,  sia  per  i  viaggi 
che  soleva  fare.  Tentò  contro  di  lui  un  colpo  ardito, 
denunziandolo  reo  di  alto  tradimento,  per  avere,  di- 
ceva, iniziate  a  Grenoble  e  a  Ginevra  delle  pratiche 
per  una  lega  con  alcuni  Stati  contro  il  suo  principe 
Lo  mise  quindi  agli  arresti,  lo  fé'  menare  a  Torino.' 
e  ivi,  malgrado  il  favore  della  duchessa,  patì  Gillio 
grandi  molestie  dal  procuratore  fiscale  Barberi;  ma 
alfine  fu  liberato. 

Quelle  molestie  aveauo  un  falso  appiglio  ne'  de- 
creti di  repressione  che  il  Duca  era  venuto  emanando 
contro  le  popolazioni  riformate  non  comprese  nel 
territorio  alpino.  Il  più  violento  fu  quello  del  10  giu- 
gno 1565,  col  quale  venivano  assegnati  ai  dissidenti 
dieci  giorni  di  tempo  per  decidersi  a  rientrare,  entro 
due  mesi,  nella  Chiesa  di  Roma  o  uscire  dagli  Stati. 
Ai  recidivi,  ai  ministri  e  spacciatori  di  libri,  la  morte 
e  la  confisca  de' beni;  ai  delatori,  la  quarta  parte 
di  questi  (1).  Il  decreto,  lodato  a  Roma,  e  special- 
mente da  San  Carlo  Borromeo,  non  piacque  però  a 
un  cardinale,  che  lo  ritenne  poco  pratico  e  consigliò 

(1)  Borelli,  Editti,  1.   XV,  1261.  Cfr.   Rorengo,  p.  73. 

Stor.  Vald.  10 


146 

al  Duca  di  non  applicarlo  in  modo  uniforme,  ma  con 
discrezione (1).  Parecchi  riformatisi  sottomisero;  al- 
tri emigrarono.  A  Cuneo,  ben  cinquantacinque  fa- 
miglie mantennero  tenacemente  la  loro  fede  ;  ma  do- 
vettero adattarsi  a  professarla  in  occulto  o  irsene 
altrove.  E  dobbiamo  registrare  anche  dei  martini; 
tra  gli  altri,  quello  del  giureconsulto  Miglia  che  fu 
strangolato  in  carcere.  Caraglio,  in  quel  di  Cuneo,  fu 
spopolata;  non  fu  risparmiata  neppure  la  casa  dei 
Villanova  Solari,  benché  avesse  parente  il  cancelliere 
ducale.  Sei  tra  i  suoi  gentiluomini  trovarono  solo 
scampo  colla  fuga,  e  videro  i  loro  beni  dispersi,  al- 
meno in  parte.  Altri  passarono  a  Val  Luserna;  tra 
essi  Luigi  Bersoro  figlio  del  noto  persecutore.  Infierì 
ancora  la  persecuzione  a  Carignano  e  Saluzzo,  fino 
al  colle  di  Tenda,  e  andò  a  flagellare  diverse  loca- 
lità di  Savoia.  Però,  il  Duca  s' accorse  che  avea  ra- 
gione il  cardinale.  Rallentò  i  rigori  e  permise  ai 
proscritti  di  rimpatriare,  pur  che  stessero  paghi  di 
godere  una  libertà  di  coscienza  scompagnata  da 
quella  di  culto  e  dessero  ampia  cauzione,  salvi  al- 
cuni casi,  di  forastieri  per  lo  più. 

Così,  a  poco  a  poco,  si  concretava  la  politica  del 
Duca,  il  quale,  non  lo  scordiamo,  avea  la  sua  testa. 
Al  re  Filippo  di  Spagna,  che  gli  offriva  milizie  per 
l' estirpazione  dell'  eresia,  esponeva  la  sua  tattica 
come  più  sottile,  ed  ecco  in  quali  termini:  «  Questi 
modi  di  riavere  gli  eretici,  visto  le  qualità  de'  tempi 
e  lo  stato  delle  cose  presenti,  riusciranno  assai  mi- 
gliori che  l' usar  di  maggior  rigore.  Perciocché,  fa- 
cendogli morire,  ne  nascerà  indubitatamente  tumulto 
e  sollevazione,   e,   lasciandogli  fuggire,  non  guada- 


li) Lett.  del  cardinale  Bobba  del  29  aprile  1565.  Arch.  di  Stato 
a  Torino. 


147 
gniamo  le  anime  e  perdiamo  le  persone,  facciamo  di- 
sabitare il  nostro  Stato  e  popoliamo  l' altrui,  re- 
stando ad  ogni  modo  la  peste  in  casa,  attesoché 
tutti  quelli  che  sono  infettati  non  si  sono  dichiarati 
né  usciti  dal  paese.  Si  aggiunga  che  gli  Ugonotti  da 
Provenza  e  Delfinato  stan  guardando  se  comincie- 
remo  a  muovere  alcuna  cosa  contro  la  loro  religione, 
e  in  tal  caso  son  determinati  ad  unirsi.  »  (1) 

Frattanto  i  nuovi  rigori  aveano  provocato  l' in- 
tervento di  alcuni  principi  tedeschi.  Era  tra  essi 
Augusto  duca  di  Sassonia,  col  quale  Filiberto  era 
vincolato  da  vera  amicizia  suggellata  da  segreti  ac- 
cordi. Mandarono  ambasciatore  certo  Junius  che  ar- 
rivò a  Torino  nel  febbraio  1566,  per  reclamare  la 
scarcerazione  di  vari  prigioni  fatti  a  Bresse,  in  Sa- 
voia, e  la  libertà  di  culto  per  tutti  i  sudditi  riformati, 
senza  distinzione.  Ebbe  risposta  cortese  ma  di  scuse, 
spiegazioni  e  vaghe  assicurazioni;  poco  esplicita  in- 
somma. Avea  il  Junius  a  segretario  un  ministro  per 
nome  Chaillet,  il  quale  predicava  e  carteggiava  coi 
Valdesi  senza  curare  i  moniti  del  fisco.  Il  Barberi, 
senz'  altro,  lo  trasse  in  arresto.  L'  ambasciatore  pro- 
testò, il  Duca  incarcerò  in  sua  vece  il  troppo  zelante 
procuratore  per  pochi  giorni.  Prima  di  partirsi,  il  Ju- 
nius ebbe  nuove  concessioni,  fra  le  quali  queste: 
che  restassero  fermi  i  patti  co'  Valdesi,  si  usasse 
verso  i  loro  fratelli,  fuor  delle  Valli,  qualche  mode- 
razione, e  fossero  liberati  non  pochi  prigioni  desti- 
nati alle  galere. 

Alcuni  mesi  dopo,  il  Duca  ebbe  una  lettera  dal- 
l' Elettor  Palatino,  e  diversi  principi  di  Germania 
pregarono  l' imperatore  del  suo  intervento,  tanto 
presso  Filiberto  come  presso  la  città  di  Lucca,  in  fa- 
fi    Il  Duca  al  Mazuelo,   11  ott.  1565.  Ai'ch.  di  Stato  a  Torino. 


148 

vore  de'  loro  correligionari.  Ma  Filiberto  ornai  fisso 
nella  sua  politica  e  impegnato  in  troppe  faccende, 
non  curò  più  molto  le  straniere  ingerenze.  I  Valdesi 
serbavano  i  loro  sinodi  e  non  ismettevano  il  loro 
culto  a  San  Giovanni,  e  ciò  fu  cagione,  ora  di  con- 
trasti e  ora  di  nuova  tolleranza.  Un  momento  si  al- 
larmarono per  1'  erezione  del  forte  di  Mirabocco,  al- 
zato in  fretta,  verso  i  confini  sopra  Bobbio;  poi  la- 
sciarono fare,  contenti  a  rinnovare  fra  loro  il  patto 
di  unione  il  dì  11  novembre  1571.  Anche  il  Duca  la- 
sciava fare,  salvo  a  patir  rimostranze  dal  nunzio  pon- 
tificio e  molestie  dalla  Curia  di  Roma,  come  avvenne 
pel  caso  di  Giorgio  Olivetta,  prigione  a  Vercelli.  Però, 
alle  insolenze  dava  risposta  da  par  suo.  Un  dì,  mi- 
nacciò del  cannone  il  carcere  dell'  inquisizione  a 
Torino,  per  liberare  certo  Gasparo  Orselli  che  vi  era 
stato  rinchiuso  con  manifesta  violazione  degli  accordi 
vigenti.  E  di  fronte  a  Roma,  ebbe  scatti  di  sdegno 
che  gli  fanno  alto  onore.  Già  ai  tempi  di  Pio  IV,  che 
gli  era  pure  stato  amico,  avea  dovuto  scrivere  :  <  Io 
sopporterò  quanto  potrò;  ma  alla  fine,  se  Sua  San- 
tità vorrà  eh'  io  faccia  più  di  quello  che  si  conviene, 
ho  anch'  io  mani  e  braccia  e  degli  amici  in  Italia  e 
fuori,  co' quali  m'aiuterò  ».  (1) 

S'  intenderà  pertanto  che  la  morte  immatura  di 
Emanuele  Filiberto,  avvenuta  nell'  agosto  dell'  anno 
1580,  fosse  cagione  di  lutto  sincero  nelle  Valli  Val- 
desi, dove  il  giudizio  dello  storico  Gillio,  che  lo 
chiamò  «  il  più  prudente  fra'  principi  di  quel  secolo, 
il  più  moderato  e  il  più  amante  de'  suoi  sudditi,  » 
non  sarà  mai  disdetto.  La  duchessa  l'avea  prece- 
duto di  cinque  anni,  lasciando  di  sé  dolce  memoria. 
Invece,  il  nome  di  Castrocaro  restò  odioso,  perchè, 


(1.)  Boldù    Itdaz    460. 


140 
ligio  alle  istigazioni  de'  nemici,  tradì  la  mente  del 
Duca  e  più  il  cuore  di  Margherita,  sia  con  subdole 
arti,  sia  con  fatti  atroci,  come  fu  già  il  processo  ca- 
gionato al  pastore  di  Torre,  che  ebbe  poi  il  figlio  cat- 
turato da' gesuiti  e  menato  nelle  Indie.  Tentò  di  di- 
struggere il  tempio  di  Bobbio,  ordì  l' assassinio  del 
capitano  Malerba,  emanò  dal  castello  di  Torre  troppi 
ordini  di  violenza  e  di  repressione,  e  vuoisi  perfino 
che  si  rendesse  reo  di  alto  tradimento  verso  il  Duca.  (  1 1 
Ma  finì  come  si  meritava,  e  qui  parli  il  nostro  vecchio 
storico  : 

«  D'altro  oramai  non  si  curava,  su  nel  suo  castello, 
che  di  trascinar  la  vita  ne'  piaceri.  Era  divenuto 
grasso  e  ricco.  Lasciava  commettere,  e  talora  ordi- 
nava, grossi  delitti.  Suo  figlio  Andrea  impunemente 
assaliva  donne  e  fanciulle,  talché  quelle  del  vicinato 
che  aveano  caro  1'  onore,  non  si  venturavano  fuor  di 
casa  se  non  erano  bene  accompagnate.  Xon  gì'  im- 
portava qual  religione  i  suoi  praticassero.  Le  sue  tre 
figlie,  assai  avvenenti,  andavano  indifferentemente, 
ora  a  messa,  ora  alla  predica  de'  riformati.  Teneva 
una  banda  di  cani,  e  fra  essi  ve  n'  erano  di  mostruosa 
grandezza,  e  niuno  ardiva  accostarsi  al  castello.  >>  (2) 

Citato  a  comparire  a  Torino  per  dar  conto  di  sé,  il 
nostro  Don  Rodrigo  non  si  mosse.  Alfine  il  conte  di 
Luserna  ebbe  commissione  di  snidarlo,  il  che  avvenne 
il  13  di  giugno  1582.  Di  lì  a  diversi  anni,  Castrocaro 
moriva  nel  suo  carcere  a  Torino.  Il  figlio  Andrea 
scontò  pure  colla  prigione  le  sue  ribalderìe,  e  i  beni 
della  casa  furono  confiscati,  salvo  una  scarsa  pen- 
sione alle  donne. 


(1)  MSS.   del  conte  Carlo    Manfredi  di  Luserna,    secondo  D.   L. 
(-arnia,   Bibl.    Municipale  di  Pinerolo. 

(2)  tìillio,  II,   10. 


150 

La  valle  del  Chisone  non  ebbe  a  patire  dello 
sgoverno  di  Castrocaro,  perchè  era  passata  sotto  il 
dominio  francese  fin  dall'anno  1562,  e  veniva  go- 
vernata da'  luogotenenti  Luigi  e  Carlo  di  Birague, 
residenti  a  Pinerolo.  Carlo  tentò  d' impedirvi  la  pre- 
dicazione, e  la  sua  mossa  contro  San  Germano,  il  22 
luglio  15/3,  lasciò  funesta  ricordanza.  Quel  dì,  cin- 
que uomini  sorpresi  colle  armi  furono  appiccati.  Ma 
il  capitano  Fraschia  di  Angrogna  intervenne  in  buon 
punto  e  il  nemico  fu  respinto. 

Carlo  IX  moriva  l' anno  seguente  e  Enrico  II  re- 
stituiva Pinerolo  e  il  Val  Chisone  al  Duca  di  Savoia. 


II. 

Il  Re  d'  Italia  bella. 

A  Filiberto  era  succeduto  Carlo  Emanuele  I,  «  gran 
mente  in  debole  e  picciol  corpo,  eccellente  guerriero, 
principe  letterato  e  cavalleresco,  ambizioso,  inchine- 
vole ai  partiti  arrischiati,  nemico  del  dominio  stra- 
niero in  Italia.  »  (1).  Sognò,  coni'  è  noto,  d' immede- 
simare le  speranze  della  sua  dinastia  con  quelle 
d'Italia,  s'adoperò  a  promuovere  l'unione  de' principi 
italiani  attorno  alla  bandiera  di  Roma,  e  n'ebbe  plauso. 

Sarà  trofeo,  se  non  avrai  potuto, 
l' aver  mossa  la  spada  e  aver  voluto. 
Manchi  ogn' altro  soccorso,  andrà  compagno 
l'almo  italico  fato  a' tuoi  stendardi. 

Così  cantò  a'  suoi  dì  una    canzone  popolare.  Ma  il 
Papa  non  favoriva  codesti  estri;  anzi,  se  ne  doleva,  e 

(1)  Cibrario,  op.   cit  ,  specchietto,  p.  30S. 


151 
poiché  vide  il  Duca  intento  a  scemare  coli'  armi  il 
prestigio  francese,  lo  denunziò  come  perturbatore 
della  pace.  Un  povero,  per  nome  Alione,  di  Perosa, 
atteggiandosi  a  «  vero  profeta  di  Dio,  »  si  fece  in- 
nanzi ad  annunziare  al  suo  principe  come  Dio  l'avesse 
eletto  a  «  Re  d' Italia  bella,  »  e  a  denunziare  a'  suoi 
rivali,  cioè  a  Firenze,  Mantova,  Modena,  Parma,  Ur- 
bino, Venezia,  Genova,  Lucca,  nonché  all'Austria  e 
perfino  al  Pontefice  i  castighi  del  cielo,  perchè  tene- 
vano la  patria  divisa.  Come  Dio  destinava  la  casa  di 
Savoia  al  reggimento  del  bel  paese,  così  dannava  co- 
storo alla  mina,  e  in  modo  esemplare  il  Papa. 

«  O  Papa,  dove  irai  tu  col  tuo  papato,  con  tua  ido- 
latria, con  tua  falsa  dottrina,  con  tuo  naso  pieno  di 
veleno?  Chi  ti  vorrà  più  nel  suo  regno,  nel  suo  stato, 
nel  suo  dominio?  Nissuno  al  mondo.  Ecco  dunque  il 
tuo  fine,  tua  radicale  e  fondamentale  estirpazione. 
Vattene  all'eterna  tua  perdizione  e  dannazione.  E  tu, 
Principe  mio,  piglia  sue  spoglie  di  tutto  1  suo  regno. 
Piglia,  dico,  non  solamente  il  suo  stato,  ma  tutti  i 
censi  e  tutte  l' entrate  ch'ei  si  usurpava  in  tutta  l'Ita- 
lia bella.  » 

Il  Principe  non  dava  retta  al  povero  Matto  di  Pe- 
rosa, come  lo  chiamava  il  volgo,  e  s' intende  che  si 
parlasse  di  darlo  nelle  mani  dell'  Inquisizione.  Egli 
non  la  paventava  però,  sentendosi  fermo  sopra  le  sue 
pretese  visioni  e  rivelazioni,  e  ripeteva  che  la  volontà 
di  Dio  si  sarebbe  fatta  palese  malgrado  l' incredulità 
delle  genti  ;  talché  per  lui  erano  come  avverate,  e  dice- 
va :  «:  Il  regno  del  Papa  è  finito,  è  distrutto,  è  dissipato  ; 
sue  spoglie  sono  date  da  Dio  al  nostro  Principe  con 
tutto  il  regno  d' Italia.  Morta  la  biscia,  morto  il  ve- 
leno; tolta  la  causa,  tolto  l'effetto;  tolto  il  dominio 
del  Papa,  tolta  l' Inquisizione...  Come  vorrebbe  dun- 
que il  mio  Principe  darmi  nelle  mani  dell'  Inquisii 


152 

zione?  E  quando  bene  avesse  voglia  di  farlo,  il  Si- 
gnore che  volge  tutto  il  mondo  volterà  sua  volontà. 
E  quando  lo  facesse,  non  m' avverrà  che  come  a  Si- 
drach,  Misach  e  Abednego,  i  quali  furono  gettati 
nella  fornace  e  non  ebbero  alcun  male,  anzi,  le  fiam- 
me furono  portate  sopra  quelli  che  li  gittarono  nella 
fornace.  »  (1) 

Oggi,  il  Matto  di  Perosa  sarebbe  trascurato,  ma 
come  dicitore  di  cose  sapute.  Ora,  benché  non  fosse 
valdese  né  punto  né  poco,  può  darsi  nondimeno  che 
facesse  eco  a  speranze  vagolanti  ne' nostri  liberi  mon- 
ti. Invano  però,  che  i  tempi  erano  troppo  immaturi. 
Basterà  considerare  che  il  Duca  avea  menato  a  nozze 
una  figlia  del  re  Filippo  II,  e  che,  per  le  sue  idee  di 
riconquista  sopra  Ginevra,  si  alienava  i  protestanti  e 
dovea  fare  assegnamento  sul  Papa,  per  comprendere 
che  non  si  affacciassero  troppo  liete  prospettive.  Re- 
stava, è  vero,  che  in  tanto  turbinio  di  guerre  colle 
vicine  nazioni,  non  convenisse  a  Carlo  Emanuele  di 
molestare  i  naturali  custodi  de' passi  delle  Alpi;  ma 
quelle  stesse  guerre  valsero  pure,  alcuna  volta,  a  com- 
promettere la  posizione  de'  Valdesi  di  fronte  al  loro 
principe.  Così,  a  mo'  d'  esempio,  quando  il  generale 
Lesdiguières,  varcata  la  frontiera  e  giunto  a  Briche- 
rasio,  impose  ai  Valdesi  il  giuramento  di  fedeltà,  e  or- 
dinò la  demolizione  del  castello  di  Torre  e  di  quel  di 
Perosa,  s'indovina  di  leggieri  sotto  qual  luce  i  nemici 
loro  s' adoperassero  a  farli  comparire.  Non  corse  allora 
la  voce  che  i  Valdesi  avessero  abiurato  politicamente? 
Quando  si  ritirò  Lesdiguières,  bisognò  dare  spiegazioni 
a  Pinerolo,  fare  istanze  al  Duca,  e  questi,  che  parlava 


(1)  Lett.  del  30  aprile  1624.  V.  il  mio  opuscolo  II  Matto  di  Pe- 
rosa ed  il  Re  d' Italia  bella,  documento  estratto  dall'Aron,  di  Stato 
di  Torino,  Firenze  1883. 


153 
gii»  di  ristabilire  nelle  Valli  la  religione  cattolica,  s'in- 
dusse alfine  a  delegare  commissari  a  Torre,  ove  si 
convocò  solenne  assemblea,  nella  quale  fu  convelluto 
che  rimanessero  ferme  le  precedenti  libertà  e  conces- 
sioni, ma  si  restituissero  i  templi  già  in  uso  dei  catto- 
lici. Nel  tornare  poi  dal  forte  di  Mirabocco,  Carlo 
Emanuele  s' incontrò  sulla  piazza  di  Villar  con  una 
delegazione  valdese  venuta  ivi  a  fargli  omaggio,  ed 
ebbe  modo  di  sincerarsi  intorno  i  veri  sentimenti 
dei  suoi  sudditi  delle  Valli.  Lasciò  allora  parlare  il 
cuore  e  disse  memorabili  parole  :  «  Siatemi  fedeli,  e 
vi  sarò  buon  principe,  anzi,  buon  padre;  che,  quanto 
alla  vostra  libertà  di  coscienza  e  agli  esercizi  del  vo- 
stro culto,  non  intendo  innovare  nulla  che  li  pregiu- 
dichi, e  se  alcuno  penserà  darvi  molestia,  venite  da 
me,  ed  io  provvedere  »  (1). 


III. 

Dispute  missionarie. 

Era  dunque  rimosso,  per  allora,  il  pericolo  di  per- 
secuzione aperta.  I  frati  colsero  quel  tempo  per  sfi- 
dare i  Valdesi  alle  dispute. 

Ai  Mendicanti  tengono  dietro  i  Gesuiti,  per  ten- 
tare una  mossa  più  ardita.  Erano  forse  smaniosi  di 
vendicare  1'  umiliazione  toccata  al  loro  antesignano 
Possevino.  Sono  da  ricordare  primi  il  P.  Vannini  e 
il  P.  Ippolito,  che  menarono  qualche  rumore,  l' uno 
nel  Val  Luserna,  1'  altro  nelle  valli  di  Perosa  e  di 
San  Martino.  Se  furono  rimbeccati,  però  a  qualcosa 
riuscirono,  e  sei  seppe  il  pastore  Andrea  Laurens  di 


(1)  Gillio,  ir,  56. 


154 

Santa  Margherita.  Menato  prigione  a  Saluzzo,  non 
resse  alla  prova  e,  giunto  a  Torino,  abiurò.  I  Gesuiti 
ringalluzziti  lo  vollero  a  Luserna  per  darlo  in  ispet- 
tacolo,  ma  1'  esito  fu  miserando.  Moriva  il  Laurens  di 
lì  a  poco,  avvilito  e  sfiduciato,  e  i  Valdesi,  anzi  che 
scossi  nella  loro  fede,  furono  raffermati. 

Più  memorabili  furono  le  dispute  tenute  nella  pic- 
cola borgata  degli  Appia,  su  quel  di  San  Giovanni: 
una  volta  nel  1596  fra  '1  ministro  Cianforan  e  il  ge- 
suita Rousset;  poi  nel  1602,  fra  1  pastore  Agostino 
Gros  e  il  rettore  Marchesi.  Presiedette  a  quella  il 
conte  Carlo  di  Luserna,  e  si  racconta  che,  richiesto 
del  suo  parere,  rispondesse  :  «  Eh  !  se  si  trattasse  di 
stimare  un  cavallo  o  una  spada,  potrei  forse  dire  la 
mia;  ma  di  queste  controversie  io  non  me  ne  inten- 
do. »  (1).  La  seconda  riuscì  più  decisiva  ed  ebbe  per 
iscritto  uno  strascico,  non  rassegnandosi  il  Marchesi 
alla  sconfitta. 

Nel  frattempo  avea  luogo  un'  altra  disputa  a  San 
Germano  fra  '1  pastore  Rostan  e  un  cappuccino  mis- 
sionario per  nome  Ribot. 

L' indole  de'  tempi  era  tale,  del  resto,  da  rendere 
quelle  dispute  meno  uggiose  che  non  si  crederebbe. 
Talvolta  facevano  breccia.  Restò  memorabile,  per 
esempio,  la  sfida  che  cagionò  la  fondazione  della 
Chiesa  valdese  di  Pramollo. 

Era  l' anno  1573  o  giù  di  lì.  Francesco  Guérin 
era  pastore  a  San  Germano.  Una  domenica  salì  a 
Pramollo,  ove  non  era  ancora  stabilita  la  Riforma, 
ed  entrò  in  chiesa  all'  ora  della  messa.  «  Finita  la 
(male,  racconta  qui  un  frate,  il  ministro  disse  al 
curato:  Monsignore,  avete  detto  messa?  Rispose  il 
curato  :  Messer,  sì.  Replicò  il  ministro  :  Quid  est  missa? 

(1)  Chi  narra  il  fatto  fu  testimone.   Gillio,   II,  62. 


155 
Il  curato  non  seppe  rispondere  parola.  Il  mini- 
stro tornò  a  dire  in  volgare,  perchè  forse  il  po- 
vero curato  non  intendeva  il  latino:  0  monsignore, 
che  cos'  è  messa  ì  Nemmeno  seppe  rispondere.  Al- 
lora il  ministro  montò  in  pulpito  e  cominciò  a  pre- 
dicare contro  la  messa  e  contro  il  papa,  e  fra  1'  al- 
tre cose  diceva:  0  povera  gente!  vedete  che  avete 
qua  un  uomo  che  non  sa  quello  che  si  faccia;  ogni 
giorno  dice  messa  e  non  sa  che  cosa  sia  messa.  Fa 
una  cosa  che  né  voi  né  lui  intendete.  Vedete  qua 
la  Bibbia,  sentite  la  parola  di  Dio...  E  seppe  dir 
tante  chiacchiere,  che  pervertì  tutta  quella  terra, 
e  al  presente  non  vi  è  più  né  curato  né  messa»  (1). 
Difatti,  trassero  quei  popolani  al  Guérin,  che  dimo- 
rava nel  villaggio  de'  Balmas,  a  mezza  via  fra  Pra- 
mollo  e  San  Germano,  e,  dietro  suggerimento  di  lui, 
chiesero  di  avere  un  pastore,  che  il  Colloquio  de' pa- 
stori della  valle  pensò  a  provvedere.  (2) 

Per  quanto  smaniassero,  i  frati  missionari  non 
giunsero  mai  a  riconquistare  la  comunità  di  Pra- 
mollo  né  a  convertire  colla  parola  alcuna  delle  Chiese 
delle  Valli.  Dolse  loro  assai  di  neppur  riuscire  a  ri- 
condurre colui  d' infra  i  pastori  nel  quale  ravvisavano 
una  loro  pecorella  smarrita,  e  che,  per  verità,  merita 
qui  menzione  alquanto  più  particolareggiata. 

Agostino  Gros,  già  frate  dell'  ordine  agostiniano, 
avea  col  passare  alla  Riforma  levato  alto  grido  di  sé, 
massime  in  Lombardia,   per  la  stima  grande  in  cui 


(1)  Frate  Agostino  dì  Castellamonte,  negli  Arch.  del  Vescovado 
di  Pinerolo,  secondo  Muston  u,   113. 

(2)  Fcco  un  indizio  che  l'organizzazione  della  Chiesa  riformata 
di  Francia,  appena  stahilita,  si  era  introdotta  fin  qui.  Colloquio 
vale  conferenza  distrettuale  de'  ministri  e  degli  anziani  ;  era  su- 
bordinato al  Sinodo  Provinciale,  che  avea  ancora  sopra  di  sé  il 
Sinodo  Nazionale. 


156 

era  tenuto  come  predicatore.  Da  Ginevra,  ove  s'  era 
rifugiato,  era  stato  mandato  pastore  in  Angrogna,  e 
vi  godette  assai  credito.  Le  brighe  tentate  per  ricon- 
durlo all'  ovile  non  furono  poche,  ma  non  riuscirono 
per  lo  più  che  ad  essere  amene.  Quando  salì  Niccolò 
da  Ponte,  governatore  di  Pinerolo,  per  abboccarsi 
con  lui  segretamente,  ebbe  cura  di  ricordargli  ch'era 
duro  d'orecchio  per  costringerlo  a  parlare  a  voce  al- 
ta; talché  altri  potè  udir  la  conversazione,  e  uno  sto- 
rico la  riferisce.  Così  sappiamo  che,  sollecitato  a  tor- 
narsene da'  monti  nelle  città,  ove  avea  goduto  onori 
e  agiatezze,  rispose: 

—  Sto  bene  qui,  e  sceglierei  la  forca,  se  mai,  piut- 
tosto che  ritornare  ove  mi  suggerisce. 

—  Almeno,  insisteva  il  magistrato,  mi  vorrà  accor- 
dare il  favore  di  un'  amichevole  conferenza  con  un 
valente  teologo  che  l' aspetta  a  Pinerolo.  Avrò  cura 
di  fornirle  buone  carte  e  una  brava  scorta. 

—  Le  pare  eh'  io  debba  espormi  alla  discrezione  di 
coloro  che  non  credono  che  si  debba  tener  parola  agli 
eretici? 

—  Allora  non  si  fida  di  me. 

—  Mi  fido  di  lei,  ma  non  del  papa;  de' frati  poi 
meno  che  mai,  perchè  se  costoro  furono  capaci  di  as- 
sassinare principi  e  re  in  mezzo  alle  loro  guardie,  si 
figuri  se  si  farebbero  scrupolo  di  uccidermi  a'  suoi 
piedi.  No,  se  quel  teologo  brama  conferir  meco,  venga 
quassù  ;  non  avrà  a  temer  di  nulla,  massime  in  sua 
compagnia. 

Il  governatore  si  ritirò  indispettito.  Tant'  è,  quella 
visita  fu  come  il  segnale  di  nuove  molestie,  che  sa- 
rebbe troppo  lungo  di  raccontare.  Il  ministro  Gros 
morì  1'  anno  1608,  lasciando  tre  figli  e  un  genero, 
tutti  pastori  nelle  Valli  valdesi. 

Ora,  siccome  non  preme  qui  ricordare  per  filo  e  per 


157 

segno  le  gesta  di  tutti  quanti  i  frati  missionari  capi- 
tati nelle  Valli  Valdesi  e  che  siamo  edotti  oramai  in- 
torno al  loro  intento,  lasciamoli  alle  loro  dispute  e 
diciamo  de'  banditi. 


IV. 

I  Banditi. 

La  libertà  di  coscienza  e  di  culto,  scarsa  nelle  Valli, 
non  era  riconosciuta  fuori  dei  limiti  segnati  dalla  pace 
di  Cavour;  così,  a  mo'  d'esempio,  a  Luserna,  a  Bi- 
biana  e  nel  marchesato  di  Saluzzo  ove  il  Duca  avea 
ristabilita  la  sua  signoria  fin  dal  1588.  Di  qui  certi 
fatti  di  persecuzione  che  più  volte  eccedettero  perfino 
il  rigore  delle  leggi,  come  nel  caso  del  negoziante  Bar- 
tolommeo  Coupin  di  Torre;  il  «male,  recatosi  alla  fiera 
d'  Asti,  vi  fu  arrestato  pel  solo  fatto  di  non  avere  dis- 
simulato di  appartenere  alla  Chiesa  delle  Valli.  Due 
anni  e  mezzo  patì  nel  doloroso  carcere,  ove  la  moglie 
e  il  figlio  Samuele  trassero,  più  dolenti  di  lui,  a  con- 
fortarlo. Alfine  vi  morì,  e  fu  arso  pubblicamente.  A 
Dronero,  in  seguito  alla  palinodia  di  alcuni  principali 
riformati,  che  si  erano  lasciati  persuadere  a  rientrar 
nell'  ovile,  il  Duca  intervenne,  esortando  i  loro  corre- 
ligionari a  seguirne  l' esempio,  poi  ordinò  rigori.  I 
residenti  di  Luserna,  di  Bibiana,  di  Campiglione  e  di 
Fenile  ebbero  intimazione  di  sgombrare,  tempo  cin- 
que giorni.  I  Valdesi  protestarono,  appellandosi  al 
patto  del  1561  e  alle  ducali  promesse.  Il  Duca,  risen- 
tito, rispose  che  non  veniva  meno  né  al  patto  né  alle 
promesse,  ma  che  i  diritti  de' Valdesi  aveano  un  limite. 
Il  limite  era  noto.  Chi  lo  violava  ì  Secondo  il  patto  di 
Cavour,  la  residenza  de'  Valdesi  era  ammessa  fuo-ii 


158 

del  confine  delle  loro  parrocchie  ;  i  loro  ministri  aveano 
licenza  di  visitarli,  non  di  tener  riunioni.  Questi  resi- 
denti aveano  libertà  di  coscienza,  non  di  culto.  Ora  il 
passo  fra  quella  e  questa  era  pur  breve,  né  crede- 
remo già  che  nessuno  lo  tentasse.  Ma  quando  si  sban- 
divano addirittura  i  residenti  valdesi,  ov'  era  la  li- 
bertà di  coscienza?  Era  sparita  al  soffio  di  una 
reazione  che  metteva  negli  animi  nuovo  sgomento  e 
cagionava  rappresaglie.  Poniamovi  mente,  perchè 
l'origine  della  incresciosa  storia,  detta  poi  de'  ban- 
diti, è  qui. 

Alcuni  giovani  di  Bibiana  sbanditi  per  causa  di  re- 
ligione e  disperati,  giacché  insieme  all'  intolleranza 
infieriva  pur  troppo  la  carestia,  s'imbatterono  in  un 
agente  fiscale  dell'inquisizione,  lo  uccisero,  presero  il 
largo  e  fecero  banda.  S'aggiunse  ad  essi  un  certo  Ber- 
toni di  Bagnolo,  manesco  la  sua  parte  e  papista,  ma 
accennò  tosto  a  denunziarli.  Saputo  questo,  i  compa- 
pagni  lo  colsero  a  Campiglione,  lo  ferirono  a  morte  e, 
fuggiti  ne'  monti,  tenevano  in  allarme  il  paese.  I  pa- 
stori non  mancarono  di  esortarli,  di  censurarli,  di  so- 
spenderli dalla  comunione;  ma  più  che  la  loro  auto- 
rità poteva  ornai  ne'  banditi  la  sbrigliata  passione. 
Che  fare?  I  pastori  ordinarono  la  celebrazione  di  un 
pubblico  digiuno  di  umiliazione  e  di  preghiera,  come 
usavasi  ne'  tempi  calamitosi  ;  andarono  attorno  visi- 
tando il  loro  popolo  e  temperando  i  bollori.  Che  si 
poteva  tentare  di  più?  Era  giusto  che,  per  due  o  tre 
ribaldi,  come  diceva  bene  il  governatore  Nicolò  da 
Ponte,  s'incolpasse  un'intera  popolazione?  Eppure, 
suadenti  i  frati,  così  avvenne,  e  il  Duca  si  risentì,  e  i 
sindaci  valdesi  ebbero  a  render  conto,  quasi  fossero 
complici.  Ma  la  loro  lettera  al  governatore  segnalò  a 
chiare  note,  e  la  lealtà  del  popolo  delle  Valli,  e  l'ori- 
gine vera  di  questo  nuovo  flagello,  ch'essi  per  i  primi 


159 
deploravano,  non  foss' altro  che  per  i  guai  che  poteva 
loro  cagionare.  <<  Noi  desideriamo  con  tutto  l' animo 
che  sia  ristabilita  la  giustizia,  certi  che  per  essa  la 
pace  si  avrà.  Ma  sia  vera  giustizia,  insistono  i  sindaci 
valdesi,  aliena  da  odii,  passioni,  favori  e  parzialità; 
siano  primieramente  castigati  coloro  che  suscitarono 
persecuzioni  e  turbolenze,  che  sconvolsero  queste  po- 
vere genti,  violando  i  privilegi  e  le  libertà  concesse  da 
principi  serenissimi,  perseguitando  uomini,  donne  e 
fanciulli,  costringendoli  a  rinnegare  la  religione  che 
vuol  essere  libera,  violentando  le  coscienze  delle  per- 
sone con  ingiuria  più  intollerabile  della  morte,  e, 
dopo  tante  minaccie  e  ordini  rigorosi,  scacciando  in 
troppo  gran  numero  gì'  innocenti  dalle  case  loro.  Co- 
loro che  promossero  cotali  minaccie  e  colle  calunniose 
loro  imputazioni  mossero  ad  ira  Sua  Altezza  contro  il 
suo  popolo  innocente,  sono  appunto  quei  persecutori 
e  inventori  di  mali,  che  cagionarono  sì  grande  spa- 
vento, terrore  e  confusione,  e  la  S.  V.  non  ignora 
quanto  possa  nelle  genti  la  sfiducia  e  la  disperazione; 
epperò  non  è  a  meravigliarsi  che  alcuni  impazienti, 
vinti  dal  dolore  e  come  disperati,  da  disperati  agis- 
sero. Or  voglia  Iddio  por  fine  a  tanti  mali.  Ma  coloro 
che  s' ingegnarono  a  cagionarli  colle  loro  macchina- 
zioni, siano  ritenuti  rei  di  tutti  i  disordini  sopravve- 
nuti e  che  potranno  sopravvenire  ove  non  li  cessi 
Iddio.  Adunque,  si  vuol  fare  buona  giustizia?  Si  co- 
minci da  coloro  che  furono  causa  di  questi  mali.  Se 
non  che,  per  essere  la  cosa  malagevole,  parrebbe  a 
noi  più  spediente  che  si  mettesse  acqua  sul  fuoco,  ad 
impedire  che  l'incendio  si  faccia  maggiore.  »  (1). 

Per  verità,  il  fuoco  durò  parecchio  e  destò  un  pa- 
nico singolare,  quasi  ridicolo.  I  Valdesi  ottennero  dal 

(1)  (iillio,   il,   152. 


160 

conte  Carlo  di  Luserna  di  trattarne  insieme  e  fa 
tenuta  presso  di  lui  una  conferenza  il  19  novembre 
1602,  presenti  anche  il  fratello  conte  Emanuele  e 
diversi  gentiluomi.  Parlarono,  oltre  il  conte  Carlo,  il 
venerabile  pastore  Domenico  Vignaux  di  Villar,  il 
capitano  Fraschia  di  Angrogna  e  Giacomo  Bounous 
deputato  di  Val  Perosa.  Nel  corso  di  essa,  risultò 
chiaro  che  non  erano  mancate  le  provocazioni  dei 
persecutori,  e  il  Fraschia  lo  disse  aperto,  non  pre- 
sago certamente  di  avere  a  fornire  sei  mesi  dopo,  in 
persona,  una  prova  flagrante  di  quanto  asseriva.  Di- 
fatti, essendo  capitato  nel  maggio  di  poi  a  Luserna, 
fu  catturato  e  fatto  morire.  Constò  inoltre,  per  la 
conferenza  suddetta,  questo  doppio  fatto  :  che  erano 
incolpati  i  banditi  valdesi  di  non  pochi  delitti  com- 
messi da  ribaldi  cattolici,  e  che,  per  lo  più,  i  banditi 
cotanto  esecrati  erano  stati  gente  pacifica  e  onesta 
spinta  alle  rapine  dalla  violenza  della  persecuzione. 

A  poco  a  poco,  la  banda  si  sciolse  dopo  qualche 
rara  apparizione,  salvo  a  rifarsi  più  tardi  per  le  solite 
cagioni.  E  si  sciolse  prima  che  cessassero  le  provoca- 
zioni ora  accennate,  alle  quali  vediamo  aggiungersi  i 
gravosi  balzelli,  la  prigionìa  di  deputati  e  il  ratto  di 
fanciulli.  In  tanta  distretta,  i  Valdesi  più  travagliati, 
eh'  erano  quelli  del  marchesato  di  Saluzzo  e  di  Val 
Meana,  provarono  il  bisogno  di  riaffermare  i  vincoli  che 
li  univano  alle  Chiese  Evangeliche  riformate  di  ogni 
paese,  coli'  aderire  formalmente  alla  confessione  di 
fede  augustana,  quale  era  stata  firmata  da  Calvino 
a  Strasburgo.  (1) 

Intanto  la  carestìa  cagionata  dalle  continue  guerre 
metteva  le  nostre  Valli  a  duro  cimento.  Il  prior  Ro- 
rengo  suggerì  che,  in  quelle  parrocchie  ove  avea  più 

(1)  Legero,  op.   cit.,  I,   111. 


161 
infierito,  si  procurasse  d'  introdurre  dei  frati  missio- 
nari, e  tanto  insistette,  che  il  suo  intento  parve  tosto 
raggiunto.  Certo  P.  Bonaventura  salì  con  uno  stuolo 
di  religiosi,  e  già  le  loro  provocazioni  facevano  teme- 
re dei  guai;  ma  una  lettera  del  Duca  al  conte  Filippo 
di  Luserna  quetò  gli  animi.  Qua  e  là  ve  n'  erano,  per 
verità,  che  si  ostinavano  a  rimanere.  A  Rorà  le  donne 
s' incaricarono  di  farla  finita  col  portarli  via  di  peso. 
Del  resto,  quelle  molestie  erano  tollerabili  se  le  para- 
goniamo alle  tribolazioni  che  toccarono  ai  Valdesi 
del  marchesato  di  Saluzzo  e  sopratutto  ai  loro  vi- 
cini della  Maira.  Due  abitanti  di  Acceglio,  il  no- 
taio Piero  Marchisi  e  il  sergente  Maurizio  Mongie, 
sostennero  coraggiosamente  il  martirio  il  21  di  otto- 
ure  1619  (1).  Ma  il  loro  esempio  non  impedì  la  di- 
spersione generale  de'  correligionari,  i  quali,  in  parte 
esularono,  in  parte  cedettero  e  finirono  per  riconci- 
liarsi colla  Chiesa.  Neil'  udire  tali  notizie,  poi  quelle 
dell'  orribile  strage  della  Valtellina,  coloro  che  riu- 
scivano a  schermirsi  lassù  nell'  asilo  più  o  meno  in- 
violato delle  Alpi,  potevano  ringraziar  Dio  di  non 
avere  per  allora  a  soffrire  persecuzioni  maggiori. 


V. 

La  Pestilenza. 

Ma  il  flagello  più  lugubre  viene  ora:  è  la  pesti- 
lenza, flagello  cronico  a  quei  tempi.  Quella  del  1630, 
illustrata  dalla  penna  del  Manzoni,  va  noverata  fra  le 
più  tremende.  Portata  dalle  milizie  francesi,  scoppiò 


(l)  Lettre  des  fidèles  dn  marquisat  de  Saluces.  Ginevra  1619.  Era 
diretta  a  Giovanni  Diodati. 

Stor.   Vald.  11 


162 

nel  mese  di  maggio  alle  Porte,  ove  sbocca  la  valle 
di  Perosa,  e  tosto  si  propagò  fin  su  ne'  monti.  I  pa- 
stori si  radunarono  in  Colloquio  a  Pramollo  onde 
provvedere  alle  prime  necessità,  e  un'  altra  volta  su 
quel  di  Angrogna.  Poi,  non  si  rividero  più.  Quattro 
di  essi  soccombettero  in  luglio.  Smesse  le  riunioni 
a  porte  chiuse,  la  predicazione  continuò  a  cielo  aper- 
to, comportandolo  d'  altronde  la  stagione.  Ma  la  pe- 
stilenza infierì  viepiù,  e  nell'  agosto  soccombettero 
sette  altri  pastori,  quasi  tutti  nel  fiore  dell'  età. 
Premeva  designare  successori  ai  defunti.  I  pochi 
sopravvissuti  tennero  Colloquio  di  nuovo  su  un  pog- 
gio di  Angrogna,  e  si  deliberò,  tra  1'  altre  cose,  che 
il  giovane  pastore  di  Bobbio,  Daniele  Rozel,  do- 
vesse condurre  a  Ginevra  Samuele  Gillio,  figlio  del 
pastore  Pietro,  di  Torre.  Ma  il  viaggio  fu  impedito 
dalla  peste  che  li  colpì  entrambi.  Così  rimasero 
tre  pastori,  uno  per  vallata:  in  quella  di  San  Mar- 
tino, Valerio  Gros;  in  quella  di  Perosa,  Gian  Bar- 
thélemy,  e  Pietro  Gillio  a  Torre.  Trassero  con  essi  a 
Colloquio,  il  7  ottobre  in  Angrogna,  venticinque  de- 
putati delle  Valli.  Gillio,  che  presiedeva,  fu  incari- 
cato di  volgersi  a  diversi  correligionari,  nel  Delfinato 
e  a  Ginevra,  per  sollecitare  l' invio  di  nuovi  pastori. 
Scrisse  anche  a  Costantinopoli  per  richiamare  il 
ministro  Antonio  Legero,  ivi  cappellano  dell'  am- 
basciatore de'  Paesi  Bassi.  Di  lì  a  poco  il  messag- 
giere  mandato  a  Ginevra  tornò  col  ministro  Brunet 
e  portava  la  notizia  che  altri  doveano  seguire  in 
primavera.  Frattanto  il  Barthélemy,  passato  a  ser- 
vire la  Chiesa  di  San  Giovanni,  moriva  poco  più  che 
trentenne,  e  i  tre  pastori  superstiti  ebbero  per  qual- 
che tempo  quella  che  davvero  poteva  chiamarsi  «  la 
sollecitudine  delle  Chiese.  » 

Insomma,  s' avverava   per   l' Israele  delle  Alpi  la 


16? 
parola  del  profeta:  «  La  spada  è  al  difuori,  la  peste 
al  di  dentro,  e  una  terza  parte  di  te  morrà  di  pe- 
stilenza. »  (1)  Non  diremo  lo  scompiglio,  il  panico 
in  cui  fu  lasciata  la  popolazione  per  la  morte  dei 
pochi  medici,  chirurgi  e  farmacisti  eh'  erauo  stati 
tra  primi  a  soccombere,  salvo  il  medico  Vincenzo 
Goss  (2).  Lasciamo  immaginare  lo  stato  degl'  infermi 
e  T  angoscia  di  chi  rimaneva  a  curarli.  Calcolò  il  pa- 
store Gillio  che  passassero  di  vita  più  di  diecimila 
Valdesi.  Il  silenzio  di  tante  tombe,  l' isolamento  dei 
superstiti,  la  desolazione  del  paese  richiamano  alla 
mente  del  nostro  storico  il  noto  verso: 

Ubique  luctus,  ubique  pavor,  et  plurima  mortis  imago. 

E  chi  dirà  mai  lo  spettacolo  de'  campi  abbando- 
nati, fetenti  per  la  putrefazione  di  genti  e  animali 
che  vi  giacevano  insepolti? 

Tra  le  vittime  fu  l' ultimo  rampollo  diretto  di  Pan- 
taleone  Bersoro,  già  persecutore  de'  Valdesi.  Costui 
avea  un  figlio  per  nome  Luigi,  il  quale,  passato  nelle 
file  della  Riforma,  s' era  stabilito  in  Val  Luserna 
co' due  figliuoli  Giuseppe  e  Paolo.  Il  secondo,  gen- 
tiluomo e  medico  distinto,  morì  a  Torre  1'  anno  1627, 
lasciandovi  1'  unico  suo  figlio  Giovanni,  che  la  peste 
colse  ivi  colla  madre.  Ma  l' eroe  di  questo  episodio  è 
colui  che  ce  lo  narra,  il  pastore  e  storico  Pietro  Gil- 
lio. Quando  toccava  i  sessant'  anni,  vide  cadere  ad 
uno  ad  uno  i  quattro  figli,  Davide,  Gillio,  Samuele 
e  Giosuè,  ed  egli  non  cadde;  anzi,  consacrò  tutto  a 
Dio  ed  al  popolo  delle  Valli  un  vigore  che  pareva 

(1)  Ezech.  v,  12;  vii,  15. 

(2)  Due  chirurghi,  Daniele  Gillio  figlio  del  pastore  di  Torre  e 
Giovanni    Bersoro    discendente    del   persecutore,  e    tre  farmacisti: 

,  Cupio  e  Cot.   Morì  poi  a  S.   Germano  il  medico  Roeri. 


164 

rinascere  e  restò  ferino  come  la  torre  da  cui  avea 

nome  la  sua  parrocchia,  senza  che  venisse  meno  la 

sua  fede  nell'  avvenire  della  Chiesa  degli  avi,  quando 

si  poteva  credere  che  cielo  e  terra  fossero  uniti  a 

disperderla. 


VI. 

Scritti  polemici. 

Carlo  Emanuele  I  era  morto  1'  anno  della  pesti- 
lenza, lasciando  erede  il  duca  Amedeo  I  cui  toccò 
«  scontare  gli  errori  e  1'  alta  e  affannosa  ambizione 
del  genitore  e  subire  1'  arroganza  francese  per  re- 
primere 1'  arroganza  spagnuola.  ;>  (1)  La  pace  firmata 
a  Cherasco  tra  '1  Piemonte,  la  Spagna  e  la  Francia, 
avea  retrocesso  a  quest'  ultima  Pinerolo  e  la  valle 
del  Chisone  ;  una  deputazione  di  Val  Luserna  s'  era 
presentata  al  nuovo  Duca  per  avere  la  conferma 
de'  diritti  ornai  tradizionali  ;  Vittorio  Amedeo,  in  ri- 
sposta, avea  ordinata  un'  inchiesta  per  definire  l' eter- 
na questione  de'  limiti,  e  i  frati  armeggiavano  onde 
riuscisse  a  danno  de'  Valdesi.  Tra  codesti  armeg- 
gioni si  affaccia  ora  a  noi  la  figura  di  Marco  Aurelio 
Rorengo  di  Luserna.  I  gesuiti  s  erano  ivi  acquar- 
tierati da  qualche  tempo,  ed  egli  era  il  loro  priore. 
Costui  provocherà  gran  parte  delle  polemiche  scritte 
che  dobbiamo  registrare. 

S'  erano  già  dati  a  scrivere  contro  i  Valdesi  al- 
cuni frati  missionari  e  prelati  che  aveano  predicato 
fra  di  loro,  come  Vincenzo  Ferreri,  il  Seyssel  e  Sa- 
muele   Cassini;    inoltre,    diversi    altri    religiosi    che 


(!)  Cibrario,  op.  clt  ,  specchietto,^.  315. 


165 
aveano  fatto  mala  prova  colle  loro  sfide,  tra' quali 
il  Vannini  e  il  Ribot,  che  nessuno  leggeva.  Ma  nel 
163:2,  dietro  invito  del  Duca  se  dice  vero  il  priore 
di  Luserna,  questi  mandò  alle  stampe  la  sua  Breve 
narrazione  dell' introduzione  degli  eretici  nette  vaUi 
<hl  Piemonte,  al  fine  troppo  manifesto  di  screditare 
i  Valdesi  e  farli  comparire  indegni  per  ogni  ma- 
niera della  tolleranza  del  principe.  A  confutarlo  fu 
designato  Valerio  Gros,  allora  pastore  a  Alllar;  il 
quale  vi  si  apparecchiava,  e  stava  per  uscire  alla 
luce  uno  scritto  suo,  quando  i  commissari  ducali, 
intervenuti  a  Torre  per  menare  a  fine  V  inchiesta, 
ne  dissuasero  i  Valdesi,  protestando  di  non  annet- 
tere alla  relazione  del  priore  di  Luserna  alcuna  im- 
portanza. (1  Stizzito,  questi  chiamò  a  collaboratore 
Antonio  Lazzari,  più  noto  sotto  '1  nome  religioso 
di  Teodoro  Belvedere,  e  dettero  fuori  le  Lettere 
apologetiche,  1  anno  1634.  Alfine  convenne  rispon- 
dere, e  questa  volta  ne  fu  incaricato  Pietro  Gillio. 
Xon  tardarono  a  uscire  le  sue  Considerazioni  so- 
pra  l<  lettere  apologetiche  de' signori  Marco  Aure- 
lio Rorengo priore  di  Luserna  e  Teodoro  Belvederi 
prefetto  de  monaci,  dove,  punto  per  punto,  ribatte 
le  insinuazioni  e  le  accuse  di  costoro  circa  la  fede,  la 
vita  e  1'  opera  de'  Riformati  delle  Valli  e  di  Francia, 
confortando  il  suo  ragionare  con  citazioni  delle  Sa- 
cre Scritture  e  perfino  di  teologi  e  storici  cattolici. 
Vista  la  risposta  di  Gillio,  Belvedere  si  affrettò  a  det- 
tare in  latino  la  sua  Torre  contro  Damasco,  allo 
scopo  di  premunire  la  fede  cattolica  contro  le  incur- 
sioni de'  Calvinisti,  come  dice  nella  sua  dedica  al 
Duca.  Eppure  vi  accusa  questi  di  volgere  le  spalle  al 


(1)  Cosi  dice  Gillio,   II,  44*.    Moaton  lascia   credere  che  ascisse, 
ii. a  sbaglia  dove  allega  Lesero. 


166 

nemico.  Ma  se  fuggiamo,  osservava  Gillio  scherze- 
volmente, perchè  tanto  armeggìo  per  fabbricare  torri 
e  bastioni?  Due  frati  presentarono  quello  scritto  al 
pastore  di  Torre,  sfidandolo  a  dare  buona  risposta. 
Gillio  la  diede  subito,  in  trentatre  capitoli,  però  in- 
dugiando a  metterla  alle  stampe.  Frattanto  lasciò 
che  gli  avversari  la  leggessero  manoscritta,  e  bastò 
per  che  il  Belvedere  vi  pigliasse  argomento  a  venir 
fuori  con  un  nuovo  saggio,  prima  che  uscisse  quello 
del  pastore,  e  l' intitolò  Lucerna  della  cristiana 
verità  per  conoscere  la  cera  Chiesa  e  la  falsa  pre- 
tesa riformata.  Alfine  Gillio,  ultimata  la  sua  rispo- 
sta, la  pubblicò  col  titolo  di  Torre  evangelica.  Era 
un  trattato  completo  di  polemica,  di  quarantotto  ca- 
pitoli, che  forniva  al  Belvedere,  al  Rorengo  e  a  tutti 
quanti  di  che  edificarsi  per  un  buon  tratto  di  tempo. 
Perciò  Gillio  fu  lasciato  in  pace.  I  frati  di  Luserna  si 
tennero  paghi  a  morderlo  nelle  prediche,  e  se  il  loro 
prefetto  rispose,  ebbe  però  cura  di  rivolgersi  alla 
Congregazione  di  Propaganda,  trasformando  la  sua 
critica  in  relazione.  Vi  dipinge  co'  soliti  colori  oscuri 
lo  stato  della  Chiesa  delle  Valli  per  concludere:  de- 
li itila  est.  Sebbene,  in  sostanza,  non  vi  dicesse  più 
nulla  di  nuovo,  taluni  suoi  accenni  pungenti  e  vele- 
nosi provocarono  ancora  una  replica  del  veglio  di 
Torre,  ornai  costretto,  qua  e  là,  a  ripetersi  e  riman- 
dare i  lettori,  vuoi  alle  cose  pubblicate,  se  trattavasi 
di  fede,  vuoi  a  quelle  che  si  apparecchiava  a  pubbli- 
care, se  trattavasi  della  storia  de'  Valdesi.  Intanto, 
mentre  faceva  la  fede  valdese  una  e  identica  colla 
riformata  e  difendeva  come  propria  la  Confessione 
Gallicana,  formulata  da  Calvino  e  sancita  la  prima 
volta  a  Parigi  l'anno  1559  e  poi  alla  Rochelle,  si  com- 
piaceva pur  visibilmente  di  accentuare  l'antichità 
della  dissidenza  valdese  nelle  Valli,  fino  ad  esage- 


167 
rarla.  (  1  )  Riguardo  all'avvenire,  ci  appare  più  chia- 
roveggente assai  che  il  suo  contraddittore.  Nel  chiu- 
dere la  sua  relazione,  il  prefetto  Belvedere  avea 
pronosticato  all'  Italia  nuove  calamità  se  rimaneva 
aperta  la  sorgente  dell'eresia  valdese.  Gillio  giusta- 
mente replicò  :  «  Non  v'  ha  pericolo  che  1'  ateismo  sia 
mai  per  scaturire  da  queste  valli  a  contaminar  l' Ita- 
lia. Ben  altro  è  da  sperare.  E  felice  1'  Italia  se,  oltre 
gli  altri  doni,  avesse  da  Dio  quello  che  a  questo  paese 
fu  largito,  il  dono  cioè  della  conoscenza  e  professione 
della  sua  pura  verità.  N>  (-2) 

Al  principio  dell'  anno  1637  rimpatriò  da  Costanti- 
nopoli il  ministro  Antonio  Legero  e  gli  fu  assegnato  il 
posto  della  sentinella  avanzata,  eh'  era  pur  sempre 
quello  di  San  Giovanni.  Suonarono  nuove  sfide;  ma 
non  ridiremo  le  dispute  che  seguirono,  di  solito  a 
Torre,  fra'  ministri  Gillio,  Antonio  Legero,  Valerio 
Gros  e  Gucrin,  e  il  prior  Rorengo  assistito  da'  frati 
Corso  e  Ilarione,  e  neppur  quelle  che  ebbero  luogo 
tra  frati  e  pastori  in  altre  vallate.  Così  facciamo  eco 
ad  una  parola  sfuggita  opportunamente  al  priore  di 
Luserna  in  una  conferenza,  presente  Gillio  che  1'  udì  : 
«  Ci  siamo  svaporati  a  scriverci  contro  1' un  altro; 
ora  basta,  riposiamoci  un  poco.  » 

Abbiamo  detto  che  Gillio  era  intento  a  scrivere 
una  storia  de'  Valdesi.  L' idea  non  era  nuova,  ma  era 
stata  alquanto  sciupata.   Diversi  pastori,  ultimo  dei 


(1)  Sta  bene  che  il  Belvedere  avesse  ammesso  che   "la  doctriue 
vaudoise  a  tousjours  esté  en  Angrogue,  "  ma  quel  "  sempre  "  non 

scettibile  della  elastica  interpretazione  che  Gillio  le  fa  subire. 
V.  sua  Histoim,  I,  12,  e  II,  459.  Chi  legge  le  citate  parole  del 
Belvedere  nella  sua  relazione  vedrà  che  1'  interpretazione  vi  è  li- 
mitata all'  apparizione  degli  Albigesi,  che  sono  per  lui  quel  che 
sono  per  il  Rorengo,  "i  primi  eretici  introdotti  in  queste  Valli." 

(2)  Hisloire  etc  ,  II,  469. 


168 

quali  il  Peri-in,  aveano  avuto,  per  voto  sinodale,  inca- 
rico di  scriverla,  e  ciò  fin  dal  principio  del  secolo  de- 
cimosettimo. Il  Perrin  stampò  la  sua  Storia  de  Val- 
desi e  degli  Albigesi  l'anno  1618;  ma  essa  fu  subito 
ritenuta  insufficiente,  e  a  riscriverla  si  designò  il  Gil- 
lio  per  deliberazione  del  Colloquio  di  Pramollo,  l' an- 
no 1620.  Essa  diceva:  «  È  ordinato  che  si  ridurrà  in 
scritto  1'  historia  delle  cose  avenute  in  le  chiese  di 
queste  tre  Valli,  dal  1600  in  qua,  e  è  dato  carrigo  a 
M.  Pietro  Gillio...  »  (1)  Come  si  arguirà  da  queste 
parole,  le  Valli  erano  un  paese  ove,  in  bocca  del  po- 
polo, suonava  pur  sempre  il  sì,  malgrado  l' influsso 
che  vi  avea  esercitato  la  Riforma  mercè  la  Bibbia  di 
Olivetano,  i  trattati  di  Calvino  e  la  parola  di  predi- 
catori non  indigeni.  Era  prevalsa  la  lingua  di  Vara- 
glia,  di  Agostino  Gros  e  di  Scipione  Lentulo  (2).  La 
parlava  Gillio  e  avea  incominciato  a  scrivere  in  essa 
la  sua  storia,  quando  la  pestilenza  necessitò  la  chia- 
mata di  nuovi  pastori  stranieri,  e  questi  ravvivarono 
1'  uso  del  francese.  Al  nostro  storico  pertanto  con- 
venne ripigliare  in  questa  lingua  il  suo  lavoro  e  scu- 
sarsi di  non  darlo  altrimenti  in  italiano,  come  avea 
divisato  di  fare.  (3)  Ei  lo  finì  1'  anno  1643  all'  età  di 
settantadue  anni  ;  fu  pubblicato  l' anno  seguente,  e  già 
nel  1645  ebbe  dal  Papa,  che  lo  mise  all'  Indice,  un 
battesimo  che  si  può  invidiare. 

Ora,  che  diremo  noi   di  quella  storia?  Questo  in 


(1)  Si  assegna  a  quella  deliberazione  la  data  del  !5  settembre. 
V.  Muston,  HistoirelY,  BibliograpMe,  p.  8,  e  Bull,  de  la  Soc.  d'Hist. 
Vaud.  n.  1.  Vuoisi  che  il  sinodo  di  Charenton  avesse,  nel  1623,  inca- 
ricato certo  Tilloit  di  Sédan  di  comporre  una   nuova  Histoire  des 

Vaudois  et  des  Albigeois,  ma  non  se  ne  fece  più  parola. 

(2)  Il  martire  Coupin  di  Torre  scriveva  al  tiglio  Samuele  in  ita- 
liano. Gillio,   Histoire  etc. ,  II,   108. 

(3)  "  En  nostre  langue  commune  italienne,  cornine  on  m'avoit 
ordonné  au  eommencement.  "  Prefaz.   alla  sua  Hisóoire. 


169 

prima,  eh'  essa  rispose  all'  aspettazione  del  popolo 
valdese,  e  che,  per  probità,  semplicità  e  moderazio- 
ne, restò  insuperata.  Ma  dicasi  altresì  che,  intesa  a 
ritrarre  un  periodo  particolare  della  storia  Valdese, 
dovea  riuscire  una  cronaca;  indi  le  minuzie,  la  pro- 
lissità di  che  non  pochi  l' appuntano.  La  sua  accu- 
ratezza non  ci  dispensa  dal  controllo,  massime  ove 
discorre  di  tempi  ne'  quali  non  visse.  Ma  insomma, 
la  storia  del  Gillio  coronò  degnamente  la  carriera  di 
un  uomo  in  cui  non  si  sa  che  si  debba  più  ammi- 
rare, se  il  pastore  che  espone  la  vita  per  i  suoi 
fratelli  o  il  maestro  che  ne  difende  la  fede  contro 
gli  avversari.  Grave,  schietta,  simpatica  figura,  che 
basta  da  se  ad  illustrare  un'  intera  generazione. 

Il  priore  di  Luserna  brandì  ancora  la  penna  per 
sostenere  che  il  libro  di  Gillio  è  «  pieno  di  bugìe  e  di 
empietà ,  »  e  riesaminare  «  la  nuova  confessione  di 
fede  delle  chiese  riformate  di  Piemonte.  »  (1)  Ma 
Gillio  dormiva  ornai  il  sonno  de'  giusti  e  pareva  di- 
cesse alla  sua  volta:  «  Riposiamoci  un  poco.  » 

Le  polemiche  non  cessarono,  finché  vi  furono  frati 
missionari  intenti  a  provocarle.  Xon  le  possiamo  ac- 
cennare tutte,  e  del  resto,  non  monta.  Chi  ne  spremes- 
se tutta  la  sostanza,  scorgerebbe  pur  sempre,  di  qua 
e  di  là,  le  invariate  dottrine  confessionali  che  sono 
ben  note.  Xè  i  Cattolici,  ne  i  Valdesi,  accennano  ad 
innovare.  Quelli,  ligi  alla  Chiesa  che  parla  per  bocca 
de'  concilii  e  de'  teologi,  ne  applicano  i  responsi;  que- 
sti, ligi  alla  Sacra  Scrittura,  interpretata  ne'  simboli 
riformati,  subiscono  viepiù  l' impronta  del  rigido  se- 
colo che  vide  il  trionfo  della  scolastica  protestante. 


(1)  Le  Mem.  Historiche  etc,  stampate  l'anno  11349,  benché  di 
nauseante  parzialità,  han  valore  per  la  copia  de'  documenti  che 
racchiudono.  Quanto  all'issarne  intorno  la  nuora  confessione  di  fe- 
de, etc.  uscito  nel  1658,  è  trascurabile. 


170 


VII. 
Le  Pasque  di  sangue. 

Per  intendere  la  recrudescenza  dello  zelo  perse- 
cutore che  le  dispute  de'  frati  facevano  solo  presa- 
gire, e  ora  si  sbrigherà  più  che  mai  furiosamente  ca- 
gionando nuove  e  inaudite  scene  di  sangue,  occorre 
notare  la  fondazione  della  <i  Società  di  Propagan- 
da, »  avvenuta  in  Roma  il  21  giugno  1622  per 
opera  del  primo  gesuita  che  salisse  al  pontificato, 
che  fu  Gregorio  XV.  Cotesta  società  segnò  uno  slan- 
cio potente,  missionario  al  di  fuori  e  di  reazione 
al  di  dentro,  perchè  movea  da  un  doppio  principio: 
predicare  ai  non  battezzati,  Giudei  o  Pagani,  e  ar- 
ruolarli; disputare  co' dissidenti  e  costringerli,  giac- 
ché per  l' atto  battesimale  sono  già  soggetti  alla 
Chiesa.  (1)  Ebbe  dunque  ancella  l' Inquisizione,  e  il 
programma  suo,  esplicandosi,  allungò  il  nome  che 
suonò  di  poi:  «  Società  per  la  propagazione  della 
fede  e  1'  estirpazione  degli  eretici.  »  Fra  Placido 
Corso,  che  avea  provocato  a  disputa  Gillio,  era  stato 
un  emissario  di  quella  società,  e  tra  le  sue  sta- 
zioni più  floride  era  quella  di  Torino.  S' istituì  ivi 
un  doppio  consiglio,  l'uno  di  uomini,  l'altro  di  donne; 
il  primo  retto  dall'  arcivescovo  e  dal  marchese  di  San 
Tommaso,  il  secondo  presieduto  dalla  marchesa  di 
Pianezza. 

Ecco  del  seme  per  più  dolore.  Vuoisi  che,  morendo, 

(1)  "  Qui  se  Ecclesia?  ipsi  per  susceptum  baptismi  sacramentum... 
Primi  constringi  non  debent,  contra  vero  alteri  sunt  eogendi,  ' 
disse  poi  Pio  VI,  Cotteci.  Brevium,  I,  34,  an.  1791,  formulando  un 
principio  già  vigente. 


171 
la  marchesa  destinasse  lasciti  speciali  per  la  conver- 
sione de'  Valdesi  e  avesse  dal  marito  promessa  di 
sollecitarla  colla  spada.  I  pretesti  non  difettarono.  Il 
patto  di  Cavour  avendo  subito  qualche  storta,  fu 
emanato  un  editto  che  ordinava  la  demolizione  di 
undici  chiese  erette  fuori  de' confini  fissati;  poi,  il  15 
maggio  1650,  un  editto  viepiù  violento  che  intimava 
ai  Valdesi  stabiliti  fuor  delle  Valli  di  rientrarvi  im- 
mantinente. Non  bastò.  Era  corsa  voce  che  la  moglie 
del  pastore  Monget  di  Villar  in  Val  Luserna  avesse 
dato  mano  all'  incendio  di  un  convento  e  si  andava 
perfino  buccinando  che  il  curato  di  Fenile,  assassinato 
poco  innanzi,  fosse  vittima  de'  Valdesi  e  segnata- 
mente del  pastore  Giovanni  Legero,  successore  dello 
zio  Antonio  già  condannato  nel  capo  ed  esule  a  Gi- 
nevra. Voci  e  niente  altro;  falsa  fino  all'  evidenza  poi 
quella  che  si  riferiva  a  Legero.  Tant'  è,  fecero  breccia 
ne'  consigli  del  governo  ducale  e  n'  uscì  un  decreto  per 
vietare  il  culto  pubblico  che  soleva  tenersi  da  qualche 
tempo  nella  borgata  de'  Malanot,  su  quel  di  San  Gio- 
vanni, ed  ecco  sopraggiungere  a  Luserna  un  delegato 
per  nome  Gastaldo,  coli'  incarico  di  farlo  osservare. 

Regnava  il  duellino  Carlo  Emanuele  II,  ma  gover- 
nava sua  madre  Maria  Cristina,  figlia  del  re  En- 
rico IV  e  vedova  di  Vittorio  Amedeo  I.  I  Valdesi  si 
rivolsero  al  loro  principe.  I  loro  deputati  aspettavano 
a  Torino  il  giorno  assegnato  per  l' udienza,  quando 
mosse  verso  le  Valli  un  corpo  d'  armata  sotto  '1  co- 
mando del  marchese  di  Pianezza,  novello  Gedeone 
che  saliva  contro  i  Madianiti,  al  dire  de'  frati.  Giunse 
sotto  le  mura  di  Torre  la  sera  del  17  aprile  1(355  e 
vi  entrò  la  mattina  seguente,  domenica  delle  paline. 
La  soldatesca  inaugurò  la  settimana  santa  col  gri- 
do: «  Viva  la  Santa  Chiesa,  abbasso  i  Barbetti!  » 
Lunedì  e  martedì,  il  Pianezza  assalì   Tagliaretto  e 


172 

varcò  località  situate  all'  ingresso  della  valle  di  An- 
grogna  ;  ma  fu  respinto.  Allora  disse  ai  Valdesi  :  Ecco, 
devo  pur  accantonare  le  mie  truppe;  voi,  da  buoni 
patriotti,  alloggiatele  un  po'  qua  un  po'  là,  per  com- 
pagnie, e  io  garantisco  il  rispetto  delle  vite  e  delle 
proprietà.  I  Valdesi,  piuttosto  facili  a  quei  tempi 
ogni  volta  che  si  trattava  di  credere  alla  buona  fede, 
e  forse  impazienti  di  sbugiardare  la  voce  che,  a  To- 
rino, li  dava  pei-  rivoltosi,  cedettero.  E  sì  eh'  erano 
stati  ammoniti  da'  loro  capi,  Giovanni  Legero  e  Gio- 
suè Gianavello,  a  non  fidarsi  della  lealtà  di  chi  non 
si  crede  obbligato  in  coscienza  a  tener  parola  agli 
eretici.  Già  nell'  occupare  le  posizioni  loro  assegnate, 
le  truppe  si  resero  colpevoli  di  misfatti  che  fecero 
presagire  guai,  e  s' era  in  viva  ansietà.  Ma  quando 
la  mattina  del  Sabato  Santo,  prima  che  spuntasse 
1'  alba,  suonò  a  martello  la  campana  del  castello  di 
Torre,  si  capì  quel  che  dovea  seguire. 

Difatti,  era  il  segnale  convenuto  per  la  San  Barto- 
lomrneo  valdese. 

La  strage  di  quel  dì,  che  non  per  la  prima  volta 
vediamo  scelto  per  queste  sanguinarie  penitenze,  fu 
tra  le  più  orrende  che  mai  tribolassero  il  popolo  delle 
Valli,  benché  non  sia  paragonabile  per  gravità  a  quelle 
che  avevano  distrutte  le  colonie  di  Provenza  e  delle 
Calabrie.  Ma  il  modo  ancora  offende.  Uomini  scan- 
nati e  posti  a  ludibrio  de'  viandanti  ;  pargoli  strappati 
al  seno  materno  e  sfracellati  contro  le  roccie  ;  infermi 
e  vecchi,  qua  fatti  a  brandelli,  là  precipitati  giù  dalle 
roccie;  fanciulle  e  donne  vituperate,  impalate  lungo 
le  vie...  Come  si  vede,  la  descrizione  non  si  può  ten- 
tare. Lasciamola  lì,  e  potessimo  noi  cancellarla  dagli 
annali  della  storia.  Ma  gli  uni  la  strombazzarono  ai 
quattro  venti,  gli  altri  la  negarono  senza  pudore,  e 
la    si   discute   ancora.    Da    vari  punti   delle   nostre 


173 
Valli  giunsero  relazioni  minute  e  anche  esagerate 
dell'  avvenuta  strage,  al  Protettore  Cromwell,  agli 
Stati  Generali  di  Olanda  e  agli  Svizzeri.  Vi  si  scorge 
la  mano  del  moderatore  Giovanni  Legero,  il  quale, 
se  divolgò  i  fatti  con  enfatiche  parole,  pensò  anche 
a  certificarli  con  autentiche  testimonianze.  E  fece 
più.  Galoppò  a  Parigi  e  vi  lanciò  addirittura  un 
manifesto  alle  nazioni  protestanti,  per  denunziare 
le  patite  crudeltà.  Ivi,  a  dirla  di  passata,  è  pubbli- 
cata per  la  prima  volta  la  confessione  de'  Valdesi, 
che  il  Legero  redasse  probabilmente  egli  stesso  in 
base  alla  Confessione  Gallicana,  già  vigente  nelle 
Valli  da  lungo  tempo,  solo  abbreviandola  un  poco  (  1  ). 
Si  può  dire  che  1'  Europa  fu  scossa.  Oliviero  Crom- 
well bandì  un  digiuno  nazionale,  aprì  con  generosa 
largizione  una  pubblica  colletta,  incitò  i  principi  pro- 
testanti a  muoversi  in  favore  de'  perseguitati  fratelli 
delle  Alpi  Cozie,  e  se  si  pensa  che  scrivea  i  dispacci 
il  grande  Milton,  s' intenderà  che  la  difesa  de'  Val- 
desi si  avviasse  al  di  là  d' ogni  loro  prospettiva.  Più 
ratto  che  i  dispacci  del  Milton,  volò  il  sonetto  da 
lui  composto  in  quella  circostanza,  il  quale  comincia 
colle  note  parole: 

Vendica  i  Santi  tuoi,  Signor,  cui  1'  ossa 
biancheggian  fredde  sali3  alpina  vetta 
e  che  pura  serbar  tua  fede  eletta! 

Perfino  i  principi  cattolici  sentirono  rossore  per  le 
così  dette  Pasque  piemontesi,  e  ne  provò  rincresci- 
mento lo  stesso  Luigi  XIV.  Figurarsi  l' onta  e  l' ir- 
ritazione in   chi   portava  il  peso  di  tanta  indigna- 


(1)  Invece  di  40,  consta  di  33  articoli.  Cfr.  Teod.  di  Beza,  Hist. 
Eccl.  eta.,  1882,  I,  97-104,  e  Legero,  1,  112-115. 


174 

zione!  Il  governo  ducale,  lì  per  lì,  s'  appigliò  al  par- 
tito che  si  usa  in  simili  frangenti,  e  non  pensò  che  a 
smentire.  Il  Duca  scorse  naturalmente  nel  modera- 
tore valdese 

ce  pelé,   ce  galeux  d'où  veiiait  tout  le  mal, 

come  gli  suggerivano  le  volpi  consigliere.  Uscì  subito 
un  manifesto,  per  contraddire  le  asserzioni  di  Legero, 
e  seguì  un  aspra  tenzone  per  la  stampa.  Le  maldi- 
cenze che  circolavano  tra  1  volgo  nemico  acquistarono 
credibilità  di  prove;  le  esagerazioni  valdesi  fornirono 
pretesto  a  chiamare  il  loro  moderatore  bugiardo  e 
fellone,  reo  di  alto  tradimento;  la  strage  diventò  quasi 
mito  per  gli  apologisti  cattolici;  che  più?  se  doves- 
simo dar  fede  intera  a  una  tarda  inchiesta,  tutta  la 
descrizione  di  Legero  sarebbe  una  «  favola  esecra- 
bile. »  (l) 

No,  la  strage  è  un  fatto  che  non  può  negarsi  one- 
stamente. Sebbene  le  relazioni  di  Legero  siano  re- 
datte colla  mano  tremante  d' indegnazione  e  colla 
guida  di  una  immaginazione  viva,  accesa  grandemente 
dalle  cose  vedute  e  più  da  quelle  udite,  un  romanzo 
non  è.  Non  solo  asserisce  di  avere  visti  alcuni  de'  fatti 
che  narra,  ma  sostiene  di  avere  appurato  gli  altri 
mercè  deposizioni  regolari.  (2)  Adduce  d' altronde  po- 
sitivi documenti  ;  per  esempio  la  testimonianza  di  un 
capitano  francese,  il  quale,  per  gli  orrori  veduti,  fu 
costretto  a  ritirarsi.  «  Vidi  cogli  occhi  miei,  dice  quel 
capitano,  ferire  gli  uomini  a  sangue  freddo  e  uccidere 
miseramente   donne,  vecchi   e  bambini...    Fui   testi- 


(1)  V.  L'Hittoire  vérUable   des    Vaudois  etc,    MS.    della    Bibl. 
del  Re,  pp.  1085  e  segg. 

(2)  Hist.   Gén.,  II,  109.   111.   112.    116.    117. 


175 
mone  d' inaudite  crudeltà  perpetrate  da  banditi  del 
Piemonte  e  dai  soldati,  senza  badare  a  età,  sesso  e 
condizione,  e  vidi  massacrare,  smembrare,  appiccare, 
violare  e  incendiare  in  più  luoghi  in  modo  spaven- 
tevole »  (1).  D'altronde,  che  v' è  qui  di  tanto  in- 
credibile, (piando  è  noto  che  la  strage  ebbe  per  mo- 
vente il  fanatismo?  Di  che  fosse  capace,  si  era  pur 
già  veduto,  in  Provenza,  in  Calabria,  nella  Valtellina, 
e  lo  si  avea  ancora  da  vedere  nelle  Valli.  Non  si  di- 
mentichi che  il  marchese  di  Pianezza  si  confessò 
incapace  di  frenare  a  dovere  lo  zelo  de'  suoi  soldati, 
tra'  quali  si  aveano,  non  solo  banditi  del  Piemonte, 
ma  irlandesi  a'  quali  non  pareva  vero  di  potersi  in 
qualche  modo  vendicare,  sia  pure  indirettamente, 
contro  1'  aborrito  Protettore,  che  era  stato  meno  li- 
berale verso  di  loro  che  verso  i  Valdesi  (2). 

Riprendiamo  il  filo  della  nostra  narrazione. 

Perfino  Pra  del  Torno  era  stato  espugnato,  perchè 
i  Valdesi  non  aveano  avuto  il  tempo  di  trincerarvisi, 
come  in  altri  tempi.  Unica  via  di  scampo  parve  la 
fuga  verso  Perosa,  sotto  '1  dominio  francese.  Il  nu- 
mero delle  vittime,  come  quello  degli  assalitori,  fu 
minore  di  quanto  si  era  asserito  all'  estero  (3).  Am- 
montò, secondo  i  calcoli  più  rigorosi,  a  qualche  cen- 
tinaio. Intanto,  ogni  comune  della  Valle  di  Luserna 


(1)  Così  il  Petit-Bouig,  in  data  del  27  nov.  1655,  in  una  dichia- 
razione firmata  da  lui  e  controfirmata  da  due  testimoni,  presso 
Legero,  Hist.   Gén.  II,  115. 

(2)  Il  Claretta,  nella  sua  Storia  del  Regno  e  de  tempi  di  Carlo 
Emanuele  II,  mostra  di  non  credere  punto  al  Legero  e  ciecamente 
alle  asserzioni  dell'  autore  della  Histoire  rérilable  ;  ma  avrà  visto, 
leggendo  la  critica  della  Berne  Historique  (1866,  pp.  420  e  segg.), 
che  non  occorre  essere  Valdesi  per  contestargli  le  sue  conclusioni. 

(3)  Lo  Stouppe,  ministro  della  Chiesa  francese  di  Londra,  parla 
di  "  many  thousands  "  ossia  "  molte  migliaia  "'.  Vedi  sua  Collec- 
tion  qf  several  papers  etc.   Londra  1655. 


176 

ebbe  i  suoi  martiri.  Primo,  per  ordine  di  tempo, 
cadde  Giovarmi  Comba,  a  Torre  (1).  Ma  ricorderemo 
più  specialmente  Michelino  di  Bobbio,  la  patriarcale 
famiglia  dei  Prini  di  Villar,  ed  altri  nomi  familiari, 
dei  Bertini,  degli  Odini,  dei  Revel,  de'  Rostagnol, 
dei  Parisa,  dei  Gonin,  dei  Malanotti,  dei  Ricca,  dei 
Charbonnier,  e  dei  Gai,  dei  Morglia,  dei  Malan,  de- 
gli Albarin,  senza  parlare  de'  fanciulli  rapiti  e  me- 
nati via  a  schiere  per  non  tornare  più  a  rivedere  il 
tetto  natio.  Era  pur  troppo  naturale  che  alla  mente 
dello  storico  che  piangeva  il  lutto  di  tante  famiglie 
e  la  desolazione  del  suo  paese,  si  riaffacciassero  le 
parole  di  Asaf  nel  salmo  LXXIX: 

0  Dio,  le  nazioni  hanno  invasa  la  tua  eredità, 

han  contaminato  il  santo  tuo  tempio 

Hanno  dati  i  cadaveri  de'  tuoi  servitori 

per  cibo  agli  uccelli  del  cielo, 

e  la  carne  de' tuoi  santi  alle  fiere  della  terra... 
Siamo  stati  in  vituperio  ai  nostri  vicini, 

in  ischerno  e  in  derisione  a  quelli  che  ne  circondano. 

Xon  si  vuol  neppur  tacere  che  altri  fra'  nostri  val- 
legiani,  esterrefatti,  si  lasciarono  indurre  ad  abban- 
donare il  paese  e  la  fede  degli  avi  ;  ma  di  alcuni  di 
loro  avremo  a  dire  più  oltre.  Per  ora,  ricordiamo 
gli  eroi. 

Fu  eroe  Legero,  ma  ebbe  in  Giosuè  Gianavello  più 
che  un  emulo.  Parve,  con  questi,  che  rinascessero  i 
tempi  de'  Giudici  d"  Israele.  Più  laico,  meno  decla- 
matore, ebbe  autorità  più  duratura,  popolare  e  in- 
contestata. Del  resto,  per  pietà  semplice  e  schietta, 
non  fu  secondo  a  nessuno  de'  capi  de'  Valdesi.  Ma 
uomo  d'  azione  innanzi  tutto,  era  condottiere,  era  il 


(1)  Hist.  Gén.,    II,  108.  Vi  si  legge  poi  che  fosse  ferito  Stefano 
Comba. 


177 
leone  di  Rorà.  Sfidò  con  piccola  squadriglia  il  ter- 
rore di  quei  tremendi  giorni;  resistette,  dalle  alture 
natie,  ad  un  nemico  armato  fino  a'  denti  e  senza  pa- 
ragone più  numeroso;  anzi,  cinque  volte  almeno  lo 
respinse,  illustrando  colle  sue  gesta  stupende  cia- 
scuno de'  modesti  poggi  della  sua  vallata  :  Cassulet, 
Ramasse,  Rumine,  Peira  Capella  e  Piano  de'  Geymet. 
Frattanto  ebbe  al  cuore  una  grande  ferita,  benché 
tb>se  incruenta.  La  moglie  e  le  figlie  erano  cadute 
in  mano  del  marchese  di  Pianezza,  che  non  mancò  di 
trarne  partito,  esortando  Gianavello  a  fare  abiura, 
se  le  volea  salve,  e  minacciando  di  mettere  la  sua 
testa  a  prezzo.  «  Sa  Iddio,  rispose  il  prode  capitano, 
se  le  vite  de'  miei  mi  sono  care  ;  ma  se  potete  ucci- 
dere i  corpi,  so  che  Dio  salverà  le  anime.  Pertanto, 
durerò  ogni  tormento,  non  abiuro,  b  (1)  Gli  rimaneva 
un  figlio  giovinetto;  lo  prese,  lo  portò  in  salvo  tra 
le  nevi,  oltre  il  colle  della  Croce.  Poi,  di  ritorno,  unì 
le  sue  forze  con  quelle  del  capitano  Giaiero,  e,  ben- 
ché ferito,  investì  un  reggimento  detto  degl'  Irlan- 
desi e  lo  annientò.  Si  ritirò  quindi  a  Vernè,  su  quel 
di  Angrogna,  e  vi  sostenne  un  nuovo  assalto;  ma, 
ferito  di  nuovo  e  nel  petto  questa  volta,  credette  di 
morire.  Ebbe  solo  forza  di  significare  a  Giaiero  gli 
ordini  suoi  e  fu  trasferito  a  Pinasca.  Giaiero  fece 
allora  una  calata  malaugurata  a  Osasco,  ove  cadde 
nelle  insidie  del  nemico  e  morì,  ma  da  prode. 

Era  il  15  di  giugno.  Quel  giorno  i  Valdesi  aveano 
perduti  i  loro  due  più  valorosi  capitani.  Il  Mode- 
ratore Giovanni  Legero,  riparato  all'  estero,  era  ve- 
nuto agitando  una  campana  più  sonora  di  quella  del 
castello  di  Torre,  cioè  quella  della  pubblica  opi- 
nione. Stava  per  tornare,  ma  la  sua  testa  era  stata 


(1)  Legero,  Hist.   Gén.   II,  189. 
fUor.    Vald. 


178 

messa  a  prezzo.  «  Ahimè  !  diceva  il  ministro  Gué- 
rin  di  Pragelato,  il  tempo  s' avvicina  che  sarà  tolto 
il  candelabro  dalle  vostre  vallate.  »  (1) 


Vili. 
Palinodia  in  Duomo. 

Se  la  Chiesa  delle  Valli  noverò  i  suoi  martiri,  ebbe 
altresì  i  suoi  disertori  che  la  crucciarono  dolorosa- 
mente. Non  è  il  caso  di  lasciare,  per  andarne  in  trac- 
cia, il  filo  della  nostra  narrazione.  Basterà  solo  accen- 
nare a  coloro  che  vediamo  fare  misero  strascico  al- 
l'ultimo de' flagelli  di  sopra  menzionati,  che  fu  quello 
delle  Pasque  di  Sangue. 

Fra  le  genti  arrestate  alla  fine  di  aprile  1655,  sono 
menzionati  due  pastori  e  una  quarantina  di  fedeli. 
Li  troviamo  a  Torino,  nelle  carceri  del  Senato.  Si 
voleva  che  fossero  capi  ribelli  e  rei  di  lesa-maestà; 
ma  risulta  dal  loro  stesso  processo  che  non  si  rinfac- 
ciò loro  altro  se  non  di  professare  la  fede  degli  avi. 
Nondimeno  furono  terrorizzati  coli'  annunzio  di  un 
supplizio  imminente.  Erano  giovani  per  lo  più.  I  due 
pastori  avean  nome,  l'uno  Pietro  Grosso,  l'altro  Fran- 
cesco Aghito.  Il  primo,  pastore  a  Villar  di  Luserna, 
era  pronipote  del  già  ricordato  Agostino  di  Angro- 
gna,  e  passava  appena  la  trentina;  il  secondo,  pastore 
a  Bobbio,  non  la  toccava  ancora.  Fra'  loro  quaranta 
compagni,  scorgiamo  una  donna  soltanto  e  non  po- 
chi giovani,  perfino  dei  fanciulli  (2).  Non  ci  stupisca 

(1)  Legero,   II,  365. 

(2)  Non  istaremo  a  nominarli,  paghi  ad  osservare  che  vi  si  ri- 
scontrano vari  nomi  ben  noti  ancora  oggidì,  e  tutti  quanti  della 
Valle  di  Luserna,  da  San  Secondo  fino  a  Bobbio.  Il  Grosso  era  pa- 


179 
dunque  che  rabbrividissero  al  pensiero  della  morte. 
I  Gesuiti,  specialmente  certo  P.  Pietro  Antonio  Care- 
sana,  «  li  convinse,  »  noi  leggiamo,  col  far  loro  sperare 
una  pronta  e  assoluta  liberazione,  solo  che  acconsen- 
tissero a  ritrattarsi.  Difatti,  cedettero  tutti  indistinta- 
mente. Il  giorno  18  maggio  furono  menati  al  Duomo 
professionalmente,  con  suono  di  trombe  e  grandissi- 
mo concorso  di  popolo.  Li  aspettavano  1'  arcivescovo 
Bergera  col  capitolo,  il  P.  Inquisitore  Bianchi  dell'or- 
dine de'  Predicatori,  il  marchese  di  Pianezza  ed  altri 
personaggi,  ecclesiastici  e  laici,  convenuti  in  pompa 
magna  presso  l' aitar  maggiore,  ove  era  stato  rizzato 
un  palco.  Il  Duca  assisteva  allo  spettacolo  dalla  sua 
loggia.  Arrivato  il  corteo  de'  penitenti,  i  due  ministri 
lasciarono  a  pie  del  palco  i  quaranta  compagni,  sali- 
rono sopra  e,  genuflessi,  udirono  lettura  del  processo, 
poi,  l' uno  dopo  l' altro  pronunziarono  1'  atto  di  abiu- 
ra (1).  Piangevano,  dice  il  relatore,  e  1'  assemblea  ne 
restò  visibilmente  commossa.  Furono  assolti  e  cinque 
giorni  dopo  si  confessarono  tutti  quanti  nella  chiesa 
de'  Gesuiti.  Vi  giunse,  di  lì  a  poche  ore,  l'arcivescovo 
per  cresimarli,  a  due  a  due.  E  così,  coli'  impegno  di 
perseverare  nella  fede  cattolica,  confessarsi,  comu- 
nicarsi una  volta  al  mese  per  quattro  anni  interi  e 
recitare  ogni  settimana  il  rosario  per  le  anime  pur- 
ganti, finì  la  loro  prigionìa. 

Pare  che,  lì  per  lì,  non  si  allontanassero  dalla  città 
e  fossero  sorvegliati.  Ma  dopo  qualche  tempo,  Pietro 


store  da  sette  anni,  l'Aghito  da  tre,  e  si  le^ge  nella  sentenza  che 
avessero  "in  questo  tempo  sedotto  molte  anime  e  con  parole  e  con 
fatti  impedita  la  conversione  di  molti."  Vedi  La  Conversione  di 
quaranta  hereticicon  due  loro  principali  ministri  etc.  Torino,  Gia- 
nelli,   16.">5. 

(1)  Consta  di  ventisette  articoli  così  firmati:   "  Io  Pietro  Grosso 
ho  abiurato  e  promesso  come  sopra.  " 


180 

Grosso  e  Francesco  Aghitto,  eludendo  la  vigilanza  del- 
l' Ospizio  degli  Angeli,  travestiti,  giunsero  salvi  alle 
Valli.  E  lì,  nuovo  spettacolo.  Per  i  giorni  28  e  29  di 
agosto,  fu  bandita  solenne  raunanza  a  Pinasca,  nella 
valle  di  Perosa.  Trattavasi  di  udire  i  due  ministri  che, 
pentiti  e  vergognosi,  deploravano  la  loro  apostasia, 
come  dicevano,  e  volevano  far  opera  di  umile  e  sincera 
riparazione  coli' esprimere  pubblicamente  «l'inconso- 
labile rincrescimento  che  restava  loro  per  aver  offeso 
Dio,  scandalizzata  1'  assemblea  de'  Santi  e  impresso 
sulla  propria  fronte  l' indelebile  marchio  dell'  obbro- 
brio. »  «  Vogliamo,  soggiungevano  essi,  sconfessare 
tutto  ciò  che  il  timore  ci  mosse  a  fare  contraria- 
mente alla  voce  interna  della  coscienza,  »  fiduciosi 
che  «  Colui  che  perdonò  a  San  Pietro  il  suo  rinnega- 
mento nella  corte  di  Caifasso,  vorrà  usarci  la  stessa 
grazia,  che  noi  imploriamo  umilissimamente,  colle  la- 
grime agli  occhi,  colla  confessione  sulle  labbra  e  la 
contrizione  nel  cuore,  »  e  che,  «  siccome  vi  ha  alle- 
grezza in  cielo  per  la  conversione  del  peccatore  che 
viene  a  ravvedimento,  così  vi  sarà  allegrezza  nel- 
l' assemblea  de'  nostri  fratelli  quando  vedranno  la 
nostra  conversione  al  Signore  »  (1).  Grande  fu,  di- 
fatti, il  giubilo  degli  astanti,  e  si  diceva:  «  Erano  per- 
duti e  sono  stati  ritrovati;  erano  caduti  nel  laccio 
degli  uccellatori,  ma  ruppero  il  laccio  e  ne  fuggi- 
rono via  »  (2). 

E  gli  altri  ?  Quando  si  pattuì  la  pace  e  fu  ricono- 
sciuta di  nuovo  la  libertà  di  coscienza,  ritornarono  in 
seno  alle  Chiese  natie,  vi  subirono  le  debite  censure  e 
così  finì  il  clamoroso  episodio  delle  quaranta  conver- 

(1)  Saincte  palinodie  ou  repenta&ce  des  prisonniers  des  Ealises  Ré- 
formées  de  Piémont  età,   1656.  Cfr.  Legero,   Hixt.  Gén.,  II,  65-68. 

(2)  "  Leurs  àmes  sont  échappées  cornine  l'oyseau."  Saincte  pa- 
linodie. 


181 
sioni.  I  due  ministri  però,  e  ciò  per  ragioni  che  di 
leggieri  si  possono  indovinare,  dovettero  passare  i  con- 
fini, e  si  legge  che  proseguissero  nella  loro  carriera, 
l'uno  in  Isvizzera  l'altro  nel  Delfinato.  (1) 


IX. 
Grazia  e  Condanna. 

Rifacciamoci  indietro,  al  mese  di  luglio  1655. 

Un  uomo  sulla  quarantina  saliva  i  poggi  di  Angro- 
gna.  Avea  fiero  aspetto  :  statura  alta  anzi  che  no,  casta- 
gna la  chioma,  scarsa  la  barba,  occhi  ardenti  di  una 
gran  passione.  Già  pastore  a  Prali  e  Rodoretto,  fino 
dal  1643  occupava  a  San  Giovanni  il  posto  della  senti- 
nella avanzata  lasciato  vacante  dal  suo  zio.  Tornava 
da  Parigi  e  raccontava  al  suo  compagno  che,  essendo 
in  quella  città,  avea  letto  nelle  gazzette  che  i  Val- 
desi scorticavano  vivi  i  frati,  facevano  della  loro  pelle 
stendardi,  menavano  asini  nelle  chiese  cattoliche  e 
davano  loro  a  mangiare  ostie  consacrate.  Xe  ride- 
va ;  eppure,  chi  sa  che,  ripensando  ad  altre  esagera- 
zioni, non  gli  occorresse  alla  mente  1'  antico  adagio 
che  dice  :  «  Si  pecca  dentro  le  mura...  e  fuori.  »  Ora 
portava  buone  notizie.  Cromwell  avea  già  offerto  ai 
Valdesi  le  terre  lasciate  vacanti  da'  banditi  d' Irlan- 
da ;  ma  egli  s' era  affrettato  a  suggerire  al  Protettore 
di  mandare  piuttosto  un  ambasciatore  a  Torino  onde 
assicurare  il  pacifico  ristabilimento  dei  Valdesi.  E 
questi  era  venuto  nella  persona  di  Samuele  Mor- 
land,  e  già  pungeva  il  Duca  colle  sue  rimostranze. 
Luigi  XIV,  nel  frattempo,  avea  significato  al  gene- 

(1)  Iìrid. 


182 


<ì  io  vanni  Le -ero. 


183 
rale  Lesdiguières,  governatore  del  Delfinato,  di  acco- 
gliere i  nostri  fuggiaschi.  Ogni  dì  giungevano  reclute, 
dal  Queyras  e  da  Briancon,  per  la  difesa  delle  Valli. 
Stava  per  intervenire  il  luogotenente  generale  De- 
scombies  a  prendere  il  posto  di  Gianavello,  e  già 
era  sui  luoghi  il  colonnello  Andrion,  il  quale  ora  ac- 
compagnava in  Angrogna  Legero,  il  reduce  mode- 
ratore. 

Questi  giungeva  a  tempo  per  animare  i  difen- 
sori allora  intenti  a  sostenere  un  duro  assalto.  <<  Fa- 
tevi avanti,  avanzo  di  Giaiero!  »  gridavano  i  sol- 
dati del  Duca.  I  Valdesi,  lanciata  una  mitraglia  di 
-assi,  e  scesi  alla  portata  del  nemico,  risposero  :  <<  Ora, 
venite,  avanzo  di  San  Secondo!  »  Le  palle  fischiano, 
la  zuffa  è  impegnata,  le  file  de'  cattolici  si  rompono  e 
non  giovano  loro  né  gli  amuleti  uè  le  medaglie  dei 
Santi,  ne  quelle  della  vergine  Maria.  La  disfatta 
fu  completa.  Xel  veder  rientrare  i  fuggiaschi,  il  sin- 
daco di  Luserna  disse:  «  Altre  volte  i  lupi  mangia- 
vano i  barbetti  ;  ora  par  venuto  il  tempo  che  i  bal- 
betti mangiano  i  lupi.  »  Di  lì  a  poco,  i  capitani  Bellini 
e  Peironello  assaltarono  il  castello  di  Torre,  e  l'avreb- 
bero anche  preso  senza  una  svista  del  generale  Des- 
combies,  che  s'  era  trattenuto  altrove,  invece  di 
assecondare  il  colpo  ardito.  Al  postutto,  dopo  la 
strage  irreparabile,  1'  onore  delle  armi  valdesi  era 
salvo. 

Il  19  di  luglio  Samuele  Morland  ripartì,  ma  con 
promessa  di  tornare  per  assistere  ai  negoziati  che  il 
Duca  si  rassegnava  a  intavolare  co'  Valdesi.  Croni- 
well,  volendo  esercitare  maggior  pressione,  avea  già 
divisato  di  farlo  accompagnare  da  due  altri  perso- 
naggi. Ma  non  si  volle  aspettarli.  In  presenza  degli 
ambasciatori  svizzeri,  e  gerente  quello  di  Francia,  fu 
concluso  a  Pinerolo  il  18  agosto  1655  il  trattato  che 


184 

si  chiamò  delle  Patenti  di  Grazia.  In  sostanza,  esso 

diceva  così: 

Per  avere  preso  le  armi  contro  il  loro  sovrano,  i 
Valdesi  meritano  castigo  ;  ma  per  clemenza  il  Duca 
perdona  loro  e,  «  volendo  far  noto  al  mondo  con 
quanta  tenerezza  ami  i  suoi  popoli,  »  proclama:  la 
conferma  de' privilegi,  ossia  libertà  di  coscienza;  l'am- 
nistia per  i  delitti  commessi  durante  le  ultime  tur- 
bolenze ;  l' annullamento  delle  iniziate  procedure  e  dei 
bandi  contro  Legero,  Gianavello  e  compagni  ;  la  esen- 
zione dalle  tasse  per  cinque  anni,  a  cagione  dei  danni 
patiti;  la  permissione  a  chi  abiurò  negli  ultimi  tempi 
di  tornare  alla  fede  degli  avi;  la  licenza  di  abitare 
nel  comune  di  San  Giovanni,  ma  senza  tenervi  pub- 
blico culto,  e  d' altra  parte  il  divieto  di  fermar  resi- 
denza sulla  destra  riva  del  Pellice,  sotto  Luserna, 
coli'  obbligo  di  vendervi  le  possessioni  ;  la  celebrazione 
della  messa  in  tutte  le  parrocchie,  senza  che  i  Val- 
desi siano  costretti  di  assistervi;  lo  scambio  dei  pri- 
gioni, compresi  i  fanciulli,  se  reclamati.  (1) 

Quest'  ultima  condizione  era  equivoca,  malgrado  la 
sua  chiarezza  apparente,  e  cagionò  illusioni.  Se  giovò 
alla  liberazione  della  moglie  e  delle  figlie  di  Giana- 
vello,  com'era  sperabile  che  valesse  efficacemente  per 
tanti  fanciulli  rapiti,  dispersi  e  nascosti  ?  Per  giunta  è 
da  notarsi  che  il  trattato  non  fu  osservato  a  dovere. 
Siccome  Luigi  XIV  s' era  esibito  garante  per  1'  ese- 
cuzione, i  Valdesi  riuniti  in  sinodo  a  Torre  nel  marzo 
1656  ne  lo  ringraziarono  e  gli  esposero  che,  pur 
troppo,  non  si  scarceravano  i  prigioni,  continuava  il 
rapimento  de'  fanciulli  e  succedevano  attentati  atroci 
tanto  contro  le  persone  che  contro  le  proprietà.  Ir- 
ritati, i  Valdesi  sostennero  i  loro  diritti  non  solo  con 


(1)  Legero,  II,  216. 


185 
tenacità,  ma  cou  audacia  che  sapeva  di  esasperazione. 
Legero  commise  l' errore  di  ostinarsi  a  rimanere  pa- 
store a  San  Giovanni  colla  pretensione  di  ufficiarvi 
liberamente.  Ora,  checché  ne  pensino  alcuni  storici 
nostri,  quest'  atto  costituiva  una  violazione  del  trat- 
tato di  Cavour  come  di  quello  di  Pinerolo  e,  per 
quanto  si  vogliano  biasimare,  sia  la  chiusura  del  tem- 
pio che  si  avea  in  quella  località  nel  villaggio  de'  Ma- 
lanot,  sia  l'espulsione  di  alcuni  de' suoi  predicatori, 
ultimo  de'  quali  lo  zio  di  Legero,  quegli  atti  di  bru- 
tale intolleranza  erano  giustificati  dalle  leggi.  (1)  Il 
sinodo  dell'anno  1658,  invece  di  rendere  più  corretta  la 
posizione  di  Legero,  la  difese  con  un  ricorso  al  Duca, 
e  questi  n'  andò  sulle  furie.  Legero,  più  volte  citato 
a  comparire,  non  si  mosse.  Avea  ragione  il  conte 
Francesco  di  Saluzzo,  e  mostrò  sopratutto  di  avere 
cuore,  quando  si  recò  da  Legero  per  esortarlo  a  so- 
spendere, per  allora,  il  suo  culto  pubblico,  finché  la 
questione  aperta  coli'  istanza  sinodale  non  fosse  ri- 
soluta. Rispose  fiero  il  moderatore:  Devo  servire  la 
mia  Chiesa,  ed  essa  ha  diritto  di  celebrare  il  suo 
culto.  Citato  la  terza  volta  a  comparire,  con  minac- 
cia di  bando  e  di  confisca,  Legero  mandò  a  consultare  i 
fratelli  di  Ginevra,  che  sconsigliarono  la  violenza  ;  udì 
i  colleghi  a  Pinasca,  e  lì  fu  deliberato  di  presentare 
una  nuova  istanza  al  Duca  per  chiedere  che  lasciasse 
Legero  dov'  era.  Una  tale  attitudine  rasentava  la  insu- 
bordinazione, e  la  giustizia  ebbe  il  suo  corso.  Il  12  gen- 
naio 1661,  il  contumace  moderatore  veniva  condan- 
nato a  morte,  e  i  suoi  coaccusati,  per  lo  più  ufficiali 
del  comune  e  della  parrocchia  di  San  Giovanni,  a 
dieci  anni  di  galera.  (2)  La  condanna  di  Giana  vello  e 


ili  Moston,  II,  402,  non  lo  vede,  ne  gli  altri  apologisti   di  parte 
valdese. 

(2)  Legero  II,  -2T2. 


186 

di  altri  cinquanta  Valdesi  seguì  il  25   dello  stesso 

mese. 

I  Valdesi  non  si  rassegnarono  all'  infamante  sen- 
tenza. Protestarono  tanto  più  energicamente  in 
quanto  che  la  condanna  del  loro  Moderatore  era  do- 
vuta ad  un  processo  iniquo,  basato  sopra  false  te- 
stimonianze di  tre  notori  banditi  reietti  e  scomuni- 
cati da'  Valdesi  per  le  loro  scelleratezze.  Riuniti  nella 
Chiesa  dei  Malan  il  13  settembre  1661,  firmarono 
una  formale  apologia,  nella  quale  non  solo  ribatte- 
vano le  accuse  mosse  contro  Legero,  ma  unitamente  a 
lui  chiesero  che  egli  venisse  ammesso  a  fare  la  sua  di- 
fesa in  luogo  sicuro  e  dove  potessero  intervenire  i  suoi 
testimoni,  promettendo  di  farlo  punire  e  di  abban- 
donarlo se  reo  dovesse  risultare;  ma  intanto,  averlo 
essi  per  innocente.  (1)1  delegati  ducali  a' quali  eradi- 
retta  quella  apologia  non  la  tennero  in  conto  veruno; 
fu  reiterata  la  sentenza,  la  quale  condannava  Legero, 
come  reo  per  delitti  civili  di  lesa  maestà,  «  ad  essere 
pubicamente  strangolato,  talmente  che  1'  anima  si 
separi  dal  corpo,  indi  il  suo  cadavere  appiccato  per 
un  piede  al  patibolo,  lasciandolo  a  quello  sospeso  per 
ore  ventiquattro,  quali  passate  mandano  separarsi  la 
testa  dal  busto  e  quella  esporsi  nel  luogo  di  San  Gio- 
vanni sopra  colonna  infame,  »  che  s'  avea  a  rizzare 
sopra  le  rovine  della  sua  casa  (2).  E  la  colonna  fu 
rizzata,  ma  senza  la  testa  di  Legero,  che  era  in  salvo. 
Una  iscrizione  diceva: 


(1)  Apologia  delle  Chiese  ri/ormate  delle  Valli  di  Piemonte  fatta 
in  difesa  del  signor  Giovanni  Legero  etc.  Haerlem,  1662.  Basta 
leggere  queir  apologia  pei-  convincersi  che  le  accuse  mosse  contro 
Legero  sono,  non  solo  false,  ma  ridicole. 

(2)  La  sentenza  emanata  il  lu  dicembre  1661  fu  pubblicata  il  31 
gennaio  1662.   Cfr.   Legero  II,  275,  e  V  Apologia  ora  citata,  infine. 


187 


Giovanni   l'elli 


188 


Per  ha  ver  dopo  l'anno  1656 

mandato  lettere  nei  paesi  stranieri 

a  domandar  soccorso 

tanto  di  gente  che  di  danari 

per  far  guerra  a  s.  a.  r. 

Due  assurdità,  1'  una  più  grossa  dell'  altra,  che  le 
Valli  fossero  vogliose  di  far  guerra  e  gli  stranieri 
conniventi  a  un  cotal  fine! 


Pace  e  Bandi. 

Rimaneva  però  che,  per  una  violazione  di  forme, 
Legero  avea  dato  pretesto  all'  accusa  vecchia  quanto 
infondata  che  chiamava  rivoltosi  i  Valdesi.  Come  si 
vede,  non  era  parso  vero  ai  giudici,  intesi  a  coprire 
il  Duca,  di  poterla  brandire  di  fronte  alle  rimostranze 
de'  Protestanti.  Le  case  di  Legero  e  di  Gianavello 
furono  rase  e  rinacquero  le  gueriìlas  de'  banditi,  che 
poi,  sotto  '1  comando  di  Gianavello,  si  fecero  viepiù 
serie.  Questi  infondeva  negli  animi  de'  suoi  un  co- 
raggio che  avea  già  fatto  dire  al  Descombies  :  «  Che 
si  battessero  da  uomini,  lo  sapevo;  ma  si  battono  da 
leoni.  »  Una  lettera  scritta  dalle  Valli  ne'  più  oscuri 
giorni  di  allora  avea  queste  parole:  «  Siamo  costretti 
a  vivere  sotto  le  armi,  a  pane  e  acqua;  nondimeno 
in  tanta  miseria  non  vien  meno  la  pazienza,  e  s' odono 
i  piccoli  fanciulli  per  le  strade  a  gridare  che  vogliono 
piuttosto  morire  nelle  caverne,  che  rinnegar  la  fe- 
de. »  (1)  Gianavello  non  si  contentava  di  stare  sulle 


(1)  Lett.  del  30  aprile  1663,  presso  Legero,  II,  302. 


189 
difese;  aggrediva  e  costringeva  il  governo  a  spedire 
nuovi  battaglioni,  e  questi  cagionavano  pochi  allori 
al  marchese  Fleurv,  che  li  menò  di  rado  alla  vittoria. 
Il  25  giugno  1663  uscì  un  editto  singolare.  <<  Volendo, 
diceva  il  Duca,  dar  occasione  ai  religionari  di  restar 
ammirati  d' una  benignità  tanto  da  essi  inaspettata,  » 
si  chiamano  i  Valdesi  sotto  le  armi  per  dar  la  caccia 
ai  banditi,  graziandone  diversi,  salvo  però  a  confer- 
mare la  pena  di  morte  per  Gianavello,  Legero  e  una 
trentina  di  altri  capi.  E  si  noti  che,  per  bontà  del 
Duca,  s'ordinava  ai  Valdesi  di  eseguirlo.  È  da  stupire 
che  restasse  lettera  morta? 

Le  ostilità  ricominciarono.  Trattavasi  di  snidare 
Gianavello  dalle  colline  di  San  Giovanni.  Ma  egli  si  di- 
fese con  spartano  vigore.  Respinto  un  primo  assalto, 
al  villaggio  di  Rocciamaneot,  volò  alle  Porte  di  An- 
grogna  per  decidervi  la  vittoria  della  sua  fida  retro- 
guardia che  avea  resistito  fino  all'  ultima  cartuccia. 
Il  marchese  Fleurv  si  ritirò  svergognato.  Il  governo 
lo  surrogò  col  conte  di  San  Damiano,  e  questi,  tosto 
ringalluzzito  per  avere  schiacciato  ventitre  uomini  a 
Rorà,  si  venturo  fino  a  Torre,  ma  se  n'  ebbe  a  tor- 
nare disfatto. 

Vista  la  mala  parata,  il  Duca  emanò  un  altro  editto 
il  10  agosto  di  queir  anno  medesimo,  per  proclamar 
ribelle  il  popolo  delle  Valli.  Lo  condannava  in  massa 
e  ne  confiscava  i  beni,  salve  eccezioni  che  parvero 
intese  ad  ingenerare  la  divisione  negli  animi  e  a  far 
scoppiare  la  discordia.  Però  non  fece  breccia.  Nel 
frattempo  intervennero  i  cantoni  protestanti  di  Sviz- 
zera per  mezzo  de'  loro  commissari  e,  presenti  con  essi 
i  delegati  ducali  e  otto  deputati  delle  Valli,  furono 
aperte  a  Torino,  il  17  dicembre  1663,  le  conferenze  finali 
per  la  pace.  Tra  la  prima  e  la  seconda  seduta,  mosse 
per  le  Valli  un  reggimento  di  soldati  e  succedette  un 


190 

nuovo  attacco  proprio  durante  le  trattative,  il  dì  21 
di  quel  mese.  Respinte  da  tutte  le  parti,  le  truppe  du- 
cali noverarono  più  di  cento  morti,  tra  quali  il  conte 
della  Trinità,  discendente  del  noto  persecutore. 
Quando  i  deputati  valdesi  protestarono  contro  la 
violazione  dell'  armistizio,  si  rispose  che  i  soldati 
aveano  solo  cercato  di  approvigionarsi.  Alfine,  il  3 
febbraio  1664,  si  ratificarono  le  Patenti  di  Grazia, 
con  amnistia  generale,  salvo  che  de'  banditi  già  con- 
dannati nel  capo,  tra'  quali  erano  sempre  Gianavello. 
esule  ormai  a  Ginevra,  e  Legero,  intorno  al  quale  ci 
rimane  aggiungere  poche  parole. 

Era  stato  mandato  fin  dal  1659  in  Inghilterra  a  rac- 
cogliere le  collette  che  si  facevano  per  soccorrere  il  po- 
polo valdese.  Mentre  vi  attendeva,  s'insinuò  tra' nostri 
vallegiani  il  sospetto  che  il  ramingo  moderatore  non 
facesse  pervenire  a  destinazione  tutto  '1  danaro  rac- 
colto. Il  sinodo  delfinese  incaricò  una  commissione 
di  verificare  la  cosa.  Essa  venne  nelle  Valli,  provocò 
una  relazione  che  giustificò  1'  operato  di  lui  e  degli 
altri  pastori.  I  malcontenti  insistettero  e,  non  tro- 
vando eco  a  Ginevra,  ricorsero  con  poche  firme 
alle  civili  autorità.  Se  quest'  azione  torna  a  loro 
vituperio,  non  si  può  neppur  negare  che,  per  le  vi- 
cende e  i  disagi  a'  quali  Legero  era  andato  incontro, 
la  distribuzione  delle  collette  si  eseguisse  in  modo 
poco  regolare.  Contribuirono  naturalmente  a  rendere 
più  che  mai  veemente  e  mordace  la  critica  di  costoro 
le  voci  sparse  riguardo  alle  collette  inglesi,  le  quali, 
mercè  il  favore  di  Cromwell,  aveano  fruttato  somme 
ingenti,  che  si  facevano  troppo  aspettare.  Per  una 
ragione  molto  semplice  vennero  poi  a  cessare  del 
tutto  quando,  morto  il  Protettore,  era  salito  al  trono 
britannico  Carlo  II,  che  non  si  fece  scrupolo  d'inta- 
scare un  avanzo  di  parecchie  migliaia  di  lire  sterline 


191 
ancora  dovuto  ai  Valdesi,  scusandosi  col  dire  che 
non  gli  toccava  saldare  i  debiti  di  un  usurpatore. 
Ora  la  maldicenza  dei  fratelli  punse  non  solo,  ma 
turbò  l' animo  di  Legero,  più  che  non  potessero  i  li- 
belli famosi  de'  persecutori  e  la  condanna  nel  capo. 
Già  in  lutto  per  la  morte  della  moglie,  scosso  nella 
sua  salute,  riparò  a  Leyde  e  vi  si  ammalò.  Ma  lo 
rialzò  la  mano  di  una  nobil  donna.  Il  Legero  si  riebbe, 
scrisse  le  sue  memorie,  poi  la  Storia  generale  delle 
chiese  Valdesi,  eh'  egli  finì  il  1°  di  maggio  16G9. 

Questa  storia  ha  un  intento  che  apparisce  su- 
bito evidente.  Si  possono  applicare  ad  essa  le  parole 
che  l' autore  riferiva  ad  una  sua  lettera  :  «  Presentai 
nel  modo  più  patetico  ch'io  mi  sapessi  la  pietosa 
condizione  della  mia  patria.»  Chi  la  confronti  poi 
colla  storia  che  pubblicò  a  Londra  Samuele  Mor- 
land  fin  dal  1658,  cioè  venti  mesi  dopo  la  strage 
de' Valdesi  che  avea  occasionata  la  sua  missione  a 
Torino,  sarà  tentato  di  domandarsi  se  non  ab- 
biamo qui  per  avventura  una  nuova  edizione  della 
prima,  raffazzonata,  ampliata,  ma  sostanzialmente 
identica.  E  allora  v'  è  plagio?  Non  ardiremo  soste- 
nerlo, perchè,  se  Giovanni  Legero  saccheggia  la  storia 
del  Morland,  è  assai  probabile  che  questi,  nel  compi- 
lare a  Ginevra  la  sua  opera,  si  valesse  largamente 
della  collaborazione  del  Moderatore  valdese,  come 
pure  di  quella  del  suo  zio  Antonio,  professore  in  co- 
desta città.  Quello  che  di  più  inglese  serbò  la  storia 
del  Legero,  sono  le  illustrazioni,  che  dovettero  age- 
volarne assai  la  circolazione.  Rappresentano  al  vivo, 
con  accesa  fantasia  e  in  modo  ributtante,  le  scene  più 
atroci  delle  Pasque  di  Sangue  (1).  S' intenderà  di  leg- 


(1)  Quelle  illustrazioni  in  un  libro  inglese  e  protestante,  e  special- 
mente la  oscena  descrizione  che  il  Morland  espone  fin  dall' intro- 


192     • 

gieri  che  in  quest'  opera  più  che  mai  si  riscontrino  i 
difetti  segnalati  in  altri  scritti  minori  del  nostro  sto- 
rico. Vi  abbiamo  una  apologia,  anzi,  una  polemica, 
non  una  serena  e  ponderata  narrazione.  Se  vi  cam- 
peggiano confessioni  di  fede  e  altri  documenti  reli- 
giosi dati  per  antichi  e  fededegni,  perchè  creduti 
tali  in  allora,  è  indubitato  oramai  che  non  pochi  di 
essi  sono  moderni,  e  che  altri  non  sono  bene  autentici. 
Fra  quelle  confessioni  è  la  sua  recensione  abbreviata 
dalla  gallicana,  edita  fin  dall'anno  1655.  Alcuni  di  quei 
documenti  possono  giovare,  ma  le  note,  le  osservazioni 
e  le  date  che  vi  si  riferiscono  vogliono  essere  controllati 
accuratamente  per  i  troppi  svarioni  che  vi  occorrono. 
Le  conclusioni,  per  la  parte  antica,  sono  dunque  di 
scarso  valore,  spesso  infondate  e  nulle.  Il  male  si  è  che 
trovarono  molti  ripetitori,  e  ciò  valse  a  funestare  più 
che  non  si  creda,  almeno  finora,  la  letteratura  e  per- 
fino il  pratico  indirizzo  religioso  de'  Valdesi,  perchè 
ne  originò  il  vanto  di  genealogie  senza  fine,  false  e 
puerili,  che  richiamarono  sul  labbro  delle  genera- 
zioni il  motto:  «  Abbiamo  Abraamo  per  padre.  » 
De'  tempi  suoi,  per  quanto  sia  manifesta  e  veemente 
la  passione  che  lo  domina  fino  alla  fine,  ci  parla  il 
Legero  come  colui  che  ne  fu  molta  parte;  dunque, 
con  evidente  cognizione  e  con  largo  profitto  per  noi 
suoi  lontani  lettori.  Non  fu  imparziale,  è  vero;  ma 
chi  lo  era  e  chi  lo  sarebbe  stato?  Forse  Gillio.  Ad 
ogni  modo,  noi  ammiriamo  in  Legero  il  patriarca  che 


tluzione  del  suo  libro,  in  mezzo  a  bibliche  citazioni,  ci  fanno  misu- 
rare la  distanza  da  quei  tempi  ai  nostri.  La  riproduzione  ili  quelle 
illustrazioni,  impossibile  oggi  in  Inghilterra,  pur  ce  la  regalò  testé  un 
magistrato  cattolico  francese  e  non  con  intento  satirico,  ma  con 
grandissima  ammirazione  delle  vittime  che  espone  alla  tarda  e  non 
facile  pietà  della  nostra  generazione.  V.  A.  Bérard,  Les  Vaudois, 
Lyon,   1892. 


193 
lotta  per  1'  esistenza  della  piccola  sua  tribù  delle 
Alpi,  prò  (tris  et  focis. 

Vedremo  che  l'esempio  suo  non  andrà  perduto. 
Sì,  l' intrepido  difensore  de'  Valdesi  avrà  un  succes- 
sore, in  tempi  più  che  mai  calamitosi,  e  sarà  fra  non 
molto. 


XI. 

Dispute  col  frate  Faverot. 

Xon  abbiamo  detto  finora  che,  in  questo  giro  di 
tempo,  un  uomo  che  si  crederà  già  morto,  ma  era 
vivo  ancora  e  non  sazio,  ad  ogni  modo,  di  polemica, 
s' era  dato  a  spargere  nuove  maldicenze  contro  i  Val- 
desi, quando  la  miseria  li  straziava  più  orribilmente. 
Erano  l' estremo  vale  del  priore  Rorengo,  e  siccome 
ebbero  per  effetto  di  ridestare  qualche  discussione, 
si  videro  accorrere  i  frati  a  squadriglie  per  le  in- 
cruente battaglie,  così  da  impensierire  le  vedette 
della  Chiesa  e  provocare  una  raddoppiata  vigilanza. 
«  Lo  stato  vostro  e  nostro  pericolosissimo,  »  scri- 
vea  da  Ginevra  il  professore  Antonio  Legero,  «  ri- 
chiede che  tutti  insieme  cooperiamo  con  santa  vi- 
gilanza per  guardare  le  nostre  Chiese  da  una  mina 
totale,  vedendo  già  il  fuoco  acceso  e  la  desolazione 
deplorabile  di  tante  altre  Chiese  in  vari  luoghi  vi- 
cini e  lontani,  alle  quali  Dio  per  suo  giusto  giudicio 
ha  tolta  la  luce  della  verità  salutare.  »  Esortava  per- 
tanto i  fratelli  delle  Valli  a  vestire  tutte  le  armi  pro- 
prie del  cristiano,  a  star  ritti  e  fermi  contro  le  insidie 
nemiche,  a  sbugiardare  le  malediche  lingue  colla 
vita  santa  e  la  semplice  dimostrazione  della  verità. 
Così   dicendo   mandava  loro,  tradotta  in  italiano    e 

Stor.   Vald.  13 


194 

corredata  di  bibliche  riferenze,  la  stessa  loro  confes- 
sione, onde  ne  profittassero  nelle  dispute  inevi- 
tabili. (1) 

Diversi  anni  dopo  comparve  un  uomo  che  attirò 
l' attenzione  generale.  Era  il  P.  Faverot. 

Rigoroso  osservatore  della  regola  di  San  France- 
sco, zelantissimo,  studioso,  frizzante,  costui  s' adoperò 
a  stuzzicare  con  pungenti  lettere  diversi  ministri 
valdesi  :  prima  il  Pastor  e  il  Ripert,  poi  il  Bertrand  di 
Torre,  il  Bech  di  Villar  e  il  Bonnet  di  Bobbio.  (2) 
Ora  li  solleticava  col  pretendere  che  la  fede  valdese 
fosse  figlia  della  Riforma,  e  allora  Paolo  Bonnet,  re- 
ciso: «  Non  ammetto  affatto,  rispondeva,  che  Lutero 
sia  stato  uno  dei  nostri  riformatori,  e  neppure  che 
si  possa  chiamare  Calvino  nostro  dottore,  benché  ri- 
conosciamo in  lui  un  gran  servitore  di  Dio.  »  Ora 
si  trattava  di  chiarire  il  domina  della  transustanzia- 
zione, e  allora  toccavano  al  frate  certe  rimbeccate 
che  provano  il  gaio  umore  del  pastore  di  Bobbio. 
«  Invece  di  finirla  una  volta,  replicava  il  Bonnet,  si 
preferisce  chiamare  in  aiuto  la  dottrina  della  con- 
comitanza, e  allora  e'  ò  da  andare  in  visibilio  nel 
vedere  madamigella  Concomitanza  saltare  gagliarda- 
mente in  groppa  con  madama  Transustanziazio- 
ne »  (3).  Via,  un  po'  di  serietà,  ripigliava  il  P.  Fa- 
verot, salvo  a  saettare  frizzi  ameni  e,  per  giunta,  ve- 
lenosi. 

Sperando  di  ottenere  maggior  frutto,  il  P.  Faverot 


(1)  "  Ai  pastori,  etc.  delle  Chiese  Evangeliche  delle  Valli  del  Pie- 
monte, "  parole  premesse  in  data  del  5  ottobre  1661  alla  confessione 
italiana,  ne\Y  Apologia,  delie  Chiesa  Riformate  del  Piemonte,  circa  la 
loro  confessione  di  fede,  Ginevra,  1662.  Ristampammo  quella  confes- 
sione italiana  nel  1S83,  in  Firenze. 

(2)  Quel  Pastor  avea  avuto  controversia  nel  Pragelato  col  prete  Bal- 
cet,  già  protestante.  V.  suo  Manuel  du  vray  chrestien,  Ginevra,  1652. 

(3)  Lettera  dell' 11  settembre  1666  al  P.  Faverot. 


195 
s' era  rivolto  al  Sinodo  Valdese  riunito  a  Villar  nel 
1666,  per  chiedergli  schiarimenti  su  tre  punti:  quali 
motivi  giustificassero  la  separazione  de'  Valdesi  dalla 
Chiesa  di  Roma,  se  corresse  conformità  o  diversità 
fra  la  fede  loro  e  Y  antica,  e  perchè  ricusassero  di 
aderire  ad  alcuni  articoli  proprii  della  confessione 
cattolica.  Il  Sinodo  incaricò  il  suo  segretario,  Matteo 
Danna  pastore  a  Pinasca,  di  dargli  soddisfazione,  e 
lo  scritto  di  questi  era  finito  il  25  novembre  dello 
stesso  anno.  Il  P.  Faverot,  ostentando  di  non  tenerlo 
in  gran  conto,  si  fece  ad  insistere  presso  il  Sinodo 
seguente,  tenuto  a  Villasecca  nel  1667,  e  questa  vol- 
ta, essendo  stato  fatto  segretario  Bartolommeo  Gillio. 
pastore  a  Roccapiatta,  toccò  a  lui  la  risposta.  Del 
resto,  essa  confermò  la  prima.  Spigoleremo  in  queste 
lettere  sinodali  i  pochi  brani  ove  si  rispecchia  in 
qualche  modo  la  fisonomia  della  Chiesa  delle  Valli  a 
quell'  epoca.  Sono  quelle  ove  si  discorre  de:  motivi 
della  separazione  dalla  Chiesa  di  Roma. 

•<  Xon  riconosciamo,  dice  la  prima  lettera  sinodale, 
ne  Lutero  uè  Calvino  fondatori  della  nostra  religione, 
in  quanto  che  teniamo  questa,  non  dalla  loro  auto- 
rità, ma  da  quella  de'  Profeti  e  degli  Apostoli.  Li 
abbiamo  bensì  in  conto  di  dottori  particolari,  che 
Dio  adoperò  a  richiamare  in  luce  le  verità  delle  Sa- 
cre Scritture.  Chi  denunzia  ai  popoli  le  leggi  dello 
Stato  contro  i  disordini  che  vi  dominano  diventa  for- 
se autore  di  quelle  leggi?  Si  disse  mai  che  Aza, 
Ezechiele,  Giosia  e  altri  che  zelarono  la  riforma  d'  I- 
sraele  ai  loro  tempi  secondo  la  legge  divina,  diven- 
tassero perciò  autori  della  religione  giudaica  ì  Provate 
adunque  che  le  ragioni  che  costrinsero  quei  primi 
riformatori  fossero  nulle  e  che  ingiuste  fossero  le  loro 
querele  contro  la  Chiesa  di  Roma.  Quando  avrete 
sciolto  quel  nodo,  allora  saremo  con  voi  per  accusarli. 


196 

Ma  qui  vi  vogliamo  :  sed  hic  opus,  Me  labor,  e  qui  è  il 
labirinto  da  cui  non  saprete  venir  fuori.  La  Chiesa  di 
Roma  era  così  inferma  da  necessitare  la  guarigione. 
Dalla  pianta  del  pie  infino  alla  testa,  non  v'  era  sa- 
nità in  essa,  per  usare  la  frase  d' Isaia;  tutta  era  fe- 
rita, lividore,  piaga  colante.  Papa  Alessandro  V 
promise  di  attendere  a  quella  guarigione  e  convocò  a 
tal  fine  i  più  dotti  di  ogni  nazione;  ma  il  male  era 
così  disperato  che  non  si  ottenne  alcun  risultato. 
Noi  benediciamo  i  riformatori  di  non  avere  aspettato 
che  fosse  tardi  per  rimettere  il  lume  sul  candeliere, 
e  crediamo  fermamente  che  1'  opera  loro  fosse  secon- 
do Dio,  poiché  tutti  gli  sforzi  contrari  non  sono  valsi 
a  distruggerla.  Furono  condannati,  ma  da  gente  che 
giudicava  in  causa  propria,  e  non  furono  uditi  né 
convinti  per  la  parola  divina.  Passarono  per  una 
sola  prova,  quella  del  fuoco  e  della  violenza,  il  che  non 
si  concilia  colla  massima  che  dice  la  fede  non  aversi  ad 
imporre,  ma  a  persuadere  :  Jldes  non  est  imperanda, 
sed  persuadendo,.  Si  obietta  che  non  fecero  miracoli. 
Ma  né  Giona,  né  Geremia,  né  Osea,  né  Michea,  né  Ma- 
lachia, né  Giovanni  Battista  non  fecero  miracoli  in  si- 
mile occasione.  E  se  non  fecero  miracoli,  ciò  serva  a 
dimostrare  che  non  bandivano  dottrina  nuova,  come 
la  vostra,  cui  per  sorreggersi  occorrono  nuovi  pro- 
digi. Se  avessero  innovato,  come  coloro  che  vietano 
le  nozze  e  1'  uso  di  mangiar  carne,  allora  sì,  avreste 
ragione  contro  di  noi.  »  (1) 

Il  P.  Faverot  rilevò  quelle  parole,  vi  cincischiò  at- 
torno colla  sua  scolastica  monacale,  e  talora  colpì  nel 
segno.  Ma  non  vogliamo  entrare  qui  nell'  analisi  di 
una  discussione  scritta,  che  empie  un  intero  volume 
e  non  dice  nulla  di  nuovo.  A  noi  basti  cogliere  a  volo 
qualche  altra  fra  le  nozioni  allora  correnti. 

(1)1  Tini,  iv,  1,  2. 


107 
«  Fecero  il  debito  loro,  continuano  i  Valdesi  a  pro- 
posito dei  riformatori,  e  bastò  per  lo  sgravio  della 
coscienza  che  potessero  dire  come  il  profeta  :  <i  Noi 
abbiamo  medicata  Babilonia,  ma  non  è  guarita;  la- 
sciatela e  andiamocene  ciascuno  al  suo  paese  ;  per- 
ciocché il  suo  giudicio  è  arrivato  infino  al  cielo  e  si  è 
alzato  infino  alle  nuvole.  »  (1)  Perciò  noi  aucora  l'ab- 
biamo lasciata,  onde  non  partecipare  alle  sue  piaghe, 
e  vi  fummo  obbligati  per  obbedienza  alla  voce  di 
Dio  che  comanda:  «  Uscite  di  Babilonia,  o  popol 
mio!  .»  Del  resto,  siamo  usciti  dalla  Chiesa  Romana 
non  come  chi  sen  fugge  via,  ma  come  chi  è  cacciato 
fuori:  non  tam  fugientes,  qua/m  fugati.  Questa  co- 
lomba fu  costretta  ad  annidarsi  fra  le  fessure  delle 
roccie  e  ne'  nascondigli  de'  precipizi,  ove  continua  la 
sua  dolce  querimonia,  aspettando  la  sua  liberazione 
e  la  confusione  de'  suoi  nemici.  Siamo  usciti  d' in 
mezzo  a  voi  di  corpo,  come  diceva  San  Grisostomo 
in  nome  degli  ortodossi  usciti  d' infra  gli  eretici  del 
suo  tempo,  e  voi  siete  usciti  da  noi  quanto  a  fede  ;  ab- 
biamo ceduto  le  mura,  e  voi  le  Sacre  Scritture.  Vero 
è  che,  in  molti  luoghi,  ci  avete  lasciato  insieme  le 
mura  e  le  Scritture,  come  in  Alemagna,  in  Olanda, 
in  Isvizzera.  In  queste  Valli  poi,  non  potete  dire  che 
la  verità  che  professiamo  oggi  sia  proceduta  da  Lu- 
tero o  da  Calvino,  poich'  è  la  stessa  che  professarono 
i  nostri  predecessori  assai  prima  che  venissero  al 
mondo  quei  riformatori,  come  ne  fan  fede  le  storie  e 
perfino  i  vostri  scrittori  confessano,  per  esempio  il 
frate  Rainerio  dove  asserisce  che  la  nostra  religione 
esistette  da'  tempi  di  Silvestro  e  anche  da  quelli  de- 
gli Apostoli.  » 

Su  questo  punto  bisogna  vedere  come  il  P.  Faverot 

(1)  Geremia,  li,  9. 


198 

si  dimena  per  dare  in  sulla  voce  al  segretario  sino- 
dale. La  colomba,  so  io  chi  è  :  è  la  nostra  Santa  Madre 
Chiesa,  che  non  pensa  davvero  a  cacciarvi  fuori  quan- 
do vi  piange  perduti.  Voi,  che  vi  scambiate  colla  co- 
lomba, non  me  la  darete  ad  intendere.  Io  conosco  il 
vostro  grido:  Cras,  cras,  crasi  Vi  pare  che  sia  grido 
di  vaga  colombina  codesto?  È  grido  di  corvi,  ve  lo 
dico  io.  E  che  ci  venite  gracchiando  di  Rainerio?  Se 
curaste  leggerlo  con  attenzione,  sapreste  che  dove 
riferisce  la  voce  di  gente  che  la  pensa  come  voi,  non 
fa  sua  quella  voce,  ma  dice  che  siete  originati  da 
Pietro  Valdo. 

Chi  rimbeccava  così  pretendeva  poi  di  avere  becco 
di  colombina,  e  si  rideva. 

Finquì  perorava  Matteo  Danna,  autore  della  prima 
lettera  sinodale.  Ora  è  la  volta  di  Bartolommeo  Gillio, 
autore  della  seconda. 

«  La  Chiesa  di  Roma  è  dessa  la  vera  Chiesa?  Ecco 
la  quistione  che  andrebbe  innanzi  chiarita,  prima  di 
chiedere  perchè  ne  siamo  usciti.  Voi  provatelo,  per- 
chè non  ve  lo  concediamo  davvero.  Se,  come  rite- 
niamo noi,  essa  non  è  la  vera  Chiesa,  perchè  dovrem- 
mo noi  tornare  a  Roma,  piuttosto  che  a  Gerusalemme 
e  ad  Antiochia,  che  possono  quanto  e  più  di  Roma 
vantare  prerogative?  La  Chiesa  di  Roma  si  è  talmente 
corrotta,  dacché  ne  fu  elogiata  la  fede  dall'Apostolo 
Paolo,  che  bisognò  uscirne,  e  ciò  per  i  motivi  che  vi 
son  noti.  Ma  badate  :  coli'  uscire  da  Roma  non  si  esce 
dalla  Chiesa  Cattolica,  della  quale  Roma,  anche 
ne'  tempi  della  sua  purezza,  era  una  frazione  sol- 
tanto, come  Corinto  ed  Efeso.  E  bensì  Roma  che  si 
separò  dalla  Chiesa  Cattolica,  che  è  la  sposa  di  Cri- 
sto. Dopo  che  lasciò  Cristo  per  il  Papa,  non  vuole  più 
permettere  che  si  legga  il  Vangelo,  benché  Gesù  Cri- 
sto l' abbia  comandato.   Quella  Chiesa  dunque,  già 


199 
buona  madre  che  porgeva  a' suoi  figli  da  lei  generati  a 
Cristo  le  due  mammelle  della  parola  e  de' sacramenti, 
è  divenuta  crudele  matrigna  e,  rifiutando  il  cibo  a  chi 
lo  domanda,  in  cambio  dà  il  veleno  delle  umane  tra- 
dizioni contrarie  alla  parola  di  Dio  che  è  quel  latte 
d' intelligenza  non  frodato  che  1'  Apostolo  prescrive 
di  appetire.  Ora,  se  le  leggi  umane  non  condannano 
i  figliuoli  che  escono  dalla  casa  ove,  invece  di  cibo, 
ricevono  mali  trattamenti,  perchè  si  vorrà  trovare 
stiano  che  abbiamo  lasciata  la  Chiesa  di  Roma,  dopo 
eh'  essa  si  separò  da  Cristo  e  che  non  si  riceve  più 
da  essa  il  cibo  spirituale,  ma  carceri,  supplizi  e 
morti?» 

Siccome  era  prevedibile  che  il  P.  Faverot  non  si 
acquetasse  a  tali  detti,  ma  volesse  ancora  altri  schiari- 
menti, il  pastore  di  Roccapiatta  soggiungeva:  Ne  vo- 
lete sapere  di  più  ?  Leggete  il  noto  trattato  di  P.  Mar- 
tire Vermigli,  ove  il  dotto  fiorentino  espone  per  filo 
e  per  seguo  i  motivi  che  l' indussero  ad  abbandonare 
la  Chiesa  di  Roma;  ovvero,  meditate  il  compendio 
delle  controversie  del  Drelincourt. 

-  Non  curo  il  Vermigli,  replicò  il  frate  ;  è  pieno  di 
bugie.  Anzi,  già  lo  buttai  al  fuoco.  Né  sono  soddi- 
sfatto neppure  del  Drelincourt.  Per  me,  costoro  sono 
calvinisti,  e  basta  ;  poiché  Calvino,  non  essendo  in- 
fallibile, non  potè  essere  vero  riformatore. 

Per  (pianto  fosse  rigido  il  nostro  minorità  nell'os- 
servanza della  sua  regola,  lo  era  poco,  almeno  qui, 
nel  suo  ragionare.  Per  riformare,  bisognava  avere 
patente  d' infallibilità,  essere  papi  dunque.  Ma  se  i 
Papi  lavoravano  a  render  necessaria  la  Riforma,  do- 
v'  era  l' infallibilità  ?  11  bravo  frate  si  smarriva  in 
quel  circolo  vizioso  e  si  capisce  che  stancasse  la  pa- 
zienza de' Valdesi.  Ma  il  P.  Faverot  a  cui  non  era 
parso  vero  di  avere  per  le  mani  lettere  sinodali  della 


-■ 

Chiesa  Valdese,  le  volle  confutare  lungamente  per 
iscritto,  iu  un  opera  che  battezzò  col  titolo  di 
folta  di  Noè.  Binaci  un  volume  iu  due  tomi.  -  come 
9011  due  le  ali  della  colomba  -.  diceva  l'autore  più 
o  meno  argutamente.  Il  primo  tomo  fu  dedicato  a 
Carlo  Emauuele  II.  per  ringraziarlo  della  missione 
da  lui  stabilita  a  San  Germano:  il  secondo,  alla  du- 
chessa. Era  premesso  uu  sonetto  che  diceva  ai  Val- 
desi: Volete  voi  uscir  fuori  dal  precipizio  ove  ak 
Purgatevi  dallo  zelo  maligno  di  Calvino  che  vi  tiene 
infangati  là  entro,  e  udite  il  mio  annunzio  di  pace. 

Ce  pigeon  de  Xoè  rous  porte  1*  nouvelle 

à  vous  ne  roulez  ètre  engloutis  des  eaux 
ìerenìr  la  proie  des  ìnfàmes  corbeaux. 
voos  devex  toos  ranger  dans  son  arche  fidèie  (1). 

chi  il  crederebbe?  Andò  rifugiarsi  nell      arca 
-  le     uno  di  cui  è  già  noto  il  nome,  appunto  colui 

che  fu  incaricato  di  redigere  la  prima  lettera  sinodale. 


XII. 
Nuota  Palinodia. 

Eppure,  olii  più  zelante  di  Matteo  Danna,  una  volta  ? 
Egli  stesso  ebbe  a  confessare  che.  ai  tempi  de*  quali  si 

liaconre,  soleva  teuere  per  mostri  coloro  che  pass 
vano  alla  Chiesa  Romana.  E  se  n  era  bene  accorto  il 
medico  Videi  quando,  per  avere  abiurato,  s  era  visto 

-     ito  dalla  famiglia  per  opera  di  lui  Quello  zelo 
smodato  e  acre  era  forse  <dà  indizio  di  animo  irre- 


col  suo  BémeiBt- 
renoble.  1670.  e  eolla  Bépomst  ève.  data  a  Cine- 


201 
quieto.  Ma  ecco  diverse  circostanze  che  varranno  forse 
a  tare  un  po'  di  luce  sopra  1'  abiura  di  quel  pastore. 

Nel  16/0,  Carlo  Emanuele  II  visitava  Luserna,  e 
toccò  al  Danna  1'  onore  di  pronunziare  alla  sua  pre- 
senza un  discorso  a  nome  della  popolazione  valdese. 
Il  Duca  ascoltò,  poi,  ringraziandolo,  lo  consigliò  a 
non  perdere  di  vista  le  cose  essenziali.  Il  Danna  pre- 
tese più  tardi  che  l'esortazione  ducale  l'avesse  colpito. 
Però,  il  vero  principio  della  sua  evoluzione  sarebbe 
mai  nato  se  il  suggerimento  avuto  a  Luserna  gli 
avesse  fatto  maggiore  impressione  ?  Se  ne  può  dubitare. 

Difatti,  nel  ministerio  suo  pastorale,  invece  di  at- 
tenersi alla  divina  semplicità  dell'  Evangelo,  usò  di- 
versamente. Morto  il  pastore  Ripert  di  San  Giovanni, 
Danna  lo  avea  surrogato.  Se  avea  predicato  prima 
in  francese  più  che  in  italiano,  ora  era  1'  opposto,  e 
le  genti  dicevano:  <<  I  nostri  ministri  ci  predicano 
ora  in  italiano  ed  ora  in  francese,  ed  ora  mesco- 
lando le  due  lingue;  il  che  ci  confonde  la  men- 
te. •  (1)  Peggio  che  mai,  se,  per  giunta,  veni  vasi 
fuori  colle  sottigliezze.  Per  il  Danna  n'era  sovente  il 
caso,  che  tale  era  la  sua  inclinazione.  Per  esempio,  si 
fece  una  volta  ad  insegnare  alle  sue  genti  che  i  cristiani 
sono  tenuti  di  «  astenersi  dal  sangue  e  dagli  animali  sof- 
focati. »  (2)  La  novità  dispiacque,  per  quanto  la  si  po- 
tesse dare  per  vecchia.  Lì  sopra  ebbe  a  rispondere 
ne  sinodi,  ove  gli  fu  spiegato  che  quel  divieto  era  inteso 
dagli  Apostoli  per  un'  ora  di  crisi,  a  cagione  de'  pro- 
seliti giudei,  e  non  per  sempre.  Ma  intanto  il  Danna  si 
guastava  co' suoi  colleghi  per  una  quistione  di  astinenza 
dagli  animali  soffocati,  avea  discordie  e  traevasi  im- 


(l)  "  Tantòt  les  deux  langages  pesle  mesle,  ce  qui  nous  confond 
l'esprit."  Faverot,  La  colombe  de  Noè,  p.  357. 
Iti  degli  Ap.,  xv,  29. 


202 

bronciato  nell'isolamento.  Finì  per  trovare  uggioso  il 
culto  riformato,  che,  per  verità,  era  allora  freddo  più 
che  mai,  e  s' ingegnava  ad  introdurre  qualche  varia- 
zione nel  rituale,  quando  s'accorse  ch'era  come  toccare 
l'arca  santa.  Quindi  si  trattenne,  si  ripiegò  in  se,  si  chiu- 
se nel  suo  studiolo,  lesse  qualche  trattato  di  un  cardi- 
nale e  diversi  altri  scritti  polemici.  Ne  restò  come  sba- 
lordito. L'appariscente  unità  della  Chiesa  Romana,  lo 
splendore  de' suoi  riti,  visti  da  lungi  «per  lo  forame» 
della  cella  in  cui  si  era  da  se  confinato,  accesero  l' a- 
nima  sua  infiacchita  e  languente.  Che  fare  ?  Già  le  sue 
genti  mormoravano  di  fuori  che  non  e'  era  più  verso 
di  udire  da  lui  una  parola  contro  la  Chiesa  Romana. 
Era  sospetto  e  lo  capì.  Alfine  si  decise.  Scese  al- 
l'Ospizio degli  Angeli,  in  Torino,  e  abiurò  nella  prima- 
vera del  1678  alla  presenza  del  duellino  Vittorio  Ame- 
deo II,  appena  dodicenne,  e  della  duchessa  reggente, 
che  gli  fecero  da  padrino  e  da  madrina.  Fu  tosto 
nominato  dottore  in  legge  e  consigliere  ducale,  con 
pensione  annua  di  cento  scudi. 

Ecco  una  vittoria  a  lungo  agognata  da' frati  mis- 
sionari. N'  erano  gongolanti,  e  si  domandavano  tra 
loro  come  la  si  potesse  volgere  a  maggior  gloria  della 
loro  missione.  Il  Danna  si  piegò  docilmente  ai  loro 
intenti.  Mise  fuori  i  motivi  della  sua  conversione  in 
un  breve  trattato  che  ebbe  per  titolo  :  La  Religione 
romana  riconosciuta  la  religione  de  Santi.  Era  de- 
dicato alla  duchessa  madre.  Uscì  quindi  la  sua  Catto- 
lica Confessione  di  fede,  destinata  al  suo  popolo  di  S. 
Giovanni,  ove  esponeva  ventisei  articoli  che  vediamo 
ripubblicati  e  corredati  di  annotazioni  più  copiose 
nelle  sue  Colonne  della  religione  cattolica,  di  cui 
volle  far  omaggio  al  giovine  duca.  (1)  I  pastori  delle 


(1)  La  Religione  Romana  etc   alci  a  Lione  poche  settimane  dopo 


203 
Valli  pretesero  che  l'abiura  di  Danna  avesse  per  mo- 
vente l'ambizione  congiunta  all'avarizia.  Lì  per  lì,  non  si 
capisce  ancora  che,  per  spiegarla,  sia  necessario  ricor- 
rere a  quelle  ragioni,  benché  non  sia  provato  neppure 
che  non  vi  avessero  che  vedere  (1).  Sorprende  intanto 
vederlo  mutato  sì  completamente,  né  solo  quanto 
alle  credenze,  già  calviniste  e  ora  cattoliche,  ma  den- 
tro ìiell'  animo,  da  cui  si  direbbe  che  una  mano  invi- 
sibile gli  strappasse  perfino  la  fibra  valdese.  Non 
sente  più  alcun  rispetto  alla  memoria  degli  avi,  e  la 
sua  disinvoltura  sa  di  cinismo  quando,  insultando  alla 
coscienza  de  suoi  compatrioti,  ha  l' ardire  di  acca- 
gionarli delle  tribolazioni  in  cui  versano  per  fatto  dei 
loro  nemici. 

Ma  dove  il  Danna  finisce  di  rivelare  1'  animo  suo  e 
ci  porge  egli  stesso  la  chiave  della  sua  evoluzione,  si  è 
nell'ostentazione  che  mena  de' suoi  nuovi  titoli  e  nelle 
smaccate  adulazioni  prodigate  al  Duca.  In  fronte  al 
suo  ultimo  scritto,  si  dà  per  «  già  ministro  a  San  Gio- 
vanni e  ora  dottore  in  legge  e  consigliere  di  Sua  Al- 
tezza Reale», confermando  visibilmente  il  sospetto  che 
aveano  da  parecchio  tempo  le  genti  nelle  Valli,  eh'  egli 
avesse  cercato  gli  onori.  Al  Duca  poi  egli  ricanta  che 
la  casa  di  Savoia  è  lo  specchio  di  ogni  perfezione,  e  così 
parla  :  «  Se  ammiro  le  qualità  ed  i  vantaggi  che  vanta- 
rono i  più  gloriosi  monarchi  ricordati  nella  storia,  non 
ne  vedo  alcuno  di  cui  i  perfetti  lineamenti  non  appari- 


F abiura,  ossia  nel  giugno  1678.  Rivolto  al  popolo  riformato  di  San 
Giovanni,  quel  trattateli^  è  scritto  in  lingua  italiana,  "come  a  voi 
stata  sempre  più  intelligibile  e  familiare."  La  Catholique  Confexsion 
de  foii,  fu  pubblicata  a  Torino  in  luglio  1679,  e  la  dedica  al  popolo 
di  San  Giovanni  reca  la  data  del  20  luglio  1679,  eh' è  la  data  stessa 
di  quella  al  Duca  Vittorio  Amedeo  II  nelle  Colon nes  de  la  religion 
catholique. 

(1)  Examen  <l<  itnolifs  qui  oni  porte  M.  Danne  à  changer  de  religion, 
scritto  da  quel  Pietro  Grosso  che  conosciamo,  l'an.  1678. 


204 

scano  sulla  vostra  faccia.  Riconosco  in  voi  un  Mosè, 
per  bellezza,  mitezza  e  clemenza;  un  Davide,  per  va- 
lore, forza  e  coraggio;  un  Salomone,  per  gloria,  sa- 
pienza e  magnificenza;  un  Giosia,  per  zelo,  pietà  e 
devozione;  uno  superiore  di  assai  a  Tito,  che  era  pur 
l' amore  e  la  delizia  dell'  universale.  Alla  felicità  vo- 
stra, solo  una  cosa  mancherebbe,  di  avere  cioè  tutti  i 
vostri  sudditi  domestici  della  vostra  fede  e  imitatori 
della  vostra  pietà.  E  sì  che  non  risparmiate  cura  di 
sorta  per  conseguire  sì  alto  fine.  Se  tutti  non  rispon- 
dono al  vostro  desiderio,  ne  so  io  il  perchè.  Hanno 
la  ragione  sopraffatta  dalle  loro  preoccupazioni,  in- 
duriti gli  orecchi  così  da  non  udire  la  voce  di  Dio. 
In  quanto  a  me,  se  per  la  mia  nascita  e  educazione 
sono  andato  per  trentasette  anni  dietro  ai  loro  pen- 
sieri, rendo  al  presente  grazie  a  Dio  che  me  ne  trasse 
fuori  colla  sua  mano  potente.  »  (1) 

Siamo  noi  in  presenza  di  un'abiura  o  di  un'aposta- 
sia? «  Abiura,  sentenzia  il  Tommaseo,  è  1'  abbandono 
di  falsa  opinione  o  credenza,  per  abbracciarne  una 
vera.  Apostasia  è  il  suo  contrario.  »  Ma  chi  giudi- 
cherà se  la  fede  ssia  vera  o  falsa,  non  diciamo  nelle 
formole,  che  si  possono  sindacare,  ma  nel  cuore?  Solo 
Iddio.  Ad  ogni  modo,  i  frati  missionari  levarono  gran- 
dissimo rumore  per  codesta  abiura,  e  gongolanti  di- 
cevano alle  genti  delle  Valli:  Vedete,  non  solo  foste 
incapaci  di  rispondere  agli  scritti  nostri,  ma  uno 
de'  vostri  pastori  si  è  dovuto  arrendere  all'  evidenza 
delle  nostre  ragioni.  Che  vi  rimane  a  fare  se  non  di 
seguirne  l'esempio?  Lo  scandalo  era  tanto  da  neces- 


(1)  Colonnes  etc.  Bisogna  dire  che  il  francese  fosse  in  uso  a  Torino 
almeno  quanto  nelle  Valli,  se  il  Danna,  che  predicava  di  solito  in 
italiano,   s' indirizzava  al  Duca  in  codesta  lingua. 


205 
sitare  una  risposta  solenne,  e  questa  non  si  fece  molto 
aspettare. 

Era  pastore  a  Fenestrelle  Tommaso  Gautier,  educato 
alle  teologiche  discipline  nelle  accademie  di  Die  nel 
Delfinato,  e  di  Ginevra.  Mosso  dalle  premure  de'  suoi 
colleghi  e  più  ancora  dal  suo  ardente  sdegno,  s' ac- 
cinse a  ribattere  l'ultimo  libro  del  P.  Faverot,  e  l'anno 
1679  diede  alle  stampe  a  Ginevra  un  grosso  volume 
intitolato:  Risposta  per  le  Chiese  delle  Valli  di  Pie- 
monte a  messer  Illuminato  Faverot.  Nel  porgere  ai  pa- 
stori, anziani  e  fedeli  di  quelle  Chiese  la  sua  ponderosa 
confutazione,  che  non  sarà  qui  il  caso  di  ricordare 
diffusamente,  indirizzò  loro  nella  prefazione  alcune 
opportune  avvertenze,  in  cui  è  facile  scorgere  le  ansie 
che  travagliavano  gli  animi  de'  Valdesi.  Accennando 
al  caso  di  Danna,  non  esita  a  scorgervi  una  perver- 
sione, per  dirla  all'inglese,  anzi  che  una  conversione, 
e  a  far  sua  l'opinione  generale  che  l'attribuiva  a  spi- 
rito venale,  stimmatizzando  la  sua  condotta  con  ro- 
venti parole.  Concludeva  esortando  i  suoi  correligio- 
nari a  considerare  che,  se  ogni  esercito  ha  i  suoi  di- 
sertori, ogni  gregge  le  sue  pecore  rognose,  ed  ogni  aia 
la  sua  pula,  non  v'è  nulla  di  strano  che  la  Chiesa  ab- 
bia i  suoi  apostati,  quando  è  noto  che  ve  ne  furono 
già  ai  giorni  di  Cristo  e  degli  Apostoli.  Pensino  bensì 
a  ridursi  a  memoria  l' esempio  degli  avi  per  tener  ritta 
e  ferma  la  bandiera  della  fede. 

«  Ricordate,  proseguiva  il  Gautier,  le  persecuzioni 
durate  per  quella  fede.  E  dopo  avere  perseverato  per 
tanti  secoli,  ora  che  il  Figlio  di  Dio  viene  per  cingervi 
della  corona  della  gloria,  si  dirà  egli  mai  che  possiate 
rinnegarlo?  A  che,  allora,  tante  lotte  e  angustie?  Se 
né  col  ferro  nò  col  fuoco  riuscirono  a  dominarvi,  baste- 
rebbe oggi  la  vii  moneta  di  qualche  impostore?  In 
tal  caso,  non  era  necessario  sostenere  tante  tribola- 


206 

zioni.  Se  i  nostri  fratelli  di  ogni  paese  si  associarono 
ai  nostri  lutti,  se  piansero  con  noi  e  vollero  perfino 
condividere  durante  le  passate  persecuzioni  il  pane 
che  non  avevano  in  abbondanza,  non  era  già  perchè, 
venuta  la  pace,  transigessimo  cogli  avversari.  Ah!  cu- 
stodiamo il  buon  deposito  a  noi  trasmesso  traverso 
tante  afflizioni.  Avete  1'  onore  di  occupare  il  posto 
più  avanzato:  state  saldi.  Dalla  storia  delle  nostre 
Chiese  s' impara  questo,  che  furono  due  i  modi  usati 
contro  di  esse,  in  ogni  tempo,  per  abbatterle:  la 
violenza  e  l' astuzia.  Così  si  è  tentato  oggidì  con  voi. 
Tentarono  di  distruggervi  e  vi  difendeste;  ora  ricor- 
rono agli  artifizi.  Vigilino  i  pastori,  che  sono  le  ve- 
dette del  campo,  ne  cedano  per  viltà.  Vi  fu  tempo 
che  toccava  al  popolo  lo  schermirsi;  oggi  tocca  prin- 
cipalmente ai  pastori.  Ad  essi  incombe  1'  ufficio  di 
vegliare  alle  fonti,  onde  l' acque  non  siano  avvele- 
nate, e  di  smascherar  l'errore  e  la  superstizione,  resi- 
stendo con  vigore  a  coloro  che  mirano  a  corrompere 
la  fede.  >>  (1) 

Danna  e  Gautier  ebbero  troppo  diverso  destino. 
Mentre  il  primo  si  pavoneggiava  a  Torino  e  godevasi 
gli  ozi  della  pensione,  il  secondo  passava  a  Die,  di 
là  dal  confine,  per  pochi  anni,  poi  in  esilio.  Or  quale 
sarà  il  destino  del  popolo  delle  Valli  durante  il  pe- 
riodo che  sta  per  aprirsi,  pieno  di  nuove  e  spaven- 
tevoli tribolazioni?  Certo,  niuno  lo  potrebbe  arguire, 
né  da'  pronostici  venali  di  Danna,  l'adulatore,  ne  dalla 
schietta  riprensione  del  pastore  di  Fenestrelle. 


(1)  "  Dans  les  épreuves  précédentes  c'étoit  aux  peuples  de  tra- 
vailler  à  parer  les  coups  ;  dans  celle-ci  c'est  principalement  aux 
pasteurs  à  le  faire."  Prefazione.  Risulta  dagli  atti  sinodali,  an.  1693, 
che  il  Gautier  scrisse  cpuel  libro  dietro  richiesta  de'  pastori  delle 
Valli,  che  spesero  a  quel  fine  50  scudi. 


207 


CAPITOLO  OTTAVO 


L'  Esilio. 


Andò  fuori  del  suo  paese,  per  l'af- 
flizione e  per  la  gravezza  della  ser- 
vitù Dimora  fra  le  genti  e  non  trova 
riposo. 

Lamentazioni,  i,  3. 
Vogliam  morire  in  patria  noi  altri. 

Un  esule  valdese. 
Quelle  genti  bau  più  caro  di  farsi 
sbranare  nel  loro  paese  che  di  cam- 
par bene  altrove. 

Una  spia  ducale. 
Io  li  pianterò  in  sulla  loro  terra  e 
non  saranno  più  divelti. 
Amos  ix,  lo. 


Quando  il  re  Luigi  XIV  stava  per  firmare  la  re- 
voca dell'  editto  di  Nantes,  che  avea  assicurato  già 
lungamente  in  Francia  la  tolleranza  del  culto  rifor- 
mato, scrisse  di  proprio  pugno  queste  parole  al  suo 
ambasciatore  di  Torino  :  «  Ho  vietato  ogni  esercizio 
della  pretesa  Religione  Riformata  nel  mio  regno  con 
decreto  che  verrà  quanto  prima  spedito  a  tutti  i 
miei  parlamenti,  e  avrei  assai  caro  che  il  Duca  di  Sa- 
voia potesse  approfittare  di  sì  fausta  occorrenza  per 
ricondurre  i  suoi  sudditi  alla  nostra  religione.  »  (1) 


(1)  Corrispondenza  coli' ambasciatore  d'  Arcy,  presso  Rochas  d'Ai- 
glun,  Les  Vallées    Vaudoises,  p.   102  e  segg. 


208 

Vittorio  Amedeo  II,  duca  di  Savoia,  era  giovanis- 
simo. Avea  sposato  Amia  di  Orléans,  nipote  del  Re. 
Se  inclinava,  come  si  pretende,  a  voler  fare  da  se,  il 
cimento  fu  duro.  La  sua  prima  mossa  lascia  per  lo 
meno  scorgere  una  pensierosa  indecisione,  e  qualche 
riluttanza.  Rispose  al  prepotente  zio  :  «  I  miei  prede- 
cessori misero  già  più  volte  le  mani  a  reprimere  i  Val- 
desi e  ne  seguirono  gravi  disordini.  »  Ma  Luigi,  assi- 
duo, tenace  e  viepiù  imperioso,  s' adoperò  a  persua- 
derlo che  il  suo  onore  fosse  interessato  nella  «  graude 
impresa,  »  e,  reciso,  soggiungeva  :  Se  ha  da  riuscire, 
non  sarà  co'  soliti  piccoli  mezzi.  Il  Duca  si  chiuse  in  un 
misterioso  silenzio.  Quando  1'  ambasciatore  gli  offrì 
di  valersi  delle  milizie  francesi  già  scorazzanti  sui  con- 
fini, non  rispose.  Chi  sa  che  non  sospettasse  un  ag- 
guato. Alfine,  il  Re  gli  mandò  a  dire  che  non  era  di- 
sposto a  tollerare  che  i  suoi  sudditi  riformati  trovas- 
sero asilo  nelle  confinanti  vallate  ;  si  decidesse,  se  avea 
cara  la  sua  amicizia.  A  quella  pressione,  e  non  ad  al- 
cuna mossa  ribelle  de' Valdesi,  è  da  ascriversi  il  primo 
bando  dell'  Israele  delle  Alpi. 


Il  primo  bando. 

Vittorio  Amedeo  piegava  il  capo  ai  cenni  del  mo- 
narca di  Francia,  come  questi  a'  suggerimenti  di  con- 
fessori e  di  cortigiane  bigotte.  Era  però  da  sospet- 
tarsi che  la  religione  porgesse  a  Luigi  pretesto  a 
colorire  i  suoi  politici  divisamenti.  Forse  premeva- 
gli  fin  d'  allora  che  il  nipote  non  si  lasciasse  tirare  a 
far  parte  della  lega  che  si  ordiva  contro  la  Francia, 
e  pensò  a  prevenirlo  occupando  i  confini.  Il  Duca, 


209 
pur  sospettando  il  giuoco,  finì  per  fare  buon  viso  alle 
rimostranze  del  Re  ed  emanò  l'editto  del  31  gen- 
naio 168(3.  modellato  su  quello  della  Revoca.  Per  esso 
erano  aboliti  gli  antichi  privilegi,  doveano  cessare  le 
riunioni,  venir  rasi  i  templi,  ed  i  pastori  ed  i  maestri 
uscire  dagli  Stati  o  convertirsi  alla  fede  cattolica, 
tempo  quindici  giorni,  se  volevano  salva  la  vita.  Agli 
altri  s' intimava  l' abiura,  né  più  ne  meno  ;  frattanto, 
consegnassero  i  loro  nati,  pena  la  pubblica  flagella- 
zione e  la  galera. 

L' editto  atroce  commosse  tutta  quanta  l' Europa 
protestante.  Una  Dieta  convocata  a  Basilea  delegò 
speciali  commissari  al  Duca  di  Savoia;  ma  lo  trova- 
rono chiuso  più  che  mai,  e  quando  parlò,  fu  per  dire 
che  il  dado  ormai  era  tratto.  Che  volete,  diceva  poi 
lavandosi  le  mani,  son  le  ruote  grandi  che  fan  muo- 
vere le  piccole.  Avutone  licenza,  i  commissari  si  re- 
carono a  visitare  i  Valdesi,  prima  a  Luserna,  e  di  lì 
al  villaggio  degli  Odini,  in  Angrogna,  ov'  era  stata 
bandita  una  conferenza.  Era  il  24  di  marzo.  Riferi- 
rono di  avere  invano  supplicato  il  Duca  di  ritirare 
il  suo  editto;  pertanto,  essere  la  situazione  oltre  ogni 
dire  pericolosa.  I  vostri  nemici  sono  uniti,  dicevano 
i  commissari,  vogliono  disperdervi,  e  niente  accenna 
per  ora  ad  una  guerra  generale  contro  la  Francia. 
D' altronde,  ove  scoppiasse,  quali  milizie  potrebbero 
recarvi  aiuto  traverso  le  Alpi?  In  tanta  distretta,  al- 
tro consiglio  non  vi  resta  che  di  abbandonare  il  vo- 
stro paese. 

Quel  ragionare  parve  duro;  non  si  poteva  però  ne- 
gare che  fosse  ponderato  e  prudente.  Due  giorni 
dopo  fu  tenuta  un'  altra  conferenza  nel  tempio  del 
Ciabas,  presente  il  segretario  de'  commissari.  Essa 
parve  piegare  alla  rassegnazione,  ma  accampò  alcune 
difficoltà.  Il  Duca  si  risentì;  rispose  che  non  trattava 

Star.    Vald.  U 


210 

con  sudditi  armati;  prima  ponessero  giù  le  armi,  poi 
chiedessero  come  grazia  la  libertà  di  spatriare.  A 
quella  mossa,  gli  animi  si  concitarono  viepiù  e  co- 
minciò a  prevalere  il  partito  della  resistenza.  E  quando 
uscì  il  barbaro  editto  del  9  aprile,  a  confermare  il 
precedente  ed  intimare  lo  sgombero  immediato,  si 
levò  nelle  Valli  un  grido  d' indegnazione.  Quell'editto 
parve  non  solo  barbaro,  ma  insidioso,  e  fu  respinto 
in  due  adunanze  tenute  a  Roccapiatta.  Così  cessa- 
rono i  negoziati.  Ora  è  opportuno  che  noi  diciamo 
chi  era  Y  uomo  che  più  d'  ogni  altro  caldeggiava  la 
resistenza,  perchè  avrà  gran  parte  negli  avvenimenti 
che  stiamo  per  narrare.  (1) 

Era  Enrico  Arnaud.  Nato  in  Embrun  l'anno  1641 
da  nobile  famiglia  protestante,  avea  dovuto,  giova- 
netto ancora,  passare  i  confini  «  per  fatto  di  religio- 
ne. »  Fermata  la  sua  dimora  a  Torre,  vi  avea  studiato 
il  latino  negli  anni  del  terrore,  pieni  de'  ricordi  del 
Pianezza,  dell'  eroico  Gianavello  e  dell'  esule  mode- 
ratore Legero.  S'  era  poi  recato  a  Basilea  e  in  Olan- 
da, per  gli  studi  superiori,  e  si  vuole  che,  per  alquanto 
tempo,  lasciasse  la  scuola  per  le  armi.  Infine,  era 
andato  a  studiare  la  teologia  a  Ginevra;  di  lì,  avea 
fatto  ritorno  nelle  Valli  e  vi  avea  retto  diverse  par- 
rocchie, cominciando  da  quelle  di  Massello  e  Mani- 
glia. Dove  si  trovasse,  l' anno  della  revoca  dell'  editto 
di  Nantes,  non  si  riesce  a  precisare  veramente;  ma 
all'ora  del  pericolo  lo  vediamo  sulla  breccia.  Avea 
natura  di  soldato,  temperata  alquanto  dalla  voca- 
zione pastorale;  era  magnanimo,  violento  e  non  sce- 
vro di  ambizione.  Non  ci  stupisca  pertanto  che,  ben- 


(1)  V.  Enrico  Arnaud  pastore  e  dvce  dà  Valdesi,  cenno  biogra- 
fico di  Emilio  Comba,  Firenze,  tip.  Claudiana,  1889.  C'fr.  con  altro 
mio  scritto  intitolato:  Henri  Arnaud,  sa  vie  et  ses  lettr.s,  Torre 
Pellice,   1889. 


211 

che  avesse  già  il  carico  di  una  famiglia,  scattasse,  a 
dir  così,  pronto  ad  affrontare  ogni  pericolo  per  l'onore 
della  bandiera  valdese  e  del  suo  nome.  In  lui  i  com- 
missari di  Berna  e  di  Zurigo  incontrarono  l' anima 
dell  opposizione.  Spingeva  il  popolo  alla  difesa,  e 
poiché  mancavano  i  mezzi,  volò  in  Isvizzera  per  cer- 
carvi aiuto  di  consiglio  e  di  armi;  invano  però.  Le 
istruzioni  del  veterano  Gianavello,  esule  a  Ginevra. 
e'  erano  sì  ;  ma,  senza  sussidio  di  uomini  armati  e  di 
denaro,  come  valersene?  Perciò  non  fu  possibile  una 
resistenza  unita,  compatta.  Intanto,  il  23  di  aprile 
cominciarono  le  ostilità.  Le  milizie  francesi  attacca- 
rono la  valle  del  Chisone  e  quella  di  San  Martino  ; 
le  «lucali  quelle  di  Luserna  e  di  Angrogna.  Arnaud 
fu  tra  coloro  che  si  distinsero  a  San  Germano,  ove 
costrinse  il  nemico  alla  ritirata.  Però  l' assalto  com- 
binato delle  milizie  di  Savoia  e  di  Francia,  riuscì 
tosto  così  disastroso,  che  i  Valdesi  si  arresero,  almeno 
in  gran  parte.  Allora  cominciò  per  questi  una  prigionia 
crudele  e  contro  ai  renitenti  una  caccia  selvaggia, 
intesa  a  snidarli  tutti  e  per  sempre  dalle  natie  val- 
late. <<  Si  tratta,  scriveva  la  duchessa,  di  purgarle 
interamente  e  di  non  lasciarvi  un  solo  abitante.  »  (1) 
Al  generale  Catinat,  che  avea  il  comando  delle  milizie 
francesi,  ne  fu  commesso  l' incarico  ;  ei  lo  gradì,  e  il 
Duca  deposto  ornai  ogni  rispetto  per  i  suoi  sudditi 
valdesi  glieli  additava  col  dire:  «  Xettate  il  paese  da 
quelle  oscenità.  »  (2)  Il  Catinat  superò  forse  la  sua 
stessa  aspettazione,  e  la  sua  relazione  dice  le  cose 
con  serena  e  brutale  verità. 

«  Questo  paese,  scrive  il  generale,  è  interamente 
desolato.  Xon  vi  avanza  più  nulla,  ne  popolo  uè  be- 


li) Lett.  del  i  maggio  1686. 
(2)  Lett.   .lei  2  maggio  1686. 


212 

stiame,  perchè  non  v'  è  ornai  altura  che  non  sia  stata 
frugata  e  dov'  io  non  mandi  ancora  gente  ogni  dì. 
Le  truppe  provarono  qualche  fatica  per  1'  asperità 
de'  luoghi,  ma  il  soldato  si  compensò  col  bottino.  II 
Duca  di  Savoia  tiene  prigioni  circa  ottomila  anime. 
Quel  che  sia  per  farne,  ignoro.  Confido  che  non  la- 
sceremo questo  paese  che  prima  questa  razza  di  bar- 
betti  non  sia  del  tutto  distrutta.  Ordinai  di  usare  un 
po'  di  crudeltà  contro  coloro  che,  nascosti  ne'  monti,, 
ci  costano  la  fatica  di  cercarli  e,  sorpresi  e  sopraf- 
fatti, han  cura  di  lasciarsi  trovare  inermi.  Coloro  che 
arrestiamo  armati,  se  non  vengono  subito  uccisi,  pas- 
sano per  le  mani  del  carnefice  »  (1). 

Almeno  qui  sappiamo  che  la  crudeltà  è  voluta.  E 
allora,  sarà  egli  da  farsi  meraviglia  che  si  rinnovas- 
sero le  orride  scene  delle  ultime  persecuzioni,  senza 
distinzione  evidente  fra  armati  ed  inermi,  e  neppure 
fra  uomini,  donne  e  fanciulli?  Abbiamo  sotto  gli  oc- 
chi una  minuta  relazione  valdese  che  riferisce  cose 
spaventevoli,  le  quali  ricordano  i  misfatti  e  gli  orrori 
descritti  da  Legero.  Qua  povere  donne  fucilate,  mar- 
toriate, per  avere  tentato  di  sfuggire  all'  onta;  là, 
pargoli  uccisi  nel  seno  delle  madri  ancor  prima  di 
nascere,  fanciulli  trucidati  negli  antri  ove  s' erano  na- 
scosti, vecchi  precipitati  dalle  roccie,  perfino  qualche 
idiota  tirato  a  coda  di  cavalli  per  le  strade.  Tra'  mar- 
tiri di  quella  persecuzione  fu  il  pastore  Leidetti.  Me- 
nato a  Luserna,  condannato,  salì  il  patibolo  benché 
non  1'  avessero  colto  armato,  ma  in  atto  di  cantare 
salmi.  «  Morì  come  un  santo,  »  dice  la  nostra  rela- 
zione (2). 


(1)  Lett.   «lai  Clos  dei  Malanot,  9  maggio  168G. 

(2)  Hist.  de  In  ■peraécution  arrivée  l'mi  1686,  stampata  a  Rotter- 
dam nel  1689.  Non  occorre  dire  che  i  cronisti  cattolici  negano 
quelle  crudeltà,   forse  esagerate  ;  così  il  Garola  per  esempio. 


213 

E  che  diremo  de'  prigioni?  Il  loro  numero,  già 
enorme,  crebbe  ancora,  e  la  loro  miseria  è  tale,  che 
desta  raccapriccio.  Per  evitare  esagerazioni,  attenia- 
moci ancora  a  quanto  ne  scrive  il  generale  francese: 

Quando  ebbi  1'  onore  di  licenziarmi  dal  Duca, 
presi  la  libertà  di  parlargliene.  Egli  tiene  in  mano 
presso  che  diecinnT  anime  di  quel  popolo.  Sono  di- 
stribuite in  tutte  le  città  del  Piemonte  e  custodite 
molto  rigorosamente.  Ricevono  da  lui  del  pane  in 
economica  proporzione,  secondo  1'  età...  La  malattia 
e  l' infezione  si  sono  messe  attorno  a  quelle  genti 
quasi  ovunque.  Morranno  per  metà  quest'  estate.  Si 
trovano  in  un  clima  affatto  diverso  da  quello  del 
paese  natio,  benché  ne  siano  poco  distanti.  Dormono 
e  mangiano  male,  pigiati,  alla  rinfusa;  i  sani  non  pos- 
sono non  respirare  un'  aria  pestifera.  E  patiscono  di 
tristezza  e  melanconia,  uè  senza  giusto  motivo,  privi 
come  sono  dei  loro  beni,  incerti  se  vi  sia  un'  uscita 
alla  lor  prigionìa,  e  separati,  forse  per  sempre,  dalle 
mogli  e  dai  figliuoli  che  non  vedono  più  e  non  sanno 
che  cosa  siano  divenuti  »  (1). 

Non  è  a  dire  quanta  fosse  l' intolleranza  a  cui  ve- 
nivano esposte  ogni  dì  quelle  povere  vittime  per 
parte  degli  aguzzini  e  perfino  del  personale  diri- 
gente 1'  amministrazione  delle  prigioni.  Ma  in  cotali 
circostanze,  di  che  si  avrebbe  a  stupire?  Bene  è  me- 
raviglia, e  ci  preme  ricordarlo,  che  alcuni  religiosi 
entrassero  in  quel  pandemonio  a  porgere  esempio  di 
vera  carità  (2). 

Frattanto  il  Duca  riceveva  congratulazioni  e  lodi 
da  ogni  parte,  almeno  in  Italia.  Il  papa  Innocenzo  XI 
ne  die  il  segnale  con  un  breve  in  data  del  28  maggio, 


(1)  Lett.  da  Casale,  U9  giugno  1686. 

(2)  Y.   Salvagiotti,   Memorie. 


214 

col  quale  felicitava  Vittorio  Amedeo  per  avere  fre- 
nato 1'  eresia  valdese  colle  armi.  Le  relazioni  della 
«  campagna  contro  i  Valdesi,  )>  per  usare  la  frase 
consacrata,  furono  molte  e  quasi  tutte  adulatorie. 
Citiamo  poche  righe  di  una  di  esse  che  vediamo  cir- 
colare a  quei  tempi  con  favore  speciale.  Volgendosi  al 
principe,  così  dice  lo  scrittore: 

i<  Quel  che  non  poterono  i  vostri  antecessori,  ben- 
ché lo  abbiano  tentato  ventisei  volte  e  spesso  col- 
1'  aiuto  delle  prime  potenze  del  mondo,  era  riservata 
a  voi  la  gloria  di  compierlo.  Avete  vinto  degli  osti- 
nati che  il  crudele  spirito  di  ribellione,  unito  alla 
posizione  de'  luoghi  da  essi  abitati,  avea  fatto  credere 
invincibili.  Per  opera  vostra  è  compiuto  il  gran  mi- 
racolo che  molti  secoli  non  aveano  potuto  vedere  e 
a  cui  intesero  tanti  sovrani  e  tante  migliaia  di  uo- 
mini, senza  venirne  a  capo.  Può  dirsi  che  la  vostra 
risoluzione  fu  al  tutto  degna  di  un  perfetto  eroe,  di 
un  principe  eccellente  nell'  arte  di  regnare  e  di  un 
vero  cristiano...  Sì,  voi  siete  fra  tutti  i  principi  colui 
che  segue  più  fedelmente  le  traccie  di....  Luigi  il 
Grande  !  »  (1) 

Ora,  quale  destino  aspetta  quel  popolo  di  prigioni? 
In  quanto  ai  fanciulli,  che  ammontavano  a  più  di 
duemila,  si  pensò  di  provveder  loro  in  questo  modo. 
Suadente  lo  zelo  di  propaganda  e  forse  anche  un 
tantino  l'economia,  venne  fuori,  nelle  case  patrizie,  la 
moda  di  avere  il  piccolo  catecumeno,  come  si  diceva. 
«  Il  bel  mondo  ne  faceva  pompa  e  ne  collocava  uno  o 
due  dietro  le  carrozze,  coperti  di  un  berretto  di  parti- 
colar  forma,  perchè  fossero  riconosciuti  e  notati.  Ma 
la  moda  passò,  e  quegl'  infelici  abbandonati,  o  diven- 


(!)  Relaz.  della  campagna  contro  i  Valdesi,  stampata  nel  Mercuri 
firmata  De  Vizé. 


e  firmata  De  Vizé 


215 
tarono  tristi  o  morirono  miseramente  )>  (1).  Rima- 
nevano i  genitori.  Che  farne?  Porli  in  altre  parti 
degli  Stati,  non  conveniva,  pensava  il  Duca,  anche 
se  abiuravano.  D'altronde,  non  voleva  mancare  alla 
parola  data  a  coloro  che  s'erano  resi  a  discrezio- 
ne, e  perciò  li  rifiutò  ai  Veneziani  che  aveano  fatte 
offerte  per  arruolarli  nelle  loro  ciurme.  Oramai  la 
propaganda  avea  raccolta  larga  messe  di  abiure,  la 
morte  accumulava  troppe  vittime,  e  la  cassa  dello 
Stato  suggeriva  economie.  Per  finirla,  Vittorio  Ame- 
deo si  acconciò  a  lasciare  che  i  Valdesi  uscissero 
da'  suoi  dominii.  Bisogna  dire  che,  da  una  parte,  era 
sollecitato  a  farlo  per  le  assidue  istanze  degli  Sviz- 
zeri ;  d' altra  parte  vi  era  spinto,  e  più  forse  di  quel 
che  non  apparisca,  per  le  rappresaglie  di  una  pic- 
cola banda  di  Valdesi  avanzati  dalla  persecuzione, 
su  ne'  loro  monti,  e  deliberati  ad  impedire  che  altre 
genti  venissero  a  godersi  pacificamente  le  loro  terre 
abbandonate,  finche  l' emigrazione  non  avesse  luogo 
in  modo  regolare  e  a  spese  del  governo. 


II. 
La  dispersione. 

«  Andate,  eretici,  razza  del  diavolo;  guardate  an- 
cora una  volta  le  vostre  montagne,  poi  mai  più.  » 

Questo  saluto,  che  gli  esuli  aveano  udito  alle  loro 
spalle  fin  da  Luserna,  li  seguì  verso  i  confini.  Sco- 
tendo  il  capo,  mormoravano  tra  '1  pianto  delle  donne: 
«  Non  v'  è  più  umanità  in  quella  gente  »  (2).  Erano 


(1)  Carutti,  Storia  del  Regno  di  Viti.  Amedeo  II,  1863,  p.  103. 

(2)  Salvagiotti,  ibid. 


216 

più  di  dodicimila  quando  s'erano  resi  a  discrezione; 
assai  meno  numerosi  uscirono  dalle  prigioni,  ed  ora 
per  il  freddo,  giacché  s' era  nel  cuore  di  un  rigido 
inverno,  e  per  i  disagi,  le  malattie  e  la  fame,  molti 
cadevano  per  via.  «  Appena  tremila  riuscirono  a  ri- 
parare in  Isvizzera,  »  insieme  con  pochi  avanzi  della 
loro  prole  (1). 

Ginevra  aprì  le  sue  porte,  come  sempre.  La  sua 
ospitalità,  pur  messa  alla  prova  da  legioni  di  fuoru- 
sciti Ugonotti,  non  era  esausta.  Le  sue  mura  che  cin- 
gevano una  popolazione  minore  di  quella  che  aveano 
avuta  le  Valli  valdesi,  parevano  allargarsi  per  dar 
luogo  a  tutti.  Certo  l' esempio  suo  in  quei  calamitosi 
tempi  fu  tale,  che  piace  vederlo  lodato  come  «  il 
maggiore  che  ci  presenti  la  storia  dell'  umana  fratel- 
lanza »  (2). 

Fra  coloro  eh'  erano  usciti  dalle  sue  porte  incontro 
ai  nostri  esuli,  era  un  vecchio  che  noi  conosciamo,  il 
Gianavello.  Egli  consacrò  loro  le  sue  cure  più  amo- 
rose. Del  resto,  1'  ospitalità  ginevrina  era  limitata  a 
cagione  degli  accordi  passati  col  Duca  di  Savoia; 
il  quale  avea  posto  per  la  liberazione  de'  Valdesi  la 
condizione,  che  non  si  fermassero  presso  i  confini, 
ma  venissero  internati  nella  Svizzera  e,  possibil- 
mente, avviati  più  oltre  ancora.  D' altronde,  aveasi 
a  far  luogo  ad  altri  che  erano  in  via  e  si  aspettavano, 
laceri,  rifiniti  dagli  stenti  o  infermi,  come  i  primi.  Di- 
verse città  svizzere  gareggiarono  di  premure  verso  di 
loro  tutti,  accogliendoli  alla  loro  volta  e  partendo- 
seli. Così  fecero  Berna,  che  teneva  sotto  la  sua  si- 
gnoria il  paese  di  Vaud,  e  Zurigo,  Basilea,  Sciaftusa, 
e  altre,  le  quali  provvidero  alloggi,  sussidi!  e  lavoro. 


(1)  Morikofer,  ffist.  dea  réfugiés  etc.,  1S78,  p.  260. 

(2)  Michelet,  Hist.  de  Fremer,  XIII,  357. 


217 

Erano  appena  fermi  i  rifugiati  valdesi,  che  lo 
sguardo  loro  si  volgeva  indietro  verso  i  figliuoli 
sparsi  nel  Piemonte,  e  verso  i  pastori  ancor  ritenuti 
in  prigione,  e  più  oltre,  verso  le  care  montagne.  E 
sentirono  indicibile  amarezza  di  tanta  separazione. 
Seppero  poi  che  le  loro  terre  erano  state  vendute  in 
parte,  in  parte  serbate  al  fisco  e  donate  al  clero  ed 
a  vari  ordini  religiosi,  e  quella  notizia  contribuì  assai 
a  far  nascere  in  essi  il  desiderio  del  rimpatrio  per 
farsi  bravamente  giustizia,  coni'  era  avvenuto  nella 
valle  di  Saluzzo,  a'  tempi  della  marchesa  Marghe- 
rita, che  avea  finito  per  riconoscere  i  fatti  compiuti. 

Ecco  perchè  il  Duca  di  Savoia  invigilava  i  nostri 
esuli  mercè  i  suoi  agenti.  Una  spia  avendo  chiesto 
ad  alcuni  di  loro  perchè  non  migrassero  più  oltre, 
ebbe  questa  risposta:  «  Yogliam  morire  in  patria 
noialtri.  »  E  da  altri  discorsi  avea  raccolto  tanto  da 
potere  asserire  nella  sua  relazione:  «  Quelle  genti 
han  più  caro  di  farsi  sbranare  nel  loro  paese,  che  di 
campar  bene  altrove  »  (1).  Si  dolevano,  al  postutto, 
di  non  aver  serrato  a  tempo  le  loro  file  intorno  alla 
bandiera  rizzata  da  Enrico  Arnaud,  per  vincere  o 
morire,  tanto  diventava  insopportabile  la  vita  che 
ora  strascinavano.  Irrequieti,  tormentati  dal  male  di 
patria,  riuscivano  molesti,  tormentosi,  massime  dove 
stavano  più  a  disagio.  Gli  Svizzeri,  che  aveano  spe- 
rato di  avviarli  verso  il  Xord  ed  erano  riusciti  a  ot- 
tenere buone  promesse  da  principi  e  duchi  di  Ger- 
mania, al  vedere  i  loro  ospiti  irresoluti,  poco  aperti 
a  prospettive  di  codesto  genere,  e  per  di  più,  mal- 
contenti, non  si  davano  pace,  ed  i  predicatori,  soliti 
a  quei  tempi  farsi  interpreti  della  pubblica  opinione, 
li  investivano  alcuna  volta  assai  ruvidamente.  Per  ve- 


(1)  Mòrikofer,  op.  cit  ,  p.   357. 


218 

rità,  parecchi  s'erano  mossi,  per  cercar  pane  nel  Wiirt- 
temberg  e  fin  su  nel  Brandeburgo,  non  senza  ricono- 
scere i  benefici  avuti,  il  che  appare  chiaro  abbastanza 
dalla  lettera  seguente  che  nel  partire  aveano  diretta 
ai  signori  di  Berna: 

«  Benché  ci  manchino  le  parole  sufficienti  ad  espri- 
mere la  riconoscenza  che  proviamo  per  i  vostri  bene- 
fizi, ne  saremmo  assolutamente  indegni  se,  prima  di 
allontanarci  dai  vostri  Stati,  non  vi  rendessimo  umi- 
lissime grazie.  Speriamo  che,  dietro  1'  esempio  del  Si- 
gnore che  si  contenta  delle  benedizioni  e  delle  lodi 
delle  sue  creature,  le  Eccellenze  vostre  gradiranno  le 
segrete  commozioni  dei  cuori  nostri,  i  quali,  compe- 
netrati dalle  vostre  benignità,  andranno  pubblicare 
nei  climi  lontani  l' immensa  carità  colla  quale  ci  ri- 
creaste e  sovveniste  ai  bisogni  nostri.  Avremo  cura 
di  istruirne  i  nostri  figli  ed  i  figli  de'  nostri  figli,  affin- 
chè sia  noto  ai  nostri  posteri  tutti  quanti  che,  dopo 
Dio,  il  quale  per  le  sue  grandi  compassioni  impedì  che 
fossimo  del  tutto  consumati,  dobbiamo  ringraziare  voi 
per  la  conservazione  della  vita  e  della  libertà.  »  (1) 

Per  verità,  il  tentativo  di  colonia  nel  Brandeburgo 
riuscì  male.  Se  i  più,  fra'  nostri  coloni,  si  fermarono 
per  necessità  qualche  anno,  altri  tornarono  invece 
subito  sui  loro  passi  e  mormoravano  :  «  Abbiamo  tro- 
vato principi  buoni,  ma  birra  cattiva.  »  S' intende  che 
il  dispetto  degli  Svizzeri  s'invelenisse  viepiù;  ma  il 
sentirsi  ospiti,  in  cotali  condizioni,  come  sapeva  di 
sale  !  Perciò,  dice  uno  de'  nostri  esuli,  «  si  risolvette 
di  rischiare  ogni  cosa  pur  di  ripatriare.  »  (2) 

Gianavello  era  colui  che,  più  di  ogui  altro,  im- 
personava quei  sentimenti.   Ma  una  ferita  che  non 


(1)  Bude,  Bull,  da  Centenalrc.  p   29. 

(2)  Così  il  capitano  Roberto  nella  sua  delazione. 


219 
guariva  mai  e  l' età  inoltrata,  lo  aveano  reso  inabile  a 
dirigere  col  braccio  l'audace  impresa.  Il  rinunziarvi 
gli  fu  amaro  sopra  ogni  dire.  Nondimeno  vi  consacrò 
la  niente  ancor  robusta,  e  attorno  a  lui  si  formarono 
le  prime  riunioni  per  discutere  la  grande  impresa, 
tanto  che  il  Consiglio  di  Ginevra  se  ne  impensierì  e, 
dietro  un  suo  cenno,  dovette  il  veterano  lasciare  la 
città  e  internarsi  nella  Svizzera.  Avea  scritto  di  pro- 
prio pugno  le  istruzioni  per  i  reduci;  le  ultimò  nel  giu- 
gno 1688.  Dopo  di  lui.  veniva  primo  Enrico  Arnaud, 
che  avea  in  mano  le  fila.  Xon  lo  perdeva  d'  occhio  il 
governo  ducale,  a  cui  non  bastò  più  l' avere  messo  la 
sua  testa  a  prezzo;  assoldava  sicari  per  sorprenderlo 
e  «  farne  fine.  »  Così  erasi  usato  già  riguardo  a  Gia- 
navello,  quando  visitava  da  Ginevra  le  sue  Valli.  Ora 
pareva  che  la  morte  di  Arnaud  fosse  il  solo  modo  di 
frenare  l'audacia  de' reduci,  tanto  più  dopo  che  erano 
falliti  uno  o  due  tentativi  e  gli  esuli  valdesi  erano  più 
che  mai  impazienti  di  venire  a  capo  dell'  impresa,  an- 
che per  tema  che,  col  differirla,  si  avesse  a  perderne 
la  speranza.  Vittorio  Amedeo  curava  da  qualche  tempo 
codesto  negozio,  e  ancora  il  dì  27  agosto  1689  scrivea 
al  suo  agente  Covone  :  «  Vediamo  com'  è  riuscito  al 
ministro  Arnaud  di  andare  a  Zurigo,  senza  dare  nella 
rete  che  gli  avevate  tesa,  e  che  sperate  sia  per  cadervi 
nel  ritorno  a  Coirà,  il  che  sarebbe  un  buon  colpo.  »  (1) 
Ma  il  buon  colpo  lo  faceva  Enrico  Arnaud,  che 
allora  era  già  sbarcato  sulla  riva  di  Savoia  e  in  via 
per  le  Valli. 

(1)  Ferrerò,  //  Rimpatrio  de'  Valdesi,   1889,  p.  41. 


220 


M 


£ 


Enrico  Aniaiul. 


221 


III. 
Il  Rimpatrio. 

Per  che  il  rimpatrio  de'  Valdesi  si  potesse  piena- 
mente effettuare,  occorreva  una  mutazione  nella  si- 
tuazione politica  che  avea  reso  1'  esodo  loro  inevita- 
bile. Già  fin  dal  mese  di  luglio  1686  erasi  formata 
una  lega  di  vari  Stati  contro  il  Re  di  Francia  ;  n'  era 
capo  il  valoroso  principe  di  Orange,  ora  divenuto  re 
d' Inghilterra,  e  ne  faceva  parte  perfino  il  Papa.  Fin- 
quì  il  Duca  di  Savoia  ne  stava  in  fuori.  Si  vuole,  per 
verità,  che  cominciasse  a  lasciarsi  smuovere;  ma 
eh'  egli  agevolasse  lo  sbarco  de'  reduci,  come  si  è 
voluto  sospettare,  quando  s'  adoperava  a  levar  di 
mezzo  il  capo  della  spedizione,  non  è  davvero  cre- 
dibile. La  rottura  colla  Francia  vorrà  giovare  ai  Val- 
desi, ma  più  tardi  soltanto.  Intanto  la  previsione  che 
dovesse  scoppiare  una  guerra  generale  e  l' avere  già 
qualche  pegno  del  favore  del  capo  della  lega,  basta- 
vano a  infiammare  la  speranza  delle  nostre  genti  che 
a  buoni  conti  Y  aveano  posta  in  Dio,  e  così  il  dado  fu 
tratto. 

Era  la  sera  del  25  o  del  26  agosto  1689  (1).  Alcune 
barche  s' accostano  al  piccolo  promontorio  di  Pré- 
monthoux,  vicino  a  Nyon,  sul  lago  di  Ginevra.  Dal 
querceto  di  Prangins,  invano  battuto  dalle  pattuglie 
svizzere,  escono  i  reduci  a  frotte  e  si  fermano  sulla 


(1)  Bisogna  avvertire  che,  pei'  l'importanza  che  si  annette  a  que- 
sta data,  ci  facciamo  lecito  attenerci,  non  al  calendario  giuliano 
ancora  in  uso  allora  presso  i  Protestanti,  ma  al  calendario  grego- 
riano già  adottato  da'  Cattolici  e  oramai  adottato  universalmente... 
salvo  che  da'  Greci  ortodossi. 


riva.  Un  uomo  si  scuopre;  dalla  capigliatura  lunga, 
castagna,  dalla  magrezza  della  faccia  vivamente  co- 
lorata, dagli  occhi  grandi  e  azzurri,  lo  si  riconosce 
subito:  è  Enrico  Arnaud.  A  un  suo  cenno,  tutti  pie- 
gano le  ginocchia  :  egli  prega  e  si  parte. 

Giunta  sulla  spiaggia  savoiarda,  fra  Nernier  e  Yvoi- 
re,  la  piccola  legione  si  raccolse.  I  reduci  erano  più 
di  settecento,  in  maggioranza  Valdesi.  Arnaud  li  di- 
vise in  venti  compagnie,  e  siccome  non  arrivò  il  capi- 
tano Bourgeois  di  Neuchàtel,  già  designato  per  il 
comando  militare,  questo  passò  alle  mani  del  capitano 
Turel  di  Die,  però  subordinatamente  al  duce  della 
spedizione,  che,  in  realtà,  era  Arnaud.  Al  levare  del 
sole,  dopo  l' orazione,  cominciarono  a  salire  su  pel 
monte  del  Voiron,  e,  seguendo  la  cresta,  passarono  a 
S.  Jeoire,  a  Cluses,  Mont  Joli  e  al  Colle  d' Iseran.  Il 
settimo  giorno,  erano  giunti  alle  falde  del  Moncenisio. 
La  traversata  di  questo  monte  restò  memorabile  per  le 
inaudite  peripezie  e  fatiche  che  1'  accompagnarono  (1). 
E  si  pensi  che,  già  l' indomani  a  sera,  le  nostre  genti 
aveano  da  sostenere  il  combattimento  di  Salbertran 
contro  il  presidio  delle  milizie  di  Francia.  Qui  parli 
uno  che  fu  testimone  : 

«  Il  marchese  di  Larrey,  che  avea  avuto  tempo  di 
far  venire  truppe  da  Pinerolo,  s'  era  anche  provvisto 
di  corde  per  legarci,  al  dire  di  lui,  e  menarci  a  Gre- 
noble per  il  nostro  processo.  Erano  superiori  a  noi  di 
un  terzo  e  più,  con  una  riviera  davanti  che  non  si 
poteva  traversare.  Non  v'  era  che  un  cattivo  ponte  di 
legno  ed  essi  stavano  accampati  dietro...  Bisognava 
vincere  o  morire.  A  notte  fatta,  fummo  in  vista.  La 
nostra  avanguardia   cominciò  col  dare  in   un'imbo- 


(1)  V.   D.   Peyrot,  VItinéraire  de    la   glorieuse    rentrée,  con  carta 
speciale,  nel  Bull,  du  Bicentenaife,  p.   1 13  e  segg. 


223 
Beata  clie,  dopo  il  primo  avviso,  ci  fece  una  scarica  a 
bruciapelo.  Il  nemico  ci  uccise  due  uomini  e  fuggì  in 
fretta,  cacciato  dalle  nostre  fucilate.  Più  avanti  in- 
contrammo una  seconda  imboscata.  Dopo  qualche 
fucilata,  ci  fermammo  a  deliberare  sul  modo  dell'  as- 
salto. I  nostri  capi  principali,  avendo  bene  conside- 
rato ogni  cosa,  convennero  che,  senz'  aspettare  il 
chiaro  di  luna  che  stava  per  apparire,  era  mestieri 
muovere  subito  all'  assalto  per  tema  che  sopravve- 
nissero al  nemico  de'  rinforzi  se  s' indugiava  dell'  al- 
tro. Subito  muovemmo  innanzi,  in  corpo,  verso  la  ri- 
viera, e  giungemmo  siili'  orlo  di  essa,  che  ancora  non 
ci  eravamo  ordinati  in  battaglia.  I  Francesi  aveano 
schierati  i  loro  battaglioni,  di  fronte,  ossia  ne'  prati 
dietro  '1  ponte,  e  ci  facevano  contro  grosse  scariche, 
al  bagliore  delle  quali  avevamo  il  vantaggio  di  ag- 
giustare i  nostri  colpi  quasi  così  bene  come  se  fosse 
stato  di  giorno.  Facemmo  così  tre  scariche,  e  il  risul- 
tato fu  tale,  che  i  loro  battaglioni  furono  rotti  e  di- 
sordinati. Questo  buon  esito  avendo  avuto  per  effetto 
di  raddoppiare  il  nostro  coraggio,  ci  avanzammo  con- 
tro di  essi  colla  spada  in  mano  e  ci  spingevamo  gli 
uni  gli  altri  verso  il  ponte,  ove,  traversandolo,  col- 
pivamo quanto  si  parava  dinanzi  a  noi.  E  spingem- 
mo così  forte  che,  dopo  un  quarto  d'  ora,  si  dettero  a 
gridare  :  «  Si  salvi  chi  può,  »  e  ci  lasciarono  padroni 
del  loro  campo.  Alcuni  che  s' erano  venturati  troppo 
innanzi  fra'  nostri,  e  non  potevano  fuggire  co'  loro 
camerati,  si  finsero  morti;  ma,  subodorata  l'astuzia 
loro,  ne  facemmo  una  rivista  così  esatta,  colla  punta 
della  spada,  che  ben  pochi,  cred'  io,  si  poterono  van- 
tare di  averci  ingannati.  Il  marchese  di  Larrey  fu 
ferito  al  braccio.  Pareva  sconsolato  per  la  sua  scon- 
fitta. Alcuni  de'  nostri  1'  udirono  gridar  forte  :  «  E  mai 
possibile  che,  dopo  aver  vinto  in  tante  occasioni  in 


224 

cui  mi  sono  trovato,  io  mi  vegga  costretto  alla  fuga 
da  un  puguo  di  contadini  molto  inferiori  di  numero 
ai  nostri  soldati  ?  »  Non  ci  venne  fatto  di  sapere 
esattamente  la  perdita  toccata  ai  nemici,  ma  do- 
vette essere  considerevole,  perchè  il  campo  di  bat- 
taglia era  addirittura  coperto  dei  loro  morti.  Ci  ab- 
bandonarono le  loro  munizioni,  che  buttammo  nella 
riviera  dopo  averne  preso  quanto  se  ne  voleva.  La 
fame  e  la  stanchezza,  che  ci  aveano  quasi  rifiniti, 
e'  impedirono  di  togliere  il  bagaglio  lasciato  dagli  uf- 
ficiali; di  modo  che  portammo  via  della  polvere  e 
delle  palle  soltanto.  Benché  i  nostri  morti  fossero  un 
nulla  a  paragone  dei  loro,  la  nostra  perdita  fu  però 
assai  rilevante  »  (1). 

Si  costatò  che  circa  trecento  de'  nostri  reduci  non 
giunsero  alla  valle  di  Pragelato.  Inoltratasi  poi  nella 
Valle  di  San  Martino,  la  falange  valdese  trovò  il  colle 
del  Pis  custodito  da  un  presidio  di  più  centinaia  di 
soldati,  sotto  1  comando  del  marchese  di  Parella;  ma 
fu  tosto  disperso.  Così,  dopo  dieci  giornate  di  cam- 
mino, piene  di  fatiche  e  di  pericoli,  rotto  il  nemico 
due  volte,  si  riuscì  a  piantare  la  bandiera  valdese 
sulla  rocca  della  Balziglia  (2). 

L' indomani  si  giunse  a  Prali,  dove,  per  la  prima 
volta,  i  reduci  rividero  una  delle  loro  chiese.  Era  in- 
gombra d' immagini  e  di  ninnoli  di  sagrestia.  La  ri- 
pulirono, si  raccolsero  a  celebrare  il  loro  culto,  e 
Arnaud,  ritto  sopra  una  tavola  collocata  sulla  so- 
glia, indicò  per  il  canto  due  noti  salmi  stupendamente 
adatti  alla  circostanza,  e  predicò  su  queste  parole: 


(1)  V.  Roberto,  Rtlazìone. 

(2)  Cfr.  altri  relatori,  Huc,  Reynaudin  e  Arnaud.  Il  Peyrot  cal- 
cola che  i  reduci  facessero  in  media  22  chilometri  al  giorno.  Il  ca- 
pitano Roberto  ricorda  che  il  riposo  era  di  circa  3  ore  su  24. 


■22Ò 
Il  nostro  aiuto  è  nel  nome  del  Signore  che  ha  fatto 
i  cieli  e  la  terra  >>  (1).  Due  giorni  appresso,  scesi  per 
il  colle  Giuliano  nel  comune  di  Bobbio,  sostavano  in 
una  modesta  località  detta  Sibaud,  al  rezzo  de' ca- 
stagni Lì,  1'  11  di  settembre,  giorno  di  domenica, 
ebbe  luogo  un  giuramento  di  fedeltà  e  di  unione  ri- 
masto celebre  negli  annali  de'  Valdesi.  Predicò  un 
collega  di  Arnaud,  per  nome  Montoux,  commen- 
tando la  parola  di  Cristo  ove  dice:  «  La  legge  ed  i 
profeti  sono  stati  infino  a  Giovanni;  da  quel  tempo 
il  regno  di  Dio  è  evangelizzato  ed  ognuno  vi  entra 
per  forza  »  (2).  Quindi  Arnaud,  fattosi  innanzi,  lesse 
ad  alta  voce  la  forinola  del  giuramento,  la  quale, 
prima  rendeva  omaggio  a  Dio  per  i  suoi  favori,  poi 
accentuava  l' impegno  solenne  di  osservare  l' unione 
v  la  disciplina,  non  che  la  promessa  a  Cristo  «  di 
strappare  il  rimanente  de'  fratelli  alla  crudele  Ba- 
bilonia, onde  con  essi  ristabilire  il  suo  regno  >>  (3). 
Tutti  giurarono  alzando  la  mano. 

Il  rimpatrio  era  fatto.  Rimaneva  compierlo,  e  uno 
de  capitani  calcolò  che,  per  questo,  si  richiedessero 
fatiche  anche  maggiori. 


IV. 

L'  ASSEDIO    DELLA    BaLZIGLIA. 

L' unione,  per  moltiplicare  la  forza,  era  sentita  come 
il  supremo  de'  bisogni.  Se  la  discordia,  riuscita  fatale 
tre  anni  prima,  rientrava  nelle  file  valdesi,  l' ultima 

1  V.  il  salmo  124.  Cfr.  co' salmi  accennati,  eh"  erano  il  74  >■ 
il  129. 

(2)  Ev,  di  San  Luca,  xvi,  16. 

(3)  Arnaud,  Hist.  de  la  glor.    rentrée,  ed.    Fick,  p.  14s. 

r.    Vàld.  15 


226 


-->• 


Bobbio-Pellice. 


227 
rovina  era  inevitabile.  Eppure  fece  capolino  un  istante. 
Come  ciò  avvenisse,  non  è  ben  chiaro;  ma  pare  che 
la  tensione  degli  animi,  fra'  dirigenti,  non  fosse  poca, 
talché  era  facile  che  un  dissidio  scoppiasse  alla  prima 
occasione.  E  così  fu.  Trattavasi  di  sapere  se  si  do- 
vesse abbandonare  o  meno  una  posizione  forte,  detta 
della  Guglia.  Vi  furono  dispareri  tra' capitani;  i  fran- 
cesi disertarono,  e  per  primo  Turel.  Arnaud  che  avea 
afferrato  volentieri  il  comando  generale  e  n'  era  ge- 
loso, ne  rimaneva  carico  e  forse  più  che  non  se°lo 
fosse  augurato.  Uno  de'  due  ministri  che  avea  seco  gli 
era  morto  ne' monti  di  Savoia;  l'altro,  il  Montoux, 
sorpreso  dal  nemico,  veniva  menato  allora  prigione  a 
Torino.  Ei   rimaneva  solo,  ma  viepiù  libero.  Di  che 
fosse   capace,    ora  più  che  mai   si   apparecchiava   a 
mostrare.  Raccolti  a  Rodoretto  gli  avanzi  della  fa- 
lange, tenne  consiglio.  Chi  suggeriva  di  ritirarsi  verso 
Bobbio,  chi  verso    Angrogna.    Arnaud  sorse,  e  vo- 
lendo prima  scongiurare  la  discordia,  suggerì  che  in 
tanta   distretta   si    avesse    ricorso  a  Dio;  poi,  dopo 
l'orazione,    raccomandò    fortemente    l'unione,    con- 
vinse i  commilitoni  essere  ornai  inutile  ritirarsi  verso 
Bobbio  o  verso  Angrogna,    e   propose   la   Balziglia 
in  cima  alla  valle  di  San  Martino,  sopra  Massello: 
Cosi  dicendo,  si  palesava  sagace  interprete  delle  istru- 
zioni di  Gianavello,  e  riscosse  il  plauso  di  tutti.  (1) 

Eccoci  all'  episodio  più  memorando  di  questo  pe- 
riodo di  riconquista;  ma  lo  accenneremo  soltanto 

Entrati  in  quella  rocca,  di  cui  la  cresta  presenta 
in  successione  ben  sette  guglie  ossia  altrettanti  ba- 
stioni, i  reduci,  ridotti  a  trecento  settanta,  lavora- 
rono a  renderla  abitabile  per  l'inverno  e  a  provve- 

JLtTdl  °P'  *"  1X   2iS'   Cfe  la  reIazione  di  Eoberto>  <** 


228 


229 
derla  di  viveri  mediante  piccole  razzìe  ne'  dintorni. 
Vi  regnò,  in  mezzo  alle  privazioni,  perfetta  armonìa, 
mercè  l' assidua  vigilanza  di  Arnaud,  che  ebbe  alcuna 
volta  a  inculcarla  nelle  sue  prediche,  denunziando 
coloro  che  tenessero  presso  di  so  l' interdetto,  come 
diceva,  cioè  parte  del  bottino  che,  secondo  il  giura- 
mento fatto  a  Sibaud,  avea  ad  essere  di  comune  pro- 
prietà e  a  servire  per  il  bisogno  di  tutti.  Un  dì,  sulle  al- 
ture verso  Pramollo,  trovarono  del  grano  sotto  un  gran 
lenzuolo  di  neve  che  ne  avea  impedita  la  mietitura, 
però  preservandolo  dal  gelo.  Non  è  a  dire  se  ringra- 
ziassero Dio,  coni'  erano  usi  fare,  del  resto,  ogni  dì. 
Alfine,  quando  spuntò  il  sole  di  maggio,  che  reca  co- 
lassù  i  primi  sorrisi  della  bella  stagione,  apparvero 
le  milizie  francesi  e  ducali  per  Y  assalto.  La  prima 
mossa  fu  respinta  con  valore  e  senza  perdite.  Però, 
quando  si  furono  portati  due  cannoni,  la  situazione 
accennò  subito  a  diventare  assai  critica,  tanto  che 
il  nemico  sperava  che  i  nostri  avessero  senz'  altro 
a  capitolare.  Ma  li  trovarono  sordi  ad  ogni  tratta- 
tiva, sia  che  ne  venisse  la  proposta  dal  marchese 
di  Parella,  che  avea  il  comando  delle  milizie  du- 
cali, o  dal  colonnello  di  Feuquières  a  cui  il  Ca- 
tinat  avea  affidato  quello  delle  truppe  francesi. 
Di  fronte  al  primo,  protestarono  del  loro  naturale 
diritto  e  della  loro  lealtà  verso  il  Duca  di  Savoia, 
non  senza  specificare  chiaramente  il  loro  intento, 
eh'  era  di  serbare  la  triplice  eredità  degli  avi,  della 
patria  e  della  fede.  Ai  Francesi,  fecero  risposta  di 
poche  parole,  ma  schiette  :  «  Non  siamo  sudditi  del 
Re  di  Francia,  e  il  vostro  monarca  non  è  signore  di 
questo  paese;  perciò,  non  ci  facciamo  lecito  di  trat- 
tar con  voi.  Qui  siamo  nel  paese  che  i  nostri  avi  ci 
lasciarono  in  eredità  da  ogni  tempo,  e  in  esso,  se  ci 
assiste  l' Iddio  degli  eserciti,  confidiamo  di  vivere  e 


230 

morire,  anche  se  resteremo  ridotti  a  dieci  soltanto. 
Il  vostro  cannone  tirerà,  voi  dite.  E  tiri.  Noi  staremo 
a  udirlo  e  queste  roccie  non  ne  saranno  smosse.  »  (1) 

Ricominciò  il  fuoco,  assiduo,  fulmineo.  Alla  fine, 
convenne  pensare  alla  ritirata.  Vi  si  riuscì  col  fa- 
vore della  notte  e,  per  giunta,  della  solita  nebbia, 
che  si  sarebbe  tentati  di  chiamare  la  nebbia  del  buon 
soccorso.  E  il  25  di  maggio,  all'  alba,  i  reduci  erano 
in  salvo  sulle  alture,  dietro  la  rocca.  Al  colonnello 
De  Feuquières,  che  avea  già  annunziato  come  av- 
venuta la  capitolazione  de'  Valdesi,  toccò  riscrivere 
per  dire:  «  In  verità,  non  ci  ho  colpa.  Queste  roc- 
cie, e  poi  la  piìi  fitta  nebbia  che  siasi  mai  vedu- 
ta... »  [2)  Tra'  soldati  correva  voce  che  Arnaud  fosse 
un  mago.  Ma  i  più  si  contentavano  di  arguire  da- 
gli ultimi  avvenimenti  che  «  il  cielo  prendesse  cura 
visibilmente  della  conservazione  di  quel  piccolo  po- 
polo ».  (3)  Per  verità,  il  piccol  popolo  la  pensava  su 
per  giù  allo  stesso  modo,  tant'  è  vero  che  uno  dei 
suoi  capitani  soleva  dire:  «  Quel  che  Dio  custodisce 
è  ben  custodito.  »  (4). 

I  nostri  fuggiaschi  si  gittarono  su  Pramollo,  vi 
sgominarono  un  pelottone  di  soldati  che  impediva- 
no il  passo  alla  valle  di  Angrogna,  e  giunti  al  paese 
detto  de'  Chioti,  al  disopra  di  Pra  del  Torno,  furono 
sorpresi  da  una  notizia  a  lungo  desiderata,  eppure 
insperata:  la  rottura  dell'alleanza  del  Duca  colla 
Francia,  cioè,  per  i  nostri  reduci,  la  pace!  E  non  se 
ne  potè  dubitare  quando,  al  messaggio  recato  per 
ordine  di  Vittorio  Amedeo,  tennero  dietro  viveri  e 
munizioni,  poi  si  videro  tornare  coloro   che   erano 


(1)  Arnaud,  op.   ci/.,  p.  284. 

(2)  Rochas,  op.  cit.,  p.  250. 

(3)  Relation  de  Vattaque  fatte  pai-  M.  Catinai,  La  Haye,  1690. 

(4)  Roberto,  Relazione  etc. 


231 
stati  fatti  prigionieri.  Se  non  che  il  motivo  che  in- 
dnceva  Vittorio  Amedeo  a  far  la  pace  co'  Valdesi 
fu  tosto  evidente.  Intanto  i  nostri  reduci  ne  an- 
darono in  tanta  allegrezza,  che  maggiore  non  la 
>i  sarebbe  potuta  immaginare,  e  soliti  coni'  erano 
i  nostri  avi  riconoscere,  al  disopra  degli  umani  ri- 
volgimenti, la  volontà  di  Dio  che  regge  i  destini  dei 
popoli,  a  lui  davano  gloria.  Docili  al  principe,  volon- 
terosi più  che  mai,  attesero  a  giustificare  coi  fatti  la 
fiducia  eh'  egli  poneva  in  essi  per  la  difesa  de'  confini, 
e  quegli,  dalla  sua  parte,  disponevasi  a  cogliere  la 
prima  occasione  per  assicurarli  della  sua  riconcilia- 
zione. Questa  non  tardò  a  presentarsi,  e  fu  quando 
Arnaud  andò  a  Moncalieri  con  un  drappello  dei 
suoi  commilitoni  per  fargli  omaggio.  Il  Duca  profferì 
allora  queste  memorabili  parole  :  «  Avete  un  solo  Dio 
ed  un  solo  principe  da  servire  :  servite  1'  uno  e  l' altro 
fedelmente.  Finora  siamo  stati  nemici,  ma  ormai  dob- 
biamo essere  buoni  amici.  Altri  furono  cagione  dei 
vostri  guai.  Ma  se,  com'  è  vostro  dovere,  esporrete 
la  vita  al  mio  servizio,  io  esporrò  la  mia  per  voi,  e 
finché  avrò  un  tozzo  di  pane  ne  avrete  la  vostra 
parte.  »  (1) 

Nel  registrare  la  ducale  assicurazione,  Arnaud  giu- 
bila grandemente,  si  spande  in  parole  di  entusiasmo 
per  il  giovane  sovrano  che  parlava  «  tanto  più  se- 
riamente in  quanto  che  era  nel  calore  della  sua  di- 
chiarazione di  guerra  contro  la  Francia;  »  indi,  vol- 
gendo indietro  lo  sguardo,  ammira  la  grandiosa  suc- 
cessione degli  avvenimenti,  e  sclama  con  accento  di 
trionfo:  «  Sono  stato  creduto  un  temerario  e  un  im- 
prudente, ma  i  fatti  hanno  oramai  dimostrato  che 
Dio  fu  colui  che  diresse  le  cose  nostre,  e  il  povero 
Arnaud  se  ne  sta  ora  co'  generali,  amato  da  quanti, 


(1)  Arnaud.  op.  cit.,  p.  321. 


232 

tempo  fa,  l' avrebbero  mangiato  vivo.  Questa  è  opera 

di  Dio:  a  lui  solo  ne  sia  la  gloria.  »  (1). 


V. 

Il  secondo  bando. 

Oramai  pareva  che  non  rimanesse  più  altro  che 
sloggiare  i  Francesi  dai  confini.  Ma  si  confidava 
che  ciò  fosse  per  riuscire  a  suo  tempo,  poiché  il 
Duca  vi  era  intento.  Si  trattava  solo  di  servirlo  fe- 
delmente, e  di  chiamare  a  raccolta  i  correligionari 
ancora  sparsi  nella  terra  dell'  esilio,  avendo  il  so- 
vrano promesso  di  arruolarli.  Il  reggimento  valde- 
se, colla  sua  bandiera  bianca  tempestata  di  stelle 
azzurre  e  col  motto  patieutia  laesa  fit  furor,  com- 
battè con  valore  e  si  attirò  gran  lode.  Nel  frattem- 
po, davasi  opera  a  riedificare,  qua  e  là,  le  guaste 
abitazioni,  a  seminare  a  nuovo  i  campi,  e  la  popo- 
lazione si  rifaceva,  a  poco  a  poco,  mercè  il  ritorno 
de' fuorusciti.  Quando  la  quiete  fu  alquanto  assicu- 
rata, i  pastori  volsero  1'  animo  a  riordinare  la  Chie- 
sa. Fu  bandito  il  primo  sinodo  ai  Coppiers,  allora 
capoluogo  di  Torre-Pellice,  per  il  18  aprile  1692.  Il 
resoconto  ufficiale  di  quel  sinodo  memorabile  si  apre 
con  queste  parole: 

«  Avendo  Iddio,  nell'  adorabile  sua  provvidenza  e 
bontà  infinita,  raccolto  in  queste  Valli  gran  parte 
del  residuo  della  desolazione  miseranda  dell'  anno 
1686,  i  pastori  che  Dio  liberò  e  conservò,  e  altri  che 
si  aggiunsero  ad  essi,  non  bramando  altro  che  di  la- 


fi)  Lett.   del  5  luglio   1690  a  Thonnami  bali  di  Aigle.  Op.    cit., 
pag.  341. 


233 


Chiesa  dei  Coppie rs. 


234 

vorare  con  tutto  l'animo  a  questa  vigna  che  piacque 
al  Padre  Celeste  di  piantare  a  nuovo,  ora  si  accin- 
gono a  ristabilire  le  cose  nell'  ordine  di  prima.  »  (1) 

Si  procedette  innanzi  tutto  alla  rielezione  della 
così  detta  Tavola  (2).  Fu  anche  indetto  un  digiuno  e  si 
die  opera  a  riorganizzare  la  finanza.  Il  digiuno,  fis- 
sato per  il  4  di  maggio,  era  motivato  dal  desiderio 
d' invocare  i  divini  favori  per  la  cessazione  delle 
guerre  che  devastavano  1'  Europa,  per  la  pace  della 
cristianità  tutta  quanta  e,  specialmente,  per  la  tran- 
quillità «  a  cui  il  povero  e  piccolo  residuo  dell'  an- 
tico gregge  delle  Valli  aspira  da  sì  gran  tempo.  » 
La  finanza  poi  era,  per  la  miseria  generale,  in  uno 
stato  poco  meno  che  disperato.  I  Valdesi  non  po- 
tevano far  da  sé,  e  d'  altra  parte,  i  soccorsi  che  si 
aspettavano  dall'  estero  non  giungevano  regolari.  I 
pastori  lottavano  per  1'  esistenza,  non  esclusi  i  più 
benemeriti.  Enrico  Arnaud,  per  esempio,  che  pur  si 
adoperava  tanto  per  la  restaurazione  dell'  Israele 
delle  Alpi,  e  vi  attendeva  con  ambo  le  mani,  ossia, 
colla  spada  e  colla  cazzuola  come  i  riedificatori 
dell'  antica  Gerusalemme,  perchè  ora  faceva  parte 
della  milizia  nazionale  per  la  cacciata  de'  Francesi 
e  ora  sedeva  nell'  amministrazione  della  Chiesa,  chi 


(1)  Atti  Smodali,  MSS. 

(2)  Il  nome  di  Tavola,  assunto  a  poco  a  poco  dall'  ufficio  presiden- 
ziale del  Sinodo  Valdese,  perchè  sedente  attorno  alla  tavola  della 
presidenza,  era  apparso  già  prima  dell'  esilio.  Detto  ufficio  compo- 
nevasi  di  tre  ministri,  ossia  del  Moderatore,  del  vice-presidente  e 
del  segretario.  Poi  il  medesimo  fu  limitato  al  tempo  delle  sedute,  e 
allora  si  chiamò  Tavola  l'amministrazione  superiore  intersinodale. 
Così,  il  Moderatore  non  è  più  per  i  Valdesi,  come  per  gli  altri 
Riformati,  il  presidente  del  Sinodo.  Il  nome  di  Tavola,  che  a 
prima  vista  appare  alquanto  singolare,  risponde  al  Board  degl'In- 
glesi, il  quale  ha  ancor  esso  il  doppio  senso  di  Tavola  e  di  Comitato. 


il  crederebbe?  era  ridotto  a  raccomandarsi  perchè 
i  suoi  parrocchiani  si  risolvessero  a  sborsare  il  con- 
venuto salario,  e  prevedeva  di  averlo  a  mendicare 
fuori,  dagli  stranieri. 

E  dire  che  avea  a  toccargli  di  peggio  ancora  !  Fin- 
ché si  trattava  del  pane  materiale,  non  si  sarebbe 
mosso  dal  suo  campo  di  azione.  Ma,  oimè!  stava  per 
venirgli  meno  il  pane  della  libertà,  pur  conquistato 
con  tanto  sudore,  appunto  quando  lo  si  restituiva 
alla  gran  maggioranza  de'  suoi  correligionari  delle 
Valli.  Chi  mai  dovea  farsi  autore  di  sì  nera  iniquità? 
Lo  vedremo  qui  appresso. 

Vittorio  Amedeo  avea  finito  per  revocare  gli  editti 
dell'  anno  1686,  di  odiosa  memoria.  Vi  s'  era  impe- 
gnato fin  da  quando  era  entrato  a  far  parte  della 
lega  contro  Luigi  XIV  e  avea  ottenuto  sussidio  di 
denari  dagli  Olandesi  per  la  cacciata  de'  Francesi.  E 
revocandoli,  non  omise  di  osservare  che  gli  erano  stati 
strappati  dalla  violenza  straniera.  Notificò  pertanto 
ai  Valdesi  eh'  erano  amnistiati,  ristabiliti  nella  con- 
dizione di  prima  co'  loro  figli,  e  che  la  tolleranza 
di  culto  sarebbesi  concessa  pure  ai  correligionari 
stranieri  residenti  nelle  Valli  ;  se  non  che,  per  i  rifu- 
giati francesi,  avea  a  cessare  a  guerra  finita,  salvo 
nel  caso  che  fossero  stati  riconosciuti  nel  natio  pae- 
se. Per  gli  abitanti  delle  valli  di  Perosa  e  di  Pra- 
gelato,  sarebbe  durata  altri  dieci  anni.  Così  recava 
l' editto  del  23  maggio  1694.  Come  si  vede,  era 
asciutto  e,  per  giunta,  alquanto  velenoso  nelle  sue 
restrizioni.  Tuttavia  i  Valdesi  1'  accolsero  con  fidu- 
cia e  viva  allegrezza.  Il  Papa  no,  invece.  Avea  già 
lamentata  la  liberazione  de'  prigioni  ;  ora,  adirato  al 
sommo,  protestò  e  giunse  fino  a  condannare  ì  editto 
in  discorso  per  mano  del  S.  Uffizio  e  ad  intimare  al 
clero  di  tenerlo  per  nullo.  Punto  nel  vivo  e  vinco- 


236 

lato  da'  patti,  il  Duca  si  risentì,  incaricò  il  Senato 

di  reagire,  e  1'  editto  fu  confermato  con  ogni  rigore. 

Chi  avea  più  motivo  di  dolersi  dell'  editto,  era 
Enrico  Arnaud,  per  la  restrizione  ambigua  relativa 
ai  residenti  francesi.  Tanto  più  gli  pareva  sospetta, 
quando  s' accorgeva  che  il  Duca  di  Savoia  non  riu- 
sciva a  spastoiare  la  sua  politica  dagl'  intrighi  del 
clero  e  della  Francia.  Il  vedersi  poi  invidiato  più 
che  amato  da  taluni  che  gli  stavano  più  vicini  e 
trascurato  un  po'  da  tutti,  quando  era  sì  conscio 
de'  suoi  ineriti,  era  per  lui  dura  prova.  Impressiona- 
bile quanto  lo  sia  la  freddolina  delle  Alpi,  di  leg- 
gieri apriva  l'animo  alla  simpatia,  ma  non  sapeva  però, 
come  quel  modesto  fiore,  raccogliersi  in  se  e  farsi  muto 
nel  dolore.  (1)  Scattava,  e  così  gli  avveniva  di  dare 
maggior  esca  alle  covate  gelosie  che,  del  resto,  era 
capace  di  sprezzare.  Allora,  risentito  e  violento,  poteva 
scrivere  parole  come  quelle  che  mandò  un  giorno  al 
suo  amico  Turrettini  di  Ginevra:  «  Fra  questa  gente  di 
qui  non  si  vede  che  ingratitudine  dovunque.  Durante 
la  guerra  porterò  pazienza.  Dopo  mi  risolverò  an- 
cor io.  »  (2) 

Ma  per  quanto  tetre  si  facessero  le  previsioni  di 
Enrico  Arnaud,  la  notizia  che  Vittorio  Amedeo  si 
era  staccato  dalla  lega  per  riunirsi  alla  Francia,  col 
trattato  del  29  agosto  1696,  lo  colpì  come  i  rintoc- 
chi di  una  campana  che  suoni  1'  allarme.  Nulla  ve- 


(1)  Freidolhia  dicesi  in  dialetto  valdese  il  fiore  noto  ai  botanici 
sotto  '1  nome  di  Colchicum  autumnale,  e  anche  (Jolchicurn  alpìnurh. 
Quest'ultimo,  più  piccolo,  fiorisce  nell'agosto.  Sensibilissimo  all'at- 
mosfera, serve  a  un  tempo  di  termometro  e  di  barometro  ai  con- 
tadini. Michelet  traduce  "la  petite  frileuse,  "  e  scorge  in  codesto  fiore 
"  le  vrai  symbole  de  la  communauté,  "  perchè,  volto  ai  ghiacciai, 
è  "  riservato,  timido  e  pronto  sempre  a  chiudersi.  "  Hist.  de  Fran- 
te, Vili,  Riforme,  e.  XVI. 

(2)  Lett.   del  16  agosto  1694. 


237 
ulva  mutato  riguardo  ai  Valdesi;  ma  della  libertà 
de' rifugiati  francesi,  ormai  chi  l'assicurava?  Caddero 
pertanto  le  sue  ultime  illusioni;  le  prospettive  che 
la  vivace  fantasia  gli  dipingeva  dinanzi  diventavano 
ogni  dì  più  fosche,  ed  egli  usciva,  scrivendo  agli 
amici,  in  queste  sconsolate  parole  : 

«  La  pace  del  nostro  gran  Principe  ci  avea  fatto 
godere  un  po' di  quiete  dopo  tante  tempeste;  spe- 
ravamo che  una  pace  generale  ci  mettesse  al  posto. 
Ma  vediamo  col  più  vivo  dolore  che  il  Signore  sem- 
bra avere  abbandonata  la  navicella  del  suo  Figlio. 
A  giudizio  umano,  è  impossibile  che  abbiamo  mai 
quiete  nelle  Valli.  Abbiam  motivo  di  temere  la  Fran- 
cia e  il  clero,  i  quali  ci  odiano  e  non  vogliono  sof- 
frire che  teniamo  accesa  la  fiaccola  della  verità  in 
un  paese  ove  il  Papa  regna  mediante  l' Inquisizione 
e  dove  siamo  da  ogni  parte  circondati  da  nemici 
potenti.  Certo  si  è  che,  da  qualche  tempo,  i  nostri 
vicini  ci  fan  conoscere  che  non  saremo  lasciati  lun- 
gamente in  pace.  Se  quello  che  le  sorde  dicerie  ci 
apprendono  si  avvera,  saremmo  da  compiangere,  ora 
che  non  ci  resta  più  da  sperar  rifugio  in  Francia, 
come  in  altri  tempi.  Parecchi  pastori  non  vedono 
d'  altronde  il  modo  di  tirare  innanzi  nelle  Valli,  ove 
le  chiese  danno  poco  e  pagano  male.  »  (1) 

Scrivea  così  il  capo  della  Chiesa  Valdese,  giacche 
Arnaud  era  stato  assunto  alla  carica  di  Moderatore 
1'  anno  che  seguì  quello  del  trattato  colla  Francia 
appunto  quando  si  avea  a  dolere  che  la  sua  parroc- 
chia non  gli  pagava  più  il  suo  salario  da  tre  anni  ;  il 
che  non  prova  soltanto  che  non  si  lasciasse  infiac- 
chire dal  pericolo,  ma  che  la  schietta  fiducia  lo  tro- 
vava pur  sempre  disposto  al  dovere  fino  all'  abnega- 
ci Lett.  del  30  gemi,   lti'.is. 


238 

zione.  I  sinodi  funzionavano  con  assidua  frequenza; 
ferveva  il  lavorìo  di  restaurazione  malgrado  gli  osta- 
coli che  la  ragione  prevedeva  e  la  fantasìa,  alcuna 
volta,  esagerava,  ma  che  la  fede  sfidava  impavida- 
mente. 

Presiedeva  ancora  Arnaud  1'  amministrazione  della 
Chiesa  delle  Valli,  quando  Vittorio  Amedeo  rese 
nota  una  clausola  segreta  del  trattato  suo  con  Lui- 
gi XIV,  la  quale  stabiliva  che  non  fosse  permesso 
ad  alcun  suddito  francese  di  risiedere  nelle  Valli 
Valdesi.  Il  Duca  intimava,  in  conseguenza,  ai  resi- 
denti francesi  di  passare  il  confine  entro  due  mesi 
a  cominciare  dal  primo  di  luglio  1698,  data  di  que- 
sta sua  notificazione.  Ogni  ricorso  inteso  a  modifi- 
carne i  rigori  e  a  sottrarre  ad  essi  almeno  i  vecchi 
residenti,  e  ciò  per  delicato  riguardo  a  Enrico  Ar- 
naud, fu  vano.  Il  Moderatore  dovette  rassegnare  il 
suo  ufficio,  licenziarsi  dalla  Chiesa  delle  Valli  con 
sei  altri  pastori,  dirigere  l'esodo  di  due  a  tremila 
fra  Valdesi  e  residenti  francesi  e,  carico  di  anni,  di 
famiglia  e  di  benemerenze,  riprendere  il  bastone 
dell'  esule,  pei"  andare  in  cerca  di  asilo  per  se  e  per 
i  suoi  compagni  di  fede  e  di  sventura.  I  pastori 
valdesi,  riuniti  in  sinodo  speciale  a  Bobbio  il  12  ago- 
sto, vollero  esprimere  al  loro  Moderatore  tutta  la 
loro  simpatia  ed  i  loro  auguri.  «  Questa  separazio- 
ne, »  dice  il  certificato  che  gli  rilasciarono,  «  nel 
privarci  del  suo  gradito  e  utilissimo  servizio,  ci  rie- 
sce dolorosa  oltre  ogni  dire...  Per  l' amore  e  la  stima 
che  abbiamo  tutti  per  lui,  lo  presentiamo  a  Dio 
nelle  nostre  fervidissime  preghiere,  onde  gli  piaccia 
disporre  le  cose  per  modo  che,  dopo  qualche  tem- 
po, noi  possiamo  avere  la  consolazione  di  rivederlo 
fra  di  noi.  Cosicché,  confidando  che  i  tempi  debbano 
mutare,  non  prendiamo  commiato  da  lui  per  seni- 


239 
pre,  ma  nutriamo  la  speranza  di  riaverlo  in  mezzo 
di  noi  come  se  fosse  stato  sempre  ministro  della 
nostra  Chiesa.  »  (1) 

Quel  giorno.  Enrico  Arnand  non  avrebbe  più  scritto 
che  non  vedeva  che  ingratitudine  dovunque  intorno 
a  Bè,  tanto  più  che  gli  parea  che  quel  vizio  si  accogliesse 
tutto  in  una  persona,  che  di  lì  a  poco  dovea  colmare 
la  misura  della  sua  indegnazione.  Gli  esuli,  avviati  a 
Ginevra,  aveano  dal  governo  di  Vittorio  Amedeo 
la  promessa  di  razioni  di  pane  per  sostenere  le  fa- 
tiche del  cammino.  All'  ultima  ora,  un  contr'  ordine 
le  ritirò.  Lo  sdegno  provato  da  Enrico  Arnand  a  quella 
sorpresa  lo  fece  prorompere  ancora  molti  anni  dopo 
in  queste  parole: 

«  Ecco  1'  inumana,  la  solenne  ricompensa  avuta 
da  un  gran  Principe,  che  cacciava  da'  suoi  Stati  gente 
che  n'avea  cacciato  fuori  i  suoi  nemici  ed  a  cui  dovea, 
in  parte,  di  non  esserne  stato  discacciato  egli  stesso! 
Usò  con  noi  come  si  fa  co'  cani  che  si  mandano  sulla 
paglia  dopo  che  si  sono  affaticati  a  servire...  Chi 
avrebbe  mai  immaginato  che,  per  risparmiare  a  un 
Principe  un  po'  di  pane,  lo  si  togliesse  a  coloro  che 
non  aveano  risparmiato  il  loro  sangue  e  la  loro  vita 
per  il  suo  servizio?  »  (2) 


VI. 

Le  colonie. 

Ginevra  fu  ancora  questa  volta  all'  altezza  del  suo 
nome,  per  materna  ospitalità  ai  nuovi  esuli.  I  quali, 

(1)  V.  il  certificato  de' pastori  nella  mia  biografia  italiana  di  Ar- 
naud,  in  appendice. 

(2)  Prefaz.  alla  sua  Hist.  de  la  glorieuse  rentrée. 


240 

internati  nella  Svizzera,  ebbero  modo  di  trattener- 
visi  fino  a  primavera,  mentre  Arnand  riusciva  a  inte- 
ressare alla  loro  sorte  specialmente  la  città  di  Zurigo, 
e,  per  suo  mezzo,  la  Dieta  elvetica  di  Aarau.  Dopo  di 
che,  accompagnato  dal  figlio  Scipione  e  dai  capitani 
Muret  e  Pastre,  si  recava  a  Stuttgart  al  fine  di  rinno- 
vare le  pratiche  iniziate  dieci  anni  prima  per  lo  stabi- 
limento di  una  colonia  nel  ducato  di  Wiirttemberg. 
Tre  consiglieri  ducali  ebbero  l' incarico  di  conferire 
co'  nostri  deputati.  Essi  interrogavano  e  Arnaud  ri- 
spondeva a  nome  di  tutti.  (1) 

—  Siete  ancora  dell'  antica  vostra  religione,  ovvero 
ve  ne  sareste  voi  allontanati,  e  fino  a  qual  punto? 

—  La  fede  valdese  non  mutò  mai;  abbiamo  ser- 
bate le  massime  della  nostra  antica  religione,  e  fra 
noi  ed  i  riformati,  massime  francesi,  esistono  partico- 
lari differenze. 

Se  invece  di  differenze  avesse  detto  analogie,  sa- 
rebbe stato  più  nel  vero;  ma  oltre  che  condivideva 
l'opinione  volgare  circa  le  origini  valdesi,  sapeva  di 
ragionare  con  luterani  intolleranti.  Il  resoconto  delle 
sedute  reca  poi  questa  osservazione  :  «  Si  dichiarano 
pronti  a  servire  come  sudditi  leali,  nella  pace  e  nella 
guerra,  e  siccome  non  sono,  come  i  Francesi  in  ge- 
nerale, di  un  umore  insopportabile  e  insolente,  ma  pa- 
cifici per  l' esperienza  che  hanno  di  lunghe  persecu- 
zioni e  oppressioni,  così,  ove  si  accogliessero,  sareb- 
bero intenzionati  a  menar  vita  del  tutto  pacifica.  »  (2) 
Dietro  quelle  dichiarazioni,  il  Consiglio  di  Stato  emise 
un  parere  favorevole. 

Ma  le  pratiche,  per  ottenere  la  ducale  sanzione,  non 


(1)  "  Fuhrte   dabei  das   Wort...   als  ehi  Kluger  Mann.''  Moser, 
Actennimsige  Gesch.  d.    ÌVald.,  17U7,  p.  2i0. 

(2)  "  Xicht  wie  die  Franzosen  insgemein. "  Ibld. ,  p.  241. 


erano  finite.  Gli  ultra-luterani  opposero  diverse  con- 
siderazioni :  non  essere  ben  valdesi  quei  profughi,  ma 
per  lo  più  genti  rifugiate  di  oltre  Reno,  e,  per  giunta, 
miserabili,  che  potevano  dar  luogo  a  reclami  da  parte 
del  re  di  Francia.  Nonpertanto  il  duca  Eberardo  Luigi, 
forse  impressionato  dall'  esempio  del  conte  di  Neustadt 
ch'era  stato  favorevole  da  alquanto  tempo  ai  profughi 
delle  Valli,  e  più  tollerante,  ad  ogni  modo,  che  i  suoi 
teologi,  bench'  egli  fosse  cattolico  ed  essi  prote- 
stanti, prese  a  cuore  queste  trattative.  E  scorgendo 
i  nostri  deputati  che,  per  ispuntarla,  occorrevano  de- 
nari e  il  favore  di  altre  potenze,  si  misero  in  moto 
per  ottenerli.  Allora  Arnaud  si  rivelò  viepiù  l' uomo 
che  richiedevano  le  circostanze.  Dopo  aver  riferito 
alla  città  di  Zurigo  intorno  i  negoziati  pendenti,  passò 
a  Darmstadt,  poi  in  Olanda  e  da  ultimo  in  Inghilterra, 
bene  accolto  dovunque  e  con  crescente  simpatia, 
tanto  che  si  lasciò  indurre  a  permanere  a  Londra  sei 
mesi,  dopo  i  quali  se  ne  dipartiva  a  malincuore.  Ma 
avea  dinanzi  a  sé  la  terra  promessa  de' suoi  poveri 
esuli,  una  colonia  da  impiantare,  per  la  quale  erano 
ornai  assicurati  favori  e  sussidii.  Dalle  corti  e  dai  go- 
verni di  Olanda,  di  Brandeburgo,  di  Svezia  e  d' In- 
ghilterra, non  che  dalla  Svizzera,  giunsero  lettere 
piene  di  simpatia,  dirette  al  Duca  di  Wurttemberg,  e 
arrivarono  offerte  da  parte  de'  vicini  Conti  e  Langravi. 
I  sussidii  ottenuti,  massime  per  il  salario  di  pastori  e 
maestri,  agevolarono  le  conclusioni,  le  quali  furono  in 
grandissima  parte  dovute  alle  sagaci  e  indefesse  cure 
di  un  olandese,  per  nome  Walkenier.  Munito  di  pieni 
poteri  da  quelle  potenze  unite  allo  stesso  intento,  que- 
sti menò  a  buon  fine  l' intricata  missione,  e  stipulò 
col  governo  ducale  le  così  dette  patenti,  che  costitui- 
rono lo  statuto  de'  coloni  valdesi  nel  Wurttemberg. 
Ora  torniamo  ai  nostri  esuli. 

Rtor.   Vaìd.  16 


242 

Di  leggieri  s' intenderà  che,  impazienti  di  arrivare 
a  destinazione,  non  aspettassero  le  ultime  conclusioni 
di  quelle  trattative.  Pervenute  nel  baliaggio  di  Maul- 
bronn,  le  prime  bande  s' erano  dovute  riparare  in  mi- 
sere baracche  avanzate  dall'ultima  invasione  fran- 
cese. Quel  bali  si  lodò  poi  del  loro  contegno.  «  È 
stato  un  buon  principio  >>,  diceva  con  paterna  sod- 
disfazione. Arnaud  non  tardò  a  raggiungere  i  nostri 
coloni,  onde  sorvegliare  l' impianto  delle  prime  co- 
munità. Crudo  fu  quell'inverno  e  niente  calorosa 
l'accoglienza  delle  circonvicine  popolazioni,  che  i 
pregiudizi  offuscavano  e  l'invidia  pungeva  anzi  tempo. 
Pativasi  la  mancanza  di  troppe  cose  necessarie,  di 
seme,  di  piante,  di  bestiame,  di  attrezzi,  e  Arnaud 
durava  assai  fatica  a  tenere  la  sua  gente  fiduciosa  e 
paziente.  Fra  le  ansie  e  le  tribolazioni  di  quei  primi 
mesi,  scrivea  però  già  rasserenato  e  fiducioso  al  bor- 
gomastro di  Zurigo: 

«  Vostra  Eccellenza  che,  in  ogni  occasione,  s'è  tanto 
distinta  per  gl'interessi  de' rifugiati,  e  sopratutto  per 
i  poveri  Valdesi,  sarà  contenta  di  conoscere  ora  il  loro 
stato  nel  Ducato  di  Wurttemberg,  ove  la  mano  del 
Signore  li  volle  condurre  quando  uscirono  dalla  Sviz- 
zera. Passarono  dunque  in  numero  di  duemila  e  si 
costituirono  in  cinque  Chiese,  che  han  tutte  i  loro 
pastori  e  anziani.  Giurammo  fedeltà  a  S.  A.  Serenis- 
sima nostro  Sovrano  e  buon  Principe,  che  lasciò  in 
prestito  alle  colonie  del  grano  da  seminare,  e  che, 
qui  alla  nostra,  diede  una  collina  dove  abbiamo  già 
piantato  2215  gelsi,  i  quali,  fra  qualche  anno,  potranno 
ri  uscire  di  gran  profitto  al  paese,  dove  troviamo  buo- 
n  aria,  buona  legna,  buona  terra  e  buon'acqua.  Vero 
è  che  il  nostro  popolo  avrà  a  durare  assai  fatica, 
per  il  primo  anno,  perchè  ci  danno  terre  che  fa  d'uopo 
dissodare,  virgulti   e   alberi   che   bisogna  sradicare, 


243 
grossi  ceppi  da  cavare.  Ma  Dio  benedirà  il  grano 
eh' è  in  terra,  darà  del  pane  a  colui  che  l'ha  seminato, 
ed  i  nostri  nemici  avi-anno  la  confusione  di  vederci 
stabiliti  con  più  quiete  che  non  se  n'ebbe  mai  sotto 
la  dominazione  de"  principi  papisti,  i  quali  tremano 
che  si  faccia  l' unione  co'  Luterani.  (  >so  supplicare 
1  Eccellenza  Vostra  e  sollecitare  la  sua  carità,  onde 
si  coroni  una  sì  grande  opera,  che  varrebbe  a  scuo- 
tere 1  impero  del  Demonio,  e  altresì  quello  del  Pa- 
pismo. Credo  che  sarà  la  gloria  di  S.  M.  Britannica, 
di  S.  M.  Svedese  e  di  Monsignor  Elettore  di  Brande- 
burgo,  nò  sia  bisogno  di  mescolarvi  dottori  litiganti, 
che  non  faranno  mai  un  buon  cristiano.  Dico  questo 
a  V.  E.,  perchè  osserviamo  che  cominciano  a  vo- 
lerci bene,  sia  a  corte  e  al  governo,  come  fra  le  genti 
di  questo  popolo  che  reputava  la  nostra  antica  reli- 
gione infinitamente  diversa  dalla  loro.  Io  li  trovo  ra- 
gionevolissimi circa  i  principii  del  cristianesimo,  salvo 
il  sacro  giorno  del  Signore,  che  questo  popolo  non  os- 
serva religiosamente  come  i  primitivi  cristiani  e  quelli 
d' Inghilterra.  Vivo  ancora  in  locanda,  aspettando  da 
uu  giorno  all'altro  la  mia  famiglia.  Bisognerà  che  tra 
poco  io  mi  fabbrichi  una  casa  a  mie  spese,  per  non 
andare  sempre  girando,  giacché  il  nostro  Principe 
non  mi  fa  nessuna  offerta».  (1) 

Prima  però  di  stabilire  la  sua  famiglia,  Arnaud 
volle  vedere  avviato  l'impianto  de' suoi  coloni.  Poi 
questi  si  moltiplicarono,  altri  sopraggiuusero,  e  in- 
sieme finirono  per  comporre  sette  distinte  comunità 
sparse  nelle  seguenti  località  battezzate  per  lo  più 
con  nomi  valdesi: 

Perosa,  nel  distretto  di  Leonberg. 

Pinasca,  in  quello  di  Wiermsheim. 

(1)  Lett.   in  data  di  Diirrmenz  1  die.    1699. 


244 

Luserna,  ossia  Wurmberg,  in  quello  di  Dietlingen. 

Serre,  tra  Pinasca  e  Luserna. 

Diirrmentz,  nel  proprio  distretto;  accanto,  Quey- 
ras,  Miihlacker,  poi  Schònenberg. 

Villar,  distinto  in  due  villaggi,  detti  Piccolo  e  Gran 
Villar,  nel  distretto  di  Maulbronn;  accanto,  i  villaggi 
di  Pausselot  e  Tiefenbach. 

Bourset,  ossia  Nuova  Hengstedt,  nel  distretto  di 
Calw. 

Nordhausen,  distinto  per  alcun  tempo  in  due  lo- 
calità dette  di  Mentoules  e  di  Fenestrelle,  in  quello 
di  Heilbronn  ;  senza  parlare  de'  paeselli  di  Lanvers, 
Vigna,  Cartera,  Saret  etc. 

La  più  valdese  e  anche  la  più  ricca  di  quelle  pic- 
cole colonie  è  forse  quella  di  Nordhausen,  fondata 
solo  ìiell'  anno  1 703,  sotto  la  direzione  del  pastore 
Giovanni  Martini.  Ma  il  capoluogo  era  Dùrrmentz, 
ov'  era  una  vecchia  chiesuola  detta  di  San  Pietro, 
avanzo  della  guerra  dei  Trent'  Anni.  Fu  restaurata,  e 
Arnaud  vi  predicò  per  ben  quattro  lustri;  spesso  vi 
presiedette  i  sinodi,  che  ivi  solevano  radunarsi.  Oltre 
che  alla  cura  della  sua  parrocchia,  attendeva  a  quella 
generale  delle  colonie.  Era  una  spina  per  lui  il  sentir 
parlare  tedesco,  ne  riusciva  ad  assuefarvisi;  ma  tanto 
più  godeva  di  parlare  co'  suoi  la  cara  lingua  natia, 
che  sapeva  improntare  di  tanta  cordialità.  E  soleva 
venir  fuori  con  detti  familiari,  come  questo:  «  Iddio 
intende  tutte  le  lingue,  solo  che  la  preghiera  sia  fatta 
di  cuore;  lavoriamo  di  buon  animo  e  confidiamo 
in  lui.  » 

A  poco  a  poco  la  colonia  valdese  era  venuta  su 
promettente,  ricca  di  campi,  di  gelsi  e,  qua  e  là,  di 
vigneti.  Il  valdese  Signoretti  vi  portò  la  prima  pa- 
tata che  venisse  mai  seminata  in  terra  tedesca; 
n'  ebbe  premio  sinodale,  a  dispetto  de'  dottori  Iute- 


245 

rani  che  la  ritenevano  vile  importazione  de'  meridio- 
nali. Quando  fu  saputo  che  potea  vantare  prove- 
nienza inglese,  prima  che  valdese,  trovò  favore,  e 
lini  per  condividere  in  Germania  le  glorie  del  lup- 
polo, che  vi  signoreggia. 

L'organizzazione  ecclesiastica  non  mutò;  fu  quella 
della  Chiesa  riformata  delle  Valli.  Il  collegio  pasto- 
rale, co'  deputati  laici,  costituiva  il  Sinodo;  questo 
si  adunava  ogni  triennio,  eleggeva  la  Tavola  col  pre- 
sidente Moderatore,  e  definiva  i  casi  più  gravi  di  di- 
sciplina. Per  la  diversità  degli  elementi  di  che  si 
componeva  la  colonia,  e  la  bizzarria  di  alcuni,  e  il 
mal  di  patria  che  affannava  i  più,  e  la  miseria  che 
dopo  averli  uniti  li  faceva  discordi,  s' intenderà  che 
quei  casi  ricorressero  con  qualche  frequenza.  Bourset 
contribuì  la  sua  pagina  alla  cronaca  delle  piccole  di- 
spute, col  suo  pastore  che  si  chiamava  Abele  Gon- 
zales.  Ortodosso  fino  in  cima  a'  capelli,  che  avea 
spesso  irti  per  il  suo  solito  malumore,  questi,  in- 
vece di  portar  bene  il  suo  nome,  pensò  d' imporlo 
al  suo  villaggio,  e  voleva  ad  ogni  costo  battezzarlo 
Abelsdorf.  Finì  per  farsi  mandar  via.  Tra'  suoi  suc- 
cessori fu  certo  Keller,  che  si  ritirò  in  broncio  coi 
Valdesi,  dopo  aver  sostenuto  liti  sempiterne  col  co- 
mune per  avere  un  campo,  cui  non  avea  diritto.  Ma 
colui  che  si  rese  più  molesto  fu  il  Caumon,  sindaco 
di  Durrmentz.  Costui  riuscì  ad  amareggiare  non  poco 
la  vita  ai  pastori  Arnaud  e  Giraud,  per  la  sua  critica 
sospettosa,  acre,  spigolistra,  circa  i  sussidii,  forse  per- 
chè non  vi  avea  avuto  la  parte  che,  a  suo  credere, 
gli  sarebbe  dovuta  toccare.  Miserie  di  tutte  le  età,  a 
cui  però  Arnaud,  per  quanto  avvezzo,  non  avea  fatto 
il  callo.  Del  resto,  lo  sappiamo  già,  accanto  ai  rari  suoi 
pregi,  Arnaud  avea  le  sue  pecche,  e  queste  viepiù 


246 

visibili  per  l'indole  sua  aperta.  Alla  semplicità  di  ima 
fede  quasi  infantile  nel  Dio  de' cieli  provvido  e  mise- 
ricordioso verso  le  sue  creature,  alla  geniale  fierezza 
che  lo  teneva  alieno  dalle  sottigliezze  scolastiche, 
dagl'  intrighi  confessionali  e  da'  pettegolezzi  di  cam- 
panile, associava  una  certa  albagìa  che  stemperavasi 
in  esuberanze,  in  facili  sdegni  e  in  escandescenze. 
Se  era  grandioso  nelle  sue  prospettive  e  generoso 
nell'  azione,  fino  a  mettere  a  repentaglio  la  vita,  in 
tempi  ordinari  non  perdeva  di  vista  il  particolare  suo, 
non  mai  poi  il  nome,  che  volea  tramandare  preclaro 
alla  posterità.  E  questa,  come  sa  ognuno,  non  gli  fu 
davvero  ingrata. 

Arnaud  rivide  ancora  le  Valli  Valdesi  ;  poi,  di  ri- 
torno a  Schònenberg  ove  avea  la  residenza  negli 
ultimi  anni,  vi  morì  l'8  settembre  1721.  Nella  gra- 
ziosa chiesuola  prospiciente  al  rustico  presbiterio 
riposano  in  pace  e  venerate  con  amore  le  ceneri  di 
colui  che,  dopo  aver  condotto  i  primi  esuli  valdesi 
alla  riconquista  della  loro  patria,  apparecchiò  un 
nido  ai  nuovi  fuggiaschi  e  ad  altri  avvenire. 

Enumeriamo  ora  le  colonie  valdesi  sparse  in  altre 
parti  di  Germania. 

Le  pratiche  iniziate  da  parecchi  anni  col  langra- 
vio dell' Assia-Darmstadt  dettero  luogo  alla  fonda- 
zione di  cinque  comunità  :  a  Rohrbach,  ove  si  recò  il 
pastore  Montoux  dopo  il  rimpatrio  valdese,  a  Wem- 
bach,  Heim,  Walddorf  e  Welchneureth.  Quelle  co- 
munità vissero  in  relazione  colla  vicina  colonia  del 
Wurttemberg.  Un'  altra  colonia  andò  a  stabilirsi  nel 
granducato  di  Baden,  nelle  località  di  Balmsbach  e 
Mutschelbach,  più  tardi  a  Friederichsthal.  Una  terza, 
nel  paese  di  Hanau,  si  propagò  per  lunga  serie  di 
anni  nel  principato  di  Issemburgh,  ossia  nel  baliag- 


217 


Interno  della  chiesa  di  Schonenberg. 


248 

gio  di  Waechtersbach,  per  opera  di  coloni  che  usci- 
vano per  lo  più  dal  Pragelato.  Sorge  ivi,  tra  gli  altri, 
il  villaggio  detto  Waldensberg,  per  ricordare  l' ori- 
gine valdese  degli  abitanti.  Non  terremo  dietro  alle 
famiglie  sparse  in  quella  regione,  e  neppure  a  quelle 
che  si  accasarono  ne'  dintorni  di  Marburg  e  di  Cas- 
sel.  Ma  va  ricordata  ancora  la  colonia  di  Dornholz- 
hausen,  stabilita  a  poca  distanza  di  Amburgo.  E  stato 
osservato  che,  fra  tutte  quante  le  colonie  valdesi  esi- 
stenti in  Germania,  questa  è  la  sola  che  abbia  con- 
servato finora  il  carattere  garantito  dalle  primitive 
patenti,  cioè  le  forme  confessionali  e  di  culto,  e  per- 
fino la  lingua  degli  avi.  (1) 

Tali  furono  le  nostre  colonie  principali  ai  tempi 
dell'  esilio.  Non  seguiremo  le  minori  emigrazioni 
che  fecero  capo  altrove  fino  in  America  e  nel- 
1'  Africa  meridionale.  È  tempo  di  tornare  alle  vallate 
delle  Alpi  Cozie,  per  assistere  all'  ultimo  bando  de' 
Valdesi. 


VII. 

L'  ULTIMO    BANDO. 

E  il  più  fatale  di  tutti,  perchè  segna  l' estinzione 
della  fede  valdese  nella  valle  di  Pragelato.  Quindi, 
non  sarà  male  rifarci  alquanto  indietro  per  abbrac- 
ciare in  un  solo  sguardo  le  vicende  che  lo  pre- 
corsero e  che  ci  lasceranno  scorgere  le  sue  vere 
cagioni. 

Passata  sotto  '1  dominio  francese  a'  dì  di  Federigo 
Barbarossa,  dopo  sette  secoli  veniva  alfine  restituita 


(1)  Appia,  Echo  des   Vaìlées,  an.   I.  p.  57. 


249 
quella  valle  alla  casa  di  Savoia.  Quante  vicende  avea 
pur  durate,  in  sì  ampio  giro  di  secoli,  per  motivo  di 
religione  !  Prima,  fu  inquisita  per  avere  dato  asilo  ai 
Valdesi;  poi  di  nuovo,  per  aver  lasciato  che  la  Ri- 
forma vi  piantasse  le  sue  tende,  mercè  la  predicazione 
de' ministri  Giovanni  Vernon  e  Martino  Taschard.  Al- 
fine, non  giovando  la  missione  de' frati,  gli  arcivescovi 
di  Torino  sollecitarono  assiduamente  l' assistenza  del 
braccio  secolare.  Quel  braccio,  ahimè!  fu  pronto,  e 
sotto  Luigi  XIV  operò  prodigi  che  eclissarono  total- 
mente le  gesta  di  quel  barone  degli  Adrets,  in  cui  i 
chierici  di  quei  luoghi  aveano  scorto  il  Nerone 
delle  Alpi;  e  quelli  del  capitano  Cazette,  fregiato 
dai  medesimi  col  soprannome  di  Maccabeo  di  Oulx, 
e  non  si  parla  di  quelli  dei  Birague.  I  Gesuiti,  intro- 
dottisi a  Feaestrelle  fin  dall'anno  1657,  aveano,  per 
verità,  aperto  qualche  breccia.  Alle  dispute,  si  ag- 
giunse la  corruzione.  <(  Si  fecero,  dice  una  relazione 
del  1667,  molte  conversioni  nella  valle  di  Pragelato 
mercè  le  cure  del  vescovo  di  Grenoble,  della  Propa- 
ganda e  de'  Gesuiti  ;  di  modo  che,  mediante  semplice 
distribuzione  di  circa  duemila  scudi,  spediti  a  rate, 
si  ottenne  una  lista  certa  di  sette  o  ottocento  per- 
sone rientrate  nella  Chiesa.  Esortai  a  non  trascurare 
nessuna  occasione  per  convertire  le  famiglie  popolane 
e  significai  che  si  poteva  salire  fino  a  cento  lire.  »  (1) 
Ora,  che  si  avesse  modo  di  salire  a  tanto,  è  per 
lo  meno  dubbio,  quando  i  Gesuiti  doveano  confessare 
che,  con  più  denaro,  sarebbesi  fatto  maggior  pro- 
fitto (2).  Ad  ogni  modo,  corsero  limosine  considere- 
voli, e,  contro  ai  restii,  soprusi,  angherie  e  vessazioni 
di  ogni  fatta.  Alfine,  la  persecuzione  incominciò  aper- 


ti) Muston,  III.  439. 
(2)  Ibid.,  p.  449. 


250 

ta  e  violenta.  Prima  ancora  della  revoca  dell'  editto 
di  Nantes,  si  era  vietato  il  culto  riformato  con  de- 
creto atroce,  che  avea  cagionata  la  demolizione  di 
varie  chiese  e  l' esilio  di  parecchi  abitanti.  Promul- 
gata la  revoca,  questi  continuarono  ad  emigrare  viepiù 
numerosi.  Poi  esularono  a  frotte,  e  questo  fu  nel  1698, 
quando  uscì  l'editto  col  quale  Vittorio  Amedeo  sbandì 
i  fuorusciti  di  Francia  e  assegnò  tempo  dieci  anni  ai 
Valdesi  che  non  volessero  riconciliarsi  colla  Chiesa  di 
Roma.  Frattanto  il  Re  di  Francia  provvide  a  rista- 
bilire in  ufficio  otto  parroci.  In  seguito  però,  rin- 
novatasi la  guerra  contro  Luigi  XIV,  quei  di  Prage- 
lato  mandarono  milizie  volontarie,  ed  i  ministri  resi- 
denti nelle  altre  vallate,  chiamati  da'  correligionari, 
tornarono  a  visitarli  periodicamente.  Nel  1704  cor- 
sero trattative  fra  1  Duca  di  Savoia  e  l' Inghilterra. 
Nel  trattato  che  ne  risultò,  il  4  di  agosto,  quegli  s'im- 
pegnava a  lasciare  ai  reduci  del  Pragelato  il  libero 
esercizio  della  religione  come  lo  godevano  avanti  che 
ne  uscissero  ;  ma  la  promessa  non  fu  tenuta.  E  quando 
la  regina  Anna  insistette  presso  Vittorio  Amedeo 
onde  venissero  concesse  a  quella  valle  le  libertà  me- 
desime che  aveano  gli  altri  Valdesi,  rispose  in  modo 
evasivo,  dicendo  che  aspettasse  la  conclusione  della 
pace.  Intanto,  nulla  s'era  innovato  a  loro  favore;  tan- 
t'  è  vero  che  allorché  i  deputati  del  Pragelato,  pre- 
senti al  sinodo  di  Angrogna  ranno  1709,  proposero 
l' unione  co'  loro  correligionari,  l' intendente  di  Pi- 
nerolo,  che  vi  sedeva  per  il  controllo  legale,  oppose 
il  suo  veto,  <<:  per  non  essere  gli  abitanti  del  Pra- 
gelato compresi  ne'  privilegi  concessi  alle  altre  val- 
late. »  (1) 

Mentre  i  destini  loro  volgevano  a  male,  i  Valdesi 


(I)  Atti  Sinodali,  MSS. 


251 
(ìi  Pragelato  lavoravano  a  scongiurarli.  S'  erano  già 
convertiti,  mormoravano  i  curati;  ma  oggi  ritornano 
con  furore  all'eresia.  Per  reprimerli  invocarono  nuove 
restrizioni  da  parte  del  Senato  di  Pinerolo.  Allora 
quelli,  radunatisi  a  Usseaux  il  7  aprile  1710,  celebra- 
rono la  comunione  insieme  co'  loro  correligionari  che 
vi  accorsero  dalle  altre  vallate.  Era  un  modo  pratico 
di  affermare  1'  unione.  Ma  fu  come  gittar  paglia  sul 
fuoco.  La  reazione  divampò,  si  propagò,  e  l' avvenire 
si  faceva  inquietante.  Pendevano  le  ultime  speranze 
dalla  prossima  conclusione  della  pace.  Si  credeva  pur 
sempre  che  l'Inghilterra  non  si  dovesse  lasciare  sfug- 
gire P  occasione  di  tutelare  gì'  interessi  del  culto 
valdese.  Così  non  fu,  per  allora.  Distratto  da  ben  al- 
tri interessi,  il  suo  governo  non  si  curò  di  ricordare  a 
Vittorio  Amedeo  la  promessa  di  libero  esercizio  della 
religione  riformata  connessa  col  patto  segreto  del- 
l' anno  1704.  Che  più?  Parrebbe  che,  coi  suoi  tenten- 
namenti, desse  al  Duca  qualche  pretesto  a  non  rite- 
nersi altrimenti  vincolato.  Ecco  perchè  la  pace  firmata 
a  Utrecht  1'  11  di  aprile  1713,  anzi  che  di  lieto  augurio 
per  quei  di  Pragelato,  ne  mandò  a  fondo  le  ultime 
speranze.  Essa  recava,  difatti,  che  Luigi  XIV  aveva 
ceduta  la  valle  a  Vittorio  Amedeo,  a  patto  che  non 
vi  tollerasse  alcuna  novità  in  fatto  di  religione. 

Ormai,  la  fine  era  prossima,  inevitabile. 

Di  lì  a  due  anni,  cioè  nel  1715,  moriva  il  vecchio 
sire  di  Francia.  Spariva  alfine  colui  che  Vittorio  Ame- 
deo soleva  da  sì  gran  tempo  additare  come  l' autore 
delle  sue  colpe  riguardo  ai  Valdesi.  Ma  il  Duca,  coro- 
nato Re  in  seguito  alla  pace  e  divenuto  signore  di 
nuove  provincie,  non  si  die  gran  pensiero  de'  sudditi 
che  avea  nelle  Alpi  Cozie.  Eppure,  se  erano  utili  in 
tempo  di  guerra  per  la  difesa  de'  confini,  lo  erano 
ancora  in  tempo  di  pace    per    sopportare    con    pa- 


252 

zienza  le  più  dure  gravezze.  (1)  Avea  inoltre  perso- 
nali prove  della  loro  fedeltà.  Chi  non  sa  che  una 
volta  non  dubitò  di  commetter  loro  in  custodia  la 
propria  persona?  Fu  l'anno  1706,  durante  1'  assedio 
di  Torino,  quando,  per  non  esporsi  al  furore  de' Fran- 
cesi, s'  era  rifugiato  a  Luserna,  anzi,  su  a  Rorà,  pro- 
prio tra'  colli  illustrati  dalle  gesta  di  quel  Giana- 
vello  di  cui  erasi  messa  la  testa  a  prezzo.  E  perfin 
nella  reggia  avea  frequenti  segni  della  loro  devo- 
zione, come  si  rileva  dalle  deliberazioni  sinodali; 
tanto  che,  sia  che  fosse  in  lutto  per  la  morte  del 
principe  ereditario,  sia  che  bandisse  feste  per  le 
nozze  del  secondogenito,  che  poi  gli  succedette,  in 
ogni  circostanza  di  qualche  momento  era  certo  di 
veder  giungere  dalle  Valli  o  lettere  o  deputazioni  per 
rinnovare  sentimenti  noti,  quasi  superflui,  di  filiale  af- 
fetto. Tant'  è,  come  avea  cominciato  il  suo  regno  col 
bando  de'  Valdesi,  così  con  altro  bando  lo  finì,  mal- 
grado le  reiterate  istanze  del  re  di  Prussia  e  1'  unita 
intercessione  delle  nazioni  protestanti.  L' editto  fatale 
uscì  in  forma  d' Istruzioni  al  Senato,  in  data  del  20 
giugno  1730,  raccogliendo  in  un  fascio  gli  sparsi  ordi- 
namenti relativi  al  culto  valdese.  Esso  diceva: 

«  La  Valle  di  Pragelato  essendo  stata  ceduta  dal 
Re  di  Francia  nella  pace  di  Utrecht,  per  essere  te- 
nuta in  tutto  nella  stessa  maniera  che  era  posseduta 
dalla  Francia,  ne  segue  che  tutti  gli  abitanti  in  essa 
Valle  devono  professare  la  religione  cattolica,  e  che 
non  deve  essere  lecito  alcun  esercizio,  ne  pubblico 
né  privato,   della   pretesa   religione   riformata,  tale 


(1)  Uno  de' più  aspri  censori  dei  Valdesi  esaltò  l'abnegazione  di 
Vittorio  Amedeo  che  nel  1686  si  rassegnava  a  "  perdere  le  annue 
contribuzioni  che  da  essi  venivano  puntualmente  pagate."  Forni, 
Li  Religionari  delie   Valli,  MS.  della  Bibl.   Reale  di  Torino. 


253 

esercizio  essendo  stato  generalmente  sbandito  da 
tutto  '1  regno  di  Francia  »  (1). 

Quelle  istruzioni,  già  precedute  da  troppi  atti  di 
rigore,  davano  il  colpo  di  grazia  alle  Chiese  evange- 
liche del  Pragelato.  L'emigrazione,  incominciata  da 
parecchi  anni,  ora  si  operò  in  massa.  Più  di  ottocento 
persone  passarono  i  confini  prima  che  spirasse  1'  anno, 
e,  avviatesi  per  la  Svizzera,  la  Germania  e  l' Olanda, 
vi  raggiunsero  le  colonie  non  ancora  fiorenti. 

Ora  si  vede  a  che  si  riducesse  1'  ormai  vecchia  pro- 
messa del  famoso  tozzo  di  pane  da  condividere  sem- 
pre co'  sudditi  delle  Valli,  sia  nella  lieta  come  nel- 
l'avversa fortuna.  Vittorio  Amedeo,  divenuto  Re,  vide 
quei  sudditi  fedelissimi  prendere  per  la  terza  volta 
la  via  dell'  esilio.  Però,  siamo  giusti  ancora  con  lui. 
Questa  volta,  il  bando  voluto,  come  di  solito,  dal  re 
di  Francia  e  dal  Papa  che  minacciava,  ove  non  si 
avverasse,  di  rendere  irrito  un  concordato  vantag- 
gioso alla  corte  di  Torino,  era  solo  parziale.  Non  di- 
ciamo perciò  che  concernesse  soltanto  i  protestanti 
francesi  rifugiati  nelle  Valli  e  i  Cattolici  che  s' erano 
fatti  protestanti  ed  i  pochi  Valdesi  che  avessero  abiu- 
rato anteriormente,  come  è  parso  ad  alcuno  (2).  Esso 
applicavasi  anche  ai  Valdesi  non  deviati  dalla  fede 
degli  avi.  Ma  se  il  Pragelato  era  lasciato  in  balìa  dei 
Gesuiti,  non  così  le  altre  vallate.  Per  un  verso,  il  re- 
gno di  Vittorio  Amedeo  è  forse  paragonabile  con 
quello  di  Emauuele  Filiberto.  Vero  è  che  quegli  non 
sapeva  resistere,  per  equità  verso  i  sudditi  delle  Valli, 
ai  mali  consigli  e  alle  prepotenze,  come  l'illustre  suo 
antenato;  ma  neppure  ebbe  come  lui  compagna  una 


(  1  i  Istruzione  al  Senato  di  Piemonte  per  V  osservanza  degli    editti 
ed  ordini  concernenti  i    Valdesi  etc. 

(2)  Cosi  è  parso  a  P.   Bert  nel  suo  Livre  de   Famillc,  IIa  parte. 


•254 

principessa  illuminata  e  amica  de'  Valdesi.  Ecco  piut- 
tosto dove  spiccano  le    analogie.  Tanto  l'uno  come 
l'altro,  dopo  avere  messa  l'esistenza  de' Valdesi  a  fie- 
rissimo  cimento,  e  ognora  per  ineluttabile  ingerenza 
e  pressione  della  Francia  e  del  Papato,  dischiusero 
ad  essi  più  sereni  orizzonti.  Colla  pace  di  Cavour  si 
era  inaugurato  un  regime  di  legale  tolleranza,  che 
impedì  poi   la   totale   lor    ruina;  dopo   la   pace   di 
Utrecht  è  finita,   si  può  dire,  1'  era  delle  persecu- 
zioni armate.  Questo  non  ci  paia  poco.  E  notisi  che, 
alla  fine  del  suo  regno,  Vittorio  Amedeo,  pur  cosi 
distratto  allora  per  le  sue  relazioni  colla  marchesa  di 
Spigno,  si  accostò  ai  suoi  poveri  sudditi  delle  Valli 
con  amorevoli  intenti.  Non  solo  li  soccorse   di  de- 
naro,  ma  favorì   a   loro   riguardo  la  liberalità  degli 
stranieri,  appunto  quando  stava  per  emigrare  il  re- 
siduo valdese  di  Pragelato.  E  se,  al  pastore  Léger  di 
Ginevra,   venuto  a  Torino  per   recare  i  soccorsi  di 
Olanda,  diceva:   «Non  gradirei  che   v'immischiaste 
negli  affari   concernenti  la    valle  di  Pragelato,  per 
rispetto  ai  trattati  conclusi  colla  Francia,  »  però  sog- 
giungeva :  «  Adoperatevi  pure  in  favore  de'  miei  sud- 
diti valdesi,  massime  in  questi  tempi,  perchè  fecero 
grandi  perdite;  io  stesso  li  ho  soccorsi  e  lo  farò  in 
ogni  occasione...   Faccio  quel   che  posso   per  quelle 
buone  genti;  mi  servono  bene  e  voglio  loro  bene. 
Potete  accertarli  che  non  toccherò  mai  la  loro  reli- 
gione, e  che,  finche  vivremo  io  e  il  mio  figlio,  avran 
motivo  di  essere  contenti  »  (1). 

Queste  parole  non  furono  vane;  i  fatti  le  confer- 
marono lungamente. 


(1)  Relazione  del  pastore  Léger  (da  non  confondersi  collo  sto- 
rico morto  ornai  da  mezzo  secolo)  al  Magnifico  Consiglio  e  alla 
Venerabile  Compagnia  di  Ginevra,  presso  gli  archivi  del  concistorio 
di  San  Giovanni  di  Luserna.   È  in  data  del  28  aprile  1730. 


^oo 


CAPITOLO  NONO 


Albori. 


Bell'alba  è  questa.  In  sanguinoso  ammanto 
oggi  non  sorge  il  sole;  un  dì  felice 
prometter  panni. 

Vittorio  Alfieri. 

Gesù,  sole  dis-ino,  non  vorrai  tu 
più  illuminare  questo  popolo  infeli 
ce?  Deh!  riponi  il  candelabro  nel 
luogo  suo. 

Felice  Neff. 
siamo    testimoni   posti    accanto  al 
Viso  per  rendere  testimonianza  alla 
verità:  L'i.'  lucet  in  tenebri». 

Curio  Beckwith. 

Ora  si  respira  alfine. 

I  primi  albori  di  nuova  civiltà  faranno  a  poco  a 
poco  svanire  l' incubo  persistente  dopo  una  notte 
lunga,  piena  di  terrori  e  di  angoscie.. 

Ma  perdura  l' oppressione,  benché  turbata  dalle 
grida  della  Rivoluzione  francese  e  interrotta  dal  go- 
verno della  Repubblica  e  dell'  Impero.  La  fede,  stanca 
per  l'inazione  più  che  per  le  persecuzioni,  e  fiacca  dal 
dubbio  nascente,  s' addormenta  sull'  origliere  delle 
tradizioni,  favoleggiando  in  sogno  della  gloria  degli 
avi.  Risvegliata  alquanto  dal  primo  apparire  della  li- 
bertà, 1'  accoglierà  con  un  sussulto  di  allegrezza,  che 
sarà  breve.  Simile  a  guizzo  di  lampo  in  mezzo  ai  tuo- 


256 

ni,  la  libertà  sparirà  fra  le  nubi  di  una  reazione  tur- 
binosa, non  senza  lasciare  di  sé  irrequieto  desiderio 
e  destare  più  intense  aspirazioni.  E  queste  saranno 
ravvivate  dalla  voce  amica  di  benefattori,  i  quali, 
intervenuti  a  richiamare  le  nuove  generazioni  alla 
vocazione  udita  dai  padri,  riusciranno  a  drizzarne 
gli  sguardi  verso  più  degni  orizzonti. 


Avanti  la  Rivoluzione. 

Le  origini  del  nuovo  declinare  del  sentimento  reli- 
gioso, che  forse  diventa  inevitabile,  non  sono  tutte 
nuove.  Senza  mettere  in  forse  i  salutari  influssi  della 
Riforma,  sarà  lecito  osservare  che  la  sua  disciplina, 
come  la  concepì  il  riformatore  di  Ginevra,  rispondeva 
non  meno  agi'  ideali  dell'  antico  Israele,  che  a  quelli 
della  perfezione  evangelica  già  vagheggiati  con  amore 
da  Valdo  e  da  lui  voluti  a  sola  regola  della  vita  reli- 
giosa per  i  primi  seguaci.  Mercè  la  confusione  avve- 
nuta nelle  scuole  riformate  fra  la  scaduta  legge  di 
Mosè  e  quella  di  Cristo,  si  potè  battere  alcuna  volta 
i  sentieri  dei  Giudici  d'Israele  e  credere  di  seguire 
per  ogni  maniera  le  traccie  degli  Apostoli.  La  terra 
degli  avi,  irrorata  di  tanto  sangue,  era  divenuta  sì  cara 
che  per  poco  non  si  perdeva  di  vista  la  patria  celeste.  E 
la  persecuzione,  col  suo  grave  strascico  di  tribolazioni 
e  di  miserie,  avea  finito  per  irritare  gli  animi,  oscu- 
rare la  vita  interiore,  e  pareva  che  la  memoria  delle 
lotte  durate  per  la  fede  e  la  patria,  avesse  a  dispen- 
sare da  quelle  dello  spirito,  massime  quando  v'  era  il 
timore  che  le  prime  si  dovessero  rinnovare. 


2Ò~ 
Del  resto,  le  ragioni  del  nuovo  declinare  della  fede 
e  della  vita  religiosa  si  vogliono  cercare  ancora  al 
di  fuori,  e  li  saranno  più  manifeste. 

Chi  non  udì  parlare  de' tempi  di  Voltaire  e  di  Gian 
Giacomo  Rousseau?  La  superstizione  e  la  corruzione, 
alimentate  dalla  tirannide,  erano  giunte  al  colmo.  Dai 
santuari,  invasi  dall'ipocrisia,  sprigionavasi  il  dubbio, 
spesso  sincero  ma  invelenito  dal  livore.  Sulle  prime 
parve  inteso  soltanto  a  risvegliare  la  libertà  dor- 
miente, spezzandone  le  catene;  ma  poi  mirò  dritto, 
in  giorni  di  rivoluzione  e  di  terrore,  a  rompere  ogni 
giogo  e  a  diroccare  le  stesse  basi  della  società  re- 
ligiosa e  civile.  Quel  dubbio,  diffuso  nella  lettera- 
tura e  nelle  scuole,  penetrava  dovunque.  Gli  stu- 
denti valdesi  che  traevano  in  Isvizzera,  in  Germania, 
in  Olanda,  respirando  le  nuove  idee,  si  rilassarono 
alquanto  e,  di  ritorno  alle  natie  valli,  v'  introdussero 
una  filosofia  volgare,  insipida  anzi  che  no,  che  sotto 
il  manto  della  tolleranza  e  degli  stessi  dogmi  tradi- 
zionali, riconosceva  più  o  meno  indifferente  i  diritti 
di  ogni  religione,  salvo  a  conservare  la  propria,  al- 
meno nelle  sue  pratiche  esteriori.  I  nuovi  pastori 
recitavano  pur  sempre  il  Credo  Apostolico,  ma  con 
fede  tinta  di  nozioni  sociuiane,  che  si  rinverdivano 
nelle  diverse  scuole,  specialmente  a  Ginevra.  Si  pre- 
dicava che  v'  ha  un  Dio  creatore  di  tutte  le  cose, 
che  governa  il  mondo  a  fin  di  bene  e  mandò  Cristo 
in  terra,  a  proclamare  pace,  libertà,  uguaglianza  e 
fratellanza.  Ciò  non  era  nuovo,  se  si  vuole,  ma  nuovo 
era  il  modo,  ed  i  confini  fra  la  religione  del  Van- 
gelo e  quella  che  veniva  in  uso  di  chiamar  Religione 
Naturale,  sparivano  insensibilmente.  Languiva  la  pie- 
tà come  fiamma  che  muore;  non  valeva  a  far  rifiorire 
le  cristiane  virtù,  ma  solo  ad  evocarne  le  svanite  glo- 

Stor.   Vali.  17 


258 

rie,  e  talora  in  modo  ridicole.  (1)  Quando  era  più  ur- 
gente il  risveglio,  e  le  riforme  divenivano  più  indi- 
spensabili, si  ardiva  sostenere  che  i  Valdesi  si  fossero 
mantenuti  immutabili,  immobili  nella  fede  apostolica, 
predicata  loro  da  San  Paolo,  se  non  da  San  Giacomo 
nel  recarsi  in  I spagna!  E  in  questo  senso,  per  esem- 
pio, che  Giacomo  Brezzi  scriveva  la  storia  valde- 
se. {2)  Biasimava  Gillio  per  avere  ammesso  che  la 
Chiesa  delle  Valli  fosse  stata  riformata;  incensava 
Legero  di  cui,  dopo  Arnaud,  ricalcava  le  orme,  an- 
cora esagerando  le  sue  già  stravaganti  conclusioni. 
Non  noi,  diceva  il  Brezzi,  siamo  debitori  alla  Rifor- 
ma; questa  è  debitrice  a  noi.  E  probabile  che  Cal- 
vino fosse  rampollo  de'  Valdesi,  i  quali,  solo  per 
avere  fatto  uso  di  libri  riformati,  poterono,  se  mai, 
deviare  alquanto  dalla  primitiva  loro  semplicità.  Non 
si  nega  che  la  Riforma  sia  stata  una  importante 
rivoluzione;  però,  i  Luterani  furono  sconsigliati  nel 
separarsi  dai  Riformati,  e  questi  nel  lasciare  la  Chiesa 
Cattolica.  Profittiamo  de'  benefizi  che  ci  recarono  i 


(1)  .Se  n'  ha  un  esempio  abbastanza  caratteristico  nelle  parole  di 
Paolo  Appia,  che  rifacendosi  alle  origini  de'  Valdesi,  dice  che  il  pri- 
me di  essi  fu  ';  un  certain  Leon,  homme  docte  et  pieux,  dans  le 
troisième  siede,  "  e  ciò  risultare  dalle  concordi  testimonianze  di  Rai- 
nero  Sacconi  e  Claudio  Seyssel.  Dopo  quel  Leone,  '  '  on  ne  compte 
plus  d'instituteur  vaudois  célèbre,  que  Pierre  de  Valdis  au  sixième.  " 
Poi  avemmo  tra'  nostri  Claudio  di  Torino,  Berengario  che  ci  attirò 
il  nome  di  Berengariani  e,  citato  al  concilio  di  Vercelli  1'  anno  1049, 
fu  dissuaso  di  comparirvi  "  par  Lanfrancus  Ferradus  et  son  com- 
pagnon  Valdo.  "  Avemmo  inoltre  a  missionario  Pietro  di  Bruis.  In- 
fine, nel  1180  sorsero  i  Poveri  di  Lione  "  qui  eurent  pour  instituteur 
Pierre  Baldon,  connu  sous  le  nom  de  Valdo;  "  il  quale  non  fece  che 
ripetere  gli  antecessori.  Conchiude  naturalmente  collo  spacciare  per 
male  informato  chi  pretende  che  i  Valdesi  originassero  da  Valdo. 

(2)  "  Les  Vaudois,  dice  il  Brezzi,  sont  le  seul  peuple  qui  ait  con- 
serve inviolablement  la  doctrine  chrétienne,  sans  aucune  altération, 
depuis  les  premiers  siècles  chi  Christianisme  jusqu'à  nos  jours.  "  Hist. 
dea  Vaudois  etc,  Losanna  1794,  prefazione,  p.  XXII. 


259 
riformatori,  questo  sì;  ma  non  giuriamo  nel  nome 
loro.  Qui  parlava  più  discreto,  e  soggiungeva:  Non 
dimentichiamo  che  uno  è  il  nostro  legislatore,  cioè 
Gesù,  e  che  vien  meno  alla  riverenza  e  alla  gratitu- 
dine che  gli  sono  dovute  chi  non  si  contenta  di  assu- 
mere il  nome  di  Cristiano.  (1)  Il  male  si  è  che  1'  am- 
piezza della  sua  visuale  nel  campo  della  religione  si 
conciliava  colla  più  deplorevole  superficialità,  che 
troviamo  espressa  da  lui  stesso  in  questi  versi  posti 
ad  epigrafe  della  sua  storia: 

La  vertu  des  humains  n'est  point  dans  lem-  croyance, 
elle  est  dans  la  justiee  et  dans  la  bienfaisance. 

Insomma,  il  nostro  scrittore 

Vede  lucciole  giù  per  la  vallea, 

non  la  realtà  delle  cose.  Ora,  che  siffatti  pregiudizi 
e  illusioni  incagliassero  il  progresso  della  vita,  non 
potrà  dubitare  chi  ne  osservi  la  persistenza  nelle 
menti  più  elette  di  allora  e  di  poi,  per  lungo  vol- 
gere di  anni  (2). 

Eppure  la  Chiesa  gemeva  ancora  e  pregava,  se 
stiamo  a  quel  che  si  legge  nelle  deliberazioni  sino- 
dali. E  sia  pure  che,  a  provocare  quei  gemiti  e  quelle 
preghiere,  occorressero  i  flagelli  delle  guerre  che 
mettevano  a  rumore  l' intera  Europa  e  il  timore  di 
esserne  investiti  e  il  desiderio  di  scongiurarli,  nondi- 


(1)  Op.  cit.,  prefazione,  p.  XXII,  XXIII,  XXXIX,  XL  e  XLI. 

(2)  Cfr.  gli  scritti  di  Timoleone  e  G.  Rodolfo  Peyran,  di  P. 
Bert,  de'  quali  vediamo  ancora  larghi  riflessi  in  scrittori  di  data 
più  recente.  .Non  si  fa  qui  parola  degli  scrittori  stranieri,  inglesi 
specialmente,  soliti  da  Sir  Samuel  Morland  in  poi  confondere  la 
storia  colle  leggende  ogni  volta  che  narrano  de'  Valdesi.  Ai  nostri 
tempi  le  investigazioni  di  Herzog,  Dieckhoff,  Preger,  Haupt,  Mùl- 
ler,  Berger  etc.   resero  i  narratori  più  cauti,  almeno  nelle  scuole. 


260 

meno  ricrea  il  leggere  ivi  parole  di  umiliazione  e  di 

ravvedimento  come  sono  queste: 

«  Le  nostre  cadute  sono  così  frequenti,  sì  spesse  le 
trasgressioni,  e  i  vizi  così  numerosi,  che  le  nostre 
coscienze  e  la  religione  insieme  ci  sollecitano  a  ri- 
correre alla  divina  misericordia  con  umiltà  e  fervore, 
onde  ottenere  il  perdono  delle  nostre  offese  e  la  con- 
tinuazione de' suoi  preziosi  favori.  A  questo  intento 
sarà  celebrato  un  giorno  solenne  di  digiuno,  di  pre- 
ghiera e  di  rendimenti  di  grazie,  al  fine  di  emendarci 
di  cuore  e  sinceramente,  e  stornare  per  tal  modo  lira 

celeste  »  (l). 

Tale  la  situazione  generale,  sotto  1'  aspetto  reli- 
gioso. La  situazione  civile  non  lasciava  scorgere, 
avanti  la  Rivoluzione,  prospettive  più  liete. 

Ristretti  nelle  Valli,  sotto  un  dominio  di  legale  op- 
pressione che  li  teneva  segregati  dagli  altri  sudditi 
piemontesi,  «  esclusi  dai  pubblici  uffizi  »  (2),  non  solo 
i  Valdesi  pativano  l'uggia  di  una  custodia  pedante  e 
rigorosa,  ma  erano  esposti  ad  occasionali  restrizioni. 
Lo  provano,  a  ino'  d'  esempio,  le  nuove  istruzioni  che 
il  Senato  di  Torino  diresse  il  29  luglio  1740  ai  giudici 
stanziati  fra'  Valdesi,  al  fine  di  rinfrescare  gli  ante- 
riori editti  ed  applicare  in  modo  speciale  e  minuta- 
mente quello  dell'  anno  1730.  «  Con  questi  lumi,  con- 
chiudeva il  Senato,  restando  voi  sufficientemente 
instrutto  di  ciò  che  riguarda  li  suddetti  religionan, 
non  avete  dunque  che  a  vigilare  »  (3).  E  vigilavano 
pur  troppo  i  giudici,  coli'  assistenza  premurosa  di 
chierici  e  frati  che  non  abbisognavano  mai  di  simili 


(1)  V.  Alti  Sinodali,   an.    1774.   Cfr.    an.    1777,    17S0,   178.3,   1788, 

1791  etc. 

(2)  Così,  fra  gli  altri,   il   Carutti,  Storia   della  Corte  d>  Savoia, 

1892,  I,  39. 

(3)  Muston,  IV,  68. 


261 

eccitamenti.  Pinerolo  ebbe  il  suo  vescovo,  e  questi 
fomentava  non  rare  molestie.  Il  così  detto  Rifugio 
della  Virtù,  eh'  era  a  Torino,  fu  traslocato  alla  so- 
glia delle  Valli,  e  finì  per  intitolarsi  Ospizio  de'  Ca- 
tecumeni. Ivi  si  ospitavano  per  carità,  come  si  di- 
ceva, ossia  al  prezzo  della  coscienza,  uomini  e  donne 
consigliati  dall'  onta  o  dalla  fame  ;  ivi  i  fanciulli,  at- 
tirati con  arte  o  catturati  addirittura,  venivano  re- 
clusi, né  giovavano  a  riaverli,  o  assai  di  rado,  le  pro- 
teste e  le  supplicazioni  dei  genitori.  Talora  vediamo 
intervenire  i  sinodi  con  speciali  rimostranze,  ma  con 
esito  per  lo  meno  dubbio,  e  ciò  fu  motivo  di  lungo 
dolore.  Erano  pronti  a  dare  i  loro  figli,  ma  al  Re  e 
alla  patria,  non  al  vescovo  di  Pinerolo.  E  per  il  Re 
e  la  patria  questi  partivano  senza  un  lamento,  fra  '1 
pianto  represso  delle  madri,  e  cadevano  da  prodi.  E 
nota  la  parte  da  essi  avuta  nell'assedio  di  Cuneo  e 
nella  vittoria  dell'  Assiette,  contro  i  Francesi. 

Insomma,  la  vita  de'  Valdesi  era  poco  meno  che 
soffocata.  Consisteva  nella  pietà  di  pochi  fedeli  e  nella 
disciplina  ecclesiastica  retta  dai  sinodi,  che  si  radu- 
navano previa  licenza  formale  del  governo  e  pre- 
sente il  rappresentante  della  regia  intendenza  di 
Pinerolo.  Questo  controllo  avea,  prima  dell'  esilio, 
provocato  qualche  resistenza;  ora  invece  era  subito 
in  silenzio.  Ne'  primi  tempi  successivi  al  rimpatrio, 
aveano  luogo  i  sinodi  ogni  anno  e  anche  più  volte, 
poi  ogni  due  o  tre  anni.  Eleggevano  la  Tavola,  rego- 
lavano gì'  interessi  generali,  la  nomina  de'  pastori,  la 
finanza,  l'istruzione,  la  beneficenza  e,  in  ultima  istan- 
za, casi  riservati  di  disciplina.  Ristretto  n'  era  il  po- 
tere, viepiù  limitati  i  mezzi  di  sussistenza.  Ma  sup- 
pliva pur  sempre  la  simpatia  dei  correligionari  pro- 
testanti, massime  d' Inghilterra,  di  Olanda  e  della 
Svizzera. 


262 

La  regina  Maria,  vedova  di  Guglielmo  III  d'Orange 
re  d' Inghilterra,  avea  assegnato  in  favore  de'  Valdesi 
il  così  detto  Sussidio  Regio,  destinato  per  il  salario 
de'  pastori.  Per  la  parte  che  ne  toccò  ai  pastori  della 
colonia  del  Wurttemberg,  quel  fondo  diminuì  e  non 
di  poco.  Più  innanzi,  vi  si  supplì  mediante  collette 
organizzate  nel  regno  britannico  e  di  cui  fu  affidato 
il  provento  ad  una  società  di  Londra,  col  titolo  di 
Sussidio  Nazionale.  Dal  canto  loro,  gli  Stati  Gene- 
rali di  Olanda  favorirono  collette  speciali,  vuoi  per 
opere  di  beneficenza,  vuoi  per  i  salari  de'  maestri. 
Quando,  alla  fine  del  regno  di  Vittorio  Amedeo  II, 
comparve  il  ministro  Léger  di  Ginevra  coli'  incarico 
di  distribuire  diecimila  fiorini,  si  legge  che,  ricevuto 
in  udienza  dal  Re,  gli  dicesse  :  «  Vostra  Maestà  sarà 
informata  di  certo  che  i  signori  di  Olanda  riservano 
un'  altra  somma  di  denaro  onde  provvedere  di  nuovi 
stabilimenti  le  Chiese  delle  Valli.  »  Vittorio  Amedeo 
rispose:  «  Lo  so,  e  vi  do  carta  bianca,  per  regolare 
quelle  cose  come  vi  piace  »  (1).  E  quelle  cose  furono 
regolate,  a  poco  a  poco,  mercè  le  indefesse  cure  degli 
Olandesi,  i  quali  van  lodati  in  modo  particolare  per- 
chè, non  paghi  a  somministrare  sussidii,  vollero  per 
mezzo  de'  loro  commissari  spingere  molto  innanzi  lo 
sguardo  nello  stato  delle  nostre  comunità,  sindacan- 
done 1'  amministrazione,  in  tempi  che  non  solo  com- 
portavano una  tale  ingerenza,  ma  pur  troppo  ne  ab- 
bisognavano a  comporre  discordie,  prevenire  guai  e 
temperare  inevitabili  abusi.  Per  esempio,  quando  le 
Chiese  di  Olanda,  sospettando  le  scuole  di  Ginevra 
e  di  Losanna,  e  quindi  i  pastori  valdesi,  di  poca  or- 
todossia, accennavano  a  sospendere  le  collette  rego- 
lari, il  Comitato  Vallone  retto  da  persone  spregiudi- 


(1)  V.  Relazione  del  Léger  di  Ginevra,  citata  a  pag.  254. 


263 
cate  s'adoperò  con  singolare  sollecitudine  a  ottenere 
che  ([liei  pastori,  che  non  erano  più  disposti  a  dare 
la  Confessione  dell'  anno  1655  come  espressione  della 
loro  fede,  combinassero  insieme  pochi  articoli  essen- 
ziali, per  ovviare  al  pericolo,  e  vi  riuscirono.  (1)  Del 
resto,  bisogna  dire  che  ebbero  per  molti  anni  in  Gia- 
como Peyran,  pastore  a  Pomaretto,  un  fido  e  intel- 
ligente coadiutore,  prima  quando  era  Moderatore  e 
più  specialmente  dopo,  per  il  controllo  della  Tavola 
Valdese  che  occorreva  agli  amici  di  lassù  ;  talché  a 
questi  toccò  T  onore  di  essere  da  solo  l'anello  di  con- 
giunzione che  univa  i  benefattori  olandesi  colla  Chie- 
sa delle  Valli.  (2)  Finalmente  non  dimentichiamo  che 
agli  Svizzeri  erano  pur  sempre  dovute  le  borse  per 
gli  studenti  di  teologia  che  traevano,  di  solito,  a  Ba- 
silea, a  Losanna  o  a  Ginevra. 

Adunque,  se  l'esistenza  della  Chiesa  Valdese  era 
cosi  precaria  che,  a  viste  umane,  pareva  sospesa  a 
un  filo,  si  vuole  altresì  convenire  che  il  filo  era  ancor 
tenace  e  retto  da  buone  mani,  senza  parlare  della 
mano  che  governa  i  destini  delle  nazioni  e  che  stava 
per  infrangere  molte  catene. 


II. 

Sotto  la  Repubblica. 

Se  vi  era  popolo  che  non  potesse  rimanere  chiuso 
agl'ideali  della  Rivoluzione  francese,  ma  sentirsi  pre- 


(1)  V.  il  carteggio  di  cjuel  Comitato  presso  gli  archivi  della  Tavola 
Valdese  e  qualche  frammento  presso  il  cav.  W.  Medie,  per  esempio 
le  lettere  del  presidente  Samuele  Chàtelain,  del  24  novembre  e  29  di- 
cembre 1766. 

(2)  "  Vona  ètea  notre  bras  droit,  gli  scrive  il  Comitato  Vallone; 


264 

parato  a  far  eco  al  grido  di  libertà,  di  eguaglianza  e 
di  fratellanza,  di  certo  era  quello  delle  nostre  Valli. 
Se  non  che,  essi  apparvero  sì  torbidi  e  lordi  di 
tante  colpe,  che,  lì  per  lì,  i  Valdesi  ne  restarono 
perplessi,  quasi  muti  per  grande  stupore.  Si  rac- 
conta, per  verità,  che  appena  scoppiata  la  Rivolu- 
zione, un  pastore  si  facesse  richiamare  all'  ordine 
dai  colleghi  e  deporre  per  le  sue  arrischiate  allusioni 
agli  avvenimenti  che  succedevano  oltr' Alpi.  (1)  Era 
ben  poco,  ove  si  consideri  che,  in  queir  ora  di  crisi 
generale,  non  mancarono  le  provocazioni  intese  a  tra- 
scinare a  male  i  Valdesi.  Resistettero  senza  fatica 
alla  prima  tentazione,  tanto  erano  ornai  intimiditi,  e 
solo  quando  saranno  giustificati  li  vedremo  stendere 
la  mano  all'albero  della  Rivoluzione  per  cogliere  il 
frutto  della  libertà. 

Durante  le  guerre  che  precedettero  1'  invasione 
francese,  i  Valdesi  non  si  sottrassero  punto  al  do- 
vere verso  il  loro  sovrano  Vittorio  Amedeo  III;  anzi, 
fecero  buona  guardia  ai  confini.  Qui  però  vuoisi  notare 
un  fatto  assai  grave.  Quando  esponevano  la  vita  per 
il  loro  principe,  furono  a  un  pelo  di  aversene  a  pen- 
tire. Essendo  una  banda  di  malfattori  penetrata  in 
quel  frattempo  in  Val  Luserna  al  fine  di  menare 
strage  o  saccheggio  nelle  loro  case,  l'infernale  intento 
trapelò  e  fu  prevenuto.  Il  Duca  ne  provò  rammarico 
e  rese  ampia  testimonianza  alla  fedeltà  de'  Valde- 
si. (2)  Vi  fu  bensì  chi  gli  suggerì  di  far  meglio,  cioè  di 


nous  avons  en  vous  une  pleine  confiance.  Ce  n'est  que  par  vos 
eonseils  et  vos  directions  que  nous  pouvons  travailler  avec  quelque 
succès.  "  Lett.  del  31  maggio  1779. 

(1)  Monastier,  ffist.  de  VEglise  Vaudoise,  1S47,  II,  1S3.  Cfr.  Mu- 
ston  IV,  81. 

(2)  Vittorio  Amedeo  dichiarò  in  un  dispaccio  del  4  giugno  1794 
che  i  Valdesi  dettero  "  in  ogni  tempo  "  alla  casa  di  Savoia 
"  prove  costanti  e  segnalate  di  fedeltà. 


265 
cessare  le  molestie  ond'  erano  afflitti,  fra  le  quali  era 
più  intollerabile  il  ratto  de  fanciulli,  e  di  amicarsi 
i  naturali  custodi  della  frontiera  col  rallentare  i  con- 
sueti rigori;  invano  però.  Salito  al  trono  il  suo  suc- 
cessore  Carlo  Emanuele  IV,  i  Valdesi  si  fecero  a 
chiedere  di  venire  esenti  dalle  tasse  per  il  culto  cat- 
tolico e  ammessi  con  parità  di  diritto  agli  uffici  mu- 
nicipali; ma  ebbero  mala  risposta.  Vero  è  che,  di  lì 
a  poco,  dopo  i  torbidi  repubblicani  di  Genova  e  di 
Milano,  gli  umori  del  governo  piemontese  parevano 
mutati.  Era  tardi.  Il  re  si  ritirava  a  Cagliari,  la- 
sciando liberi  i  sudditi  di  riconoscere  il  governo  prov- 
visorio che  i  Francesi  stavano  per  inaugurare. 

Allora  i  Valdesi  vollero  ancor  essi  il  loro  albero 
della  libertà,  come  Torino  e  le  altre  città  del  Piemon- 
te. Era  naturale;  ma  allora  perchè  farne  loro  colpa? 
Ecco  un  governo  che,  di  punto  in  bianco,  ritira  alla 
Chiesa  dominante  ogni  potere  secolare,  abolisce  l' in- 
quisizione e  la  tortura,  proclama  la  libertà  della 
stampa  e  stabilisce  che  «  i  protestanti  sono  am- 
messi a  godere  delle  stesse  prerogative  concesse  ai 
cattolici.  »  (1)  Xon  era  tanta  manna  che  scendeva 
dal  cielo  per  un  popolo  oppresso  da  lunghi  secoli  ?  Se 
la  libertà  si  affacciò  mai  gradita,  seducente,  fu  allora. 
Vero  è  che  le  vestali  della  libertà  non  furono  quello 
che  si  richiedeva  per  la  custodia  del  fuoco  sacro;  pur 
troppo  essa  venne  profanata,  lordata  nel  sangue, 
(piando  saliva  ancor  alto  il  grido  dell' umana  fratel- 
lanza. E  chi  dirà  mai  quanto  perdesse  di  prestigio  fra 
noi  per  le  nefande  scene  di  Alondovì,  Carmagnola, 
Asti  e  Alessandria?  Perciò  il  regno  suo  fu  breve.  Se 
in  quel  tempo  avvenne  ai  Valdesi  di  venir  trascinati 
a  gazzarre  e  perfino  a  qualche  sommossa,  e  per  giunta 


li    Decreto  del  31  dicembre  179S. 


266 

sfruttati,  è  certo  che  furono  moderati  al  paragone  di 
altre  popolazioni,  né  si  negherà  che  per  giunta  si  ado- 
perassero con  tutto  l' animo  a  prevenire  maggiori  guai. 
Così,  quando  trecento  soldati  francesi  giacevano  in- 
fermi a  Bobbio  e  stavano  per  cadere  in  mano  de'  Co- 
sacchi, riuscì  al  pastore  Emanuele  Rostagno  di  farli 
trasportare  a  tempo  di  là  dal  confine.  E  mercè  le  co- 
raggiose premure  di  Paolo  Appia  di  Torre,  il  quale 
si  arrischiò  fino  a  coprire  la  ritirata  delle  ultime 
milizie  francesi,  molte  vittime  furono  risparmiate. 
S' intende  nondimeno  che,  per  queir  antipatia  e  par- 
zialità che  i  pregiudizi  sogliono  fomentare  o  per  la 
partigianeria  troppo  naturale  in  chi  non  arriva  a  su- 
bordinare mai  le  passioni  politiche  agi'  interessi  supe- 
riori dell'  umanità,  le  azioni  de'  Valdesi  apparissero 
sospette  di  connivenza  collo  straniero.  Gli  onesti  pe- 
rò, che  giudicano  spregiudicatamente,  non  vorranno 
pretendere  che,  alle  popolazioni  de'  confini,  massime 
quando  non  sono  chiuse  agi'  ideali  cristiani  e  non 
sono  inesperte  della  sventura  e  delle  tribolazioni  di 
questo  misero  mondo,  non  si  addica  alcuna  volta 
1'  ufficio  del  buon  samaritano  fra  popoli  che  si  di- 
vorano. E  si  noti  che  le  compassioni  che  si  rimpro- 
verarono ai  Valdesi  erano  l' eco  di  voci  che  da 
oriente  come  da  poneute  erano  venute  proclamando 
gli  uomini  liberi,  fratelli  e  eguali.  Oh  via  !  era  me- 
glio per  la  civiltà  che  quei  trecento  infermi  soccom- 
bessero sotto  il  ferro  de'  Cosacchi  ?  No,  la  civiltà  non 
va  disgiunta  dall'  amor  patrio,  se  non  per  le  genti 
barbare.  «  Erano  nemici,  quei  trecento,  ma  erano 
uomini;  erano  cristiani  e  figli  della  nazione  che  avea 
bandita  la  libertà  di  coscienza.  »  (1) 


(1)  Carutti,  a  cui  togliamo  quelle  nobili  parole,  chiama  il  Rosta- 
gno "  degno  pastore  valdese.  "  Sto?-ia  della  corte  di  Savoia  etc. , 
II,  54. 


267 
Era  interrotta  da  un  anno  la  dominazione  della 
Repubblica,  quando  Napoleone,  calato  in  Italia, 
vinse  la  battaglia  di  Marengo.  Il  governo  fu  sur- 
rogato da  una  commissione  esecutiva  stabilita  a  To- 
rino ;  la  quale,  dato  mano  a  regolare  gì'  interessi  delle 
Valli,  ridusse  le  sue  parrocchie  cattoliche  da  ventotto 
a  tredici,  numero  più  che  sufficiente,  stante  la  scarsità 
de'  fedeli,  quando  i  Valdesi,  dieci  volte  più  numerosi, 
ne  noveravano  quindici  soltanto.  In  conseguenza,  la 
commissione  emanò  questo  decreto  : 

«  Considerando  che,  malgrado  1'  oppressione  che 
gravò  per  tanti  secoli  i  Valdesi  abitanti  delle  Valli 
di  Luserna,  Perosa  e  San  Martino,  essi  si  dimostra- 
rono sempre  attaccatissimi  alla  nazione  piemontese; 
che  sin  dall'  alba  della  Rivoluzione  essi  diedero  le 
prove  più  autentiche  del  loro  amore  per  la  libertà  ; 
che  nella  disastrosa  campagna  dell'  anno  settimo 
cuoprirono  la  ritirata  di  una  frazione  dell'  esercito 
francese,  protessero  le  autorità  costituite  riparate  a 
Pinerolo,  poi  nelle  Valli,  e  porsero  così  agli  altri  abi- 
tanti del  Piemonte  un  esempio  che,  imitato,  avrebbe 
salvata  la  patria  dall'  abisso  di  sciagura  in  cui  cadde  ; 
considerando  che  quella  lodevole  e  generosa  condotta 
cagionò  la  perdita  de'  sussidii  considerevoli  che  for- 
niva loro  r  Inghilterra  e  che  serviva  principalmente 
al  sostentamento  de'  ministri  del  loro  culto  e  degli 
individui  addetti  all'  istruzione  pubblica,  i  quali  si 
troverebbero  ridotti  all'  indigenza  se  il  governo  non 
li  soccorresse;  considerando  altresì  che,  fra  tutti  i 
provvedimenti  adottati  dall'  antico  governo  per  vio- 
lentare la  coscienza  degli  abitanti  di  quelle  Valli,  il 
più  esecrabile  certamente  fu  quello  della  fondazione 
a  Pinerolo  di  un  vasto  ospizio  ove  si  attiravano  i  loro 
figli  con  ogni  sorta  di  mezzi  illeciti  e  dove  erano 
premurosamente  custoditi  onde  farli  educare  in  un 


268 

culto  differente,  pittando  così  la  discordia  e  la  di- 
sunione nelle  famiglie  ;  eh'  è  giusto,  infine,  e  conve- 
nevole che  quell'  edilìzio  che  per  tanti  anni  fu  ca- 
gione di  timore  e  di  afflizione  per  quelle  Valli,  sia 
trasformato  in  uno  stabilimento  utile  ad  esse  e  che 
serva  ad  attestare  la  riconoscenza  del  governo  re- 
pubblicano verso  i  loro  abitanti,  decreta  : 

1.  I  Valdesi  sono  dichiarati  degni  della  ricono- 
scenza nazionale. 

2.  I  beni  e  le  rendite  fisse  delle  parrocchie  delle 
Valli  di  Luserna,  San  Martino  e  Inverso-Perosa 
ridotte  di  numero  con  decreto  in  data  di  ieri  che  ga- 
rantisce loro  nel  tempo  stesso  un  salario  sufficiente, 
saranno  amministrati  dai  Moderatori  valdesi. 

3.  Gli  stessi  Moderatori  saranno  pure  incaricati 
di  ritirare  ed  amministrare  piccole  tenute  passate 
alle  finanze  nazionali  per  decesso  degli  ex-feudatari 
Antonio  Vagnone  e  Vittorio  Verdina. 

4.  Avranno  inoltre  Y  amministrazione  della  casa 
detta  dell'  Ospizio,  situata  a  Pinerolo,  e  delle  sue 
dipendenze. 

5.  Il  prodotto  di  quei  beni,  rendite  e  affìtti, 
non  che  di  detta  casa  e  dipendenze,  sarà  destinato 
agli  stsssi  usi  a  quali  erano  destinati  i  sussidii  for- 
niti dalle  potenze  straniere.  »  (1) 

Però,  sebbene  confermato,  codesto  decreto  vide 
sospesa  Y  esecuzione  della  sua  parte  finanziaria  a 
cagione  del  sequestro  imposto  ai  beni  nazionali.  Frat- 
tanto, ebbe  corso,  e  non  poteva  rimanere  senza  ri- 
sposta. Il  Sinodo  valdese  radunato  a  San  Germano 
ne'  primi  di  giugno  1801,  presente  il  Geymet  ancor 
Moderatore  e  quinci  innanzi  Sotto  Prefetto  del  cir- 


(1)  Decreto  del  19  nov.    1800.  V.   Raccolta  <1'>  leggi  e  decreti,  To- 
rino 1800,  t.  II,  p.   166. 


269 
conciario  di  Pinerolo,  prese  atto  di  tali  disposizioni 
con  queste  parole:  «L'assemblea,  vivamente  com- 
penetrata dei  benefizi  di  cui  i  Valdesi  furono  ricolmi 
dal  governo  repubblicano,  ne  esprime  qui  la  sua  ri- 
conoscenza, e  col  suo  voto  promette  alla  sacra  causa 
della  libertà  ima  devozione  inviolabile.  »  (1) 

Quella  promessa  varrà  essa  a  risvegliare  nella 
Chiesa  Valdese  il  sentimento  della  sua  vocazione? 
Un  che  di  nuovo  ci  pare  che  suscitasse,  e  ve  n  è  in- 
dizio in  un  atto  speciale  di  quello  stesso  sinodo,  ove 
si  deplorano  in  modo  insolitamente  vivace  l' irreli- 
gione di  un  secolo  «  sedicente  filosofo  >>,  le  prevari- 
cazioni e  la  cornitela  a  cui  avea  ornai  aperto  il  varco, 
e  si  ricordano  i  varii  benefici  di  cui  si  privano  gli 
uomini  col  venir  meno  all'  adorazione  dovuta  ali  <•  Au- 
tor di  ogni  bene  »,  ed  i  mali  irreparabili  ai  quali  si 
espongono,  ben  compresi  quelli  di  una  guerra  che 
facevasi  ornai  più  di  ogni  altra  lunga,  ostinata  e  di- 
sastrosa; infine,  dove  è  bandito  solenne  digiuno  per 
confessare  le  colpe  a  Dio,  invocare  la  sua  clemenza 
e  volgere  gli  occhi  a  Cristo,  «  solo  e  vero  amico  degli 
uomini,  alla  cui  dottrina  sarà  sempre  un  onore  per  il 
popolo  valdese  di  aderire,  »  onde  <«  addurre  le  genti 
in  generale  e  i  concittadini  in  particolare  alla  cono- 
scenza dell'Evangelo  »  (2).  Però,  non  ci  lasciamo  il- 
ludere dagli  atti  ufficiali,  specialmente  se  sanno  di 
declamazione.  La  libertà  napoleonica  sonava  prote- 
zione, ma,  povera  d' ispirazione  morale,  scoteva  o 
cullava  le  menti,  non  le  ridestava  a  vita  nuova.  La 
Chiesa,  a  fatti,  rimase  inerte.  Se,  per  bocca  de' suoi 
conduttori,  ci  appare  più  o  meno  conscia  della  sua 


(1)  MSS.  degli  Atti  Sinodali. 

(2)  Ibid. 


270 

infermità,  è  troppo  simile  a  colei  che,  non  trovando 

posa 

con  dar  volta  suo  dolore  scherma. 

Talché  nessuno  indizio  positivo  ci  occorre,  per  ora, 
di  un  risveglio  missionario,  ne  nelle  Valli,  né  fuori.  Se 
i  pochi  ministri  valdesi  allora  lontani  dal  natio  paese 
son  presi  dal  desiderio  di  ripatriare,  non  è  ancora  per 
riaccendere  l' antica  fiamma.  «  Un  male  segreto  mi 
rode,  scrive  l'un  di  essi;  una  noia  continua  e  an- 
gosciosa m' opprime  ;  Y  amore  della  patria  mi  consu- 
ma; l'impossibilità  forse  ineluttabile  di  tornarvi  an- 
cora mi  dispera.  Così  mi  vince  l'apatia  e  rimango 
come  sepolto  in  una  notte  profonda,  uggiosa,  piena 
di  ansietà  »  (1).  Però,  se  una  porta  accenna  ad  aprirsi, 
si  fa  schizzinoso  e  dà  indietro.  (2)  Un  altro  scrive: 
«  Ah  !  io  sono  impaziente  di  ripatriare.  »  Ma,  benché 
veda  la  Chiesa  impegnata  a  soccorrere  il  Val  Queyras 
del  ministero  di  qualche  pastore,  si  scusa  anticipa- 
tamente di  non  andarci.  «  Se  mi  ci  vogliono  mandare, 
sarò  nel  caso  di  bilanciare  il  mio  dovere  co'  miei  in- 
teressi. Sì,  malgrado  la  mia  ferma  risoluzione  di  con- 
sacrarmi al  servizio  della  patria,  mi  sentirò  vivamente 
sollecitato  a  rinunziarvi,  piuttosto  che  di  andare  a 
servire  la  Chiesa  di  Val  Queyras.  Dite  bene  che  non 
si  deve  sempre  agire  per  motivo  di  lucro  e  di  con- 
venienza; ma  chi  non  lo  fa?  E  ne' tempi  in  cui  vi- 
viamo, che  diventerebbe  colui  che  agisse  diversa- 
mente? »  (3) 

Felice  Neff  non  era  ancora  nato? 


(1)  Lettere  di  D.   M. ,  della  colonia  di  Gross  Villar,  5  luglio  1802 
e  4  maggio  1806,  al  sig.  Giosuè  Meille  vice-moderatore. 

(2)  Lett.  del  24  ag.    1S07. 

(3)  Lett.  di  A.   M.  da  Losanna,   15  sett.   1S01,  3  die.    1803  e  12 
luglio  1804,  allo  stesso. 


271 


III. 

Sotto  l'Impero. 

Torniamo  alle  Valli,  che  lasciammo  all' anno  1801. 
Si  elesse  allora  a  moderatore  Rodolfo  Peyran,  colto 
e  capace  amministratore,  e  a  vice-moderatore  il  pio 
Giosuè  Meille.  Dopo  qualche  tempo  Napoleone,  co- 
ronato imperatore,  tornò  in  Italia  per  cingere  a  Mi- 
lano la  corona  di  ferro.  Si  fermò  alquanti  giorni  a 
Torino  e  vi  ricevette  una  deputazione  della  Tavola 
Valdese.  Il  Peyran  portò  la  parola  a  nome  de' fratelli. 

—  Siete  uno  de'  membri  del  clero  protestante  di 
questo  paese? 

—  Sire,  sì  ;  sono  moderatore  della  Chiesa  Valdese. 

—  Siete  scismatici? 

—  Scismatici  no,  ma  separati. 

Qui  una  reminiscenza  parve  distogliere  il  pensiero 
dell'imperatore,  che  riprese: 

—  Fra  di  voi,  e'  è  stata  gente  valorosa. 

—  Sire,  sì  ;  per  esempio  il  pastore  e  colonnello  Ar- 
naud  che  ricondusse  in  patria  i  nostri  avi. 

—  I  vostri  monti  sono  la  vostra  miglior  difesa.  Ce- 
sare durò  fatica  a  traversarne  i  passi....  Il  rimpatrio 
di  Arnaud  è  esatto? 

—  Sire,  sì  ;  ma  crediamo  che  il  nostro  popolo  fu 
assistito  dalla  Provvidenza. 

—  Da  quando  in  qua  siete  voi  una  Chiesa  indi- 
pendente ? 

—  Da'  tempi  di  Claudio,  vescovo  di  Torino. 

—  Quale  stipendio  percepisce  il  vostro  clero? 

—  Per  ora,  non  abbiamo  stipendio  fisso. 

—  Non  avevate  una  pensione  dall'  Inghilterra? 


272 

—  Sire,  sì;  i  re  della  Gran  Bretagna  ci  furono  sem- 
pre protettori  e  benefattori,  fino  a  questi  ultimi 
tempi. 

—  E  ora? 

—  La  pensione  ci  è  stata  soppressa,  dacché  siamo 
sudditi  di  Vostra  Maestà. 

—  Siete  organizzati,  secondo  le  nostre  leggi? 

—  No,  sire.' 

—  Presentate  un  progetto,  mandatelo  a  Parigi,  e 
sarete  organizzati  subito.  (1) 

Appena  rientrato  nelle  Valli,  il  moderatore  Peyran 
convocò  i  suoi  correligionari,  e  fu  stipulata  un'  istanza 
allo  scopo  di  evitare  una  troppo  rigorosa  applicazione 
delle  nuove  leggi  riguardo  all'  organizzazione  eccle- 
siastica, e  ottenere  che  si  provvedessero  i  fondi  ve- 
nuti meno  a  cagione  del  noto  sequestro.  La  sanzione 
imperiale  non  tardò  a  porre  in  assetto  le  cose.  La 
Chiesa  Valdese  fu  sezionata  in  tre  concistoriali  aventi 
le  sedi  rispettive  a  Torre,  Prarostino  e  Villasecca;  i 
pastori  ebbero  il  salario  assegnato  agli  ecclesiastici 
di  terza  classe,  senza  che  la  dotazione  già  concessa 
fosse  ritirata;  fu  solo  riservata  per  le  scuole,  e  il 
Geymet  seguitò  ad  occupare  la  sotto-prefettura  di 
Pinerolo  finché  durò  la  dominazione  francese.  La 
installazione  de'  pastori  ebbe  luogo  a  Torre,  la  dome- 
nica del  G  ottobre  1805.  Nel  prestare  giuramento  di 


(1)  Muston,  IV,  144,  rettifica  la  data  di  questa  udienza,  senza 
darla  ancora  esatta.  Al  suo  ritorno  da  Milano,  ove  la  cerimonia 
ebbe  luogo  il  -26  maggio  1805,  Napoleone  passò  a  Torino,  ma  in- 
cognito. Il  Peyran  fu  ricevuto  quando  andava,  ossia  dopo  il  19  di 
aprile,  che  fu  il  giorno  del  suo  arrivo  al  castello  di  Stupinigi.  Na- 
poleone si  fermò  a  Torino  17  giorni,  e  dice  Carutti  eh'  egli  vi  fu 
ossequiato  "  da  tutte  le  autorità  civili  ed  ecclesiastiche.  "  Stori" 
della  Corte  di  Savoia  età,  II,  201. 


273 
fedeltà,  udirono  dal  prefetto  Loysel  parole  alle  quali 
non  erano  abituati  : 

«  La  libertà  di  coscienza  è  il  più  santo  fra  gli 
umani  diritti.  I  traviamenti  avvenuti  a  suo  riguardo 
non  possono  essere  considerati  se  non  come  effetto 
di  barbara  ignoranza.  La  religione  sarà  mai  sempre 
rispettata  dai  governi  illuminati.  Perchè  è  vincolo  fra 
Dio  e  gli  uomini,  varrà  ad  unire  questi  negli  stessi 
sentimenti  di  riconoscenza  verso  il  loro  Creatore,  a 
provvedere  nuove  forze  per  la  pratica  delle  virtù  so- 
ciali che  da  loro  esige  e  a  procurare  vita  pacifica  e 
felice.  I  veri  cristiani  non  si  devono  mai  isviare  da 
quei  principi!  di  mitezza  che  il  Vangelo  prescrive. 
Felici  abitanti  delle  Valli!  quei  principii  non  sono 
essi  appunto  quelli  che  voi  professate?  Possiate  voi 
custodirli  sempre  ne'  vostri  cuori.  » 

Uno  che  fu  presente  a  quella  festa  e  ne  riferisce, 
così  esprimeva  la  sua  impressione:  «  Vittime  di  lun- 
ghe persecuzioni,  rispettavamo  i  governi  perchè  la 
nostra  dottrina  ce  lo  imponeva;  ma  non  si  poteva 
provare  per  gli  oppressori  la  stessa  simpatia  che  per 
magistrati  noti  per  la  loro  imparzialità.  »  (1) 

Non  si  mancò,  più  tardi,  di  accusare  i  Valdesi 
d' ingratitudine  verso  i  principi  di  Savoia  e  di  versa- 
tilità per  la  sottomissione  loro  al  governo  di  Napo- 
leone. (2)  Che  cosa  si  pretendeva  da  loro,  la  resistenza  ? 
Sarebbero  stati  non  solo  isolati,  ma  schiacciati,  e  per 
giunta  vilipesi.  (3)  D'  altronde,  la  Rivoluzione  non  in- 
teressava solo  i  Francesi,  e  i  Valdesi  non  potevano, 

(1)  V.  il  Courrier  de  Turin,  17  Vandémiaire  an.  XIV,  9  ott.  1805. 

(2)  V.  per  es.  il  MS.  del  Vegezzi,  Ddl>  vicende  e  della  condizione 
attuale  de'  Valdesi,  eoa  prefazione  di  Saluzzo  e  lettere  di  Charvaz, 
presso  la  Bibl.  Reale  di  Torino.  Ci  fu  segnalato  dal  Cav.  W.  Meille. 

(3)  La  repubblica  di  Val  San  Martino,  strascico  della  politica  di 
Luigi  XIV,  informi,  se  occorre. 

Stor.    Vuld.  18 


274 

senza  contraddizione,  avversarne  il  principio  miglio- 
re, la  libertà  di  coscienza,  eli'  era  un  frutto  lontano 
della  Riforma,  e  eh'  essi  la  pagarono  colla  privazione 
del  sussidio  reale  inglese,  ritirato  fin  dall'  anno  1797. 
Non  si  vorrà  neppure  tacere  che  il  popolo  valdese 
non  vide  riprodursi  in  seno  alle  sue  valli  nessuna 
delle  scene  sanguinose  e  delle  ipocrisie  con  giusta 
ragione  stimmatizzate  da  parecchi  scrittori.  (1)  Per 
carità,  non  dimentichiamo  poi  che,  mentre  i  Val- 
desi si  mostravano  grati  a  un  governo  per  allora 
liberale,  i  più  deliravano  di  ammirazione  per  il  vin- 
citore di  Marengo  e  «  1'  alto  clero  stesso  trasmodava 
in  ossequi  che  i  vecchi  re  non  avrebbero  imposti,  » 
e  a  tale  si  giungeva  da  insegnare  ne'  catechismi  dio- 
cesani che  «  onorare  e  servire  1'  imperatore  era  lo 
stesso  che  onorare  e  servire  Dio.  »  (2)  E  si  consideri 
finalmente  che  i  Valdesi  non  aveano  la  scelta  fra  due 
sovrani  da  servire,  quando  avea  abdicato  il  re  di 
Sardegna  e  l' Italia  era  divisa.  Non  rimaneva  loro 
altro  partito  che  di  serrarsi  intorno  alla  bandiera  di 
un  governo  da  cui  speravasi  1'  applicazione  interna- 
zionale de'  principii  veri  della  Rivoluzione. 


IV. 

La  Reazione. 

Gli  ultimi  anni  della  dominazione  francese  erano 
trascorsi  in  una  relativa  quiete  pur  troppo  inoperosa, 
solo  turbata  da  una  serie  di  terremoti  spaventevoli, 


(1)  Vedi  P.   Bert,  che  ne  parla  da  testimone  nel  suo  Livre  de  Fa- 
mille,   1830,  parte  prima. 

(2)  Carutti,  St.  ddia  Corte  di  Savoia  ete.,  II,  203  e  206. 


275 
accompagnati  da  qualche  meteora  luminosa,  che  a 
noi  lontani  paiono  in  certo  modo  simboleggiare  quei 
tempi  di  rivoluzione  e  di  nuovi  lumi,  ai  quali  succe- 
deranno ora  lunghi  anni  di  reazione. 

Dopo  la  sua  infausta  spedizione  della  Russia,  stretto 
dalle  potenze  coalizzate,  Napoleone  abdicava  a  Pa- 
rigi neir  aprile  1814  e  si  ritirava  nell'isola  dell'Elba. 
Xel  frattempo  Vittorio  Emanuele  I  tornava  a  To- 
rino fra  '1  plauso  generale,  ricuperando  tutti  gli  an- 
tichi domimi,  salvo  parte  della  Savoia  che  riebbe  di 
lì  a  qualche  tempo.  La  letizia  del  popolo  fu  sincera, 
ma  svanì  quando  si  lesse  1'  editto  del  21  maggio, 
«  con  cui  si  richiamavano  in  vigore  quasi  tutte  le 
leggi  che  si  osservavano  nel  1798,  senza  tener  conto 
dei  progressi  fatti  nel  tempo  intermedio  così  fecondo 
di  grandi  opere  di  pace  e  di  guerra.  »  (1)  Così  vole- 
vasi  colà  dove  si  poteva,  ossia  a  Vienna,  ove  sedeva 
il  Congresso  per  la  così  detta  restaurazione;  vana 
quindi,  se  mai,  ogni  protesta.  I  Valdesi  però,  più 
colpiti  che  gli  altri  sudditi,  si  affrettarono  a  mandare 
a  Vittorio  Emanuele  una  deputazione  per  ottenere 
che  almeno  si  mitigassero  i  nuovi  rigori.  Ebbero  be- 
nigna accoglienza,  perfino  familiare,  ma  di  parole. 
Narra  uno  de'  deputati  che  Vittorio  Emanuele  mo- 
strasse loro  un  abito  rattoppato  che  avea  portato 
in  Sardegna,  dicendo  loro:  <<;  Vedete  quella  toppa  lì 
1'  ha  messa  mia  moglie.  »  (2)  Neil'  uscire  dalla  reg- 
gia, i  Valdesi  forse  dissero  fra  di  loro:  Peccato  che 
il  nostro  Re  non  voglia  lasciar  mettere  un'altra  toppa 
alle  sue  leggi,  che  ne  ha  già  tante  !  Ma  non  v'  era  da 
farsi  illusione,  e  tosto  lo  si  potè  capire  dai  manifesti 


(1)  Cibrario,  op.  cil.,  specchio  cronologico,  all' an.  1814.  Il  decreto 
recava  che  "  ogni  cosa  dovesse  venir  reintegrata  nella  condizione 
in  cui  la  M.  S.   l'aveva  lasciata  innanzi  all'abdicazione." 

(2)  Paolo  Appia,  Memorie  e  lettere  varie.  Cfr.   Muston,  IV,  176. 


276 

e  dagli  avvisi  diramati  nelle  Valli  il  4  gennaio  e  il 
4  marzo  1815.  I  Valdesi  ricevettero  l' intimazione  di 
non  eccedere  i  vecchi  limiti  legali  e  di  chiudere  il 
nuovo  tempio  di  San  Giovanni  eretto  col  favore  di 
Napoleone;  videro  ristabilite  le  parrocchie  cattoliche 
soppresse  e  ritolti  i  beni  alienati  in  favore  della  Ta- 
vola. Il  sotto-prefetto  Geymet,  di  cui  suonava  pur 
riverito  il  nome,  fu  rimosso  dal  suo  ufficio.  Piace 
però  vederlo  consacrare  gli  ultimi  anni  a  reggere  mo- 
destamente la  scuola  latina  di  Torre. 

Frattanto,  non  tardava  Napoleone  a  ritentare  la 
sorte  co'  suoi  mille,  che  doveano  avere  ai  dì  nostri, 
ina  per  l' italiana  indipendenza,  fortunati  imitatori. 
Giunto  a  Parigi,  prese  ancora  una  volta  le  redini 
della  Francia  e  si  apparecchiava  all'  ultime  prove. 
Ma  fu  sconfitto  alla  battaglia  di  Waterloo,  che  non 
andò  perduta  per  i  Valdesi,  come  vedremo  più  in- 
nanzi quando  faremo  la  conoscenza  di  uno  il  quale, 
per  una  palla  francese  che  lo  ferì  allora,  diventò  loro 
più  amico  e  assai  più  simpatico  dell'  imperatore  Na- 
poleone. Questi,  caduto  di  nuovo  e  per  sempre,  si 
consegnò  in  balìa  degl'  Inglesi  che  lo  relegarono  nel- 
l' isola  di  Sant'  E  lena. 

Ora  si  racconta  che,  nel  frattempo,  era  corsa  la 
voce,  e  1'  eco  ne  giungesse  al  re  Vittorio  Emanuele, 
che  i  Valdesi  avessero  accolte  le  nuove  prospettive 
rideste  per  le  ultime  gesta  del  grand'  esule,  quando 
i  più  n'  erano  paurosi.  E  quando  così  fosse  stato,  che 
di  singolare?  Ma  così  non  fu.  Il  Re  se  n'  ebbe  a  ca- 
pacitare, e  questa  volta  si  decise  per  davvero  a  ral- 
lentare i  rigori.  Restituì  loro  per  editto  speciale  un 
tenue  assegno  per  i  pastori,  detto  de'  centesimi  ad- 


dizionali.  (1)  Inoltre,  tollerò  che  serbassero  i  beni 
acquistati  fuori  dei  limiti  consentiti  dalla  legge;  levò, 
almeno  in  parte,  il  divieto  di  esercitare  le  profes- 
sioni civili  e  finì  per  rilasciare  il  permesso  di  riaprire 
il  tempio  di  san  Giovanni,  però  a  condizione  che  la 
facciata  ne  fosse  mascherata  da  una  parete  che  fu 
rizzata  e  durò  vent'  anni  in  mezzo  al  dileggio  uni- 
versale. 

Da  questi  indizi  s' indovina  che  Vittorio  Emanuele 
vedeva  salire  attorno  al  suo  trono  la  marea  dell'  opi- 
nione pubblica  e  provava  il  bisogno  di  scongiurare 
nuovi  pericoli.  I  ricordi  degli  alberi  della  libertà  e 
le  sfolgoreggianti  prospettive  napoleoniche  aveano 
lasciati  gli  animi  aperti  a  nuovi  ideali  e  insofferenti 
di  un  regime  ormai  vieto.  Xon  era  ancora  morto  il 
solitario  di  Sant'  Elena,  quando  scoppiò  a  Torino  la 
rivoluzione,  in  senso  italiano  e  costituzionale.  Il  Re, 
che  a'  era  impegnato  colle  potenze  a  non  mutare  la 
forma  dello  Stato,  si  rassegnò  a  scendere  dal  trono 
per  la  seconda  volta,  piuttosto  che  venir  meno  alla 
sua  parola.  Vi  salì,  dopo  la  reggenza  costituzionale 
di  Carlo  Alberto  di  Carignano,  il  fratello  Carlo  Fe- 
lice, «  mente  ristretta,  chiusa  ad  ogni  intelligenza 
de'  tempi  mutati  ;  »  il  quale,  domata  la  rivoluzione, 
non  lasciò  sperare  novità.  (2)  I  Valdesi,  rimasti  estra- 
nei ai  moti  rivoluzionari  del  1821    che   aveano  ca- 

(1)  La  Commissione  esecutiva  del  Fiemonte,  mediante  editto  in 
data  del  19  novembre  1800  e  confermato  con  decreto  imperiale  del 
25  Thermidor  dell'  an.  XIII,  avea  concesso  una  dotazione  di  beni 
ecclesiastici  che  dava  una  rendita  totale  di  13  mila  lire,  e  i  Valdesi 
ne  godettero  per  quindici  anni.  Ora  Vittorio  Emanuele  avea  soppressa 
la  dotnzione  ingiustamente,  poiché  si  trattava  di  beni  nazionali  as- 
segnati in  modo  singolare.  Ma  riparò,  almeno  in  parte,  l' ingiustizia 
patente  col  far  tenere  dal  1817  in  poi  a  ciascun  pastore  la  somma 
di  500  lire  d' interesse  di  quel  fondo,  a  titolo  di  sovvenzione. 

(2)  E.   Masi,  II  Secreto  del  re  Carlo  Alberto,   1891,  p.   47. 


278 

gionata  l'abdicazione  di  Vittorio  Emanuele,  non  erano 
però  sfiduciati.  Mandarono  una  deputazione  per  far- 
gli omaggio,  ma  non  fu  neppure  ricevuta.  Si  voleva 
che  Carlo  Felice  si  fosse  scusato  col  dire:  «  Ai  Val- 
desi manca  soltanto  una  cosa,  che  si  facciano  catto- 
lici. »  (1) 

—  «  Segno  che  riconosceva  loro  molte  buone  qua- 
lità, »  nota  qui  argutamente  uno  scrittore.  (2) 

Ad  ogni  modo  il  loro  patriottismo  impose  rispetto 
perfino  ai  loro  più  severi  censori  ;  tant'  è  vero  che  uno 
di  essi  chiude  la  sua  critica  sottile  con  queste  parole  : 
«  Rammenterò  a  loro  lode  come  ne  la  rivoluzione  del 
1821,  uè  le  congiure  contro  il  Governo  scoperte  di 
poi  ebbero  nelle  liste  dei  rivoltosi  o  dei  congiurati  il 
nome  d'  un  Valdese,  rinnovando  essi  così  in  tempi  di 
torbidi  e  d' impazzamento  le  prove  di  fede  date  nel 
1639  dai  loro  padri.  Questa  condotta  deve  meritar 
loro  nuovi  sovrani  onori,  e  se  la  mia  fiacca  ed  oscura 
voce  potesse  giungere  fino  al  trono,  vorrei  parlare  in 
loro  vantaggio...  L' amor  del  vero  esige  che  io  dica  do- 
versi dal  Monarca  rimunerare  un  popolo  che,  non  pro- 
fessando la  sua  stessa  religione,  seppe  turar  l'orecchio 
alle  suggestioni  di  ribelli  e  di  congiurati  e  dar  così  un 
esempio  che,  se  fosse  stato  imitato  da  Cattolici  di  al- 
tre nazioni,  non  avrebbe  la  storia  de'  nostri  miserandi 
giorni  a  scrivere  pagine  piene  di  sangue  e  di  sven- 
ture. »  (3) 

Non  la  pensava  così  Carlo  Felice.  Perciò,  invece  di 


(1)  Monastier,  Hist.  de  VEglise   Yaudoìse,   1847,  II,  209. 

(2)  Muston,  iv,  195. 

(3)  Vegezzi,  ms.  citato,  rimasto  inedito.  Monsignor  Charvaz,  nella 
sua  lettera  ivi  premessa,  fa  qui  una  riserva,  dicendo:  "  Monsieur 
Vegezzi  appelle  les  récompenses  du  gouvernement  sur  les  Vaudois 
pour  cause  de  leur  fidélité.  Les  Vaudois  s'en  prévaudront  pour  de- 
mander  de  plus  ainples  concessions."  L'azzeccava,  per  verità. 


270 
usare  verso  loro  con  affetto,  li  inasprì  con  piccole  ves- 
sazioni. Fu  a  un  pelo  di  farli  sloggiare  da  Pinerolo,  non 
tollerò  che  aprissero  una  scuola  a  Torino,  vietò  loro  in- 
direttamente l' acquisto  di  beni  oltre  i  vecchi  limiti, 
controllò  con  puerili  prescrizioni  la  circolazione  delle 
Sacre  Scritture,  e  lasciò  correre  non  pochi  abusi  (1). 
Ma  declinava  ogni  dì  il  prestigio  di  quella  restaura- 
zione, così  detta,  che  l' illuso  monarca  veniva  puntel- 
lando con  grande  caparbietà  non  disgiunta  da  pau- 
rosi presentimenti.  Il  vecchio  edificio  screpolato  di- 
sperava i  restauratori.  Per  i  Valdesi,  il  vecchio  regime 
assoluto,  che  stendeva  ancora  su  di  essi  1'  ombra  sua 
tetra  ma  tremolante,  forse  apparve  simboleggiato 
dalla  parete  cadente  che,  colle  sue  fessure  ed  i  suoi 
crepacci,  non  mascherava  più  la  facciata  della  nuova 
chiesa  di  San  Giovanni.  Sì,  per  i  veggenti  di  allora, 
la  reazione  si  accasciava  sotto  il  suo  proprio  peso,  e 
male  si  reggeva  sugli  omeri  di  Carlo  Felice,  rampollo 
ultimo  dello  stipite  di  Emanuele  Filiberto,  di  cui  il 
buon  genio  pareva  emigrato  nella  linea  de'  principi 
di  Carignano.  E  fra  le  prove  che  la  restaurazione 
vecchia  non  poteva  sussistere  a  lungo,  basti  ricor- 
dare quella  che  si  affaccia  da  sé  al  nostro  sguardo, 
vogliamo  dire  la  restaurazione  de'  Valdesi,  la  quale 
ha  il  suo  principio  appunto  in  quel  tempo. 


V. 

Inizi  e  presagi. 

Umili  furono  i  principii  della  restaurazione  val- 
dese e  paragonabili,  secondo  la  parabola  del  Van- 


ii) Musto»,  IV,  196,  n.  3;  iv,  198,  n.  1. 


280 

gelo,  al  lievito  frammesso  dalla  mano  di  una  donna, 
ma  che  varrà  a  far  levare  la  pasta.  E  appunto,  la 
donna  e'  è  :  essa  ha  nome  Carlotta  Geymet. 

Avea  perduto  il  suo  marito,  già  Moderatore,  Sotto- 
Prefetto  e  poi  Rettore  della  scuola  latina  di  Torre. 
Fin  da  quando  risiedeva  a  Piuerolo,  le  eran  note  le 
vessazioni  a  cui  andavano  esposti  i  poveri  infermi 
valdesi  ne'  pubblici  ospedali.  Pensò  ad  aprir  loro  un 
modesto  asilo.  Ma  era  appena  aperto  che  diventava 
troppo  angusto.  Intanto  l'idea  sua  entrò  nella  mente 
di  uomini  potenti,  fra'  quali  fu  perfino  un  grande  im- 
peratore. Udite  le  circostanze  che  rendevano  indispen- 
sabile il  regolare  impianto  di  un  ospedale,  Alessan- 
dro I  di  Russia,  a  cui  i  Valdesi  sono  debitori  per 
diversi  benefizi,  largì  una  cospicua  donazione  che 
fornì  una  base  alle  collette  promosse  da  vari  prote- 
stanti residenti  negli  Stati  Sardi,  e  specialmente  al- 
l'estero.  (1)  Così  venne  a  formarsi  un  fondo  e,  prima 
che  fosse  raccolto  per  intero,  l' impianto  fu  eseguito 
annuente  il  re  Carlo  Felice.  Esso  fu  iniziato  a  Torre 
l'anno  1824,  e  compiuto  a  Pomaretto,  più  tardi.  (2) 

In  codesta  circostanza  prestò  le  sue  generose  cure 
un  uomo  giustamente  annoverato  fra'  più  insigni  amici 
de'  Valdesi,  il  conte  Luigi  Walburg-Truchsess  mini- 
stro del  re  di  Prussia  presso  la  corte  di  Sardegna. 
Non  solo  tenne  d' occhio  la  fondazione  de'  primi 
loro  istituti  di  beneficenza,  ma  protesse  con  fermezza 
gì'  interessi  del  culto  valdese,  ora  sventando  le  mene 
insidiose  de'  nemici,  ora  interponendo  i  suoi  buoni 
uffici  per  impetrare  giustizia  e  favore.  Fu  egli  che, 
nel  1827,  fondò  a  Torino  la  Cappella  delle  legazioni 


(1)  AI  ustori,  iv,  211  e  segg. 

(2)  Servì  all'impianto  dell'ospedale  di  Torre  il  così  detto  "  Pa- 
lazzo della  Torre,"  di  cui  era  proprietario  Daniele  Comba,  già  pa- 
store a  San  Germano.  Notice  historique  etc,  dello  stesso  Comba. 


281 
protestanti,  quando  per  legge  ogni  porta  vi  era  chiusa 
ai  sudditi  acattolici,  e  ove,  sotto  la  protezione  prus- 
siana, britannica  e  olandese,  fu  chiamato  appunto 
a  predicare  un  pastore  valdese.  (1) 

Nel  frattempo  trassero  a  visitare  le  Valli  alcuni 
uomini  che  vi  lasciarono  benefica  memoria.  Il  più 
noto  d' infra  essi  fu  il  buono,  l' angelico  Gilly. 

Un  giorno  il  reverendo  W.  S.  Gilly,  pastore  angli- 
cano, essendo  intervenuto  ad  una  società  evangelistica 
di  Londra,  vi  avea  udito  leggere  una  lettera  di  un 
pastore  valdese.  Passò  il  canale  con  alcuni  amici, 
giunse  a  Lione  e  ivi  apprese,  cosa  vecchia  per  ve- 
rità, che,  della  congregazione  di  Valdo,  era  sparita  del 
tutto  e  da  tempo  infinito  ogni  traccia.  Arrivò  a  To- 
rino nei  primi  giorni  dell'  anno  1823.  Di  lì  a  poco, 
eccolo  a  casa  del  vecchio  moderatore  Gian  Rodolfo 
Peyran  a  Pomaretto,  quel  medesimo  a  cui  avea  dato 
udienza  l' imperator  Napoleone.  Il  Peyran  avea  pas- 
sata la  settantina  ed  era  malato,  ornai  vicino  alla 
sua  fine.  Ma  serbava  il  suo  sale,  e  il  Gilly,  dotato 
di  serafico  candore  e  di  dolce  immaginativa,  salutò 
nel  veglio  del  Pomaretto,  da'  capelli  grigi  e  inanel- 
lati, una  figura  ideale,  sacra,  il  successore  de'  ve- 
scovi della  più  pura  Chiesa  d' Italia.  (2)  Visitò  pure 
Angrogna  ed  altre  località,  vide  le  capanne,  la  po- 
vertà, la  miseria,  e  il  suo  cuore  pianse  a  tanto  squal- 
lore. Ne   avea  bensì  letto   qualcosa  in   un  vecchio 


(1)  A.  Bert,  /  Valdesi  ossia  i  cristiani-cattolici  etc. ,  1849,  p.  260 
Primo  cappellano  fu  G.  P.  Bonjour,  l'anno  182S. 

(2)  The  successor  of  the  bishops  of  the  purest  Church  in  Italy.  " 
Gilly,  Narrative  etc,  ed.  4a,  p.  75.  Non  bisogna  però  fargli  il 
torto  di  crederlo  così  ingenuo  da  ritenere  i  Valdesi  discendenti 
degli  Apostoli  in  linea  storica.  "  Non  volli  provare  la  loro  discen- 
denza apostolica,  prò  cesto  egli  più  tardi,  ma  la  loro  apostolica  cri- 
stianità da  tempo  immemorabile."  Memoir  of  Felix  Neff,  4a  ediz. , 
p.  327. 


282 

autore,  ma  egli,  pur  sì  candido,  non  avea  potuto  cre- 
derci. Di  ritorno  alla  natia  Albione,  descrisse  la  sua 
escursione,  anzi,  la  dipinse  a  vivi  colori,  e  sopratutto 
con  amore,  scongiurando  i  suoi  compatrioti  e  mas- 
sime quelli  della  Chiesa  Anglicana  a  muoversi  in 
aiuto  de' Valdesi.  Rivisitò  le  Valli,  riscrisse,  insistette 
per  che  la  cristianità  non  venisse  meno  ai  suoi  do- 
veri di  solidarità  verso  la  venerabile  Chiesa  delle 
Alpi  Cozie,  che  gli  appariva  tale  per  la  sua  antichità 
e  per  la  sua  immutabilità  da  costituire  il  vincolo  di 
unione  fra  la  Chiesa  Apostolica  e  quella  della  Ri- 
forma; e  quasi  non  bastasse,  soggiungeva:  La  Chiesa 
Valdese  ha  dinanzi  a  sé  la  ridente  prospettiva  di  di- 
venire la  luce  di  tutta  quanta  l'Italia.  (1) 

Il  Gilly  invogliò  colla  sua  facondia  parecchi  a  vi- 
sitare le  Valli  di  Pinerolo  e  a  scrivere  di  esse  con 
un  calore  e  un  lirismo  che,  per  allora,  giovò  agl'in- 
teressi dei  Valdesi.  Può  dirsi  a  questo  riguardo  che 
facesse  scuola.  Intanto,  agiva  ancora  sopra  un  altro 
terreno.  Fondava  a  Londra  un  comitato  che  ebbe  a 
presidente  il  primate  d' Inghilterra,  allo  scopo  di  sus- 
sidiarli e  proteggerli  con  ogni  mezzo  legale.  Così 
dava  la  sua  brava  spinta  all'  opera  della  loro  restau- 
razione religiosa,  e  il  risultato  ne  sarà  tosto  visibile. 

Ma  non  era  ancora  desiderabile  che  quell'  opera 
si  facesse  in  modo  più  intimo,  dentro  le  coscienze? 
E  appunto  a  questo  intento  che  finiranno  per  rivol- 
gersi le  cure  dei  nuovi  benefattori.  Se  non  che,  per 
apprezzarle  condegnamente,  sarà  opportuno  premet- 
tere alcune  osservazioni  sopra  la  condizione  religiosa 
de' Valdesi  a  quei  tempi. 


(1)  " The connecting link...  willbecome  totius  Italiae lumen."  Wald. 
Researchen,  nell'  Avvertimento. 


283 


VI. 
Dormiveglia. 

Alcuni  amici  del  continente,  massime  ginevrini,  nel 
visitare  le  Valli  Valdesi,  erano  venuti  osservando  che 
la  fede  vi  si  era  intorpidita.  Xon  già  che  la  Chiesa 
non  fosse  retta  «  con  ordine  e  decenza,  »  come  dice 
ancora  la  sua  liturgia,  ma  perchè  ci  si  dormiva.  I  pa- 
stori attendevano,  coi  loro  sermoni  e  catechismi,  a 
frenare  i  vizi  e  morigerare  i  peccatori,  non  al  risve- 
glio delle  coscienze.  Per  avere  un'  idea  alquanto  pre- 
cisa di  questo  stato  di  dormiveglia,  non  andremo 
già  spigolando  nelle  carte  di  allora  quanto  vi  si  possa 
leggere  di  colore  oscuro.  No,  pigliamo  un  esempio 
solo,  ma  tipico,  da  cui  si  possa  arguire  con  sicurezza 
quale  fosse  V  indirizzo  allora  in  onore  nella  Chiesa 
delle  Valli.  Cotesto  esempio,  chi  ce  lo  porgerebbe 
meglio  che  lo  stesso  Moderatore? 

Pietro  Bert,  pastore  a  Torre,  era  uno  degli  uomini 
più  rispettabili  del  suo  tempo.  Più  ortodosso  che  il 
suo  predecessore  Gian  Rodolfo  Peyran,  ebbe  come  ve- 
dremo, dal  suo  critico  più  severo,  il  più  alto  elogio 
possibile,  in  queste  parole:  «  Il  Moderatore  Bert  è 
senza  dubbio  il  pastore  più  evangelico  delle  Valli.  » 
Amava  la  giustizia,  la  pietà,  1'  ordine,  il  decoro.  Xon 
gli  sfuggivano  i  mali  della  Chiesa  e,  da  vedetta  leale, 
li  segnalava.  Fece  più ,  die  opera  a  rimuoverli.  Era  al- 
quanto disorganizzata  1'  amministrazione,  ed  egli  la 
sistemò.  La  Tavola  Valdese,  lui  presidente,  si  aggregò 
due  membri  laici.  Le  quindici  Chiese  delle  Valli  fu- 
rono classificate  in  due  categorie  ;  quattro  delle  quali, 
dette  di  montagna,  potevano  fare  assegnamento  so- 


284 

pra  i  ministri  più  giovani,  che  l' amministrazione  si 
impegnava  a  indicar  loro,  secondo  il  bisogno.  Ebbe 
in  mano  la  sorveglianza  delle  collette  per  la  fonda- 
zione degli  ospedali  e  la  coronò  coli'  ottenere  1'  ap- 
provazione reale,  mercè  la  valida  cooperazione  del 
ministro  di  Prussia.  Lesse  una  relazione  sopra  la  ne- 
cessità di  formolare  la  disciplina,  e  mentre  se  ne  vo- 
tavano le  prime  conclusioni,  che  doveano  dar  luogo 
ai  regolamenti  stabiliti  più  tardi,  l'anno  1833,  rac- 
comandò in  mezzo  alle  approvazioni  generali  che  i 
pastori  badassero  al  loro  decoro,  nelle  funzioni  e  in 
viaggio  vestissero  sempre  di  nero,  adoperassero  nelle 
conversazioni  col  popolo  il  linguaggio  usato  nell'  istru- 
zione religiosa,  né  frequentassero  luoghi  ove  la  loro 
presenza  potesse  provocare  dicerìe  meno  che  edifi- 
canti. Finita  la  sua  amministrazione,  che  durò  cinque 
anni,  ne  rese  conto  formalmente,  invocando  il  con- 
trollo, come  si  usò  di  poi  viepiù  assiduamente.  E  con- 
cludeva con  queste  oneste  parole: 

«  Vegliamo  e  preghiamo,  onde  la  tentazione  non 
ci  colga.  Laici  e  pastori,  gareggiamo  di  amore  per 
la  religione  e  la  patria.  Edifichiamo  colla  nostra  fran- 
chezza e  sollecitudine  i  superiori,  i  compatriotti  e  gli 
stranieri  che  han  1'  occhio  su  di  noi.  La  Tavola,  il 
Moderatore  specialmente,  rimarranno  gravati  di  molto 
lavoro,  lo  posso  dire  per  esperienza.  Chiunque  sia 
per  essere,  lo  prevengo  che  gli  occorrerà  pazienza, 
coraggio  e  sopratutto  abnegazione.  Chiuderò  col  dirvi, 
unitamente  ai  miei  colleghi:  Voglia  il  Signore  che 
coloro  che  ora  ci  succederanno,  non  solo  valgano  più 
di  noi,  ma  più  di  noi  contribuiscano  alla  gloria  di 
Dio,  all'  avanzamento  del  suo  regno  per  Gesù  Cristo 
e  al  maggior  bene  delle  nostre  Chiese.  »  (1) 


(1)  Atti  Sinodali,  an.   1828. 


285 
La  sua  gestione,  come  oggi  si  direbbe,  non  poteva 
terminare  in  modo  più  decoroso.  E  il  Sinodo  che  Y  udi- 
va, preso  di  gratitudine  e  di  venerazione  per  il  suo 
Moderatore,  gli  votò  unanime  le  più  vive  grazie  per 
la  sua  savia,  prudente  e  operosa  amministrazione,  au- 
gurandosi «  che  piacesse  al  Signore  suscitare  nelle 
Valli  uomini  che  camminassero  sulle  sue  traccie  e 
coronarlo  di  giorni  lunghi  e  felici.  » 

Quei  giorni,  ei  li  trasse  nella  quiete  del  suo  pre- 
sbiterio, a  Torre.  Libero  dalle  cure  dell'  amministra- 
zione, non  desisteva  dallo  adoperarsi  al  pubblico  be- 
ne, né  solo  come  pastore,  ma  ancora  come  scrittore. 
Veniva  deplorando  che  i  Valdesi  avessero  nozioni 
poco  precise  intorno  alla  loro  fede  e  alla  loro  storia. 
E  neppure  dei  costumi,  malgrado  la  rustica  loro  sem- 
plicità, era  grande  ammiratore.  Certe  brigate  di  gio- 
vinastri, per  esempio,  lo  disgustavano  colle  canzonac- 
ele che  si  udivano  cantare  per  le  vie.  Per  rimediare 
a  tutto,  scrisse  un  libretto  intitolato  il  Libro  di  fa- 
miglia, e  diviso  in  tre  parti:  storia,  dottrina  cristia- 
na, e  canzoni.  Giacche  il  tema  può  interessare  anche 
oggi,  ecco  quel  che  ivi  leggiamo  intorno  all'  oppor- 
tunità di  un  compendio  della  storia  valdese: 

«  Ancora  noi  possiamo  avere  una  storia  patria.  I 
Valdesi  conoscono  la  loro  storia  in  modo  così  im- 
perfetto! Sarebbe  un  vero  servizio  da  render  loro, 
quello  di  redigerne  una  breve  e  fedele,  e  che,  me- 
glio che  la  tradizione  di  cui  s' appagano  i  più,  va- 
lesse a  fornire  sicure  nozioni  intorno  le  loro  origini 
ed  i  principali  avvenimenti  che  li  distinsero  come 
popolo  a  parte.  Ma  farebbe  d' uopo  che  codesto  com- 
pendio, pur  serbandosi  verace  nella  narrazione,  pre- 
sentasse lineamenti  meno  aspri  di  quelli  che  contrad- 
distinguono i  nostri  antichi  storici,  lo  stile  de'  quali 


286 

sa  troppo  dello  spirito  dei  tempi  in  cui  vissero.  E 
d' altronde,  le  opere  loro  divengono  ogni  dì  più  rare 
e  costose.  Quegli  storici  essendo  stati  perseguitati,  la 
lor  narrazione  respira  e  ispira  1'  odio  contro  i  per- 
secutori. Oggi  invece,  il  ricordo  di  quei  medesimi  fatti 
deve  rendere  più  sensibile  la  differenza  dei  tempi  e 
indurre  i  Valdesi,  non  solo  a  felicitarsi  e  a  benedire 
Iddio  per  gli  avvenuti  mutamenti,  ma  ad  essere  vie- 
più devoti  al  loro  Re  e  a  non  vedere  ne'  suoi  sudditi 
cattolici  se  non  dei  fratelli  che  li  amano  e  che  vanno 
riamati,  quali  si  vogliano  essere  le  credenze  loro.  »  (1) 

Certo,  il  lirico  ottimismo  che  riluce  in  queste  ul- 
time parole  non  è  superabile,  e  non  si  può  dire 
che  il  suo  desideratimi  relativamente  alla  storia  val- 
dese sia  antiquato.  Egli  stesso,  nel  mettersi  alla  prova, 
si  dovette  accorgere  che  se  la  critica  è  facile,  l' arte 
non  lo  è.  Il  piccol  sunto  eh'  egli  offre,  paragonato  con 
altri,  segnò  forse  un  progresso,  ma  la  brevità  sua  ec- 
cessiva e  la  forma  dialogica,  catechetica,  non  gli  con- 
feriscono gran  pregio;  senza  dire  poi  che,  per  quanto 
bramasse  investigare  le  origini  de' Valdesi,  non  si 
emancipò  da  quella  tradizione  eh'  egli  pur  condan- 
nava, ritenendo  ancora  credibili  le  leggende  che,  ri- 
spetto ai  principii  della  nostra  storia,  sono  come  le 
nebbie  che,  lassù  nei  monti,  nascondono  al  viaggia- 
tore le  prime  scaturigini  dei  nostri  fiumi. 

Ora,  non  per  nulla  rimane  codesto  incubo  della 
tradizione.  Esso  tiene  le  anime  in  affannosa  dormi- 
veglia, fra  '1  sonno  eterno  e  il  risveglio  della  vita.  La 
tradizione,  sia  pure  ortodossa  quanto  si  voglia,  non 
infonde  il  segreto  delle  riforme.  E  lo  provò  ancora  in- 
direttamente il  libro  del  nostro  Moderatore,  perfino 


(1)  Livre  de  Famille,  Ginevra,   1830,  prefazione. 


287 
nel  combattere  le  triviali  canzoni.  Suggerì  un  rimedio 
che,  lì  per  lì,  desterebbe  la  nostra  ilarità  se  non  si 
sapesse  con  quale  amorosa  cura  ei  lo  apparecchiasse. 
Si  diede  a  scrivere  canzoni  morali,  sperando  metterle 
in  moda,  invece  di  quelle.  Ora,  che  le  sue  canzoni 
non  dinotino  esuberanza  di  poesia,  è  cosa  che  non  ri- 
leveremo, perchè,  a  questo  proposito,  si  avrebbe  a 
notare  che  ben  pochi,  fra'  suoi  compaesani,  hanno  il 
diritto  di  lanciargli  la  pietra.  (1)  D'  altronde  il  Bert 
ha  modestissimo  intento;  egli  chiede  solo  a'  suoi  po- 
polani di  cantare  con  discrezione  intorno  alle  or- 
dinarie faccende,  sia  che  guidino  la  migrazione  del 
bestiame  su  ai  monti,  sia  che  attendano  alla  raccolta 
dei  bozzoli,  del  fieno,  del  granturco,  dell'  uve  o  delle 
castagne;  e  che,  invece  di  cantar  male  delle  cose  non 
belle,  salmeggino  in  prosa  casalinga,  pur  che,  se  di- 
fetta il  sale  attico,  le  lor  canzoni  sappiano  almeno 
di  morale.  E  propone  versi  suoi,  da  cantarsi  colle 
note  melodie  di  Chiesa,  per  ricordare,  a  mo'  d'  esem- 
pio, che  il  vino  è  il  latte  dei  vecchi  e  che  il  berne 
troppo  rende  l' uomo  peggiore  delle  bestie,  che  la 
castagna  è  la  manna  delle  povere  genti  e  può  essere 
dolce  anche  per  i  ricchi  se  meritano  di  mangiarla. 
Scioglie,  qua  e  là,  un  omaggio  al  Creatore  esal- 
tandone la  provvidenza.  Onesto  è  dunque  il  fine. 
Fu  raggiunto?  Se  ne  può  dubitare.  Coni'  era  mai 
sperabile  che  certe  bocche  male  avvezze  mutassero 
estro,  parole  e  registro,  per  cantare,  a  ino'  d'  esem- 
pio, i  pregi  della  patata  siili'  aria  dei  Dieci  Co- 
mandamenti o  la  migrazione  del  bestiame  su  quella 


(1)  Alcuni  contemporanei  lavorano  a  smentirci,  se  ne  dobbiamo 
giudicare  da  qualche  zampillo  fugace  e  troppo  intermittente.  Diano 
la  stura  alla  vena  poetica,  se  1'  hanno,  e  noi  ci  ricrederemo,  e  con 
giubilo. 


288 

del  salmo  che  esordisce  colle  note  parole:  «  Come 
cerva  che  assetata?  »  Chi  conoscesse  quest'  ultima 
melodia  potrebbe  provarsi  attorno  la  strofa  seguente, 
per  esempio: 

Pourquoi  cette  inquiétude 

qu'on  remarque  en  nos  troupeaux? 

On  voit  à  leur  attitude 

qu'ils  n'aiment  plus  le  repos. 

Leur  impatient  regard 

dit  assez  que,  sans  retard, 

ils  réclaiuent  l'avantage 

de  changer  de  pàturage. 

Quelle  parole  che  richiamano  alla  mente  il  risve- 
glio dei  ruminanti,  non  aveano  che  fare,  più  che  le 
monotone  cantilene  della  tradizione,  con  un  altro  ri- 
sveglio, eh'  era  di  moda  a  Ginevra  e  che  si  sospirava 
già  nelle  Valli  da  alcune  anime  timide,  avide  di  spi- 
rituale ricreazione. 

Per  questo  risveglio  occorreva  la  lingua  di  fuoco 
di  un  sergente  di  artiglieria.  Ecco,  egli  batte  alla 
Dorta. 


VII. 


Il  missionario  delle  Alpi. 

Di  origine  zurighese,  ma  nato  a  Ginevra  1'  8  di  ot- 
tobre 1798,  Felice  Netf  vi  faceva  il  soldato,  quando 
si  diede  a  leggere  il  Vangelo.  (1)  L'  anima  sua,  bra- 


(1)  Il  suo  nome  era  Felice  Xaeff,  e  fu  infrancesato  "senza  ne- 
cessità né  ragione,  "  come  osserva  giustamente  il  Maury,  Le  Re- 
ali religieux,  Parigi  1892,  i,  370,  ov'è  riprodotta  una  lettera  fir- 
mata dal  missionario  col  suo  vero  nome. 


289 
mosa  di  pace,  la  trovò  e  fu  presa  da  un  entusiasmo 
che  subito  lo  mosse  a  parlarne  ai  camerati,  nella  ca- 
serma, negli  ospedali  e  nelle  carceri;  si  associò  ad 
una  chiesa,  detta  allora  del  risveglio,  tenne  riunioni 
e  piacque.  Non  era  privo  d"  istruzione.  Studiai  solo 
in  tre  libri,  diceva  il  Neff:  la  Bibbia,  il  cuore  e  la 
natura.  Ma  quello  studio,  fatto  con  singolare  pene- 
trazione, e  con  invidiabile  facilità  e  memoria,  a  cui 
si  aggiungeva  una  elocuzione  vigorosa  e  sobria,  ba- 
stò a  indicarlo  per  la  predicazione.  Lasciò  il  servi- 
zio militare  e,  fin  dall'  anno  1819,  entrò  nella  sua 
nuova  carriera.  Non  lo  seguiremo  nelle  sue  escur- 
sioni, in  Isvizzera  e  in  Francia,  contenti  a  rilevare 
che,  dopo  essere  stato  a  Grenoble,  quindi  a  Mens, 
ove  conquistò  al  risveglio  il  pastore  Andrea  Blanc 
e  fece  breccia,  si  decise  ad  accettare  l' invito  che  gli 
venne  fatto  di  condursi  a  evangelizzare  su  nelle  fredde 
vallate  di  Freissinicre  e  del  Queyras,  ove  altri  non 
erano  voluti  andare.  Vero  è  che  sperava  rinvenirvi  i 
figli  degli  antichi  Valdesi.  Ahimè,  qual  delusione! 
Tutto  vi  era  da  rifare,  né  solo  rispetto  alla  religione, 
ma  perfino  quanto  alla  civiltà.  Le  genti  vi  erano  ab- 
brutite, ridotte  alla  più  squallida  miseria.  Per  ve- 
derle tutte,  v'  era  qualche  centinaio  di  chilometri  da 
camminare,  con  un  clima  che  spaventava  altri  più 
gagliardi  di  lui,  non  d'  animo,  s' intende,  ma  di  sa- 
lute. L'attrazione,  per  Neff,  era  una  sola:  le  anime 
da  salvare,  ed  egli  volle  essere  l' Oberlin  delle  Al- 
pi. (  1  )  Lavorò  da  solo  più  che  molti  pastori.  Faceva 
da  evangelista,  da  maestro,  da  ingegnere  e  perfino 
da  medico,  almeno  per  V  igiene.  E  riuscì,  a  segno  da 
vedervi  spuntare  il  risveglio.  Allora  parve  che  quel- 


li) Suppongo  nota  la  vita  di   quel  tipo   <ìi   missionario  e   di   pa- 
store che  fu  Oberlin,   del  Bau  de  la  Roche. 

Star.   I"«?r7.  19 


290 

l' alpestre  natura,  sì  austera  e  tetra,  alfine  gli  sor- 
ridesse. «  Le  roccie,  i  ghiacciai,  tutto  s'  animava  per 
me,  »  dice  egli  stesso;  «quel  paese  selvaggio  midi- 
vento  gradito  e  caro  dal  dì  eh'  io  lo  vidi  abitato  da 
fratelli.  »  (1)  Pur  troppo  le  sue  fatiche  ebbero  ancora 
un  altro  effetto,  quello  di  fiaccarlo  prima  che  avesse 
varcato  gli  anni  della  gioventù. 

Veniva,  nel  frattempo,  in  contatto  coi  Valdesi,  in 
occasione  dell'  inaugurazione  di  una  piccola  chiesa 
in  Val  Freissinière.  Aspettavasi,  per  quella  solennità, 
oltre  il  presidente  del  concistoro  francese  locale,  il 
ricordato  Moderatore  Bert.  Questi  però,  già  inoltrato 
negli  anni,  si  limitò  a  mandare  un  sermone,  che  non 
fu  letto.  (2)  Ma  comparve  il  settuagenario  pastore  di 
San  Giovanni,  per  nome  Davide  Mondone.  Questi  però 
si  palesò  subito  meno  ammiratore  del  risveglio  di 
Ginevra  che  dei  nomi  illustri  della  Grecia  e  di  Roma, 
e  ne  avea  già  dato  prova  coli'  appiccicarne  alcuni 
a'  suoi  figliuoli.  Con  lui  erano  pur  due  giovani,  Gia- 
como e  Antonio  Blanc,  fratelli  del  pastore  di  Mens. 
Appena  si  trovarono  in  presenza  l' uno  dell'  altro,  il 
Neff  e  il  Mondone  attaccarono  discorso,  questi  esal- 
tando i  Valdesi  di  fronte  alle  genti  cattoliche,  e  que- 
gli sostenendo  la  necessità  per  i  Valdesi  di  rinascere 
a  nuova  vita.  Antonio  Blanc  udiva,  visibilmente  im- 
pressionato. Non  isfuggì  all'  attenzione  del  missionario 
che,  al  ritorno,  lo  volle  accompagnare  fino  a  Briancon, 


(1)  Vie  de  Felix  Neff,  Toulouse,   1860,  p.  85. 

(2)  Il  Neff  ne  scrisse  poi  in  questi  termini:  "Il  ne  contient  point 
d'erreurs  proprement  dites,  et  niéme  on  pourrait  dire  que  la  vérité 
s'y  trouve,  mais  tellement  fondue  dans  des  riens,  qu'il  faudrait 
passer  à  l'alembic  des  centaines  de  sermons  de  cette  sorte  pour 
en  faire  un  qui  fut  capable  de  réveiller  les  àmes.  Et  cependant 
c'est  sans  contreditle  plus  évangéliq'ue  de  tous  les  pasteurs  vaudois." 
Kost,  Lettres  de  Felix  Neff,   1842,  voi.  I,  cap.  vii. 


201 

lasciando  sperare  fin  d' allora  la  visita  che  dobbiamo 
riferire,  e  augurandosi  intanto  eh'  egli  potesse  dive- 
nire «  una  luce  per  le  sue  Valli.  » 

Se  non  che,  prima  che  il  Neff  arrivi  da  noi,  non 
sarà  forse  male  dire  di  lui  un  altro  poco,  per  inten- 
dere a  dovere  quel  che  seguirà.  Ecco  il  ritratto  che 
ci  porge  di  lui  uno  de'  suoi  parrocchiani  : 

<i  Di  mezzana  statura,  spigliato,  con  portamento 
degno,  imponeva  collo  sguardo  scrutatore.  Avea  chio- 
ma nera  come  ebano,  crespa  alquanto  e  ondeggiante, 
fronte  diritta,  begli  occhi  neri  e  intelligenti,  naso  giu- 
sto, bocca  inedia,  ovale  e  stretto  il  viso,  con  barba  ne- 
rissima  e  scarsa.  Non  era  brutto,  benché  avesse  il 
labbro  superiore  un  po'  difettoso.  Chi  praticava  con 
lui  ci  si  avvezzava  tosto.  Avea  poi  carattere  schietto, 
leale,  amante  del  vero  e  pieno  di  equità.  Non  ce- 
lava mai  quel  che  sapeva  esser  vero;  se  non  po- 
teva far  meglio,  taceva.  Era  franco,  un  po'  brusco, 
tenacissimo,  perfino  assoluto,  insofferente  di  conti-adi- 
zione, difetti  rispondenti  per  un  verso  alle  sue  qualità. 
Quanto  ai  principii,  fermo  come  roccia.  Del  resto, 
generoso,  caritatevole,  non  serbava  nulla  per  sé; 
spesso  non  gli  avanzavano,  per  suo  uso,  che  vestiti 
logori;  eppure,  curava  la  sua  persona  e,  di  solito,  avea 
festevole  apparenza.  Convinto  e  tollerante,  era  asso- 
luto rispetto  alle  verità  fondamentali  della  religione 
e  largo  se  si  trattava  di  dottrine  secondarie  e  con- 
troverse. Sarebbe  stato  battista  in  Inghilterra,  ma  era 
pedobattista  nelle  Alpi;  a  Ginevra,  avrebbe  apparte- 
nuto ad  una  Chiesa  dissidente,  in  Francia  era  mul- 
titudinista.  Non  era  più  rigido  calvinista  di  quel  che 
non  fosse  arminiano.  Evitava,  volonteroso  e  per  buon 
senso,  gli  estremi,  pur  che  non  mancasse  1'  essenziale. 


202 


Felice  Nelf. 


293 
Quando  si  trattava  d' interessi  cristiani,  al  paragone 
tutto  veniva  meno  .  »  (1) 

Eccoci  al  mese  di  luglio  1825.  (2)  Accompagnato 
dal  pastore  Andrea  Blanc,  di  Mens,  Xeft*  partì  per  la 
valle  di  Luserna.  Giunto  col  tempo  sereno  al  Colle 
della  Croce,  presso  il  Monviso,  ecco  affacciarglisi  di- 
nanzi l' ampia  veduta  stupenda  che  si  ha  da  quel  pun- 
to, la  quale  si  estende  fino  a  Milano.  X'  ebbe  sì  vivida 
impressione,  da  ricordarla  più  tardi  in  queste  meste 
parole  : 

Non  tenterò  di  descrivere  l' impressione  che  mi 
fece  il  magnifico  spettacolo  che  si  affacciava  al  mio 
sguardo.  L'ammirazione  che  si  prova  nel  contem- 
plare le  circostanti  roccie  e  i  ghiacci,  non  che  le  val- 
late che  si  aprono  dinanzi  e  le  lunghe  pianure  che  più 
lungi  si  distendono,  è  un  tributo  eh'  è  costretto  a 
rendere  ogni  viaggiatore  che  traversi  le  Alpi,  mas- 
sime qualora  a  cotali  scene  si  associno  le  remini- 
scenze di  quei  paesi.  Ma  quanto  sono  diversi  i  sen- 
timenti che  prova  il  cristiano  da  quelli  che  sente 
l' uomo  del  mondo  !  Come  poco  io  pensai  allora  de'  Ce- 
sari, di  Bruto,  di  Virgilio!  Una  considerazione  teneva 
assorti  tutti  i  miei  pensieri  e  parevami  che  stendesse 
un  tetro  velo  sopra  la  sorridente  Italia.  Io  pensava  al 
triste  impero  della  «  bestia,  »  ove  per  sì  lunghe  età 
gli  animi  erano  stati  tenuti  schiavi  del  fanatismo  e 
del  vizio.  0  Gesù,  sole  divino,  sciamavo  allora,  non 
vorrai  tu  più  illuminare  questo  popolo  infelice?  L'hai 
tu  del  tutto  abbandonato  alle  seduzioni  dell'  Avversa- 
rio ì  E  voi,  umili  vallate,  irrorate  del  sangue  di  tanti 
martiri,  sarete  voi  per  sempre  sterili  e  desolate  ì  Eterno 

(1)  Martin-Duporit,  Me»  ìmpression»,  p.  99-101. 

(2)  Alcuni  asseriscono  che  fu  1*  anno  seguente,  per  es.  il  Muston, 
e  l'autore  della  Vie  da  F.  X.  a  p.  104,  e  lo  stesso  Maury,  i,  382;  ma 
sbagliano. 


294 

Iddio,  sarà  questo  tenue  avanzo  della  tua  Chiesa  an- 
tica cancellato  interamente  dal  tuo  libro?  Ricordati, 
o  Signore,  delle  tue  molteplici  misericordie  ;  riponi  di 
nuovo  il  candelabro  nel  luogo  suo  e  ravviva  lo  zelo 
de'  padri  ne'  cuori  de'  figli,  affinchè  posseggano  an- 
cora una  volta  questa  desolata  eredità!  O  di  quali 
commozioni  dolorose  era  oppresso  l'animo  mio  nel 
considerare  le  triste  rovine  della  Sionne  di  Eu- 
ropa !  »  (1) 

Coli'  anima  sbattuta  e  oppressa  da  quei  vari  senti- 
menti, chiedeva  fra  se:  Che  dirò  mai  a  questo  po- 
polo? Donde  comincerò  in  questa  vigna  <(  tutta  mon- 
tata in  cardi  ?»  E  si  raccomandava  a  Dio,  onde  si 
degnasse  <(  accompagnare  il  suo  debole  servitore.  » 

Giunto  a  Bobbio,  vi  ammirò  i  graziosi  castagneti 
e  la  verzura,  «  che  contrasta  coli'  aridità  delle  Alpi 
francesi  ;  »  gli  parve  che  quella  silenziosa  località  non 
fosse  disadatta  per  la  residenza  di  un  evangelista. 
Il  pastore  essendo  assente,  Neff  seguitò  la  sua  via 
fino  a  Torre.  All'  ingresso  della  «  piccola  Givevra  ita- 
liana »,  come  la  si  chiamava  già  da  gran  tempo,  incon- 
trò una  donna  che  gli  domandò  :  «  Siete  voi  il  si- 
gnor Neffche  viene  dalle  Alpi  ?  »  Era  dunque  aspettato; 
la  terra  valdese  non  era  ancora  terra  di  morti.  S'indo- 
vina però  che  la  donna  conducesse  il  missionario 
presso  la  madre  del  suo  compagno,  dove  si  trovò  an- 
che il  fratello  di  questi,  Antonio.  «  Voi  vedete,  scla- 
mava il  compagno  Andrea,  che  vi  aspettano  qui  come 
il  Messia;  sospirano  di  vedervi  e  di  udirvi;  non  so 
poi  se  sarà  sul  serio.  »  Il  Neff  nota,  intanto,  che  se 
Torre  è  il  capoluogo  delle  Valli,  è  anche  quello 
della  corruzione  e  del  lusso.  A  San  Giovanni,  ove  ha 


(1)  Lettera  di  F.  Neff,   fine  luglio   1825,  dalle  Valli.    Bost,  op. 
cit.,  voi.  il.  Cfr.    Vie  de  F.  X.,  p.  104. 


295 
dimora  l'amico  Antonio  Blanc,  siamo  già  in  pianura  e 
la  vegetazione  ribocca.  Se  non  che  pare  al  missionario 
che  1'  abbondanza  invanisca  troppo  quegli  abitanti, 
«  più  vani  lì  che  altrove,  e  soliti,  i  più  di  essi,  ve- 
stirsi molto  al  disopra  della  loro  condizione.  »  Fece 
qualche  visita,  senza  dimenticare  il  pastore  Mon- 
done,  vecchio  ma  arzillo,  che  lo  accolse  festevole,  in- 
vitandolo col  suo  compagno  a  predicare  la  seguente 
domenica  e,  per  cortesia,  procurò  che  il  tiro  a  segno, 
che  accennava  a  guastare  quella  giornata,  fosse  so- 
speso, per  un  riguardo  agli  amici  forastieri.  Andrea 
Blanc  predicò  la  mattina,  il  Neff  dopo  mezzodì.  Quando 
questi  scese  dal  pulpito,  il  vecchio  pastore  che  non 
iscordava  i  suoi  antichi  eroi,  gli  andò  incontro,  scla- 
mando allegramente  :  <<  Ecco  la  spada  di  Marcello  che 
insegue  i  nemici  di  Roma  fin  ne'  loro  ultimi  trince- 
ramenti! »  Si  seppe  però  che  a  suoi  parrocchiani  la- 
sciava capire  che,  secondo  lui,  la  predicazione  de'  fo- 
rastieri fosse  troppo  aspra.  Il  Neff  ricordò  di  avere 
avuto  un  complimento  più  gradito  dal  predecessore 
di  lui  Giosuè  Meille,  che  traeva  i  suoi  dì,  ritirato 
e  quieto,  nella  sua  villa  della  Garola.  L' indomani, 
fu  a  visitarlo  ed  ecco  l' impressione  che  ne  ebbe  : 

«  È  un  vegliardo  rispettabile  che  ha  il  garbo  e  le 
maniere  di  un  antico  fratello  dell'Unità.  Egli  è,  io 
credo,  d' infra  tutti  i  Valdesi,  colui  che  G.  N.  Cou- 
lin,  che  visitò  le  Valli  nel  1819,  vedeva  col  maggior 
piacere  e  forse  con  maggior  frutto.  Il  Meille  occupò 
per  molto  tempo  il  posto  di  pastore  di  S.  Giovanni  ; 
ma  l' inopinata  e  tragica  morte  dell'  unico  suo  figlio 
gli  cagionò  sì  viva  impressione,  da  lasciarlo  incapace 
di  continuare  le  sue  funzioni  e  in  obbligo  di  rasse- 
gnare il  suo  ufficio,  già  fin  dall'anno  scorso,  ed  è  rin- 
crescevole,  perchè  orama  predicherebbe  in  modo 
più  evangelico.  Non  era  lontano  dal  regno  di  Dio  e 


296 

sembra  che  le  nostre  visite  gli  fossero  cagione  di 
bene.  Benché  ricco  e  stimato,  è  di  ima  grande  umiltà 
e,  per  quanto  sia  innanzi  negli  anni,  accoglie  il  Van- 
gelo come  un  piccolo  fanciullo.  Temo  soltanto  ch'egli 
non  trovi  ostacoli  attorno  di  sé  e  che  non  abbia 
forza  bastevole  a  sormontarli.  »  (1) 

Dopo  aver  tenute  alcune  riunioni  private,  il  Neff 
passò  a  San  Germano,  vi  trovò  il  pastore  adorno  di 
rustica  semplicità,  benevolo,  ma  fredduccio  e  chiuso 
anzi  che  no  ai  suoi  ragionamenti.  Predicò  con  vee- 
menza, e  questa  volta  passò  addirittura  il  segno, 
dicendo  egli  ai  suoi  uditori  che  non  solo  non  sape- 
vano quel  che  fosse  la  rigenerazione,  ma  non  aveano 
forse  mai  veduta  una  persona  che  fosse  rigenerata. 
Per  giunta,  nel  riferirlo,  se  ne  compiacque.  Visitò  di- 
verse case  e,  alfine,  si  condusse  col  compagno  a  pre- 
dicare a  Torre,  invitato  dal  Moderatore.  L'uditorio 
era  numeroso  e  brillante.  Il  Neff  parlò  sopra  le  ossa 
disseccate  di  Ezechiele,  con  molta  libertà,  e  cagionò 
tanta  impressione,  che  il  tamburino  che  dovea  bat- 
tere a  raccolta,  nell' uscire  dalla  predica,  per  il  tiro 
a  segno  che  si  faceva  a  Luserna,  se  n'  andò  senza 
osarlo.  Rimproverato,  e  che,  rispose,  dopo  tutto  quello 
che  abbiamo  udito  volete  eh'  io  vada  a  suonare  il 
tamburo  alla  porta  del  tempio  ?  Andrea  Blanc  parlò 
alla  sua  volta,  viepiù  incisivo  e  forse  virulento.  Che 
cosa  ne  pensasse  il  Moderatore,  e  quale  impressione 
questi  lasciasse  poi  al  missionario,  si  può  raccogliere 
dalle  parole  che  seguono: 

«  Avevo  spesso  udito  parlare  di  lui,  come  di  un 
pastore  fedele.  E  difatti,  gli  va  resa  questa  testimo- 


(1)  Ibid.  Il  giovane  Meille  erasi  accidentalmente  annegato. 


297 
nianza,  ch'egli  ha  <<  lo  zelo  di  Dio,;»  (1)  né  può  re- 
carsi in  dubbio  che,  se  da  lui  dipendesse,  la  disci- 
plina sarebbe  meglio  osservata  nelle  Chiese.  Mi  si 
accerta  perfino  ch'egli  predica  con  discreta  severità; 
ma  con  tutto  ciò,  non  lo  credo  risvegliato,  ed  è  pos- 
sibile che  la  sua  gloria  gli  prema  più  che  quella  del 
Signore.  D'altronde,  ha  un'idea  assai  insufficiente 
dello  stato  di  morte  del  suo  gregge.  Lo  vedemmo 
più  volte  e  gli  parlammo  con  molta  franchezza,  seb- 
bene con  quei  riguardi  che  richiedevano  la  sua  età 
ed  il  suo  carattere.  » 

Seguì  la  visita  di  dipartenza,  il  giorno  dopo  l'ul- 
time predicazioni  ora  accennate: 

«  Il  sig.  B.  ci  ricevette,  com'è  solito,  con  molta  cor- 
tesia e,  dopo  i  preliminari,  mi  parlò  de'  nostri  di- 
scorsi del  giorno  avanti.  Si  lamentò  di  certe  espres- 
sioni dure  e,  secondo  lui,  sconvenienti,  che  il  Blanc 
avea  usate,  e  parve  specialmente  offeso  che  si  avesse 
parlato  alla  sua  Chiesa  come  ad  un  popolo  nuovo 
alla  predicazione  del  Vangelo.  M'accompagnò  quasi 
per  mezzora,  facendomi  assai  interrogazioni  su  quel 
ch'io  pensassi  dei  Valdesi  in  generale.  Dovetti  ri- 
spondergli con  verità,  e  gli  lasciai  capire,  benché 
con  qualche  ritenutezza,  ch'io  non  credevo  che  vi 
fosse  in  tutte  le  Valli  una  sola  persona  che  avesse 
gustata  e  conosciuta  la  salute  e  la  pace  che  si  tro- 
vano in  Gesù  Cristo.  Questa  dichiarazione  lo  sor- 
prese e  lo  punse  fortemente,  quantunque  l'avesse 
richiesta.  M'adoperai  a  chiarirgli  quelle  cose  per 
quanto  fosse  possibile  adattarle  a  chi  ragiona  ancora 
secondo  lo  spirito  di  questo  mondo,  e  gli  raccontai 
coni  ero  giunto  a  conoscerle  ;  ma  come  più  gliene  di- 


(1)  Ep.  ai  Rom.,  x,  2.   Il  Xeff  non  aggiunge  :•"  ma  non  secondo 
conoscenza,  "  però  l'allusione  è  trasparente. 


298 

scorrevo  apertamente,  e  più  mi  apparivano  chiare 
la  sua  presunzione  e  la  sua  avversione.  Alla  fine,  mi 
lasciò  col  dirmi  che  avevamo  ciascuno  un  gregge  da  pa- 
scere, e  che  a  quello  dovevamo  attendere.  Ecco  quanto 
vi  posso  dire  del  pastore  che  fu  creduto  sempre  il 
più  zelante  e  il  più  evangelico  delle  Valli.  »  (  1  ). 

Passando  a  Bobbio,  il  Neff  vi  trovò  questa  volta  il 
pastore.  Gli  parve  che  fosse  un  buon  uomo,  più  in- 
tento ad  abbozzare  schizzi  delle  belle  vedute  della 
sua  parrocchia,  che  non  a  condurre  anime  alle  fonti 
della  vita.  E  così,  come  il  ricco  del  Vangelo,  ma  per 
un  motivo  assai  diverso,  il  missionario  delle  Alpi 
se  ne  andò  <<  grandemente  attristato,  »  ma  pur  rin- 
graziando Dio  per  avergli  dato  adito  a  parecchie 
anime  e  supplicandolo  di  «  custodirle  e  di  guidarle 
più  innanzi  nella  via  stretta.  »  (2). 

La  predicazione  de'  nostri  visitatori  non  passò 
inosservata  neppure  alla  polizia.  L'intendente  di  Pi- 
nerolo  ricordò  ai  Valdesi  che  i  forestieri  non  aveano 
li  diritto  di  salire  i  loro  pulpiti.  Ma  oramai  era  il 
caso  di  dire  che  «  cosa  fatta  capo  ha.  »  L'evange- 
lico messaggio  era  stato  udito  dentro  la  coscienza, 
e  avea  a  rendersi  manifesto  perfino  nelle  contrad- 
dizioni che  stava  per  sollevare. 

Così  fannosi  i  risvegli,  mediante  «  la  Parola  di 
Dio,  viva,  efficace,  più  acuta  che  qualunque  spada  a 
due  tagli,  »  né  si  dà  mai  senza  ferita  e  dolore.  Ma 
che  fosse  malagevole  il  ferire  così,  senza  presun- 
zione e  zelo  amaro,  e  del  pari  necessario  lenire  le 
salutari  ferite  colla  carità,  lo  dovea  sentire  il  Neff 
per  il  primo,    e   forse   un   tale   sentimento   non   fu 


(1)  Ibid. 

(21  Stessa  lettera.   Cfr.   le  sue  lettere  a  Maria  e   .Antonio  Blane, 
di  ottobre  1825,   16  genn.   1826  e  15  maggio  1828. 


299 
estraneo  al  suo  abbattimento,  perchè  non  si  può 
dire  che  vi  riuscisse  secondo  il  suo  stesso  desiderio. 
Avrà  seguaci  che  eccederanno  in  asprezza  più  di  lui, 
quasi  a  significare  che  fra  lo  zelo  della  verità  e  la 
gentilezza  della  carità,  non  siavi  armonia  sperabile, 
ma  divorzio;  e  il  divorzio  è  sciagurato,  perchè  ha  per 
effetto  di  rendere  sospetta  del  pari  e  la  carità  in 
chi  manca  di  fede,  e  la  fede  in  chi  manca  di  carità. 
Intanto,  è  già  chiaro  che  i  nostri  benefattori,  non 
si  rassomigliano.  Fra  1  Gilly  e  il  Neff,  quale  con- 
trasto! Il  primo,  sano  e  florido,  inclinava  all'ottimi- 
smo e  avea  l'occhio  alle  miserie  esteriori,  sociali;  il 
secondo,  roso  da  un  male  che  non  perdona,  inclinava 
al  pessimismo  e  scerneva  il  tarlo  sotto  le  apparenze. 
Si  completarono  mirabilmente,  senza  incontrarsi 
mai.  (1)  Vedremo  sui  passi  loro  i  continuatori  in- 
tenti a  quelle  riforme  che  i  nuovi  tempi  accennano 
a  sollecitare.  Però,  prima  di  farne  parola,  dobbiamo 
ricordar  le  ultime  angherie  intese  a  impedirle,  le 
quali,  invece,  varranno  solo  a  crescerne  il  desiderio 
e  aprire  viepiù  largo  il  varco  ad  un  migliore  av- 
venire. 


Vili. 

Le  angherie  del  vescovo  di  Pinerolo. 

«  Beati  voi  che  vedrete  la  redenzione  d'Italia!  Voi 
avete  il  principe  di  Carignano.  E  un  sole  che  si  è 
levato  sul  nostro  orizzonte.  » 


(1)  Gilly  lo  attesta,  ove  ne  scrive  con  candida  ammirazione,  rac- 
comandandolo all'  imitazione  di  ogni  cristiano.  V.  Memoir  of  F. 
Neff,  prefazione  alla  2a  ediz. ,  e  fine. 


300 

Quelle  parole  del  poeta  Monti  ad  un  giovane  pie- 
montese esprimono  l'aspettazione  di  coloro,  ed  erano 
molti,  che  appuntavano  in  Carlo  Alberto  le  loro  spe- 
ranze. Aveano  ancor  presenti  i  fatti  occorsi  durante 
la  costituzionale  reggenza  di  lui,  e  la  stessa  muso- 
neria  in  cui  s'era  chiuso  e  che  lo  rendeva  sospetto 
alle  corti,  non  pareva  di  malo  augurio.  Fatto  ac- 
corto, sia  per  le  mene  rivoluzionarie,  sia  per  la  tetra 
diffidenza  dello  zio  Carlo  Felice  che  lo  volle  perfino 
impegnare  con  formale  promessa  a  non  mutare,  sa- 
lendo al  trono,  i  politici  ordinamenti,  era  venuto  dis- 
simulando il  suo  segreto  nelle  pratiche  divote,  mercè 
le  quali  sperava  conforto  all'  animo  depresso  e  sante 
ispirazioni.  Raccolto  in  sé,  aspettava  l'ora. 

E  l'ora  suonò  il  27  di  aprile  1831.  Ma,  per  i  giurati 
impegni  e  gli  scrupoli  e  le  spine  del  governo  e  la  mal- 
vagità de'  tempi,  Carlo  Alberto  non  accennò  per  allora 
a  grandi  cose.  I  Valdesi,  che  si  ricordavano  di  averlo 
veduto  a  scuola  dal  ministro  protestante  Vaucher,  a 
Ginevra,  ne  traevano  motivo  a  sperare  che  il  seme 
di  libertà,  caduto  nel  cuore  del  principe,  dovesse  a 
suo  tempo  germogliare  in  quello  del  Re,  e  così  la 
pazienza  loro  non  diventava  furore.  E  buon  per  loro, 
perchè  fu  ancora  lesa  da  troppe  angherie. 

Difatti,  per  alcuni  anni,  non  fu  promossa  alcuna 
riforma  importante  che  valesse  a  migliorare  la  con- 
dizione degli  abitanti  delle  Valli.  Anzi,  dopo  le  con- 
cepite speranze,  sarebbesi  potuto  credere  che  il  Re 
si  lasciasse  prender  la  mano  dal  vescovo  di  Pinerolo. 

Era  salito  a  quella  sede  un  savoiardo  che  dovea 
far  rimpiangere  i  tempi  del  suo  predecessore  Bigex, 
tanto  lo  vinceva  per  furberia  e  intolleranza.  (1)  Avea 


(1)  Gioberti  non  mostrò  davvero  di  avere  penetrato  1' animo  del 
suo  lodato  Allobrogo  dove  ragiona  delle  speranze  ch'esso  gli  faceva 
concepire.  Primato  etc,  1844,  i,  460. 


301 
nome  Andrea  Charvaz,  e  godeva  molto  favore  alla 
corte,  per  essere  stato  precettore  de'  figli  di  Carlo 
Alberto.  Insediato  che  fu,  vide  un  giorno  venire  a 
lui  il  Moderatore  de'  Valdesi;  il  quale,  nel  salutarlo 
amichevolmente,  cominciò  a  chiedergli  di  non  irri- 
tare colle  sue  pratiche,  pur  troppo  già  avviate,  i  suoi 
correligionari,  e  gli  faceva  considerare  che  se  le 
leggi  rigorose  contro  i  Valdesi  esistevano  pur  sem- 
pre, però  accennavano  a  cadere  in  disuso,  aspettarsi 
quindi  dalla  sua  benevolenza  che  volesse  tralasciare  di 
provocarne  1'  applicazione.  Se  non  altro,  ebbe  franca 
risposta.  <<;  Finché  non  sono  abrogati  gli  antichi  edit- 
ti, disse  il  Charvaz,  m'adoprerò  quanto  saprò  a  fal- 
si che  vengano  osservati.  »  E  tenne  parola. 

Quell'anno  medesimo,  ossia  nel  1834,  un  giovane 
pastore  pubblicava  a  Parigi  un  volume  di  storia  nel 
quale,  fedele  alle  pie  leggende  allora  in  voga  circa 
l'origine  de'  Valdesi,  ne  difendeva,  così  in  genere, 
le  dottrine,  ma  temperatamente  e  senza  farsi  pedis- 
sequo di  Calvino  come  aveano  praticato  gli  avi.  Uscì 
l' ordine  di  arrestarlo.  11  Muston,  prevenuto  a  tempo, 
passò  precipitosamente  la  frontiera,  allora  coperta 
dalle  nevi,  e  aspettò  in  esilio  1'  amnistia  per  dieci 
anni.  Non  pago,  il  Charvaz  si  scagliò  contro  i  Val- 
desi colla  penna,  e  al  fine  di  confutare  le  note  leg- 
gende, mise  fuori  le  sue  Ricerche  storiche  sul/' ori- 
gine dei  Valdesi  e  sui  carattere  dette  toro  dottrine 
primitive.  Avea  bel  giuoco,  tanto  più  (piando  i  Val- 
desi non  erano  liberi  nella  difesa.  Altrimenti  era  il 
caso,  non  già  di  correre  perdutamente  dietro  vane 
tradizioni,  più  vecchie  che  antiche,  ma  di  portare  la 
face  della  critica  nel  campo  dell  avversario  e  chieder- 
gli ragione  delle  favole  che  si  raccontano  sulle  origini 
di  Roma  papale.  Lo  vietava,  se  non  altro,  la  censura, 
della  quale  facendosi  scudo  il  Charvaz  tirò  innanzi  a 


302 

scrivere  e  diede  alla  luce  una  Guida  del  catecumeno 
Valdese,  troppo  voluminosa  per  aver  lettori.  Del  re- 
sto, teneva  in  serbo  altri  mezzi  per  arruolare  cate- 
cumeni nelle  Valli  e  indurli  a  resipiscenza.  Apriva 
l'Ospizio  ai  miserabili,  che  la  fame  guidava  più  si- 
curamente che  i  suoi  scritti,  e  procacciava  loro  im- 
pieghi, marito  e  dote  alle  zitelle,  e  ai  genitori  schiu- 
deva asili  per  i  fanciulli,  i  quali,  ad  ogni  modo, 
aveano  diritto  legale  di  presentarsi  da  se  alla  soglia 
dell'  Ospizio,  qualora  avessero  raggiunta  Y  età  di  dodici 
anni,  se  maschi,  e  di  dieci,  se  femmine.  E  noto  il  caso 
di  una  fanciulla  cieca,  discendente  di  Enrico  Arnaud. 
Ivi  ricoverata,  non  solo  non  fu  restituita  al  padre 
che  la  reclamava,  ma  die  pretesto  a  costringerlo  di 
pagare  un'  annua  somma  di  trecento  lire.  E  non  ba- 
stò. Il  Charvaz  volle  ancora  sfruttare  i  matrimoni 
misti  e  battezzare  cattolici  i  figli  illegittimi,  quante 
volte  se  ne  presentasse  l'occasione,  senza  darsi  gran 
briga  di  troppe  sue  pecorelle  che  vivevano  in  patente 
concubinato  e  peggio.  Che  più?  Non  lasciò  neppure  i 
Valdesi  godersi  in  pace  le  proprietà  che  possedevano 
fuori  de'  limiti  anticamente  assegnati,  ma  si  affan- 
nava a  denunziarli,  e  con  tale  assiduità,  da  rendersi 
uggioso  alle  autorità  e  attirarsi  edificanti  rabbuffi. 
Udiamo,  su  questo  proposito,  uno  scrittore  che  vide 
addentro  in  queste  cose: 

«  Chi  volesse  prendersi  il  fastidio  di  far  ricerche 
sulla  lunga  pratica  seguita  rispetto  ai  Valdesi,  tra 
Charvaz  vescovo,  Avet  ministro  di  grazia  e  giustizia, 
e  Stara  avvocato  generale,  sarebbe  maravigliato,  da 
una  parte,  delle  istanze,  della  infaticabile  insistenza 
del  vescovo  nel  perseguitare  in  ogni  modo  quelle 
misere  genti,  e  d'altra  parte,  dei  conati  d'ogni  sorta 
che  facevano  i  due  altri,  onde  non  sortissero  il  loro 
intiero  effetto  le  continue  lagnanze  del  persecutore. 


303 
L'astio,  la  cieca  passione  erano  sempre  dal  lato  del- 
l' mio,  e,  per  quanto  potevasi,  moderazione  e  tolle- 
ranza da  quello  degli  altri;  così  che  sovente  davano 
i  ministri  lezione  di  cristianesimo  al  vescovo,  mentre 
dava,  all'opposto,  questo  ai  ministri  deplorabile  esem- 
pio di  nequizia  e  crudeltà.  »  (1) 

Ne  veniva  per  conseguenza  che,  volendo  far  giu- 
stizia ed  evitare  gli  scogli,  le  autorità  si  dessero  la 
parola  per  isfuggire  alla  maligna  vigilanza  del  clero, 
come  quando  l'avvocato  generale  scriveva  al  Sotto 
Prefetto  di  Pinerolo  di  «  usare  la  massima  segretezza, 
onde  non  nascessero  nuovi  richiami  per  parte  della 
podestà  ecclesiastica.  »  (2)  Vero  è  che  le  angherie 
del  clero  nemico  davano  luogo  alcuna  volta  alle  pro- 
teste degli  ambasciatori  delle  potenze  protestanti, 
fra'  quali  primeggiava  per  zelo  e  autorità  il  conte 
Waldburg-Truchsess,  già  ricordato.  Però  quelle  pro- 
teste ingelosivano  il  ministro,  e  talora,  invece  di  gio- 
vare, cagionavano  improvvise  e  più  gravi  complica- 
zioni. (3)  Allora  pareva  rinnovarsi  per  i  Valdesi  il 
supplizio  di  Tantalo.  La  speranza  della  libertà,  che 
avea  già  sorriso  ad  essi  sotto  l'egida  dello  straniero, 
ritolta,  ora  si  riaffacciava  e  ora  pareva  allontanarsi 
più  che  mai.  Era  un  nuovo  tormento.  <(  Sudditi  fedeli, 
osserva  a  questo  punto  uno  scrittore,  alieni  dall'  in- 
vocare l' aiuto  straniero  e  dal  valersi  della  religione 
per  opporsi  alle  leggi,  benché  la  restaurazione  avesse 
loro  tolta  l'ampia  libertà  di  cui  godevano  sotto  l'im- 
pero francese,  non  si  lagnarono  finché  non  videro 
come  il  governo  di  Carlo  Alberto,  in  cui  molto  spe- 


(1)  A.  Bert,  op.   cit.   p.  301. 

(2)  Comunicato  del  12  aprile  1841,   ibid.,  p.   303. 

(3)  Molineri,    Storia  d'Italia  dal  1814  ai  notti-i  giorni,  1891,  p. 
200.  Cfr.  Bert.,  op.  cit.  p.  290. 


304 

ravano,  si  avviasse  ad  una  specie  di  persecuzione  re- 
ligiosa. »  (1) 

In  quei  frangenti,  non  mancarono  ai  Valdesi  allet- 
tamenti ad  abbandonare  la  patria,  per  migrare  nella 
Prussia,  nell'  America  e  nell'  Algeria.  Ma  come  po- 
tevano i  discendenti  degli  eroi  del  Rimpatrio  rasse- 
gnarsi a  sì  disperato  partito,  quando,  a  dispetto  di 
tutte  le  angherìe,  giungeva  loro  Y  eco  delle  prime  grida 
che  facevano  presagire  1'  avvenimento  di  un  nuovo 
ordine  di  cose?  Dal  Piemonte  e  da  molte  città  del- 
l' Italia  erompevano  le  proteste  contro  F  oppressione 
straniera  che  teneva  l' Italia  divisa.  Primi  tribuni,  e 
non  ultimi  poi  alla  breccia,  i  letterati.  L' anno  1843 
comparve  alla  luce  il  Primato  d'Italia,  che  il  Gio- 
berti dedicava  a  Silvio  Pellico  e  dove  diceva  a  Carlo 
Alberto  :  «  Voi  siete  armato  e  posto  sul  limitare  della 
penisola  per  respingere  con  una  mano  gli  strani  e 
trarre  a  voi  i  principi  e  i  popoli  italici.  »  Da  quel 
libro  prendeva  il  Balbo  argomento  e  ispirazione  a  scri- 
vere le  sue  Speranze  (T  Italia,  venute  alla  luce  l'anno 
seguente.  L' animo  del  Re  fremeva  del  gran  desiderio 
di  rompere  la  sua  spada  per  l' Italia,  e  quando,  in 
quel  giro  di  tempo,  Massimo  d'Azeglio  ritornava  a 
Torino  per  esporgli  la  condizione  di  Roma  e  della 
Toscana,  e  gli  diceva  che  le  speranze  dei  popoli  si  con- 
centravano in  lui,  egli  lo  abbracciava,  dicendogli  que- 
ste parole  che  non  restarono  segrete:  «  Presentan- 
dosi le  occasioni,  la  mia  vita,  la  vita  de'  miei  figli,  i 
miei  tesori,  tutto  sarà  speso  per  la  causa  italiana.  » 
Quell'  anno,  i  Valdesi  ebbero  la  dolce  ventura  di  sa- 
lutare il  loro  sovrano,  nelle  Valli,  e  di  serrarsi  at- 
torno a  lui  e  di  disarmarlo,  alla  lettera,  colla  espres- 
sione del  loro  filiale   affetto.  A  chi   ne   furono   essi 

(1)  Molineri,  op.  cit..  p.  199. 


305 


La  chiesa  Mauriziana  all'  ingresso  di  Torre-Pellice. 


Stor.  Vald. 


20 


306 

debitori?  Al  vescovo  Charvaz,  che  vi  dovea  porgere 

occasione  con  una  delle  sue  ultime  angherìe. 

Difatti,  il  vescovo  di  Pinerolo  avea  ottenuto  col 
favore  del  Papa  e  del  Re  che  si  fondasse  a  Torre, 
fin  dal  1840,  un  priorato  mauriziano,  annessovi  un 
convitto  di  missionari  con  dotazione  speciale.  Fu  po- 
sto sotto  la  protezione  de'  santi  Maurizio  e  Lazzaro. 
Lo  scopo  veniva  significato,  ivi  dentro,  dal  pennello 
di  un  artista,  con  un  quadro  che  rappresentava  due 
Santi  in  atto  di  orazione,  quasi  a  proteggere  la  sot- 
tostante chiesa  mauriziana  da  cui  si  sprigionavano 
fasci  di  luce  a  sfolgoreggiare  attorno  le  dense  oscu- 
rità delle  Valli.  L' inaugurazione  ebbe  luogo  la  do- 
menica del  22  settembre  1844,  con  molta  pioggia 
e  in  presenza  di  poche  persone.  Si  aspettava  il  Re, 
il  quale,  sopravvenendo  il  martedì  seguente,  con  un 
sole  raggiante,  appena  vide  le  festose  accoglienze 
che  gli  faceva  il  popolo,  rimandò  le  sue  guardie  e 
gradì  gli  omaggi  della  Tavola;  poi,  non  a  caso,  no- 
minava primo  cavaliere  valdese  de'  nuovi  Santi  un 
notaio  per  nome  Amico  Comba,  sindaco  di  Torre. 

Così  la  festa  indetta  da  Charvaz  per  la  sua  mis- 
sione finiva  in  modo  da  far  pensare  che  fosse  stata 
una  «  festa  valdese.  »  (1) 


IX. 

La  riforma  delle  scuole. 

V  era  allora  nelle  Valli  un  gentiluomo  inglese  in- 
viso al  Charvaz  che  soleva  chiamarlo  per  ischerno 


(1)  "  Voilà  donc  ce  jc-ur,  si  redolite,  passe.  Ne  pourrait-on  pres- 
erie pas  dire  que  cela  a  été  une  féte  vaudoise?  !'  Lettera  di  Anto- 
nio Blanc  al  fratello  Andrea,  settembre  1844. 


807 
«  l'Avventuriere  dalla  gamba  di  legno;  »  ma  era  al- 
trettanto caro  ai  Valdesi  per  il  suo  retto  e  nobile 
portamento,  per  l' elevatezza  della  mente  e  la  gene- 
rosità del  cuore.  Egli  fu  colui  che  impersonò,  a  dir 
così,  la  restaurazione  valdese  iniziata  dall'  anglicano 
Gilly,  e  particolarmente  quella  delle  loro  scuole.  Vo- 
gliamo parlare  del  generale  Beckwith. 

Carlo  Beckwith,  nato  a  Halifax  in  America  il  2 
ottobre  1789,  avea  combattuto  sotto  la  bandiera  del 
Duca  di  ^Yellington  e  persa  una  gamba  alla  batta- 
glia di  Waterloo.  Traeva  i  suoi  giorni  a  Londra,  cir- 
condato di  stima  e  d'  onore,  quando  un  dì,  nel  far 
visita  al  Duca,  vide  il  titolo  di  un  libro  di  Gilly  sopra 
i  Valdesi.  Lo  lesse,  decise  di  visitare  le  loro  Valli  e 
finì  per  diventarvi,  non  solo  carne  della  loro  carne, 
ma  padre  e  benefattore. 

Vi  arrivò  nel  settembre  del  1827.  Fermò  dapprima 
la  sua  dimora  presso  il  Moderatore  Bert,  e  quando 
questi  morì,  passò  a  San  Giovanni,  in  casa  di  G.  P. 
Bonjour,  suo  degno  successore.  Si  stabilì  quindi  a  Torre 
e  vi  stette  lunghi  anni  che,  per  coloro  che  1'  ospi- 
tavano, fuggirono  come  un  lampo.  Da  quelli  imparò 
a  conoscere  la  condizione  della  popolazione,  ma  più 
che  mai  se  ne  capacitò  per  propria,  assidua  e  mi- 
nuta osservazione.  Quale  essa  fosse,  lo  si  potrebbe 
già  arguire,  almeno  in  parte,  da  quanto  fu  discorso 
fin  qui  ;  ma  lo  diremo  ora  sommariamente  colle  parole 
del  biografo  di  Beckwith. 

«  Una  popolazione  fatta  paurosa  dalle  patite  sof- 
ferenze, delusa  in  quelle  libertà  che  avea  creduto 
di  possedere  per  sempre,  ma  che,  appena  caduto  Na- 
poleone, le  erano  state  subitamente  ritolte;  stretta 
in  una  rete  di  editti  più  vessatorii  gli  uni  degli  altri, 
che  ne  impedivano  ogni  movimento;  una  popolazione 
anzitutto  bramosa  di  quiete  e  per  la  quale  parea  che 


308 


Carlo  Beckwith. 


309 
il  più  alto  ideale  a  cui  si  potesse  pretendere  fosse 
il  non  incorrere  in  nuove  persecuzioni,  inconscia  poi 
di  una  missione  da  compiere  e  di  un'  influenza  da 
esercitare,  col  sentimento  di  essere  straniera  sul  pro- 
prio suolo  e  coli'  abito  inveterato  di  fare  prima  as- 
segnamento sugli  altri  e  non  su  di  se;  una  istru- 
zione publica  appena  nelle  fascie,  e  una  vita  religiosa 
e  morale  languente,  senza  alcuna  energia:  tale  il 
terreno  ove   si   trovò    il  Beckwith  a   lavorare.  »  (1) 

Mirò  pertanto  a  restaurare  Y  educazione  senza 
trascurare  altre  opere  di  beneficenza,  segnatamente 
gli  ospedali,  a' quali  diede,  si  può  dire,  l'ultima  mano. 
Pose  la  pietra  angolare  dell'  istruzione  publica  col 
mettere  in  buon  assetto  la  scuola  primaria  e  curò 
lo  sviluppo  delle  scuole  secondarie  a  Torre  e  Po- 
ni aretto. 

Diremo  anzi  tutto  della  scuola  primaria. 

«  All'  educazione  delle  classi  inferiori  si  pensava 
allora  poco  o  punto,  nota  a  questo  proposito  uno 
scrittore;  anzi,  non  si  voleva  pensare.  A  Torino  stessa, 
nel  1846,  non  si  avevano  ancora  scuole  elementari 
per  le  fanciulle;  gli  allievi  maschi  erano  1500.  Era 
peggio  in  provincia.  Molti  erano  i  comuni,  e  anche 
di  non  ultima  importanza,  i  quali  difettavano  com- 
pletamente di  scuole;  e  quelli  che  ne  avevano,  ve- 
devano i  loro  figliuoletti  uscire  dalle  classi  elemen- 
tari, tenute  da  un  prete,  sapendo  a  mala  pena  leggere 
nello  stampato  e  scrivere  a  sghimbescio  il  loro 
nome  >>  (2).  Assai  meno  lagrimevole  era  lo  stato  delle 
scuole  primarie  nelle  Valli,  ove  si  pensi  che,  sopra 
ventimila  abitanti,  poco  meno  di  quattromila  erano 
i  fanciulli  che  le  frequentavano.  Ma  che  locali  aveano 


(1)  G.   P.   Meille,  Le  general  Beckwith,  1872,  p.  31. 

(2)  Bersezio,  11  Regno  di   Vittorio  Emanuele  II,  1.   r,  p.   13-16. 


310 

quelle  scuole,  e  com'erano  dirette?  Erano  stalle,  per 
lo  più.  Se  non  vi  occorrevano  quadri  per  rappresen- 
tare gli  animali  domestici,  v'  era  penuria  grande  di 
cose  più  utili.  Lo  stipendio  del  maestro  si  elevava 
a  33  centesimi  al  giorno,  ed  ei  li  valeva,  come  si 
direbbe  in  inglese;  anzi,  avea  la  verga  per  giunta. 
Uscendo  di  lì,  dopo  un  paio  d' invernate  o  tre,  gli 
scolari  facevano  i  primi  scarabocchi,  in  calligrafia  e 
aritmetica;  recitavano  i  dieci  comandamenti,  il  Pa- 
drenostro,  il  Credo  e  le  orazioni  della  mattina  e 
della  sera.  Passando  alle  classi  più  avanzate,  non  vi 
troveremo  più  quadrupedi  né  volatili,  ma  in  cambio, 
neppur  l'idea  di  quello  che  oggi  è  ritenuto  indispen- 
sabile ;  non  lavagne,  non  carte  geografiche,  né  panche 
ammodo,  ne  libri  scolastici.  Per  la  lettura  francese, 
la  Bibbia;  per  l'italiana,  atti  notarili  manoscritti;  per 
la  disciplina,  nerbate  di  vario  genere  e  grado,  dalla 
così  detta  castagna  che  si  applicava  alle  dita,  fino 
al  cavallo  che  equivaleva  ad  una  regolare  fustiga- 
zione. Eppure  si  aveano  già  discreti  maestri,  ma  come 
potevano  reagire  contro  un  simile  stato  di  cose? 
Beckwith  rispose  al  bisogno,  provvedendo  nuovi  lo- 
cali, nuovi  maestri  e,  per  un  verso,  nuovo  indirizzo. 
Quest'  ultimo  punto  sarà  meglio  chiarito  colle  sue 
parole  : 

«  Volgete  la  vostra  attenzione  essenzialmente  sulle 
<<  scuole  de'  quartieri  »  (1).  In  quei  semenzai  ven- 
gono gittati  i  primi  germi  di  quelle  grandi  verità 
che  furono  ignote  a  Socrate  e  a  Platone.  Ivi  s'in- 
nesta sulle  tenere  piante  l' immutabile  Parola  che 
annunzia  Gesù  Cristo  crocifisso,  amico  e  mediatore 
fra  Dio  e  gli  uomini,  la  Parola  di  Colui  eh'  è  la  via, 


(1)  Sono  dette  così  le  scuole  infantili  de' villaggi   ne' quali   sono 
sezionati  i  comuni. 


311 
la  verità  e  la  vita,  di  Colui  senza  il  quale  mimo 
giunge  al  Padre  e  il  di  cui  sangue  purga  da  ogni  pec- 
cato; la  Parola  che  ha  proclamato  che  chiunque  con- 
fessa colla  bocca  e  crede  nel  cuore  Gesù  Figliuol  di 
Dio  sarà  salvato:  teologia  potente  da  salvare  un 
mondo.  »  (1) 

Un  dì,  in  occasione  della  più  umile  di  codeste  pic- 
cole scuole,  quella  della  borgata  di  Ferriera  a  Bob- 
bio, scrisse  il  Beckwith  al  pastore  di  quella  località  : 
«  Se  riflettete  un  istante  a  quell'  ammasso  di  fol- 
lìe e  di  assurdità  che  travagliarono  le  teste  di  tanti 
infelici  anche  sotto  il  bel  cielo  <T  Italia,  penserete 
forse  con  me  che  se  si  trattasse  di  scegliere  fra  Pa- 
dova e  la  Ferriera,  vi  sarebbe  molto  da  dire  in  fa- 
vore di  quest'  ultima...  Quanto  a  me,  se  incontrerò 
nella  vita  futura  una  sola  vecchierella  e  due  fanciul- 
lini  fra  gli  abitanti  di  Bobbio  a'  quali  saranno  state 
utili  le  mie  seminagioni,  mi  stimerò  ricompensato  per 
tutti  i  sagrifizi  che  ho  fatti  in  favore  di  quelle  uni- 
versità di  capre,  ove  il  poco  che  s' insegna  è  assolu- 
tamente vero  ed  assolutamente  buono,  poiché  fon- 
dato sul  pentimento  verso  Dio  e  sulla  fede  in  Cristo 
Gesù.  »  (2) 

La  scuola  secondaria  era  rappresentata  dalla  così 
detta  Scuola  Latina,  col  suo  unico  maestro  o  rettore, 
stipendiato  dagli  Olandesi.  Trattavasi  di  tirarla  su  e 
farne  un  ginnasio  e  un  liceo,  a  cui  annettere  poi  una 
scuola  normale  e  una  scuola  di  teologia.  Per  riuscirvi, 
convenne  fare  i  conti,  sia  col  Comitato  olandese,  sia 
co'  Valdesi  di  Val  San  Martino,  gelosi  gli  uni  e  gli 
altri  de'  loro  diritti.  Alfine,  appianata  ogni  difficoltà, 
oltre  il  Collegio  di  Torre,  fu  aperta  una  Scuola  La- 
fi)  Lettera  del  '28  agosto  1848  al  Moderatore. 
(2)  Lettera  del  24  marzo  1834  al  pastore  Muston. 


312 

tina  a  Poinaretto.  Scopo  principale  del  Gilly  nel  pro- 
muovere 1'  ampliazione  della  vecchia  Scuola  Latina 
di  Torre  e  farne  un  Collegio,  era  stato  di  prevenire, 
per  la  gioventù  studiosa,  la  necessità  di  andar  ra- 
minga per  molti  anni  nelle  estere  accademie,  col  pe- 
ricolo di  contrarne  le  male  influenze  religiose  e  mo- 
rali; inoltre,  di  provvedere  pastori  e  maestri.  (1)  Ora 
il  Beckwith,  entrato  in  relazione  col  Gilly,  diresse  l'im- 
pianto del  così  detto  Collegio  de'  Valdesi,  lo  tutelò 
coli' assegno  di  fondi  particolari,  lo  dotò  di  una  bi- 
blioteca e  di  case  per  i  professori,  non  senza  tener 
d' occhio  la  fondazione  delle  classi  succursali  di  Po- 
inaretto. Infine  provvide  alla  istituzione  del  così  detto 
Pensionato,  scuola  secondaria  femminile,  e  dopo  sette 
anni,  ossia  nel  1844,  lo  forniva  di  un  adatto  locale. 

Ora,  se  si  ricordi  che  il  Beckwith  diede  mano  ad 
erigere  pur  nuovi  templi  e  case  per  i  pastori  e  per  i 
maestri,  sarà  chiaro  che  non  trascurò  alcuna  delle  ne- 
cessità de'  Valdesi  e  che  mirò  davvero  coli'  opera  sua 
alla  restaurazione  dell'  Israele  delle  Alpi. 

Eppure,  quei  preziosi  benefici  non  sarebbero  stati 
senza  pericolo  se  avessero  avuto  per  risultato  di  cul- 
lare i  Valdesi  nella  loro  apatia  e  di  renderli  schiavi 
della  liberalità  degli  stranieri.  Ma  egli  stesso  s' adoprò 
a  prevenire  un  tanto  male  coli'  avviarli  a  far  da  sé. 
Fatti  i  primi  passi,  tentava  di  associare  i  Valdesi  nel- 
l'opera di  restaurazione.  Di  solito  iniziava,  supplendo 
le  prime  spese;  poi,  quando  avea  provocato  il  senti- 
mento che  1'  opera  sua  era  necessaria,  diceva  :  conti- 
nuerò se  voi,  interessati,  mi  coadiuverete.  E  finì  per 


(1)  Così  scriveva  alla  Tavola  Valdese,  che  non  avea  afferrato 
bene  il  suo  concetto,  e  concludeva:  "Se  i  Valdesi  seguitano  a 
mandare  i  loro  figli  in  Isvizzera,  il  Collegio  diventei'à  in  gran 
parte  inutile  e  saranno  frustrate  le  speranze  dei  fondatori."  Let- 
tera del  23  die.   1839. 


313 


314 

limitarsi,  in  molti  casi,  a  dare  la  mossa  coli'  esempio, 
tanto  nelle  Valli  come  nel  campo  delle  collette  al- 
l' estero.  Un  giorno,  ripensando  a  quanto  gli  era  riu- 
scito di  ottenere,  disse  col  solito  buon  umore  :  «  Ah  !  se 
i  Valdesi  avessero  preveduto,  quando  venni  tra  loro 
la  prima  volta,  eh'  io  avessi  a  spillar  loro  col  tempo 
tanti  quattrini,  credo  che  invece  di  accogliermi  come 
fecero,  m'avrebbero  preso  a  sassate.  »  (1)  Inoltre,  ac- 
cennò più  volte  a  chiudere  il  libro  dei  conti  co' Val- 
desi, e  allora  li  ammoniva  a  far  da  sé,  se  volevano 
davvero  compiere  la  loro  missione,  e  talora,  nel  ve- 
der scemare  la  simpatia  de'  suoi  correligionari  angli- 
cani, mandò  il  grido  d' allarme  fino  a  dare  inconscio 
in  esagerazioni,  come  quando  scrisse  al  segretario 
della  Tavola  Valdese  :  «  Non  v'  ingannate,  gli  stranieri 
non  vi  aiuteranno  più  ;  raddrizzatevi,  altrimenti  non 
potrete  sopportare  la  luce  della  vostra  propria  can- 
dela. »  (2). 

Queste  spronate  vigorose  del  vecchio  generale  erano 
tanto  più  necessarie,  in  quanto  che  la  disciplina  era 
poca  nelle  file  de'  Valdesi,  e  la  loro  preparazione  per 
i  tempi  maturi  era  non  solo  lenta,  ma  tarda.  Egli  ten- 
deva innanzi  lo  sguardo,  verso  i  nuovi  orizzonti,  colla 
speranza  di  offrire  alla  nostra  patria  una  falange  ben 
composta  di  educatori,  quando  fosse  per  spuntar  l' ora 
della  sua  rigenerazione. 


(1)  G.   P.   Meille,  op.   ed.,  p.  296. 

(2)  Lettera  al  pastoi-e  P.   Lantarèt,  4  gennaio  1848. 


315 


X. 

I  Dissidenti. 

Nelle  sue  assidue  passeggiate  per  le  amene  strade 
ombrose  di  San  Giovanni,  accompagnato  dal  fido 
Azor,  Beckwith  s' imbatteva  alcuna  volta  in  un  uomo 
di  onesta  condizione  e  coltura,  serio  nell'  aspetto  e 
ancora  più  di  carattere,  laico  ma  raso,  vera  figura  di 
Puritano.  Allora,  riposando  la  sua  gamba  di  legno, 
udiva  le  notizie  locali  e  ne  dava  alla  sua  volta,  e  si 
discorreva  intorno  la  condizione  e  le  prospettive  del 
popolo  valdese.  Se  quei  due  uomini  combinavano  in 
molte  opinioni,  rappresentavano  però  due  principii 
alquanto  diversi:  il  primo,  ospite  del  Moderatore, 
era  anglicano  e,  per  giunta,  poco  entusiasta  per  il 
risveglio  ginevrino;  il  secondo  invece,  dopo  avere 
aperta  la  sua  casa  al  missionario  delle  Alpi,  avea  preso 
a  continuare  con  zelo  la  missione  interna  da  lui  ap- 
pena inaugurata,  fino  a  riuscire  capo  di  una  congre- 
gazione che,  volgarmente  e  per  ischerno,  dicevasi  dei 
Momieri,  ovvero,  con  miglior  garbo,  dei  Dissidenti.  (1) 

L' interlocutore  di  Beckwith  non  curava  gran  fatto 
lo  scherno,  ma  protestava  assiduamente  contro  l'ac- 
cusa di  dissidenza,  con  scarso  risultato  però.  In  ge- 
nerale, codesti  battesimi  denominazionali,  se  inflitti 
dall'  odio  della  maggioranza,  restano  indelebili,  e  s'  è 
veduto  in  ogni  tempo  e  in  ogni  Chiesa  venerabile 
per  le  sue  tradizioni,  siano  cattoliche  o  siano  prote- 


(1)  Il  nome  di  Mdmiers,  affibbiato  più  specialmente  ai  Metodisti, 
in  Isvizzera,  implicava  nozione  ridicola  di  maschera.  V.  Littré, 
Dictionnaire.  Fu  portato  alle  Valli  da  uno  studente  reduce  da  Lo- 
sanna, come  notò  il  Neff  nella  sua  lettera  della  fine  di  luglio  1825. 


316 

stanti,  che  il  volgo,  di  solito  ligio  ai  vecchi  pregiu- 
dizi, chiama  dissidenti  e  per  giunta  novatori  coloro 
che  mirano  a  ritirare  la  religione  alle  sue  vere  fonti. 
Perciò,  volendo  noi  dire  di  questo  movimento  e  di 
colui  che  lo  resse,  non  curiamo  troppo  i  conienti  e, 
giacche  ne  abbiamo  1'  occasione,  attingeremo  le  no- 
tizie alla  prima  fonte.  (1) 

Antonio  Blanc  era  nato  a  Morandes,  casale  di  Grand 
Villard,  vicino  a  Brianzoli,  il  2  agosto  1796.  Il  padre 
suo  anziano  della  Chiesa  concistoriale  di  Gap,  tro- 
vandosi isolato  per  la  sua  religione,  era  venuto  a  sta- 
bilirsi a  San  Giovanni  e  vi  moriva  nel  1823.  Antonio 
avea  dovuto  lasciare  in  tronco  i  primi  studi  intesi 
alla  teologia  e,  per  compiacere  al  genitore,  darsi  alla 
vita  pacifica  de'  campi.  La  visita  del  Neff  gli  aperse 
nuova  carriera,  che  si  conciliava,  del  resto,  colla  sua 
posizione  ornai  ferma.  Riuniva  i  pochi  amici  che  la 
parola  del  missionario  avea  attirato  sotto  il  suo  tetto 
e  li  visitava  nelle  case  loro,  per  leggere  insieme  le 
Sacre  Scritture.  Ne  avea  di  vecchi  e  di  giovani  ;  tra 
quelli  Giosuè  Meille,  fra  questi  Paolo  Gay,  Davide 
Lantarèt  e  altri.  A  gara  si  ammonivano  a  professare 
apertamente  la  loro  fede  e  a  reagire  contro  la  rilassa- 
tezza generale.  Il  Neff,  finche  visse,  li  confortò  con 
messaggi  premurosi,  incitando  specialmente  il  Blanc 
a  dirigere  la  missione,  che  avea  bisogno  di  chi,  spie- 
gata la  bandiera,  stesse  al  timone  della  navicella  per 
affrontare  la  bufera  che  il  vento  de'  pregiudizi  ac- 
cennava a  sollevarle  contro  furiosamente. 

Le  libere  riunioni  private,  smesse  da  qualche  se- 
colo, parvero  nuove,  e  la  polizia  che  vi  scorgeva  un 


(1)  Mercè  la  cortesia  del  genero  di  Blanc,  pastore  a  San  Gio- 
vanni, il  narratore  fu  ammesso  a  consultare  il  Giornale  di  lui  e 
altre  carte  relative  alle  riunioni  dissidenti;  perciò  esprime  alla  fa- 
miglia Gay  sincera  gratitudine. 


■317 

fuoco  acceso  dai  forestieri,  inclinava  a  reprimerle, 
tanto  più  sapendole  dirette,  non  dai  pastori,  ma  in- 
dipendentemente da  essi,  al  fine  di  reagire  contro 
lo  stato  di  cose  esistente.  La  massa  de'  dissidenti,  per 
la  maggioranza  dei  Valdesi,  appariva  odiosa  perchè, 
oltre  la  protesta  contro  la  confusione  della  Chiesa  e 
del  mondo,  implicava  un  confronto.  Pareva  che  i  dis- 
sidenti dicessero  :  Xoi  siamo  la  vera  Chiesa,  voi  siete 
il  mondo.  In  teoria,  il  Blanc  non  presumeva  tanto; 
ma  nel  fatto  bisogna  convenire  che  desse  appiglio  a 
crederlo.  Indi,  risentimenti,  sdegni,  violenze,  in  parte 
cagionate  da  un  sindaco  ringhioso  ;  tutte  intemperanze 
che  contrastavano  in  modo  singolare  col  vanto  di  tol- 
leranza menato  da  molti  anni.  Fu  necessario  l' inter- 
vento dell'intendente  di  Pinerolo  e,  senza  la  prudenza 
del  Moderatore  sollecito  a  coprire  la  dissidenza  col 
manto  della  solidarietà  valdese,  non  si  sarebbe  evitata 
una  rigorosa  repressione.  Basti  dire  che  il  Blanc  fu 
sul  punto  di  venire  sbandito,  e  se  rimase,  fu  per  un 
contrordine  ricevuto  all'  ultima  ora.  In  quell'  occa- 
sione ebbe  però  la  maggior  sorpresa  dal  curato  di 
San  Giovanni,  che  gli  scrisse  per  esortarlo  a  farsi  cat- 
tolico. Leggendo  la  sua  lettera,  il  Blanc,  pur  rispet- 
tando il  curato  fedele  alla  consegna,  la  comentava  con 
queste  poche  parole  :  «  Come  Satana  è  pur  villano.  » 
All'  udire  quelle  misere  scene,  si  commosse  la  musa 
del  Muston,  F  esule  pastore,  e  sospirava  : 

En  nos  vieux  temps  de  lamie  et  de  martyre, 
fraternité!  futle  cri  de  nos  monts. 
Et  maintenant  que  la  paix  vient  sourire, 
c'est  nous,  grand  Dieu!  qui  nous  persécutons. 
Oh,  quel  spectacle  à  présenter  au  monde! 
A  nos  douleurs  n'est-il  point  de  secours? 
Voyez  au  ciel,  et  que  Christ  vous  réponde: 
Peuple  Vaudois,  es-tu  mort  pour  toujours 


318 

Quei  disordini  disgustarono  i  meno  battaglieri,  tra 
i  quali  Giosuè  Meille  che  si  ritirò  del  tutto,  non  senza 
lasciare  pia  ricordanza  per  lo  zelo  con  cui  s'  era 
adoperato  in  favore  delle  missioni,  insieme  con  Gio- 
vanni Revel,  "  il  buono,  "  Rettore  della  Scuola  La- 
tina. Altri  invece  s'  arrotarono  nelle  file  della  Dissi- 
denza, e  questa  provò  il  bisogno  di  ordinarsi.  Il  Blanc 
non  rifiniva  di  asserire  che  1'  unico  scopo  che  avesse 
alle  viste  era  il  risveglio  della  fede  degli  avi,  ed  egli 
s' adoperava  per  quanto  fosse  possibile  a  non  disco- 
starsi nelle  pratiche  religiose  dalle  usanze  tradizio- 
nali, onde  evitare  pretesti  a  scandali  e  recrimina- 
zioni. Non  pencolò  ne  coi  Metodisti,  né  coi  Battisti, 
ne  coi  Darbisti  ;  riuscì  a  stare  in  equilibrio,  rifuggendo 
sia  dalla  mondanizzazione  della  Chiesa,  sia  dalla  se- 
parazione aperta.  Intanto,  si  asteneva  dalla  comunione 
in  chiesa,  salvo  a  udirvi  le  prediche  e  criticarle,  di- 
cendo, per  esempio,  che  erano  tali  da  far  piangere  co- 
me Maria  quando  si  doleva  che  avessero  tolto  il  Si- 
gnore. E  voleva  bensì  la  comunione  dalle  mani  dei  pa- 
stori valdesi,  ma  col  patto  che  venissero  a  ministrarla 
nelle  sue  adunanze.  Equivoca  posizione!  Siccome  co- 
storo non  vi  si  prestavano,  Blanc  si  rivolse  a  quelli 
che  visitavano  occasionalmente  le  Valli,  or  da  Ginevra 
or  dalla  Francia.  Però,  non  combinando  quelle  visite, 
ne  colle  solennità  né  coi  bisogni  dei  fedeli,  veniva  cer- 
cando qualche  migliore  soluzione  quando  si  presentò 
da  sé.  Un  giovane  pastore  appena  consacrato  al  mini- 
stero s' accostò  ai  dissidenti  in  un'  ora  di  malcontento, 
ossia  mentre  questi  erano  più  inacerbiti  contro  il  mi- 
nistro locale  Mondone,  che  accusavano  di  eresia.  La 
Tavola,  messa  in  siili'  avviso  e  sollecitata  a  prov- 
vedere, tenne  a  questo  fine  una  seduta  a  San  Gio- 
vanni. La  sua  ultima  conclusione  fu  che,  invece  di 
criticare  sulla  soglia  della  chiesa  i  predicatori,  i  dis- 


319 

Bidenti  avrebbero  fatto  meglio  di  rientrarvi,  per  asso- 
ciarsi cogli  altri  al  più  retto  andamento  delle  cose.  In- 
dispettiti, i  Dissidenti  si  decisero  a  far  da  se,  ossia  a 
scegliere  come  pastore  il  giovane  ministro,  che  avea 
nome  Francesco  Gay.  Questo  avveniva  il  15  di  mag- 
gio 1831.  Il  Gay  ministrò  la  comunione.  La  domenica 
di  poi  assumeva  il  nuovo  ufficio  con  un  certo  apparato, 
che  potrebbe  parere  singolare,  ma  era  inteso  a  rin- 
tuzzare le  accuse.  "  Quando  lo  ricevemmo  come  pa- 
store, riferisce  il  Blanc,  egli  prese*  in  mano  la  Storia 
di  Legero  e  disse:  Eccola  qui  la  nuova  religione  che 
vogliamo  fare,  onde  non  rassomigliare  alla  Chiesa 
morta  di  San  Giovanni.  E  firmammo  tutti  quanti  la 
Disciplina  Valdese,  e  mandammo  la  nostra  dichiara- 
zione alla  Tavola,  non  che  al  Sindaco,  appellandoci 
contro  il  Mondone  alla  Confessione  di  fede  dell'  anno 
1655  ed  alla  vecchia  Disciplina.  »  (l) 

Però,  morto  di  lì  a  poco  il  Mondone,  veniva  sur- 
rogato da  G.  P.  Bonjour,  il  nuovo  e  degno  Modera- 
tore, e  così  sfumava  l' accusa  di  eresia.  Nondimeno 
la  dissidenza  persistette,  perchè  avea,  come  i  Dona- 
tisti antichi  e  di  tutti  i  tempi,  il  suo  vero  motivo 
nella  vita  religiosa,  ossia  nella  protesta  contro  l' in- 
trusione del  mondo  nella  Chiesa.  Se  non  che,  bisogna 
pur  dirlo,  l' indirizzo  morale  de'  nostri  Donatisti  Val- 
desi era  antiquato  nelle  forme,  gretto,  si  conciliava 
meglio  colla  ferrea  disciplina  riformata  che  colla  legge 
della  libertà  insegnata  da  Cristo.  (2)  Spirava  là  den- 

(1)  Lettera  del  7  maggio  1831  al  fratello  Andrea.  Cfr.  colla  sua 
lettera  del  3  giugno  1831  a  G.  Cantone,  e  colla  Notke  sur  le  ro- 
veti reUgieux  dans  leu  Vallées  du  Piémont,  nel  Magasin  Méthodiste, 
an.   1833. 

(2)  Bisogna  vedere,  per  esempio,  le  osservazioni  che  il  Blanc 
manda  al  pastore  Cadoret  per  avergli  visto  cpialche  anello  alle 
dita!  Dice  ivi  che  il  suo  fratello  Andrea,  dietro  suggerimento  suo, 
l' avesse  levato  mentre  era  in  visita    alle  Valli;  ma  constargli  che 


320 

tro,  e  attorno,  una  critica  santimoniosa,  acre,  mal- 
dicente, e  chi  n  udiva  il  ronzìo  si  chiedeva  alcuna 
volta  se  il  piccolo  alveare  non  fosse  per  diventare  un 
vespaio.  Il  JBlanc,  a  non  lungo  andare,  se  n'  accor- 
geva, senza  vederne  però  bene  la  causa,  e  gli  era 
pur  forza  riconoscere  con  lagrime  e  sospiri  che  il 
mondo  è  come  la  morte  :  penetra  nei  tuguri  delle  dis- 
sidenze come  fra  gli  altari  delle  cattedrali.  Il  pa- 
store della  congrega  puritana,  sia  per  quel  bisogno 
di  coerenza  che  era  forse  più  vivo  in  lui  che  ne'  suoi 
fratelli,  sia  per  l' irascibile  sua  indole  che  male  com- 
portava il  controllo,  d' altronde  uu  po'  molesto,  a  cui 
era  assoggettato,  si  sentì  tosto  a  disagio  e  lavorò  a 
spingere  i  suoi  fratelli  allo  scisma  aperto.  Perchè  non 
vi  riusciva,  dava  in  escandescenze,  alienandosi  la  sua 
stessa  congregazione,  e  veniva  in  uggia  a  tutto  il  po- 
polo delle  Valli  per  le  sue  provocazioni,  sopratutto 
per  la  pubblicazione  di  un  suo  libello  che  accusava 
i  Valdesi  di  eresìa  e  forniva  nuove  armi  al  vescovo 
Charvaz.  (1)  Del  resto,  v'  era  anche  dissidio  dottri- 
nale fra  lui  ed  i  suoi  fratelli,  almeno  sovra  un  punto, 


se  lo  fosse  pur  troppo  rimesso  al  ritorno,  già  a  Briaiìeon.  Eppure,  c'è 
del  vero  in  parole  come  queste  :  "  Ah  !  stanno  male  quelle  anella  al 
predicatore  che  protende  spesso  le  braccia  per  esortare  a  sempli- 
cità, e  ciò  mi  fa  ripensare  a  quel  che  lessi  una  volta,  che  quando 
i  pastori  suonano  il  violino,  i  fedeli  possono  bene  danzare.  "  E  la 
danza?  Era  di  nuovo  "  la  processione  del  diavolo,  "  come  per  i  no- 
stri antichi.  Bando  poi  ad  ogni  leccornìa.  Scrivendo  ad  una  Val- 
dese ch'era  a  Torino  intorno  a  due  fanciulle  delle  Valli,  dice: 
"  Potreste  arrivare  a  scoprire  chi  abbia  mandato  loro  una  sca- 
tola di  leccornìe,  confetti  etc. ,  che  ebbero  dal  procaccia?  Se  fossero 
nate  da  Dio,  non  1'  avrebbero  ricevuta.  Ma  i  figliuoli  di  questo  se- 
colo amano  le  golosità!...  Fatemelo  dunque  sapere,  perchè  vorrei 
"  dégager  ma  conscience.  " 

(1)  Les  Yaudois  convaincus  d'hdrésie,  par  Francois  Gay.  Pine- 
rolo,  1836.  La  censura  che  av«a  colpito  il  Muston,  in  questo  caso 
fu  indulgente. 


321 

il  che  non  impediva  che  questi  ricevessero  la  comu- 
nione dalle  sue  mani.  Un  giorno  il  Moderatore,  incon- 
trandosi con  Davide  Lantarèt  eh'  era  uno  de'  prin- 
cipali, lo  redarguì.  Voi  avete  negato  di  ricevere  la 
comunione  dal  mio  predecessore,  disse  il  Bonjour, 
perchè  vi  era  sospetto  di  eresìa,  e  ora  la  pigliate  da 
un  uomo  col  quale  siete  in  disaccordo;  non  venivate 
da  noi  per  evitare  la  compagnia  di  peccatori  scanda- 
losi, e  ora  avete  a  pastore  uno  che  stampa  un  libro 
per  accusare  tutti  quanti  i  Valdesi  di  eresia  e  che  a 
lettere  cubitali  lo  annunzia  per  le  botteghe  di  Pi- 
nerolo  e  di  Torino.  In  tutto  ciò,  non  vedo  né  logica 
uè  lo  spirito  di  Cristo.  (1)  Alla  fine,  il  Gay  si  dovette 
ritirare. 

Raccolta  in  se,  protetta  dalla  Chiesa  dissidente  di 
Ginevra  a  cui  avea  appartenuto  il  suo  primo  inizia- 
tore, visitata  dal  suo  pastore  Lhuillier  non  che  da 
altri  ministri,  la  piccola  congregazione  dissidente  ri- 
prese animo  e  slancio,  malgrado  le  nuove  tribolazioni 
che  dovette  ancora  incontrare,  ne  piegò  la  sua  ban- 
diera finché  non  la  salutarono  con  deferenza  i  nuovi 
ministri  valdesi  che,  reduci  dalle  scuole  di  Losanna, 
di  Ginevra  e  di  Berlino,  mostrarono  di  sapere,  non 
solo  tollerare,  ma  apprezzare  con  intelletto  d' amore 
la  libera  manifestazione  delle  convinzioni  religiose. 
Allora  stimò  di  aver  raggiunto  il  suo  fine,  e  gli  uni, 
dietro  1'  esempio  di  Blanc,  tornarono  nelle  file  che 
aveano  più  o  meno  abbandonate  e  vi  trovarono  fidu- 
cia e  considerazione;  gli  altri,  o  si  resero  più  indi- 
pendenti, o  non  si  mossero  più,  come  fece  Davide 
Lantarèt,  dolce  figura  tipica  di  quel  movimento  che, 
nato  con  lui,  con  lui  si  spense. 

A  che  giovò  dunque  la  protesta  de'  Dissidenti?  Ecco, 

(1)  Journal,  2  settembre  1837. 

Stor.    Vald.  21 


322 

essa  giovò  a  sonare  la  sveglia  in  mezzo  ad  una  ge- 
nerazione insonnolita  e  languente,  mal  conscia  delle 
sue  vere  tradizioni,  quando  se  ne  mostrava  più  ge- 
losa. «  Avete  le  apparenze  della  vita,  le  predicarono 
il  Blanc  ed  i  suoi  seguaci  indefessamente,  ma  siete 
morti  ne'  vostri  falli  e  nei  vostri  peccati.  Vivete  nella 
vostra  storia  antica,  nei  vostri  simboli,  non  la  vita 
della  rigenerazione.  »  (1) 

Così  adoperando  la  Dissidenza  aiutò  la  fede  rina- 
scente a  spastoiarsi  dalle  viete  forme  convenzionali, 
e  potè  più  coli' esempio  e  colle  opere  che  non  colle 
parole.  Fra  le  sue  benemerenze  registreremo  le  se- 
guenti : 

Ravvivò  la  sollecitudine  per  la  missione  tra'  pa- 
gani. (2) 

Fondò  la  missione  interna  col  mandare  attorno,  a 
due  a  due,  i  suoi  messaggieri  a  disseminare  le  Sacre 
Scritture  ed  evangelizzare  di  borgata  in  borgata  e 
perfino  di  casa  in  casa.  (3) 


(1)  Lettera  del  15  aprile  1837. 

(2)  Esisteva  un  Comitato  per  la  missione  fra  i  pagani,  ma  le 
collette  non  si  facevano.  Per  ottenere  questo  scopo,  Giosuè  Meille 
suggerì  un  progetto.  (V.  Rapporto  delle  Missioni,  1827,  p.  119). 
Esso  fu  attuato,  a  poco  a  poco,  specialmente  però  coli 'aiuto  dei 
Dissidenti,  che  suscitarono  riunioni,  lavori  e  collette  a  quel  fine. 

(3)  La  missione  interna  si  faceva  a  turno  ;  talora  i  nomi  dei  due 
messaggieri  della  Buona  Novella  erano  tirati  a  sorte,  mese  per  mese, 
e  questi  visitavano  le  varie  parrocchie,  conversavano  con  tutti  in- 
torno "  la  seule  chose  nécessaire,  "  con  versetti  biblici  e  frasi  a 
doppio  senso,  letterale  e  spirituale.  Il  brio  che  vi  mettevano  era 
tale,  che  ima  volta  rimeggiarono  la  loro  relazione,  e  allora  la  regola 
lasciava  luogo  a  licenze  molto  dissidenti.   Eccone  un  saggio: 

Peuple  qui  te  crois  sage,  peuple  vaudois, 

Oh  !  pourquoi  donc  méconnais-tu  ainsi  la  foi? 

Contemple  les  traces  de  tes  pères 

Qui  cherchaient  tout  leur  salut  en  Jesus  notre  frère. 

Voici  la  fin  de  notre  ouvrage. 

Oh  !  si  en  le  faisant  nous  avions  toujours  été  sages  ! 

Que  d'autres  nous  suivent  avec  beaucoup  plus  de  feu, 

Et  nous  verrons  avancer  le  règne  de  Dieu. 


323 

Incoraggi  l'educazione  religiosa  dell'infanzia  e,  in 
modo  particolare,  la  scuola  domenicale. 

Inaugurò  l'adunanza  popolare  del  15  agosto  intesa 
a  rammemorare,  a  cielo  aperto,  le  più  gloriose  azioni 
degli  avi.  (1) 

Altrettante  istituzioni  che,  col  loro  sviluppo  sempre 
maggiore,  contribuirono  a  quello  della  vita  religiosa. 

Però,  il  lavorìo  della  Dissidenza  non  ci  faccia  di- 
menticare quello  che,  per  altre  circostanze,  si  veniva 
operando  nella  mente  dei  leviti  della  nuova  genera- 
zione valdese.  Erano  tornati  dalle  fiorenti  scuole  con 
cuori  tocchi  dallo  spirito  del  risveglio  e  ardenti  di 
santo  ideale,  e  con  essi  era  ripatriato  un  piccolo 
drappello  di  maestri.  I  più  rispondevano  agl'intenti 
del  Beckwith  e,  si  può  dire,  anche  del  Blanc,  senza 
farsi  ligi,  ne  alle  mire  anglicane  del  primo,  ne  tam- 
poco alle  particolari  ubbìe  del  secondo.  Se  il  Beck- 
with ebbe  a  rimpiangere  poi  il  tramonto  delle  sue 
speranze  ecclesiastiche,  va  resa  al  Blanc  questa  te- 
stimonianza, ch'egli  assistè  sereno,  come  più  tardi 
Cesare  Malau,  l'eroe  del  risveglio  ginevrino,  allo  sfa- 
celo della  propria  congregazione. 

Del  resto,  tutti  gl'intenti,  piccoli  e  grandi,  reli- 

(1)  Le  adunanze  del  15  agosto  cominciarono  l'anno  1834,  sili  monti 
di  Angrogna,  con  pioggia  così  assidua  che  le  genti  lassù  dicevano  : 
"  I  momieri  arrivano,  segno  di  pioggia.  "  L'  entusiasmo  che  fa- 
ceva udire  lunghi  discorsi  per  ore  intere  coir  ombrello  aperto  e  al 
suono  della  folgore,  non  si  esprime.  Udendo  il  tuono,  mentre  si 
pregava,  Blanc  riflette  :  "  Ecco,  si  parla  al  cielo  e  il  cielo  risponde 
alla  terra.  "  L'arcobaleno  rallegrava  tutti,  come  segno  della  fedeltà 
di  Dio.  Pareva  rinato  lo  spirito  di  altri  tempi,  e  che  quelle  ottanta 
a  cento  persone  facessero  una  famiglia  sola  anche  quando  sonavi) 
l'ora  del  "  rafraichissement  tcmporel,  "  frugalissimo,  in  vicinanza 
a  qualche  "  source  temporelle,  "  come  si  diceva  nel  "  patois  de  Ca- 
naan. 


324 

giosi  e  politici,  in  quel  giro  di  anni,  sparivano  così, 
per  risolversi  in  un'azione  più  ampia.  Erano  albori 
che  accennavano  al  nuovo  apparire  della  libertà,  la 
quale,  nell'aspirazione  de'  migliori,  voleva  essere  al- 
l'iniziato risveglio  quello  che  il  vento  alla  fiamma  e, 
quando  si  aprissero  le  porte,  diffondere  la  luce  evan- 
gelica per  quanto  è  lungo 

il  bel  paese 
Che  Apeimin  parte  e  '1  mar  circonda  e  l'Alpe. 


325 


CAPITOLO  DECIMO 


Porte  aperte. 


Comincia  un'era  nuova...  Cingiamo  i  nostri 
lombi;  Cristo  è  alla  porta,  prepariamoci  ad 
aprire. 

Carlo  Beckwith. 

La  grande  ora  dell'Italia  è  sonata:  chi  è 
figlio  di  Dio  ne  ha  sentito  lo  scocco. 

Bonaventura  Mazzarella. 

0  popol  santo,  che  sì  lungo  insulto 
soffristi  dal  colosso  tiberino... 
or  per  te  s'incomincia  un  ordin  nuovo. 
Gabriele  Rossetti. 


•  Aspetto  il  mio  astro,  »  soleva  dire  Carlo  Alberto. 
Or  l'ansiosa,  titubante  ma  non  inoperosa  aspettazione 
è  alfine  coronata  dalla  proclamazione  dello  Statuto 
costituzionale,  che  implica  l' emancipazione  e  la  li- 
bertà de'  Valdesi.  Questo  evento  segna  il  principio 
dell'  italico  risorgimento,  per  lo  quale,  dopo  il  Re 
Magnanimo,  si  affaticò  il  Re  Galantuomo,  secondato 
da  una  schiera  eletta  di  savi  consiglieri  e  di  eroi. 
Da  Torino  alla  tappa  di  Firenze,  quindi  a  Roma, 
è  una  marcia  più  trionfale  che  vittoriosa,  della  nuova 
Italia  risorgente  ad  unità  e  indipendenza. 

Fatta  l'Italia,  una  voce  ammoniva:  «  Bisogna  ri- 
fare gl'Italiani.  »  E  la  Chiesa  delle  Valli  rispose  col 
grido  apostolico:  <i  Guai  a  me  se  non  evangelizzo.  >> 
D'altronde,  forse  che  l'opera  di  rigenerazione  civile  e 
morale  non  richiedeva  il  concorso  di  tutti  gli  uomini  di 


326 

buona  volontà?  E  che  sarebbe  esso  mai  ove  difettas- 
se la  base  dell'Evangelo?  Movendosi  peritosi  di  sé  e 
timidi  dall'  angolo  della  penisola  ove  i  duri  tempi  li 
hanno  rinserrati,  i  Valdesi  piantano  le  prime  tende  a 
Torino  e  a  Genova.  Subito  si  affacciano  ostacoli  fieri 
e  dolorosi,  cagionati  dall'urto,  se  non  impreveduto, 
di  certo  inevitabile,  delle  diverse  tendenze  evange- 
liche agitate  dal  fremito  di  libertà.  Ne  risulta  un'ora 
di  crisi  e  di  raccoglimento,  dopo  la  quale  seguirà  uno 
slancio  più  felice,  che  porterà  la  divisa  valdese  fino  a 
Roma.  Le  mura  di  questa  si  allargheranno  per  far 
luogo  a  tutti  gl'ideali,  vecchi  e  nuovi,  all'ombra  vati- 
cana come  alla  piccola  luce  che  riluce  nelle  tenebre. 


Ansie  e  trepidazioni. 

Quando  un  grande  evento,  a  lungo  e  ansiosamente 
agognato,  si  annunzia  vicino,  suole  destare  nelle  ani- 
me elette  una  gioia  non  scevra  di  trepidazione,  per- 
chè la  realtà  incute  sensi  di  responsabilità  e  di  gra- 
vezza. E  quelle  anime  rimangono  pensose  e  perfino 
malinconiche  in  mezzo  all'ebbrezze  di  un  volgo  spen- 
sierato e  superficiale.  Questo  appunto  osserviamo  nei 
due  uomini  che  rappresentarono  più  nobilmente,  du- 
rante gli  anni  di  trasformazione,  le  aspirazioni  del 
popolo  italiano  in  generale  e  quelle  del  popolo  val- 
dese in  particolare,  vogliamo  dire  il  re  Carlo  Al- 
berto e  il  generale  Beckwith. 

Per  intendere  il  segreto  di  Carlo  Alberto,  che  non 
è  misterioso  quanto  lo  si  volle  fare,  bisogna  ricor- 
dare innanzi  tutto  l' impegno  da  lui  firmato  quando 
gli  premeva  rappacificarsi  collo  zio  Carlo  Felice  e 


rivedere  la  patria,  né  dimenticare  che  in  lui  si  di- 
battevano opposti  ideali.  Era  bigotto  e  divoto  al 
Papa;  era  italiano,  amante  dell'indipendenza  della 
patria,  e  ribelle  a  Mettermeli,  oracolo  della  poli- 
tica dell'  Austria  e  della  così  detta  restaurazione. 
Di  qui  le  sue  titubanze,  che  lo  facevano  apparire 
•<  l' Amleto  della  monarchia,  »  come  diceva  il  Mazzini; 
di  qui  i  tentennamenti  messi  in  canzonatura  da  Do- 
menico Carbone,  ma  che  aveano  il  loro  perchè, 
prima  nella  coscienza  del  Re,  poi  nella  sua  varia 
esperienza  degli  uomini  e  delle  cose,  infine,  nelle 
complicazioni  degli  avvenimenti  in  mezzo  ai  quali 
dovea  governarsi.  «  Obbligato  a  dissimulare  lo  sco- 
po a  cui  tendeva,  ad  accarezzare  gli  opposti  par- 
titi, ed  a  rintuzzarne  le  esorbitanze,  a  tenere  mi- 
nistri di  diverso  colore  per  non  esporsi  a  cadere  nelle 
braccia  d' una  setta  e  avventurar  la  sua  impresa 
avanti  che  fosse  matura  ;  avvertito  che  l' Austria 
conosceva  la  sua  passione  per  Y  indipendenza  ita- 
liana, circondato  da  Stati  eh'  erano  in  rivoluzione, 
il  suo  mestiere  non  era  agevole  né  grato;  senza 
dire  eh'  era  reso  viepiù  spinoso  dall'  indole  sua 
dubitativa,  non  sui  principii  che  gli  stavano  lucidi  e 
fissi  nella  mente,  ma  sui  partiti  da  adottarsi.  »  Non 
ci  vorrà  quindi  stupire  che,  fin  dal  primo  anno  del 
suo  regno,  Carlo  Alberto  uscisse  in  queste  desolate 
parole  :  «  Durissimo  mestiere  il  mio  ;  s' io  noi  facessi 
per  r  altro  mondo,  non  reggerei  sei  mesi.  »  (1) 

Invece,  resse  fino  al  coronamento  delle  sue  spe- 
ranze. Al  principio  ben  poco  ardì  innovare,  ma  poi  le 
nuove  riforme  si  succedettero  con  maggiore  fre- 
quenza. E  quando  s' apparecchiava  ad  emanare  le 
ultime,  lo  faceva  colla  risoluzione  che  traspare  da 


(1)  Cibraiio,  op.  cit.,  specchio  cronol.,  an.  1831. 


328 

queste  sue  parole  dirette  al  suo  più  confidente  ami- 
co, Pes  di  Villamarina  ministro  della  guerra  :  <<  Cre- 
do che  un  governo  monarchico,  il  quale  cammini 
con  saggezza,  debba  essere  progressista  nel  bene  e 
offrire  al  pubblico  una  libertà  completa.  »  Se  non 
che,  fino  all'  ultim'  ora,  aspettava  le  occasioni,  e 
poteva  più  sull'  animo  suo  1'  esempio  di  Pio  IX  che 
i  consigli  recatigli  da  Lord  Minto  a  nome  del  mi- 
nistro Palmerston,  benché  neppure  questi  gli  giun- 
gessero inefficaci.  Quando  quegli  si  mosse,  sclamò 
giubilante  :  «  Il  Papa  è  deciso  d'  avviarsi  verso  il 
progresso  e  le  riforme:  sia  benedetto!  » 

E  difatti,  per  chi  guardi  all'  apparenza,  fu  primo 
Pio  IX  a  dare  la  mossa  colla  sua  amnistia  ai  rivo- 
luzionari proclamata  il  16  luglio  1846.  Con  quel 
decreto,  eh'  è  ritenuto  il  più  liberale  di  quanti  il  pa- 
pato avesse  emanato  da  secoli,  incominciarono  le  ci- 
vili riforme  di  Roma;  le  quali,  per  quanto  insignifi- 
canti ci  vogliano  apparire,  ebbero  valore  per  l'eco 
che  destarono  in  Italia  e  fuori.  Quando  si  festeggiò 
1'  amnistia,  tutta  Roma  fu  illuminata,  salvo  un  pa- 
lazzo però.  Mettermeli,  custode  della  politica  di  op- 
pressione, confessava  di  avere  tutto  preveduto,  «  sal- 
vo l' apparizione  di  un  papa  liberale,  »  e  quella  sera 
1'  ombra  del  palazzo  dell'  ambasciata  austriaca  pro- 
testò contro  la  grande  ombra  papale  illuminata  un 
istante  per  il  giubilo  de' Romani.  Il  presidio  austriaco 
stanziato  nella  fortezza  di  Ferrara  in  forza  de'  trat- 
tati, ebbe  l' ordine  d' invadere  questa  città,  e  provocò 
le  proteste  di  Pio  IX,  di  Carlo  Alberto,  dell'  Inghil- 
terra e  della  Francia.  Alfine,  gli  altri  principi  italiani 
seguirono  1'  esempio  del  pontefice. 

Fatto  più  sicuro,  Carlo  Alberto  tirò  innanzi  a  ri- 
formare, e  le  sue  riforme,  pregiate  come  pegno  di 
un   nuovo  ordine  di  cose,  lo   fecero   apparire   qua- 


329 

l' era,  iniziatore  di  libertà.  Firenze  lo  acclamò  ri- 
formatore, e  la  notizia  delle  sue  mosse,  giunta  a  Na- 
poli e  a  Palermo,  vi  provocò  la  rivoluzione.  Il  Bor- 
bone rilasciò  la  Costituzione  imprecando  a  chi  ve 
lo  costringeva,  e  Carlo  Alberto,  costretto  anch' egli, 
ma  dentro  la  coscienza,  versava  di  nuovo  in  ansietà. 
Un  giorno,  parlando  al  Balbo,  gli  domandò  in  modo 
coperto  in  qual  conto  si  avesse  a  tenere  un  vincolo 
equivalente  a  un  giuramento,  e  questi  rispondeva: 
Prima  1'  onore.  Il  Re,  che  vedeva  il  popolo  impa- 
ziente, pensò  ad  abdicare;  ma  gli  fu  osservato  che 
1'  atto  che  meditava  poteva  apparire  indegno,  e  vi 
si  oppose  il  principe  Vittorio  Emanuele.  Angosciato, 
passava  le  notti  insonni,  in  orazione.  Alfine  si  con- 
sigliò dal  vescovo  di  Angennes,  che  sentenziò  schietto 
«  il  giuramento  da  lui  fatto  di  provvedere  alla  tran- 
quillità de'  suoi  popoli  dover  primeggiare  su  tut- 
to. »  (1)  E  così  il  dado  fu  tratto. 

Vigilia  affannosa  fu  quella  per  il  nostro  monar- 
ca. Ora  vedremo  che  vigilava  ansioso  la  sua  parte, 
sebbene  in  più  umile  campo,  anche  il  benefattore 
dei  Valdesi. 

Fin  da  quando  il  Charvaz  fondava  a  Torre  Pel- 
lice  il  priorato  mauriziano,  il  generale  Beckwith,  da 
vera  sentinella,  avea  capito  trattarsi  di  una  sfida: 
da  leale  soldato,  per  conto  suo  l' accettava,  e  le  sue 
previsioni  allungandosi  molto  innanzi  nell'  avvenire, 
gli  creavano  nuove  sollecitudini.  Scrivendone  alla 
Tavola  Valdese,  così  diceva: 

«  Esposta  ad  attacchi  esteriori,  a  individuali  ten- 
tazioni, la  Chiesa  Valdese  sarà  forse  chiamata  a  so- 
stenere prove  in  cui  le  farà  bisogno  di  tutta  la  sua 
energia  e  di  tutta  la  sua  fede...  Essa  è  chiamata  a 


ili  Molineri,  op.  cit. ,  p.   239. 


330 

portare  innanzi,  traverso  i  secoli,  la  fiaccola  del  Van- 
gelo e  a  manifestare  la  luce  in  mezzo  alle  tenebre. 
Accingasi  pertanto  a  compiere  l' immenso  compito 
impostole  da  Dio.  Nulla  ha  da  temere.  »  (1) 

E  qui  passava  in  rassegna,  a  dir  così,  la  Chiesa 
delle  Valli,  esortava  i  suoi  leviti  a  temprar  la 
mente  nello  Spirito  che  fa  gli  apostoli,  a  raccogliere 
attorno  al  suo  glorioso  vessillo  i  suoi  figli,  a  tentare 
<<  1'  ultimo  sforzo  »  per  uscire  dalla  lunga  servitù  e 
farsi  innanzi,  per  la  restaurazione  delle  mine  e  la 
riedificazione  della  Chiesa  in  Italia.  E  volgendosi  al- 
l' amico  suo  G.  P.  Bonjour,  soggiungeva: 

«  Noi  siamo  dei  testimoni  posti  accanto  al  Viso  per 
rendere  testimonianza  alla  verità.  Lux  lucei  in  tene- 
brie. (2)  Portiamo  la  fiaccola  che  Dio  ci  ha  affidata, 
e  se  gli  par  bene  d' imporci  altresì  la  sua  croce,  por- 
tiamola parimente  con  gioia  e  gratitudine.  Gli  eventi 
camminano  a  passi  giganteschi  e,  fra  non  molto,  par- 
leranno ad  alta  voce.  »  (3) 

Però  l'incalzare  degli  eventi,  per  quanto  preveduto, 
gli  fecero  smettere  la  rassegna  troppo  superficiale 
delle  armi  e  dei  combattenti;  si  drizza  viepiù  im- 
mensa dinanzi  allo  sgnardo  della  sua  mente  la  re- 
sponsabilità che  avea  ad  essere  troppo  gran  peso 
alle  spalle  del  popolo  delle  Valli,  e  alla  vigilia  delle 
nostre  libertà,  impensierito  più  che  mai  benché  non 
sconsolato,  versò  la  piena  del  suo  affanno  in  que- 
ste parole  dirette  ad  uno  dei  membri  della  Tavola 
Valdese  : 

«  Siamo  al  principio  della  fine,  e  tutto  rimane  da 


(1)  Lett.  del  10  aprile  1844  in  risposta  alla  presentazione  di  un  ca- 
lice d' onore. 

(2)  E  la  divisa  della  Chiesa  Valdese  V.  Evangelo  di  Gioì:  i,  5. 

(3)  Lettera  da  Londra,  24  ottobre  1844. 


331 

fare.  Coli'  energia,  la  coscienza  del  vostro  dovere  ed 
una  volontà  ben  decisa,  potrete  giungere  a  grandi 
cose;  ma  tutto  dipende  da  voi  e  da  voi  unicamente. 
Se  anche  ogni  Valdese  avesse  dalla  sua  tutta  la  na- 
zione inglese,  non  sarebbe  per  ciò  più  avvantaggiato. 
Trattasi  ora  di  lottare  a  corpo  a  corpo  coi  vostri  con- 
cittadini del  Piemonte,  di  dominarli  o  di  camminare 
con  essi  di  pari.  Se  avrete  la  forza  intrinseca,  riusci- 
rete; se  no,  rimarrete  confusi  nella  massa  e  non  si 
udrà  più  parlare  di  voi.  La  vostra  carriera,  se  tant'  è 
che  si  possa  dare  questo  nome  all'  intorpidita  esi- 
stenza che  menate  dalla  Riforma  in  qua,  è  chiusa.  Le 
cose  vecchie  sono  passate;  cominciano  a  schiudersi 
le  nuove.  Da  ora  in  avanti,  o  sarete  missionari,  o 
non  sarete  nulla.  La  vostra  futura  utilità  tutta  quan- 
ta dipende  dalla  posizione  che  assumerete  nella  so- 
cietà piemontese,  non  che  dall'  attitudine  morale  e 
religiosa  che  varrete  a  mantenere  in  mezzo  ad  essa. 
Xon  e'  è  via  di  mezzo  :  o  agire  efficacemente,  lottare 
con  pertinacia  e  giungere  al  termine,  o  essere  la- 
sciati interamente  da  parte.  La  vostra  passata  po- 
sizione creò  in  seno  alla  vostra  popolazione  cattivi 
modi  di  agire,  di  parlare  e  di  pensare.  Bisogna  smet- 
tere tutto  ciò,  porvi  in  contatto  cogli  uomini  e  le 
cose,  ed  essere  in  istato  di  sopportarlo...  Occorre  avere 
la  convinzione  della  propria  causa  e  1'  animo  delibe- 
rato a  camminar  dritto  e  avanti  nella  via  delle  libertà 
civili  e  religiose,  senza  secondi  fini,  con  probità  e 
perseveranza,  diversamente  sarete  sorpassati,  eclis- 
sati, radiati.  0  diventare  una  realtà,  o  non  essere 
più  nulla...  Vi  confesso  che  sono  assai  inquieto.  Vi 
sono,  per  verità,  qua  e  là,  alcune  persone  intelligenti, 
ma  le  vedo  senza  influenza  sulla  massa...  La  maggio- 
ranza della  popolazione  non  è  all'  altezza  delle  cir- 
costanze;  non   v'  è   possibilità    apparente   di  racco- 


332 

gliere  né  i  trecento    di    Gedeone,   né  la  compagnia 

volante  di  Gianavello....   Sì,  è  la  triste  verità.  »  (1) 

Eppure,  il  Bechwith  non  rivolse  altrove  lo  sguardo, 
come  avea  fatto  uno  de'  suoi  compatriotti  che  pensò 
un  istante  avere  Dio  chiamati  i  Grigioni  riformati  ita- 
liani a  diffondere  in  Italia  l'Evangelo  ricevuto  da  Giu- 
lio da  Milano  e  dal  Vergerio.  Il  confronto,  se  mai,  lo 
si  potè  fare  a  Firenze. 

Timori  esagerati  adunque.  Ma  taut'  è,  dimostrano 
la  trepidazione  che  agitava  gli  animi  più  consci  della 
gravità  dei  tempi,  quando  stava  per  scoccare  «  la 
grande  ora  dell'  Italia.  » 


II. 
La  Libertà. 

Carlo  Alberto  fu  magnanimo.  Nondimeno  sarà  le- 
cito credere  che  non  poco  valesse  il  voto  popolare 
ad  ottenere  che  proclamasse  le  supreme  riforme,  dal- 
le quali  nacquero  e  l'Editto  di  Emancipazione  de' 
Valdesi  e  lo  Statuto  costituzionale. 

Quel  voto,  riguardo  ai  Valdesi,  fu  promosso  da 
benemeriti  uomini  che  basterà  nominare  per  ride- 
stare sensi  di  ammirazione  e  di  gratitudine.  Già  il 
Gioberti  avea  da  parecchi  anni  accennato  ai  Valdesi 
con  nobili  parole,  benché  li  ritenesse  eretici.  «  An- 
ch' essi,  avea  egli  dichiarato  apertamente,  furono 
talvolta  crudelmente  perseguitati,  e  giova  a  noi 
Cattolici  il  confessarlo  pubblicamente,  acciò  niuno 
ci  accusi  di  connivenza  cogli  errori  dei  secoli  scorsi  ; 
giova    ricordarlo   e   ripeterlo   a   noi   stessi  per  ani- 


(l)  Lettera  citata  al  pastore  P.   -Lantarèt. 


333 
marci  a  riparare  con  tanto  più  amore  verso  di 
quelli  i  torti  de'  nostri  avi.  »  (1)  E  l'avvocato  gene- 
rale, conte  Sclopis,  accentuò  viepiù  quel  dovere  di 
riparazione  col  far  risultare  dalle  statistiche  crimi- 
nali «  che  nessun'  altra  popolazione  dello  Stato  po- 
teva venir  paragonata  alla  valdese  per  le  morali  e 
private  virtù.  »  Tant'  è  vero  che,  anche  degenere, 
una  Chiesa  evangelica  non  perde  il  suo  sapore  !  (2) 
Ma  quegli  che  si  addossò  l' incarico  di  promuovere 
una  manifestazione  popolare,  per  mezzo  di  pubblica 
sottoscrizione,  fu  il  marchese  Roberto  d' Azeglio.  (3) 
La  supplica  sua.  espressa  in  termini  semplici,  de- 
corosissimi  e  cristiani,  era  dettata  dall'  amore  verso 
((  fratelli  per  i  quali  duravano  ancora  inesorabili  i 
rigori  e  le  interdizioni  a  cui  daunavali  la  barbarie 
della  trascorsa  età.  »  Xon  lasciamo,  diceva  1'  Aze- 
glio, la  legge  di  carità  inosservata  «  come  avviene  da 
diciotto  secoli  e  mezzo.  »  Facciamo  tesoro  dell'  espe- 
rienza, la  quale  insegna  ormai  <(  essere  prava  logica, 
sterile  apostolato  quello  che  al  convincimento  intel- 
lettuale oppone  la  materiale  violenza.  X  (4)  Raccolse 
più  di  seicento  firme.  Alcune  di  esse  significavano 
l' adesione  di  varie  persone  distinte  del  clero  pie- 
montese; frale  quali  non  bisognava  però  cercare  i 
più  fidi  interpreti  degli  oracoli  di  Roma,  coni'  erano, 


(1)  Il  Primato  etc,  I,  459. 

(2)  Bert,  op.  cit.,  p.   335. 

(3)  Alcuni  scrittori,  tra'  quali  il  Muston,  lo  confondono  col  suo 
fratello  Massimo,  il  quale,  se  fu  più  illustre  di  lui,  non  fu  più  ma- 
gnanimo. Del  resto,  si  noti  che  la  sottoscrizione  promossa  dal  mar- 
chese Roberto  si  riferisce  anche  agli  Israeliti,  che  erano  in  una 
condizione  legale  analoga  a  quella  de'  Valdesi.  GÌ'  Israeliti  erano  in 
numero  di  6799,  e  il  numero  de' Valdesi  ammontava  e  21,360. 

(4)  Supplica  del  23  dicembre  1847,  ap.  Bert,  op.  cit.,  Appen- 
dice, p.   459. 


334 

a  ino'  d'  esempio,  i  vescovi  Charvaz  di  Pinerolo,  Mo 
reno  di  Biella  e  Biale  di  Albenga.  A  costoro  pareva 
che  la  proposta  emancipazione  arrecasse  un  pericolo 
per  1'  ortodossia  cattolica,  a  cagione  del  contatto  so- 
ciale che  ne  sarebbe  derivato  co'  dissidenti,  ossia  pro- 
priamente per  il  «  familiare  contubernio,  »  come  di- 
ceva il  Biale.  (1)  Altri  invece,  con  maggiore  spirito 
e  disinvoltura,  scorgeva  nelle  nuove  libertà,  non  il 
pericolo,  ma  il  beneficio  dell'  emulazione,  e  qui  con- 
venivano nella  stessa  opinione,  oltre  ai  Valdesi,  tutti 
i  veri  liberali,  compresi  alcuni  ministri  dello  Stato.  (2) 
I  Valdesi  non  potevano  tralasciare  di  ricorrere  ancor 
essi  al  Principe.  Già  s'era  mosso  il  Comitato  amico  di 
Londra,  onde  pregare  il  ministero  inglese  di  volere 
intervenire  presso  il  Re  di  Sardegna.  Alfine  la  Tavola 
Valdese  diresse  a  Carlo  Alberto  una  istanza  per 
chiedere  che  i  Valdesi  venissero  fatti  partecipi  del 
beneficio  delle  nuove  riforme,  mercè  1'  abrogazione 
degli  antichi  editti  restrittivi  ancora  esistenti.  «  De- 
voti di  braccio  e  di  cuore  a  Vostra  Maestà,  conchiu- 
deva l' istanza,  i  Valdesi  meglio  di  altri  sapranno  ap- 
prezzare i  regi  benefici  ;  nessuno  ne  proverà  una  gra- 
titudine più  viva,  nessuno  implorerà  con  maggior 
fervore  le  celesti  benedizioni  sopra  la  sua  sacra  per- 
sona e  su  tutta  la  famiglia  reale.  »  (3) 

Frattanto  era  uscito  il  preliminare  annunzio  della 
Costituzione,  e  siccome  vi  si  accennava  alla  Religione 
Cattolica    Apostolica    Romana    come  alla  Religione 

(1)  V.  Bert,  op.  cit.,  App.  p.  477. 

(2)  Gfr.  Bert,  op.  cit.,  p.  364  con  p.  369  e  466. 

(3)  L' istanza  in  data  di  San  Germano  3  gennaio  1848,  era  fir- 
mata da  G.  G.  Bonjour  moderatore,  G.  P.  Revel  vice-moderatore, 
P.  Lantarét  segretario,  P.  Parisa  e  E.  Poetti  laici.  La  Tavola  si  recò 
espressamente  a  Torino  il  5  gennaio  onde  presentarla  al  Re.  V.  Let- 
tera del  Moderatore  al  pastore  Bender,  15  marzo  1848. 


335 

dello  Stato,  e  si  davano  gli  altri  culti  esistenti  come 
solo  tollerati  conformemente  alle  leggi,  senza  alcuna 
menzione  di  libertà  religiosa  né  di  civile  uguaglianza, 
coloro  che  non  erano  addentro  nelle  segrete  cose 
rimasero  sgomenti.  «  La  nostra  posizione  è  ivi  indi- 
cata in  modo  assai  ambiguo,  »  dicevano  i  Valdesi.  (1) 
Protestò  Amedeo  Bert,  pastore  valdese  a  Torino,  nel 
giornale  più  liberale  della  città,  così  scrivendo: 

«  Tutti  si  rallegrano  in  Piemonte  ed  esaltano,  non 
senza  gran  motivo,  le  nobili  e  veramente  paterne 
istituzioni  dal  generoso  cuore  del  Sovrano  ai  felici 
popoli  impartite  collo  Statuto  ieri,  in  mezzo  alla  uni- 
versale esultanza,  pubblicato.  Speravano  anche  ven- 
tiduemila cristiani  valdesi  non  essere  obliati  dall'amato 
Monarca,  e  che  dopo  trecento  anni  o  di  persecuzioni 
o  di  lente  sofferenze,  ma  sempre  d' illibata  fedeltà, 
fossero  pur  essi  ammessi  nel  consorzio  de' fratelli 
piemontesi,  col  cancellare  nel  nuovo  politico  reggi- 
mento le  antiche  incapacità.  Ma  dura  per  noi  l' an- 
tica eccezione,  e  benché  felici  oltremodo  delle  riforme 
ottenute  dai  nostri  (oseremo  noi  dire?)  concittadini, 
non  possiamo  neppure  non  essere  profondamente  ad- 
dolorati. Aspettiamo,  nondimeno,  un  avvenire  migliore 
dal  nostro  augusto  Principe;  lo  aspettiamo  dai  lumi 
e  dalla  carità  e  giustizia  della  nazione,  e  pure,  aspet- 
tando che  giunga  quel  giorno  in  cui  anche  noi  sa- 
remo riformati,  non  mai  cesseremo  di  obbedire  al 
Re,  e  non  altro  scopo  avranno  le  nostre  preghiere 
all'  Onnipotente,  che  la  prosperità  della  cara  patria 
e  la  felicità  di  tutti  i  suoi  figli.  »  (2) 

Questa  penosa  incertezza  era  dovuta,  almeno  in 


(1)  Così  G.   Malan.    Vedi  W.    Meille,    Un   Vaudois  de  la    ridile 
roche,  souvenir»  de  Joseph  Malan,   1889,  p.  48. 

(2)  In  data    del  9  febbraio,  queste    parole   furono    pubblicate  il 
15  soltanto  nel  Risorgimento. 


336 

parte,  alle  mene  de'  retrogradi  che  bruciavano  allora 
la  loro  ultima  cartuccia.  Ma  Roberto  d' Azeglio  e  gli 
altri  amici  della  libertà  vigilavano  e  vinsero.  Tosto 
si  sparse  la  voce  che  il  Re  avesse  firmato  l'atto  di 
emancipazione  de'  Valdesi  e  avendo  la  gazzetta  uffi- 
ciale annunziato  il  24  febbraio  che,  l' indomani,  sa- 
rebbe stato  fatto  di  pubblica  ragione,  quella  sera  un 
drappello  di  cittadini  si  recò  dal  pastore  valdese 
onde  rallegrarsi  con  lui  per  tanto  avvenimento. 

Le  lettere  patenti  dicevano  così: 

«  Prendendo  in  considerazione  la  fedeltà  ed  i  buoni 
sentimenti  delle  popolazioni  valdesi,  i  reali  nostri  pre- 
decessori hanno  gradatamente  e  con  successivi  prov- 
vedimenti abrogate  in  parte  o  moderate  le  leggi  che 
anticamente  restringevano  le  loro  capacità  civili.  E 
noi  stessi,  seguendone  le  traccie,  abbiamo  conceduto 
a  quei  nostri  sudditi  sempre  più  ampie  facilitazioni, 
accordando  frequenti  e  larghe  dispense  dalla  osser- 
vanza delle  leggi  medesime.  Ora  poi  che,  cessati  i 
motivi  da  cui  queste  restrizioni  erano  state  suggerite, 
può  compiersi  il  sistema  a  loro  favore  progressiva- 
mente già  adottato,  ci  siamo  di  buon  grado  risoluti  a 
farli  partecipi  di  tutti  i  vantaggi  conciliabili  colle 
massime  generali  della  nostra  legislazione;  epperciò 
colle  presenti,  di  nostra  certa  scienza,  regia  autorità, 
ed  avuto  il  parere  del  nostro  Consiglio,  abbiamo  or- 
dinato ed  ordiniamo  quanto  segue: 

«  I  Valdesi  sono  ammessi  a  godere  di  tutti  i  diritti 
civili  e  politici  dei  nostri  sudditi,  a  frequentare  le 
scuole  dentro  e  fuori  delle  Università  ed  a  conseguire 
i  gradi  accademici. 

«  Nulla  però  è  innovato  quanto  all'  esercizio  del 
loro  culto  ed  alle  scuole  da  essi  dirette. 

«  Deroghiamo  ad  ogni  legge  contraria  alle  presenti 
che  mandiamo  ai  nostri  Senati  ed  alla  Camera  dei 


337 
Conti  di  registrare  ed  a  chiunque  spetta  di  osservare 
e  fare  osservare,  volendo  che  sieno  inserite  nella 
raccolta  degli  atti  del  Governo.  »  (1) 

Alla  lettura  di  questo  editto,  i  palazzi  delle  amba- 
scerie inglese  e  prussiana  e  le  dimore  de'  Valdesi  e 
altri  protestanti  di  Torino  s' illuminarono  per  incanto. 
Su  nelle  Valli  di  Pinerolo  seguirono  grandi  feste,  con 
discorsi,  inni  e  fuochi  d' allegria.  Più  di  cento  falò, 
solo  nel  Val  Luserna,  facevano  corona  al  Castelluzzo 
del  Vandalino,  che  pareva  chinarsi  più  del  solito 
verso  la  piccola  Ginevra  italiana,  quasi  a  mescolare 
nel  tripudio  generale  la  voce  misteriosa  delle  gene- 
razioni passate.  Perfino  le  campane  cattoliche  si  as- 
sociarono, qua  e  là,  al  giubilo  popolano.  Ogni  petto 
era  fregiato  dell'  azzurra  coccarda,  e  su  e  giù  per 
le  vie  si  cantavano  le  nuove  canzoni  della  libertà 
e  risonavano  gli  evviva  al  Re  Carlo  Alberto  e  al- 
l'Italia.  (2) 

Fratelli  d'Italia. 
L'Italia  s'è  desta... 

Ma  non  sappiamo  dire  se  le  maggiori  esultanze  eb- 
bero luogo  nelle  Valli  o  a  Torino,  dove  acquistarono 
un'importanza  nazionale.  S'era  bandita  una  dimostra- 
zione per  il  27  febbraio,  giorno  di  domenica,  al  fine  di 
celebrare  la  proclamazione  dello  Statuto  anche  prima 
che  fosse  definitivamente  promulgato,  e  n'  era  promo- 
tore Roberto  d' Azeglio.  Le  vie  della  città  si  vedevano 


(1)  Gazz.  Piemontese,  25  febb.  1848.  L'editto  reca  la  data  del 
17  febbraio,  non  del  18  come  pretende  Rignano,  Della  uguaglianza 
civile  e  della  libertà  de'  culti,  1885,  p.  6. 

(2)  Anche  i  pargoli  partecipavano  al  concento,  gridando:  "  "-'iva 
Caro  Berto  !  viva  Taia  !  "  Così  una  lettera  scritta  da  Torre  il  5 
marzo  1848. 

Stor.    Vald.  22 


338 

gremite  di  popolo  accorso  da  ogni  parte  del  Piemonte  ; 
trentamila  gonfaloni,  che  si  salutavano  a  vicenda, 
formavano  una  vera  selva  animata  e  movente,  dice 
uno  che  fu  testimone  e  relatore  di  quella  indimenti- 
cabile giornata.  Vi  concorse  anche  un  drappello  di 
Valdesi,  e  bisogna  leggere  come  furono  accolti.  Erano 
circa  seicento,  con  dieci  pastori  e  diversi  maestri.  Il 
loro  principale  gonfalone,  di  velluto,  portava  le  reali 
insegne  ricamate  in  argento  e  queste  parole  :  «  A  Carlo 
Alberto  i  Valdesi  riconoscenti.  »  Al  loro  apparire,  nel 
campo  di  Marte  ove  era  fissato  il  convegno  generale, 
un  grido  immenso  si  levò:  Evviva  i  fratelli  valdesi! 
Da'  poggiuoli  e  dalle  finestre  partiva  con  mille  segni 
di  giubilo  il  saluto  di  un  intera  popolazione.  Ma 
l' ovazione  maggiore,  solenne,  l' ebbero  nella  via  del 
Po.  Le  sessanta  corporazioni  torinesi  vollero  dar  loro 
la  precedenza;  a  gara  li  acclamavano,  negozianti  ed 
operai,  magistrati  e  studenti  e  soldati.  Era  una  fami- 
glia. E  vero,  vi  mancavano  i  preti;  ma  la  gioia  era  sì 
grande,  da  bandire  ogni  risentimento,  e  piace  leggere 
nella  relazione  del  pastore  di  Torino  queste  parole,  le 
quali,  perchè  ingenue,  oggi  parranno  ironiche:  «Se 
il  clero  mancò  alla  festa,  se  non  potè  assistervi,  non 
v'è  dubbio,  pregava  nel  frattempo  per  l'augusto  Mo- 
narca e  per  la  patria;  ma  noi  intanto,  in  mezzo  al- 
l' universale  fratellanza,  non  potemmo  abbracciare 
gli  assenti  fratelli,  e  se  un  rincrescimento  ci  restò  in 
mezzo  a  tanto  giubilo,  si  fu  quello  soltanto  di  non 
avere  noi,  ministri  Valdesi,  coi  preti  di  Pio  IX  strette 
le  mani  e  dato  il  bacio  di  reciproca  tolleranza  e  di 
cristiana  carità.  »  (1)  Finalmente,  la  processione  ar- 
rivò a  piazza  Castello  e  sfilò  dinanzi  al  Re.  Ivi  il  giu- 
bilo, la  commozione  salirono  al  colmo.   «  Tu  non  li 


(1)  Bert,  op.  di.,  p.  343,  e  prima  nel  Risorgimento,  n.  58. 


339 
vedesti,  o  gran  Re,  i  nostri  palpiti,  sclama  a  questo 
punto  il  relatore  valdese,  ma  li  avrai  indovinati. 
Quel  che  potè  allora  crescere  il  nostro  delirio,  fu 
l' essere  noi  consci  che  tu  eri  felice  di  aver  fatto  fe- 
lici anche  noi,  felici,  sì,  ed  ingrati  non  mai.  »  (1) 

La  sera  poi,  i  Valdesi  si  condussero  in  corpo,  col 
pastore  di  Torino  in  testa,  a  ringraziare  il  marchese 
Roberto  d'Azeglio.  Il  quale,  sotto  la  viva  impressione 
del  loro  saluto,  scrivevane  l' indomani  alla  sua  con- 
sorte, dicendo  :  <<  Siccome  ebbi  il  bene  di  contribuire 
alla  loro  emancipazione,  mi  testimoniarono  la  loro 
riconoscenza  in  maniera  sì  commovente,  che  ne  per- 
devo la  facoltà  di  parlare.  Certo  pagarono  ad  usura 
e  senza  misura  la  mia  buona  volontà  per  la  loro 
causa.  »  (2) 

A  festa  finita,  i  Valdesi  offrirono  il  loro  gonfalone 
al  Re,  che  l' accettò. 

In  tal  modo  compievasi  la  riconciliazione  della  fa- 
miglia delle  Valli  colla  madre  patria.  Se  ne  rallegra- 
rono tutti  i  veri  liberali,  non  solo  di  Piemonte,  ma 
d' Italia,  e  l' eco  dei  loro  nazionali  sentimenti  si  può 
esprimere  in  queste  fraterne  parole  che  l'illustre  Ma- 
miani,  esule  dalla  sua  Roma,  scrisse  in  un  periodico 
torinese:  «  Sieno  rese  grazie  pubblicamente  da  tutta 
Italia  a  voi,  o  Valdesi,  che  l' antica  madre  mai  non 
avete  voluto  odiare  e  sconoscere  insino  al  giorno  glo- 
rioso che  fu  da  Dio  coronata  la  vostra  costanza,  e  un 
patto  comune  di  libertà  vi  riconciliava  con  gli  emen- 
dati persecutori.  »  (3) 

Cinque  giorni  appresso,  il  4  di  marzo,  uscì  lo  Sta- 
tuto costituzionale  del  Regno,  di  cui  i  due  cardini,  il 


(1)  Ibid  ,  p.   344.   Ofr.  gli  altri  giornali  di  Torino. 

(2)  Lett.  del  28  febb.   1848,  nei  Souvenir*  historiques  de   In  mar- 
quise Constance  d'Azeglio,    1884. 

(3)  Riv.   Contemporanea,  185ó. 


340 

diritto  alla  tolleranza  in  materia  di  religione  e  l'egua- 
glianza civile,  sono  negli  articoli  seguenti: 

«  La  Religione  Cattolica  Apostolica  Romana  è  la 
sola  religione  dello  Stato.  Gli  altri  culti  sono  tolle- 
rati conformemente  alle  leggi. 

«  Tutti  i  regnicoli,  qualunque  sia  il  loro  titolo  o 
grado,  sono  uguali  dinanzi  la  legge.  Tutti  godono 
ugualmente  i  diritti  civili  e  politici  e  sono  ammissibili 
alle  cariche  civili  e  militari,  salve  le  eccezioni  deter- 
minate dalle  leggi.  »  (1) 

I  Valdesi,  nell'  esprimere  al  Re  la  loro  gratitudine, 
riconfermarono  largamente  i  loro  sentimenti  di  fe- 
deltà. Nel  primo  sinodo  seguente,  riunito  a  Torre  in 
agosto,  acclamarono  a  Carlo  Alberto  e  deliberarono 
con  entusiasmo  che  fosse  festivo  «  il  decimosettimo 
giorno  di  febbraio  d' ogni  anno,  »  in  commemorazione 
delle  impetrate  libertà,  e  lo  si  chiamasse  «  la  festa 
dell'Emancipazione.  » 

Se  non  che,  nel  ripensare  alla  lettera  dell'Editto 
di  Emancipazione  e  dello  Statuto,  più  di  un  Valdese 
cominciò  a  dubitare  che  significassero  davvero  quanto 
si  credeva  comunemente.  «  Nulla  però  è  innovato 
quanto  all'  esercizio  del  nostro  culto,  »  ripetevano  fra 
loro  i  ministri  dirigenti  ;  saremo  solo  «  tollerati,  »  e  ciò 
«  conformemente  alle  leggi  esistenti.  »  Ma  quali  leggi, 
le  vigenti  o  altre  avvenire?  «  Sciagurata  riserva,  »  di- 
ceva il  Moderatore.  (2)  E  chi  sa  che  non  ci  abbia  a 
serbare  qualche  ingrata  sorpresa.  Via,  tiriamo  innanzi 
coli' aiuto  di  Dio,  non  senza  circospezione  però.  Se  il 
testo  della  legge  non  è  ben  chiaro,  lo  chiarirà  la  mano 
della  Provvidenza.  Traduciamolo  nella  pratica,  e 
lasciamo  ai  legislatori  la  cura  d' interpretarlo,  colla 


(1)  Art.  i  e  xxiv. 

(2)  Così,  per  es.,  in  una  lettera  del  12  settembre  1849  a  Baird. 


341 
speranza  che  lo  spirito  abbia  a  trionfare  sulla  lettera 
che  uccide. 

Queste  speranze  non  furono  deluse. 


III. 

Prime  prove  in  Toscana. 

<(  Raccolto  ne' suoi  templi,  il  popolo  delle  Valli  pro- 
rompeva in  azioni  di  grazie  e  benedizioni  all'Onni- 
potente. »  (1)  Pareva  una  apertilo  oris,  ma  senza  le 
cerimonie  del  rito,  e  che  le  lingue  sciogliessero  il 
cantico  innalzato  in  antico  da  Zaccaria  dopo  lungo 
ammutolire  : 

Benedetto  il  Signore  Iddio  d'Israele, 

poieh'egli  ha  visitato  e  redento  il  suo  popolo... 

Ci  liberò  dalla  mano  de'  nemici 

onde  gli  serviamo  senza  timore, 

in  santità  e  in  giustizia,  nel  suo  cospetto, 

tutti  i  giorni  della  nostra  vita.  (2) 

Ora  se  i  Valdesi  avessero  goduta  la  loro  libertà 
nell'  inazione,  paghi  a  crescere,  moltiplicare  e  al- 
largare al  difuori  i  loro  padiglioni,  «  allungarne  le 
corde  e  fermarne  i  piuoli,  »  nel  modo  che  usa  vasi 
da'  figli  d'Israele,  può  darsi  che  loro  sorridessero  mi- 
gliori prospettive  economiche  e  sociali.  E  certo,  ad 
ogni  modo,  che  si  sarebbero  conciliato  il  sorriso  del 
vescovo  Charvaz,  non  che  l'approvazione  di  molti 
liberali  di  nome,  i  quali  nel  festeggiare  di  cuore  la 
loro  emancipazione,    erano   lungi  dal  capire  ancora 

(1)  Lettera  della  Tavola  Valdese  al  Re  Carlo  Alberto,  in  data 
ilei   15  marzo  1S4>. 

(2)  Eoang    'li  S.   Luca,  i,  68,  74  e  75. 


342 

quel  che  osservò  più  tardi  Massimo  d'  Azeglio  ne' 
suoi  Ricordi,  «  ogni  fede  sincera  e  ardente  portare 
al  proselitismo,  ove  non  sia  illogica.  »  Ma  può  un 
popolo  rinnegare  i  suoi  ideali?  Era  forse  inoppor- 
tuno in  Italia,  quando  si  parlava  tanto  di  riforma, 
promuovere  quella  della  fede?  E  la  patria,  non  re- 
clamava essa  la  pratica  della  libertà  di  coscienza  per 
raffermare  le  sue  leggi  più  vitali  e  sfidare  l'avveni- 
re? È  vero  che  si  minacciava  intanto  di  rompere  l'ido- 
lo dell'unità  cattolica  vaticana;  ma  era  idolo  vano, 
fallace,  funesto,  che  si  risolvea  in  fomite  di  discor- 
dia. (1)  L'ideale  valdese,  che  portava:  «  Ubbidire  a 
Dio  piuttosto  che  agli  uomini,  »  poteva  sanare  la 
grande  scissura  delle  coscienze,  conciliando  Dio  e  po- 
polo, religione  e  patria,  come  a'  fatti  si  vede  ovunque 
è  accettato.  D'  altronde,  e  questa  ragione  bastereb- 
be da  sola,  v'  era  da  <i  cercare  e  salvare  i  perduti,  » 
come  in  ogni  tempo.  Tutti  questi  pensieri  si  agita- 
vano più  o  meno  confusamente  ne'  cuori  de'  cristiani 
delle  Valli,  e  li  inducevano  a  ripor  mano  all'aratro  del- 
la missione  evangelica  e  a  non  guardare  più  indietro. 
Ma  d'altra  parte,  quale  compito!  I  moniti  del  be- 
nefattore Beckwith  rintronavano  ancora  negli  orec- 
chi dei  dirigenti.  Si  trattava  di  formare  a  poco  a 
poco  la  piccola  squadra  di  Gedeone,  coni'  egli  avea  det- 
to, e  di  fare  le  prime  prove  modestamente,  avanti  di 
arrischiarsi  in  campo  aperto  e  col  dubbio  favore  delle 
leggi.  Savio  consiglio  fu  quello  di  avviare  a  Firenze, 
maestra  del  bello  stile  agl'Italiani,  alcuni  giovani  mi- 


(1)  Lo  stesso  Massimo  d'Azeglio  scriveva  ne'  suoi  Ultimi  casi 
delle  Romagne,  dunque  all'  alba  della  sua  carriera  e  del  Risorgi- 
mento: "Stimerei  l'ultima  'Ielle  sventure  per  l'Italia  se  si  tur- 
basse la  sua  unità  religiosa,  la  sola  che  le  sia  rimasta;  "  quasi  che 
esistesse  in  realtà  e  la  si  potesse  riconoscere  personificata  in  chi 
teneva  e  tiene  divisa  la  religione  dalla  patria  ! 


343 
nistri  de' meglio  promettenti;  uno  de' quali,  il  più  ita- 
liano di  tutti,  con  uno  slancio  ch'era  parso  di  felice 
augurio,  area  scritto  alla  Tavola  Valdese  : 

«  L'Editto  di  Emancipazione  de'  Valdesi,  mentre 
apre  alla  nostra  Chiesa  nuovi  destini,  impone  ad  essi 
nuovi  doveri.  Bene  lo  intese  l'ultimo  Sinodo  col  san- 
cire anticipatamente  ogni  sforzo  diretto  a  spandere 
in  mezzo  di  noi  l'uso  della  lingua  italiana.  Quanto  a 
me,  bramo  vivamente  entrare  in  quella  nuova  via. 
Predicare  e  insegnare  in  questa  bella  lingua  è  uno 
de' miei  voti  più  ardenti.  »  (1) 

Quegli  che  scriveva  così,  parlava  per  la  piccola  bri- 
gata de' suoi  compagni,  e  li  vediamo  scendere  a  Fi- 
renze, lieti  come  chi,  vago  di  fiori,  entra  in  un  bel 
giardino.  In  pochi  mesi  ne  tesoreggiarono  più  che  non 
facessero  in  anni  interi  altri  che  li  seguirono.  E  impa- 
rarono altre  cose  assai,  che  non  aveano  pensato  a  tro- 
vare, perchè  v'era  già  qualche  novità  a  Firenze.  Vi 
soffiava  da  anni  un'aura  di  risveglio,  e  leggevano  il 
Vangelo  con  amore  uomini  e  donne  di  ogni  classe,  non 
ultimi  alcuni  preti  e  frati  di  tinta  liberale.  La  figura 
più  scolpita  e  imponente,  fra  quei  liberi  seguaci  del- 
l'Evangelo, era  il  conte  Piero  Guicciardini,  in  cui  pa- 
reva scesa  per  li  rami  l'antipatia  dell'illustre  antenato 
Francesco  contro  «  la  caterva  scellerata  de'  preti,  » 
e  la  propensione  a  cercare  miglior  guida.  (2)  Leggeva  e 
confrontava.  Per  diverse  vie  pervenivano  altri  all'evan- 
gelica luce;  tra  essi  Salvatore  Ferretti.  Stanislao  Bian- 
ciardi  stavasene  in  disparte,  benché,  come  insigne  let- 

(1)  Lett.  di  Bart.  Malan,  dell' 8  settembre  1S48.  Comentando  la 
deliberazione  sinodale,  scriveva  V Edio  des  Vallées:  "  Nous  devons, 
aous  peine  de  faillir  a  notre  mission,  nons  hàter  de  revenir  à  nos 
origines  en  revenant  à  notre  langue  "  (7  settembre  1848). 

(2)  C'ir.  Francesco  Guicciardini,  Opere  inedite,  ricordi  28,  236  e  346. 


344   " 

terato  e  amico,  utile  assai,  come  a  prova  seppe  la  nostra 
piccola  brigata  che  l'avea  a  maestro.  Traeva  a  Firenze, 
di  solito  il  sabato  a  sera,  l' avvocato  Tito  Chiesi,  per 
doveri  d'ufficio,  diceva,  ma  sapevasi  che  fra  quegli 
uffici  n'avea  uno  assai  geloso,  che  gli  premeva  più  di 
ogni  altro,  quello  di  seminar  bibbie  e  vangeli.  Del 
resto,  chi  non  era  colportore  volontario  a  quei  tem- 
pi? Si  aveano  dal  Chiesi  le  notizie  di  Pisa,  ove  le 
adunanze  evangeliche  erano  originate  per  opera  di 
Matilde  Calandrini,  coli'  occasionale  intervento  di 
Giuseppe  Montanelli  già  professore  a  quell'univer- 
sità. (1)  E  si  parlava  di  Livorno,  ove  risiedeva  da 
anni  il  pastore  scozzese  R.  W.  Stewart,  che  avea 
ornai  cominciata  la  sua  «  campagna  italiana.  »  (2)  A 
lui  fin  d'allora  era  dovuta  principalmente  la  dissemi- 
nazione delle  S.  Scritture  ;  a  lui  ogni  dì  più  doveano 
far  capo  le  fila  del  movimento  evangelico  di  Toscana, 
poi  di  gran  parte  d'Italia.  Bazzicavasi,  la  sera  spe- 
cialmente, in  casa  di  un  ammiraglio  irlandese,  per 
nome  Packenham.  Buono  e  disinteressato,  era  ze- 
lante fino  all'imprudenza,  per  il  poco  discernimento 
che  avea  degli  uomini  e  delle  cose  del  nostro  paese. 
Presso  il  suo  focolare,  ne  solo  per  la  tazza  di  tè, 
iucontravansi  spesso  visi  nuovi,  rasi  per  lo  più,  fre- 
schi alcuna  volta  di  sagrestia,  come  quel  prete  Bac- 
celli che  vestiva  da  ministro  anglicano  colla  cravatta 
bianca  e  di  cui  diceva  Malan:  «  Non  vuole  essere 
un  Lutero  e  sarà  un  Erasmo,  »  forse  soggiungendo 
sottovoce  col  poeta: 

Si  parva  licet  componere  magnis. 

Discorrevasi  di  libertà  e  di   riforma,  con   frequenti 


(1)  Le  descrisse  lo  stesso  Montanelli  nelle  sue  Memorie. 

(2)  J.    VV.   Brown,  An  Italian  Vampaign,  Londra  1890. 


:i45 
allusioni  alle  idee  emesse  troppo  timidamente  dal- 
l'abate Lambruschini,  amico  una  volta  al  conte  Guic- 
ciardini ma  altrettanto  inviso,  almeno  quando  par- 
lava di  religione,  a  Gino  Capponi  che  l'avea  deriso 
la  sua  parte,  chiamandolo  il  Luterino.  Chi  esagerava 
i  meriti  dell'  abate,  chi  lo  avea  in  conto  di  cama- 
leonte, salvo  il  rispetto  che  si  meritava  per  le  cure 
prodigate  agli  Asili.  Bisognava  pur  convenire  che 
le  sue  riforme,  note  a  Carlo  Eynard  e  al  Montanelli, 
si  erano  svaporate  prima  di  affermarsi.  Girando  per 
la  città,  la  nostra  piccola  brigata  trovava  ad  ogni 
cantonata  qualcosa  da  imparare,  e  ora  dava  una  ca- 
patina in  Duomo  o  nella  Chiesa  di  S.  Maria  Novella 
per  udir  predicare  ore  rotimelo,  ora  visitava  gallerie 
o  librai,  ne  si  tornava  a  casa  senza  avere  posto 
mano  sopra  un  buon  libro  o  su  fogli  di  polemica 
spicciola,  popolare,  com'erano  le  lettere  di  Enrico 
Montazio  all'  arcivescovo  Minucci,  ove  si  leggeva  che 
il  clero  «  abborriva  dalla  schietta  e  coscienziosa  let- 
tura del  Vangelo.  »  Pungente  accusa,  per  quei  tempi, 
e  che  desse  nel  segno  è  certo,  poiché  l'arcivescovo  si 
affrettava  a  respingerla  in  una  pastorale,  che  mise  a 
uno  de'  nostri  Valdesi  il  prurito  di  entrare  terzo 
nella  discussione.  (  1  )  Ma  e'  era  di  meglio  ancora.  La 
domeuica,  il  Malan  salì  più  di  una  volta  al  pulpito 
degli  Svizzeri  a  predicare  ai  residenti  Grigioni.  Così 
si  diceva;  ma  la  predica  solleticava  più  gli  orecchi 
de'  Fiorentini.  Si  tenevano  qua  e  là  piccole  riunioni 
serali  e  varie  conversazioni  non  mai  prive  di  evan- 
gelico sapore. 

Primo  a  rimpatriare  fu  il  Malan.  Gli  toccò  l'insi- 
gne onore  di  ripristinare  a  San  Giovanni  l'uso  della 


(1)  Voce  di  un  semplice,  prima  lettera  di  un  cattolico  italiano  etc. , 
4  genn.   1849.   L'autore  era  G.   P.   Meille. 


346 

predicazione  italiana,  vivamente  desiderata.  Beck- 
with,  testimone  di  questo  nuovo  début,  l'ebbe  a  tro- 
vare brillante,  e  soggiungeva  :  <{  Non  vidi  mai  queste 
genti  cosi  attente...  La  sintassi  italiana  è  loro  più  na- 
turale... Fu  per  me  una  vera  Pentecoste.  »  (1)  La 
Tavola  non  indugiò  a  raccomandare  in  modo  risoluto 
l'uso  più  generale  della  lingua  nazionale,  parendole 
in  allora  che  «  tutti  la  potessero  intendere  e  che  la  si 
dovesse  considerare  come  la  lingua  delle  Valli.  »  (2) 
Frattanto  i  nostri  reduci  dalla  Toscana  aveano 
lasciato  vivo  desiderio  di  sé,  cioè  di  riudire  la  predi- 
cazione valdese.  Il  Chiesi  saliva  a  Torre,  latore  di 
una  sottoscrizione  ov'era  espressa  formale  domanda 
che  non  la  si  lasciasse  interrotta.  Il  Malan,  designato 
dalla  Tavola  Valdese,  tornò  a  Firenze;  lo  favorirono,  e 
lo  Stewart  per  ogni  maniera,  e  il  pastore  svizzero  di 
Firenze  coli' invitarlo  a  predicare  nella  sua  cappella 
eh'  era  allora  in  Via  de'  Serragli,  sempre  per  i  suoi 
parrocchiani  del  Canton  Grigi  one,  che  servirono  in- 
consci al  progresso  dell'  Evangelo.  Il  parlare  semplice 
e  franco  di  Malan  attirava  gente.  Tra  gli  assidui  era 
il  conte  Guicciardini,  per  il  quale  avea  il  predica- 
tore valdese  singolare  riverenza.  Si  moltiplicarono  le 
riunioni  private,  e  vi  dava  mano  anche  P.  Geymonat, 
ch'era  già  stato  a  Firenze  un  anno  avanti  colla  spe- 
ranza di  evangelizzare  in  Roma,  quando  Pio  IX  si 
trovava  a  Gaeta.  Coadiuvò  alacremente  il  Malan,  e 
la  missione  era  promettente.  Ma  si  levò  una  fiera  rea- 
zione. Il  granduca,  ligio  più  che  mai  all'Austria, 
ritirava  le  concesse  libertà,  e  primi  ad  accorgersene 
furono  i  nostri  evangelizzatori.  Intervenne  la  polizia 
alla  riunione  della  domenica,  e  le  ostili  premure  di 


(1)  Lettera  del  9  maggio  1849. 

(2)  Comunicato  ufficiale  in  data  di  Torre  9  nov.  1849,  firmato  da 
(ì.   P.   Revel,  P.   Lantarèt,  I.  Rollier  e  G.   Malan. 


347 
A.  De  Reumont,  incaricato  di  Prussia,  fecero  il  rima- 
nente, i  Fedele  e  compiacente  interprete  del  go- 
verno toscano,  )>  costui  ammonì  il  concistoro  sviz- 
zero a  desistere  dalle  novità,  e  la  predicazione  ita- 
liana fu  sospesa  il  26  gennaio  1851.  (1)  L'effetto,  lì 
per  lì,  non  fu  disastroso,  perchè  la  curiosità  provo- 
cata faceva  affluire  le  genti  alle  private  adunanze. 
Ma  la  reazione  ingrossò.  Il  Geymonat  fu  colto  in 
delitto  flagrante  di  predicazione  il  1G  marzo  ed  egli 
stesso  narrò  l'incidente  in  questi  termini: 

<(  Domenica  una  riunione  nella  quale  spiegavo  il 
Vangelo  a  quattordici  giovani  desiderosi  di  essere 
ammaestrati  nelle  cose  di  Dio,  fu  sorpresa  dai  gen- 
darmi. Spiegavo  quel  passo:  <(  Il  regno  di  Dio  è  sfor- 
zato ed  i  violenti  lo  rapiscono,  »  e  stavo  dicendo  che 
per  essere  discepoli  di  Gesù  Cristo  è  d'  uopo  farsi 
violenza  a  se  medesimi,  rinunziare  ai  proprii  comodi, 
al  proprio  benessere  e  alla  propria  quiete...  ed  ecco  ap- 
parire quattro  ordini  di  prove  plausibili  fornite  dalla 
polizia,  intendo  dire  quattro  gendarmi,  i  quali  en- 
trando nella  nostra  modesta  stanza,  appoggiarono 
incontestabilmente  la  mia  asserzione.  Ci  frugarono, 
presero  i  nostri  nomi  e  ci  lasciarono  in  libertà,  1'  uno 
dopo  1'  altro.  Ancora  nissuno  è  stato  citato  a  compa- 
rire; ma  siccome  questa  riunione  si  componeva  di 
giovani  fra'  quali  alcuni  eran  compromessi  in  politica, 
m'aspetto  da  un  momento  all'altro  di  ricevere  il  mio 
passaporto.  Se  veramente  sarò  costretto  a  lasciare 
questo  bel  campo,  me  n'  andrò  a  Genova,  e  vedrò  ivi 
se  avrò  qualcosa  da  fare,  in  attesa  delle  vostre  istru- 
zioni. Mi  recai  ieri  ad  esporre  questo  fatto  al  ministro 
sardo  Villamarina,  il  quale  ritiene  che  non  sia  un 


(1)  Lett.   di  Maiali  al  Moderatore,    in    data  del  "21    e  27   gennaio 
1851.   Era  pastore  il  Colomb. 


.'348 

così  gran  male  di  leggere  un  capitolo  del  Vangelo. 
Ma  temo  che  il  governo  toscano,  cogli  occhiali  del 
Papa,  non  ci  veda  un  delitto  grave.  »  (1) 

Il  22,  il  Malan  e  il  Geymonat  furono  richiamati  e  te- 
nuti due  ore  in  arresto  ;  udirono  il  decreto  che  ordi- 
nava il  loro  sfratto,  e  il  primo  se  n'  andò  libera- 
mente; mentre  che  il  secondo,  incarcerato,  fu  tra- 
dotto ai  confini  fra  due  gendarmi. 

Venne  quindi  la  volta  del  conte  Guicciardini.  Pre- 
cettato fin  dal  mese  di  febbraio,  per  avere  assistito 
alla  predicazione  del  Malan,  avea  finito  per  risolversi 
a  lasciare  la  città.  Ecco  però  che,  la  sera  del  7  mag- 
gio, trovandosi  in  casa  di  un  aderente  evangelico  per 
nome  Betti  con  cinque  altre  persone,  si  lesse  in- 
sieme, per  fare  buona  dipartenza,  il  capitolo  XV  del 
Vangelo  di  San  Giovanni.  (2)  Stavano  per  separarsi, 
quando  entrò  la  polizia.  Furono  tratti  al  Bargello  e 
ivi  ritenuti  per  quella  notte.  Poi,  seguì  il  processo.  Il 
governo  toscano  vide  in  quella  pacifica  riunione  «  una 
trama  diretta  ad  atterrare  la  religione  dello  Stato,  » 
e  fece  condannare  i  sette  accusati  a  sei  mesi  di  rele- 
gazione, da  scontarsi  a  Volterra.  Tutti  però,  salvo  il 
Guerra,  ebbero  la  pena  commutata  nell'esilio.  Più  tardi 
furono  processati  e  soffrirono  cruda  prigionia  France- 
sco e  Rosa  Madiai,  e  grande  fu  il  rumore  che  se  ne 
menò  in  tutta  Europa. 

Affrettiamoci  sui  passi  de'  reduci  valdesi.  Mentre 
1'  uno  di  essi  giungeva  malconcio  alla  frontiera,  l' al- 
tro lo  precorreva  a  Torre,  latore  di  una  lettera  di 
simpatia  vergata  dal  dottore  Mazzinghi  e  sottoscritta 
da  altri  sessantotto  Fiorentini  aderenti  al  Vange- 
lo, compresa  la  famiglia  Betti.  Ringraziavano  i  Val- 


(1)  Lettera  del  18  marzo  1851. 

(2)  Quei  cinque  erano  il  Magrini,  il  (iuarducci,  il  Solami,  il  Bor- 
sieri  e  il  Guerra. 


349 
desi  per  il  saluto  ch'essi  aveano  loro  inviato,  giubi- 
lando particolarmente  «  nel  sentirsi  chiamar  fratelli 
da  coloro  che  tante  persecuzioni  e  tanti  martini 
aveano  sofferto  per  la  causa  evangelica;  »  offrivano  il 
«  bacio  della  fratellanza  »  che  tutti  univa  «  in  un 
solo  ovile  sotto  un  sol  pastore  Cristo  Gesù.  »  Pre- 
gate, soggiungevano,  acciò  il  Signore  ci  faccia  de- 
gni di  testimoniare  «  colle  nostre  sofferenze  e  col 
nostro  sangue  quella  fede  che  ci  ha  fatti  rinascere 
uomini  nuovi.  »  Lamentavano  la  perdita  fatta  di 
«  tutti  i  loro  istruttori,  »  essendo  il  Guicciardini  im- 
pedito di  riunirsi  con  loro  per  le  molestie  della  po- 
lizia, e  pregavano  i  Valdesi  a  volerli  soccorrere  «  con 
trattenimenti  epistolari  e  con  visite,  di  tanto  in 
tanto,  onde  si  potesse  progredire  nella  conoscenza 
della  verità.  »  (1) 

Tale  il  risultato  delle  prime  prove,  occasionali  anzi 
che  no,  che  i  Valdesi  tentarono  in  Toscaua.  Per  un 
verso,  non  furono  insoddisfacenti,  anzi,  tali  da  far  pre- 
sagire un  felice  principio  della  loro  missione. 


IV. 

L'  INDIRIZZO    DELLA   MISSIONE. 

A  quei  tempi  molte  cose  si  rifacevano,  compresa  la 
venerabile  Tavola  Valdese. 

Era  stato  eletto  a  Moderatore  G.  P.  Revel,  pio  uo- 
mo, di  robusta  tempra,  zelante  e  probo,  ed  a  vice 
moderatore  il  geniale  e  sagace  P.  Lantarét.  Li  univa 
un'  amicizia  forte,  suggellata  sui  banchi  dell'  accade- 


(1)  Ai  fratelli  Valdesi  i  fratelli  evangelici  di  Firenze,  14  e  23  mar- 
zo 1851. 


?50 


'*»     * 


I       \{T  - 

Giov.  Pietro  Lantai'èt   pastore  e  Moderatore. 


libi 

mia,  specialmente  a  Berlino,  ove  aveano  avuto  mae- 
stro il  Xeander.  Essa  non  fu  mai  scossa.  Veniva  terzo 
il  segretario;  poi,  due  membri  laici;  ultimo  di  essi, 
però  di  quelli  che  avanzano  i  primi  nel  regno  di  Cri- 
sto, Giuseppe  Malan  banchiere  a  Torino.  In  mezzo 
al  turbinìo  degli  affari,  il  Malan  non  perdeva  d'  oc- 
chio la  «  perla  preziosa.  »  Un  giorno,  in  sinodo,  vi  fu 
chi  nel  lodare  in  francese  la  capacità  sua  ne'  negozi  di 
banca,  si  lasciò  sfuggire  che  fosse  <<  homme  d'argent.  » 
Un  francese  lì  presente,  Leone  Pilatte  di  Xizza, 
scattando,  lanciò  questa  parola:  «  Dite  piuttosto  vm, 
homme  d'or,  »  e  l' interruzione  venne  accolta  con 
plauso  unanime,  fragoroso.  Ricco  del  proprio  lavoro,  il 
Malan  era  insieme  di  un'  onestà  rara,  alquanto  rude  ; 
ma  sotto  la  ruvida  scorza  della  sua  naturale  franchez- 
za, nascondeva  un  gran  cuore,  umile  quanto  genero- 
so. <<  È  il  nostro  burbero  benefico,  >>  diceva  uno  dei 
suoi  amici.  Si  dilettava,  specialmente  quando  faceva 
offerte  cospicue,  di  nascondere  la  mano,  ossia  di  farle 
pervenire  anonime.  Si  è  calcolato  che  il  totale  delle 
sue  offerte,  lui  vivente,  ammontò  a  più  di  629  mila 
lire,  e  sono  comprese  in  quella  somma  soltanto  quelle 
che  si  poterono  verificare.  (1) 


(1)  W.  Meille,  op.  cit.,  p.  173.  Teneva  sul  serio  all' anonimo  e 
raccomandava  il  segreto  con  insistenza.  Una  volta,  essendosi  il  Mo- 
deratore fatto  lecito  di  accompagnare  elei  suo  nome  una  somma  po- 
sta in  testa  di  una  sottoscrizione,  forse  col  fine  di  muovere  altri  ad 
emulazione,  si  ebbe  questo  rabbuffo:  "  Chi  vi  autorizzò  a  ficcare  il 
mio  nome  e  la  mia  sottoscrizione  in  una  circolare,  senza  chiedermene 
permissione?  Quella  sottoscrizione  vi  era  venuta  a  notizia  solo  inci- 
dentalmente e  non  eravate  tenuto  di  renderne  conto.  Perchè  mi  fate 
voi  figurare  come  avendo  avuto  la  viltà  d' informare  il  pubblico  val- 
dese che  io  sottoscrivo  per  una  somma  quasi  uguale  a  quella  delle 
chiese  riunite?  Bisogna  dire  che  abbiate  di  me  una  bella  opinione  !  In 
avvenire,  avrò  cura  di  regolarmi  in  modo  da  dispensarvi  da  ogni 
pubblicazione  a  mio  riguardo.  "  Ecco  perchè  tollerava  la  menzione 
delle  piccole  contribuzioni  soltanto.  Vicino  alla  fine  della  sua  car- 


352 

Ecco  gli  uomini,  stavo  per  dire  il  triumvirato,  che 
vediamo  alla  testa  della  Chiesa  Valdese  quando  in- 
traprese di  riassumere  la  sua  missione.  Volsero  i  pri- 
mi sguardi  a  Torino,  ove  il  Malau  e  il  Beckwith  vo- 
levano che  si  facesse  un  buon  principio. 

Abbiamo  visto  che,  sotto  1'  egida  delle  ambascerie 
protestanti,  vi  era  venuta  su  una  mista  cougregazione, 
cui  era  stata  consentita  la  predicazione  solo  in  lingua 
francese.  Ora  uscirà  di  tutela  e  si  farà  indipenden- 
te, per  unirsi  più  strettamente  alla  Chiesa  Valdese. 
«  L'  unione  fa  la  forza,  leggiamo  nella  sua  petizione; 
questo  1'  assioma  che  la  politica  proclama  in  Italia 
oggidì.  L'  unione  fa  la  forza,  e  questa  unione  giovi 
a  fare  la  forza  di  tutti  i  veri  cristiani  che  in  que- 
sto nobile  paese  vogliono  i  progressi  della  verità 
secondo  1'  Evangelo.  E  siccome,  una  volta,  la  Chiesa 
delle  Valli  noverava  fratelli  e  congregazioni  in  tutto 
il  Piemonte,  così  possa  la  nostra  unione,  a  tutti  ma- 
nifesta, essere  presagio  di  altre  molte,  in  omaggio 
alla  pura  unità  eh'  è  in  Cristo.  »  (1)  Si  reclamò  subito 
una  predicazione  italiana  regolare.  Fu  designato  a 
quel  posto  di  sentinella  avanzata  G.  P.  Meille,  e  a 
suo  coadiutore  P.  Geymonat.  Ammiravasi  nel  primo 
un  distinto  discepolo  del  Vinet;  pregiavasi  nel  secon- 
do uno  de'  più  fedeli  allievi  di  Merle  d' Aubigné  e  di 
Gaussen. 

La  missione  era  principiata.  Ora  cade  a  proposito 
la  domanda  :  Qual'  era  l' indirizzo  a  cui  si  dovea  uni- 
formare ? 

La  risposta  è  facile:  Era  liberale,  nel  senso  pre- 


riera,  scriveva  ad  un  suo  cugino:  "  Checché  si  pensi  di  me,  m'ac- 
corgo ogni  dì  più  che  sono  una  nullità  e  che  posso  senza  esagerazione 
chiamarmi  col  titolo  di  servitore  inutile.  "  Ibid.,  p.  171  e  175. 

(1)  Processi  verbali  etc.   del  6,   15  e  22  ott.  1848,  presso  gli  Arch. 
della  Tavola. 


ODO 

sbiteriano.  Ma  pure  non  sarà  inutile  aggiungere 
qualche  schiarimento. 

Fin  dall'  alba  delle  nostre  libertà,  il  pastore  val- 
dese Bert,  da  Torino,  avea  esortato  i  suoi  correli- 
gionari in  questi  termini  : 

«  Bene  si  guardino  i  Valdesi  di  mirare  menoma- 
mente alla  propagazione  di  una  particolare  setta. 
L' illogica  inconseguenza  di  alcuni  fra  i  primi  rifor- 
matori del  sedicesimo  secolo,  <T  imporre  simboli  e 
forme,  non  sia  più  fra  essi  loro;  bensì  si  glorino 
eglino  di  possedere  quel  puro  cattolicismo,  il  quale 
esisteva  già,  non  che  nelle  subalpine  valli,  in  tutte  le 
regioni  italiche,  onde  i  Valdesi  stessi  furono  dioce- 
sani della  gran  diocesi  d'Italia,  e  questo  mostrino 
eglino  in  più  guise  ai  loro  fratelli  italiani.  Non  en- 
trino mai  in  ordinamenti  spiccioli  di  rito,  cerimonie, 
solennità  o  gerarchia  che  ai  loro  fratelli,  o  per  genio 
o  per  abito,  non  potessero  essere  graditi.  »  (1) 

Questi  moniti,  che  volevano  essere  generosi,  non 
rifulgevano  di  molta  chiarezza,  e  chi  sa  che  non  vi 
accennasse  più  tardi  il  Beckwith,  quando  parlava  di 
«  mistificazioni  di  una  indefinibile  cattolicità?  »  Ma 
insomma  il  pastore  valdese  diceva:  Evitiamo  tutto 
che  sa  di  setta,  e  predicando  l' Evangelo  non  s' im- 
pongano forme.  Ora  si  vorrà  tenere  conto  del  fatto 
che,  su  questo  punto,  i  dirigenti  ebbero  il  buon  senso 
di  convenire  fin  da  principio. 

Questo  principio  ci  riconduce  ad  una  modesta 
conferenza  dei  pastori  valdesi  riunita  nel  Collegio  di 
Torre,  il  4  febbraio  1851,  allo  scopo  di  esaminare  se 
la  Chiesa  Valdese  avesse  vocazione  per  imprendere  la 
missione  italiana,  e  come,  se  mai,  vi  si  dovesse  accin- 
gere. Dopo  una  seria  discussione,  fu  concluso  :  essere 


(li  A.   Bert.  <<,-.   r.it.,  p.   376. 

Stor.   Vahl.  -:! 


354 

la  missione  valdese  un  sacrosanto  dovere;  però,  non 
doversi  abbandonare,  per  assumerla,  quella  eh'  era 
ornai  iniziata  da  molti  anni  in  favore  dei  pagani; 
aversi  a  riconoscere  la  Tavola  come  Comitato  diret- 
tore e  ad  arrolare  agenti  proprii;  infine,  volersi  pro- 
muovere la  simpatia  e  la  cooperazione  delle  Chiese 
delle  Valli.  Tutto  ciò  fu  accuratamente  discusso  e 
combinato,  poi  definito  in  una  circolare  diretta  ai 
pastori  Valdesi.  (1) 

Erano  così  stabiliti  i  motivi  e  le  prime  condizioni 
della  missione,  non  l'indirizzo  speciale.  Ma  questo  in- 
dirizzo risultava  da  quello  della  Chiesa,  né  richiedeva 
molte  parole  a  venire  intuito  dagli  evangelisti  usciti 
dalle  Valli.  Si  fu  solo  dopo  che  furono  entrati  in  cam- 
po evangelizzatori  venuti  da  altre  parti  d' Italia,  che, 
ad  evitare  equivoci  o  a  dissiparli,  la  Tavola  si  decise 
a  mandare  agli  evangelisti  più  precise  istruzioni.  Al- 
lora il  Moderatore  scrisse  espressamente  come  segue  : 

«  La  missione  della  Chiesa  Evangelica  che  Iddio 
conservò  in  un  angolo  della  penisola  italica  è,  con  ogni 
evidenza,  di  diffondere,  secondo  i  mezzi  che  ci  prov- 
vederà  il  Signore,  quel  Vangelo  di  cui  serbò  il  buon 
deposito,  non  già  mercè  la  propria  sua  forza  e  fe- 
deltà, bensì  mercè  la  forza  e  fedeltà  che  Dio  si  de- 
gnerà manifestare  nelle  nostre  grandi  infermità.  Que- 
sta missione,  la  Chiesa  nostra  l'ha  intesa;  non  è  stata 
sorda  agli  appelli  fin  qui  ricevuti  e  mandò  operai  ai 
quali  rilasciò  questa  semplice  istruzione:  di  essere 
contenti  a  condurre  anime  a  Cristo  sola  guida  delle 
anime,  annunziare  tutto  il  suo  Vangelo  con  zelo  e 
fedeltà,  giusta  la  misura  dei  doni  ricevuti  da  Dio  e 
nei  luoghi  assegnati.  Quanto  all'  organizzazione  e  al 
governo  delle  nascenti  congregazioni,  abbiamo  avuto 


(1)  Circolare   del  Moderatore  in  data  di  Bobbio  7  febbraio  1851. 


355 

cura  speciale  di  non  prescrivere  nulla  che  potesse 
impedire  l'accrescimento  e  il  libero  sviluppo  di  quelle 
tenere  piante.  La  regola  generale  che  avemmo  ognor 
presente  e  che  non  avrete  perduto  di  vista,  è  questa, 
che  nella  casa  di  Dio  conviene  che  ogni  cosa  facciasi 
con  ordine  e  decenza,  e  ci  rimettemmo  interamente 
alla  vostra  saviezza,  ai  vostri  lumi  ed  alla  vostra  espe- 
rienza per  1'  applicazione  di  quel  principio,  a  tenore 
dei  bisogni  e  dello  stato  della  vostra  congregazione. 
Voi  appartenete  ad  una  Chiesa  presbiteriana,  ciò  ne 
garantisce  che  non  interpreterete  mai  quel  principio, 
nò  nel  senso  dell'individualismo,  ossia  dell'anarchia, 
ne  in  quello  del  clericalismo,  che  segna  l'altro  estremo. 
Si  è  pertanto  in  quei  limiti,  fra'  quali  ampio  è  lo  spa- 
zio ad  una  soddisfacente  libertà,  che  voi,  evangelisti 
della  Chiesa  Valdese,  siete  chiamati  a  spiegare  la 
vostra  attività  per  annunziare  1'  Evangelo.  » 

E  così,  era  propriamente  indifferente  che  si  adot- 
tasse qualunque  forma  ecclesiastica  ?  No,  questo  non 
significavano  le  istruzioni  della  Tavola.  Difatti  la  cir- 
colare proseguiva  così: 

«  Non  imponete  alle  anime  disposte  a  ricevere  l' E- 
vangelo  altro  nome  che  quello  di  cristiano,  ne  altro 
giogo  che  quello  del  mansueto  Maestro.  Or  siccome 
il  Vangelo  raccoglie  e  unisce  i  discepoli  e  tende  ne- 
cessariamente a  farne  un  corpo  bene  ordinato,  soc- 
correte dei  vostri  lumi  e  dei  vostri  consigli  i  cristiani 
i  quali,  dopo  avere  abbracciato  il  Vangelo,  sentono 
il  bisogno  di  organizzarsi.  Questa  la  vostra  missione. 
Desideriamo  che  vi  compenetriate  bene  di  questi 
principii  e  che  non  vi  lasciate  sfuggire  occasione  per 
metterli  in  evidenza.  Conformemente  ad  essi  rite- 
niamo che  sia  utile  che,  per  vantaggiar  1'  opera  e  al- 
leggerirvi la  fatica,  ovunque  ciò  sia  possibile,  cioè 
sempre  che  vi  sia  una  congregazione  abbastanza  nu- 


356 

merosa,  vivente  e  disposta  a  sottomettersi  ad  una 
direzione  conforme  alla  divina  Parola,  vi  circondiate 
di  persone  pie  e  intelligenti,  designate  per  quanto  si 
possa  dalla  stessa  congregazione  e  incaricate  di  assi- 
sterla per  quanto  si  riferisce  alla  prosperità  esteriore, 
ossia  per  la  cura  dei  malati  e  dei  poveri  e  1'  ispe- 
zione delle  scuole;  acciocché  siate  più  liberi  di  at- 
tendere all'  opera  spirituale  della  evangelizzazione 
propriamente  detta,  la  quale  vi  spetta  per  intero, 
giacche  ne  siete  soli  responsabili  verso  la  Chiesa  che 
vi  ha  mandati.  »  (1) 

Tale  l' indirizzo  della  missione  valdese,  che  vedremo 
sancito  ulteriormente. 

Assistiamo  ora  alla  sua  solenne  inaugurazione. 


V. 

L'  INAUGURAZIONE. 

Una  sera  due  uomini  passeggiavano  a  Torino  lungo 
il  Corso  del  Re.  Fermatisi  a  un  certo  punto,  uno  dei 
due  disse  : 

—  Giusto  la  posizione  che  ci  converrebbe. 

—  Sì,  lo  credo  anch'io. 

—  Senta  :  io  conosco  uno  che  sborserebbe  33  mila 
lire  per  l'acquisto  di  codesto  terreno. 

—  E  io  ne  conosco  un  altro  che  sborserebbe  altret- 
tanto. 

Qualche  giorno  dopo,  uno  degli  interlocutori,  il 
Beckwith,  incontrato  il  Moderatore,  gli  disse:  Che 
volete?  Malan  mi  prese  all'improvviso,  e  bisognò 
eh'  io  dessi  quanto  lui.  (2) 


(1)  Circolare  agli  Evangelisti,  da  Torre  30  ottobre  1854. 

(2)  W.   Meille,  op.  cit.,  p.   141.   "Joseph  Malan  a  fonde  l'église 


357 
Mentre  gli  Evangelisti  attendevano  a  edificare  la 
nascente  congregazione,  Malan  e  Beckwith,  d'accordo 
colla  Tavola  Valdese,  combinavano  ogni  cosa  per 
l'erezione  del  tempio.  La  prima  pietra  fu  posta  solen- 
nemente il  29  ottobre  1851,  per  mano  del  vicemodera- 
tore Lantarèt,  e  quello  stesso  giorno  un  primo  nucleo 
di  aderenti  si  associava  alla  Chiesa  Valdese  firmando 
queste  parole  :  <<  Dichiariamo  di  abbandonare  fin  da 
oggi  esteriormente,  come  già  l' avevamo  abbandonata 
spiritualmente,  la  Chiesa  di  cui  ci  aveva  fatti  membri 
la  nascita,  per  ritornare  alla  Chiesa  di  Gesù  Cristo  e 
degli  Apostoli,  alla  Chiesa  dell'  Evangelo,  e  diventare 
membri  della  frazione  di  quella  Chiesa  chiamata  Val- 
dese, alle  dottrine  ed  alla  disciplina  della  quale  noi 
aderiamo  pienamente.  »  (1)  A  nessuno  sfuggì  l' im- 
portanza di  quel  doppio  avvenimento  che,  in  rife- 
renza  al  luogo  ove  si  compieva,  potrebbesi  chiamare 
addirittura  la  <<  breccia  di  Porta  Nuova.  >>  Protesta, 
rono  per  tempo  i  vescovi,  ed  il  vecchio  Solaro  della 
Margherita,  decrepito,  in  fin  di  vita,  si  fé'  portare  alla 
presenza  di  Vittorio  Emanuele  II,  e  gli  disse  :  «  Mae- 
stà, dopo  avere  servito  fedelmente  la  vostra  dinastia 
e  prima  di  lasciare  questo  mondo,  chiedo  una  grazia, 
forse  l' ultima.  Deh  !  non  si  permetta  che  la  buona  e 
leale  città  di  Torino  abbia  1'  onta  di  vedere  nelle  sue 
mura  un  edifizio  consacrato  alla  predicazione  del- 


à  Turin  et  à  Génes;  sans  son  interventi on  et  sa  bourse,  nous  n'au- 
rions  jamais  réussi,  ni  dans  lune  ni  dans  l'autre.  "  Lettera  di  Be- 
ckwith a  G.  P   Bonjour,  27  novembre  1853. 

(1)  Firmarono  Rinaldo  Bacchetta  milanese,  Giovanni  Varisco  tre- 
visano, Bonaventura  Mazzarella  pugliese,  Giambattista,  Vincenzo, 
Nino  e  Carolina  Alban-Ila  d'Afflitto  napoletani,  Eduardo  Dazzini 
pistoiese,  <  Hacomo  Biava  bergamasco,  Ulisse  Nesi  fiorentino,  etc- 
Arch  della  Tavola.  Bazzicarono  alle  riunioni  anche  monsignor  Gaz. 
zola,  il  siciliano  Scelsi  e  un  fratello  del  barone  Xicotera  etc. 


358 

l'eresia.  »  (1)  Il  Re  rimandò  il  vecchio  ministro  ai 
nuovi.  La  costruzione  del  tempio  proseguì  senza  in- 
terruzione, attirando  l'attenzione  universale,  in  Italia 
e  fuori,  e  provocando  ogni  maniera  di  conienti.  Teo- 
logi e  poeti  amici,  sulle  rive  del  Lemanno  e  del 
Tamigi,  scorgevano  nella  fondazione  del  tempio 
valdese  un  grande  avvenimento  e,  almanaccandovi 
sopra,  dicevano  alcuni  che  la  Chiesa  Valdese  fosse 
la  piccola  pietra  sognata  da  Nabucco  e  destinata,  se- 
condo le  novissime  interpretazioni,  a  schiacciare  un 
dì  il  colosso  del  Vaticano! 

Fra'  primi  aderenti  della  Chiesa  Valdese  era  Bona- 
ventura Mazzarella.  Nato  a  Gallipoli,  s' era  avviato 
alla  magistratura  e  non  avea  lasciato  che  il  suo  nome 
patisse  neppur  l' ingiuria  del  sospetto,  in  mezzo  ad 
una  generazione  educata  dal  Borbone.  Quando  scop- 
piò la  rivoluzione,  parteggiò  per  la  libertà  e  combattè 
per  essa  ancora  a  Roma.  Alfine,  si  rassegnò  a  pren- 
dere la  via  dell'  esilio  ;  riparò  ad  Atene,  venne  quindi 
a  Torino,  a  tempo  per  salutare  la  fondazione  della 
missione  valdese  ;  di  poi,  passato  a  Ginevra,  vi  si  trovò 
con  un  altro  esule  che  dava  di  sé  le  migliori  speranze, 
cioè  Luigi  Desanctis.  Questi  avea  lasciata  fin  dal  10 
settembre  1847  la  natia  città  di  Roma,  malgrado  la 
eccellente  fama  che  ivi  godeva  come  parroco  e  teolo- 
go; s'  era  recato  a  Malta  per  mettere  d'accordo  la  sua 
coscienza  colle  sue  cristiane  convinzioni  e  vi  s'  era 
trattenuto  qualche  anno,  scrivendo  libri  di  polemica 
e  il  giornale  II  Cattolico  Cristiano,  nel  quale,  coni'  è 
noto,  erano  stati  menzionati  i  Valdesi  con  grandissi- 
ma venerazione.  Giunto  a  Ginevra,  attendeva  a  ri- 
pristinare la  predicazione  evangelica  inaugurata  se- 
coli innanzi  nella  città  di  Calvino  dal  bresciano  Cel- 
so   Martinengo    e    dal    senese    Bernardino    Ochino, 

\1)  G.  P.  Meille,  op.  cit.,  p.  131. 


359 


.nitri  Desai 


360 

quando  lo  colpirono  le  prime  notizie  pervenute  da 
Torino.  Ne  ragionava  col  Mazzarella,  e  insieme  a- 
spettavano  grandi  cose.  Il  Geymonat,  avendolo  in- 
contrato a  Ginevra,  riferiva  che  «  non  trascurava 
alcuna  occasione  di  manifestare  il  suo  attaccamento 
alla  Chiesa  Valdese.  »  (1)  Quindi  non  sorprenderà 
che  il  Desanctis  avesse  dalla  Tavola  incarico  di  rap- 
presentarla presso  la  generale  adunanza  della  So- 
cietà Evangelica  di  colà,  nò  che  se  ne  tenesse  ono- 
rato. Anzi,  volle  cogliere  quest'  occasione  per  espri- 
mere il  suo  desiderio  di  entrare  nelle  file  de'  Valdesi. 
Riferendo  intorno  al  suo  mandato,  asserì  di  avere 
detto  dalla  tribuna  di  queir  assemblea  che  il  movi- 
mento religioso  italiano  avesse  gli  occhi  fissi  sulle 
Valli,  che  gì'  Italiani  convertiti  non  potessero  non 
riconoscere  la  Chiesa  Valdese  per  la  loro  Chiesa,  e 
non  serbare  ad  essa  tutte  le  loro  simpatie,  stimando 
essi  <;<  una  grande  grazia  di  Dio  di  potersi  associare 
alla  Chiesa  apostolica  primitiva.  »  (2) 

Anello  di  congiunzione  fra'  Valdesi  e  il  Desanctis 
era  specialmente  G.  P.  Meille,  sin  da  quando  1'  evan- 
gelista di  Torino  s' era  aperto  coli'  ospite  di  Ginevra 
intorno  la  fondazione  del  giornale  La  Buona  Xo- 
vella.  (3)  Il  Meille  sapeva  del  desiderio  del  Desanc- 
tis, di  lasciare  il  Comitato  di  Ginevra  per  la  Tavola 
Valdese,  e  fu  egli  incaricato  di  trasmettere  a  questa 
la  sua  lettera  definitiva  di  adesione,  la  quale,  per 
quanto  nota  sia,  non  si  può  qui  omettere.  Era  in  data 
del  17  agosto  1852,  e  diceva: 

«  Sono  oramai  cinque  anni  dacché  ho  abbandonata 
la  Chiesa  Romana,  e  fino  da  quel  momento  i  miei 
desiderii  sono  stati   sempre  rivolti   verso  la  Chiesa 


(1)  Lett.  del  30  giugno  1S51  alla  Tavola  Valdese. 

(2)  Lett.  alla  Tavola,  da  Ginevra  2  luglio  1S52. 

(3)  Lett.   di  Desanctis  al  Meille,  dell' 8  ott.   lSói. 


361 
delle  Valli,  perchè  in  essa  riconosco  la  vera  Chiesa 
primitiva  apostolica  italiana.  In  cinque  anni  che  vivo 
fra  Cristiani,  mi  è  stato  più  volte  proposto,  anche 
con  mio  vantaggio  temporale,  di  appartenere  a  qual- 
che Chiesa;  ma  mi  sono  sempre  ricusato,  parendomi 
che  un  Italiano  il  quale  cerca  sinceramente  il  bene 
de'  suoi  compatrioti,  non  debba  appartenere  ad  altra 
Chiesa  che  alla  antica  Chiesa  Italiana...  Sono  perciò 
con  questa  mia  a  supplicare  umilmente  la  Tavola  a 
volermi  ammettere  come  membro  dell'  antica  Chiesa 
Italiana  conosciuta  sotto  1  nome  di  Chiesa  Valdese. 
E  siccome  la  mia  occupazione,  dacché  ho  abbando- 
nato la  Chiesa  Romana,  è  stata  quella  di  evangeliz- 
zare gì'  Italiani,  sia  con  iscritti  sia  con  predicazione, 
così  crederei  che  per  la  maggior  gloria  di  Dio  dovrei 
seguitare  ad  evangelizzare.  Per  la  qual  cosa  mi  faccio 
ardito  di  domandare  alla  Tavola  l' imposizione  delle 
mani  e  la  consecrazione  al  S.  Ministero,  non  perchè 
creda  che  la  imposizione  delle  mani  mi  infonda  qual- 
che virtù,  ritenendo  che  la  vocazione  viene  da  Dio  e 
non  dalla  Chiesa;  ma  perchè  credo  che  la  vocazione 
di  Dio  debba  essere  riconosciuta  e  direi  quasi  lega- 
lizzata dalla  Chiesa  alla  quale  si  appartiene.  »  (1) 

Xon  passò  molto  tempo  che  il  Desanctis,  impazien- 
te di  entrare  nel  campo  della  missione  aperta  da' Val- 
desi, si  trovò  a  Torino  accanto  al  loro  evangelista. 
Il  posto  che  dovea  occupare  era  vacante  per  la  dipar- 
tenza del  Geymonat,  destinato  a  Genova,  ove  l' avea 
poi  a  raggiungere  il  Mazzarella.  (2)  Le  riunioni,  co- 


ti) Quella  lettera  recava  l'indicazione  di  autentici  documenti 
comprovanti  i  titoli  ottenuti  a  Roma,  tra' quali  quelli  di  predica- 
tore, di  parroco,  di  dottore  in  teologia  e  teologo  del  8.  Ufficio,  di 
professore  etc,  non  che  l'alta  stima  in  cui  era  stato  tenuto  presso 
la  sede  papale  anche  dopo  la  sua  partenza. 

(2)  La  Tavola  avea  accettato  il  Desanctis  con  lettera  del  1  settem- 
bre, ed  egli,  da  Torino  il  9  ottobre  1S">2,  riscrivevate  :  "  Sono  inte- 


362 

minciate  in  casa  del  generale  Beckwith,  crescevano  e 
moltiplicavano,  e  gli  sguardi  di  tutti  erano  rivolti  al 
tempio  che  sorgeva  maestoso  e  torreggiante  sul  Viale 
del  Re.  Piaceva  lo  stile,  non  romano  né  greco,  ma 
tra  '1  gotico  e  il  normanno,  tale  insomma  da  accennare 
tempi  non  lontani  da  quelli  di  Claudio  di  Torino. 
Sopra  la  porta  d'ingresso,  nel  bianco  marmo,  una 
iscrizione  a  lettere  d'  oro  recava  questa  parola  di  un 
antico  profeta  d' Israele  :  «  Fermatevi  sulla  strada  e 
considerate  ed  interrogate  intorno  alle  antiche  strade 
qual  sia  la  strada  buona  e  camminate  per  essa  e  tro- 
verete ristoro  alle  anime  vostre.  »  (1) 

L'  allegrezza,  il  tripudio  col  quale  si  aspettava  la 
solenne  inaugurazione  non  si  possono  descrivere.  Si 
leggevano  sul  volto  di  tutti  gli  amici  della  missione; 
ne  palpitavano  i  cuori  degli  esuli  lontani,  i  quali  s'af- 
frettarono a  cantare  l'avvenimento  prima  ancora  che 
si  compiesse.  Gabriele  Rossetti  invitava  l'amico  Pietro 
Guicciardini  a  riprendere  il  calamo  del  celebre  suo 
antenato  per  scrivere  nuovi  portenti,  e  a  giubilare 
intanto  seco  lui  per  così  lieti  auspici: 

Dentro  Torin  la  Chiesa  de' Valdesi 
auspice  grandeggiando  attrae  le  genti. 
Altìn  si  appagherà  la  nostra  brama, 
esulta,  o  Guicciardin,   e  meco  esclama: 
0  popol  santo,  che  sì  lungo  insulto 
soffristi  dal  colosso  tiberino, 


rumente  ai  loro  ordini...  Non  credo  promettere  troppo  allorché  pro- 
metto che  sarà  per  me  una  vera  felicità  ogni  qual  volta  eseguirò  con 
tutta  puntualità  e  coscienza  gli  ordini  di  uomini  che  io  tanto  stimo  e 
dei  quali  mi  fo  gloria  di  essere  fratello,  anzi  figlio  in  Gesù  Cristo." 
Quanto  alla  Tavola  poi,  a  cui  non  era  sfuggito  che  l'adesione  di 
Desanctis  recava  appunto  la  data  della  deliberazione  con  cui 
s'era  dovuta  rassegnare,  per  le  necessità  della  missione,  a  mandare 
il  Geymonat  a  Genova,  non  è  a  dire  se  si  sentisse  confermata  nel 
sentimento  che  Dio  provvedesse. 
(1)  Geremia,  VI,  16. 


:  ì<  ;; 


Tempio  valdese  ili  Torino. 


364 

tu  esordisti  di  Cristo  il  vero  culto 
prima  assai  di  Lutero  e  di  Calvino, 
e  resistesti  ognor  con  alma  forte 
ai  sofismi,  ai  tormenti  ed  alla  morte. 
Ma  la  cradel  tua  sorte  è  già  mutata, 
e  per  te  s'incomincia  un  ordin  nuovo  (1). 

Associò  i  suoi  accenti  un  altro  poeta,  Camillo  Ma- 
pei,  autore  di  alcuni  fra'  più  eletti  inni  della  Chiesa 
rinascente.  E  sì  1'  uno  che  1'  altro,  accesi  di  lirico 
fuoco,  ne'  fatti  che  si  annunziavano  a  Torino  scorge- 
vano, come  il  Desanctis  e  il  Mazzarella,  il  preludio 
alle  ultime  scene  adombrate  nel  sogno  di  Nabucco. 

Forse  è  desso,  il  nuovo  tempio, 
quell'  arcano  sassolin 
cui  dall'  erma  alpina  balza 
spicca  il  braccio  tuo  divin  (2). 

La  dedica  ebbe  luogo  il  15  dicembre  1853,  presi- 
dente il  Moderatore  e  colla  massima  solennità  resa 
viepiù  cara  dalla  parola  del  pastore  Meille,  che  in 
quella  circostanza  parve  superare  sé  medesimo  nel 
discorso  che  pronunziò,  comentando  il  detto  di  Gesù: 
«  Non  si  accende  la  lampada  e  si  mette  sotto  il  mog- 
gio; anzi,  si  mette  sopra  il  candeliere,  ed  essa  ri- 
splende a  tutti  coloro  che  sono  in  casa.  »  (3)  Esor- 
diva in  questi  termini: 

«  Questo  è  il  giorno  che  il  Signore  ha  operato:  fe- 
steggiamo e  rallegriamoci  in  esso!  Con  quali  parole 
avrei  io  potuto  esordire  che,  meglio  di  questa  ma- 
gnifica esclamazione  del  Re-Salmista,  si  confacessero 


(1)  Epist.  al  conte  P.  Guicciardini  per  la  erezione  del  tempio 
de'  Valdesi,   1852. 

(2)  Mapei,  Il  Tempio  Valdese  in  Torino,  1852.  "  È  probabile 
come  tu  stesso  pensi,  scrivea  in  quel  giro  di  tempo  il  Mazzarella 
all'  amico  Desanctis,  che  la  Chiesa  Valdese,  antico  testimonio  di 
Dio  nella  terra  anticristiana,  sia  quella  pietra  di  cui  parla  Da- 
niele."  Lett.   da  Ginevra,  ottobre  1852. 

(3)  Ecamj.  di  S.   Matteo,  V,    15. 


365 


Giov.    Pietro  Meille. 


366 

alla  solennità  che  ci  ha  qui  radunati?  Questo  giorno, 
infatti,  non  è  egli  il  più  lieto,  il  più  avventuroso,  e, 
potrei  soggiungere,  il  più  insperato  che  da  secoli  siasi 
levato  sulla  nostra  travagliata  Chiesa?  L'avvenimento 
a  cui  assistiamo  della  consacrazione,  in  questa  capi- 
tale, di  un  tempio  destinato  alla  predicazione  delle 
schiette  dottrine  evangeliche,  non  è  egli  tale  un  av- 
venimento, che  chi  lo  avesse  predetto  pochi  anni  or 
sono  sarebbe  stato  da  tutti  tacciato  di  utopista  e  di 
visionario?  Ebbene,  quell'  utopia  è  diventata  realtà: 
quel  giorno,  che  niuno  avrebbe  osato  sperare,  si  è 
levato  su  di  noi.  Facciamo  dunque,  con  tutta  l'espan- 
sione del  cuore  commosso  ciò  a  cui  siamo  invitati  :  Fe- 
steggiamo e  rallegriamoci  in  esso.  »  (1) 

Proseguendo,  invitava  gli  uditori  a  rallegrarsi  come 
credenti  e  come  cittadini;  si  adoperava  in  via  prelimi- 
nare a  rimuovere  le  diffidenze  coli'  affermare,  anche 
sovrabbondantemente,  1'  antichità  della  Chiesa  Val- 
dese, poi  la  sua  italianità;  infine,  stabiliva  la  confor- 
mità del  suo  intento  e  delle  sue  dottrine  coli' eterno 
evangelo  di  Gesù  Cristo.  E  concludeva  scongiurando 
i  suoi  fratelli  a  rendersi  bene  consci  della  responsa- 
bilità che  loro  incombeva,  di  fronte  ai  loro  concitta- 
dini, e  a  fare  di  sé  medesimi  consecrazione  volonte- 
rosa e  vivente,  per  l' avanzamento  del  regno  di  Dio 
nella  patria  che  si  apriva  a  nuove  prospettive. 

La  mossa  era  data  e,  colla  predicazione,  vi  contri- 
buiva la  stampa. 

Già  fino  dall'anno  dell'Emancipazione,  s'era  affret- 


(1)  Sermoni  di  G.  P.  Meille,  1890,  p.  1  e  segg.  Quale  nota  stridula 
lanciava  la  clericale  Armonia,  così  scrivendo:  "  Il  giorno  15  di- 
cembre sarà  scritto  fra'  più  nefasti  del  Piemonte...  Chi  era  cattolico 
non  poteva  a  meno  di  deplorare  in  quel  giorno  il  trionfo  dell'eresia. 
Chi  era  solo  italiano,  nel  senso  che  la  politica  dà  oggidì  a  questa  pa- 
rola, dovea  pur  piangere  sulle  sorti  della  penisola!"  (Torino,  17  di- 
cembre 18.13). 


367 
tato  il  Meille  a  tradurre  in  atto  la  libertà  della  stampa 
concessa  col  decreto  del  26  marzo  1848.  Non  sarà  li- 
bertà sterile  per  noi,  esordiva  1'  Eco  delle  Valli  a 
Torre  Pellice;  intenderemo  a  ravvivare  l'interesse 
de'  Valdesi  per  la  loro  storia  e  le  questioni  ecclesia- 
stiche, e  per  il  regime  di  libertà  che,  per  ogni  manie- 
ra, sollecita  il  nostro  progredire.  E  tenne  parola.  Rim- 
piangeva l' insufficienza  della  storia  pubblicata  poco 
innanzi  dal  Monastier  (1).  Desideriamo  pur  sempre, 
leggiamo  ivi,  una  storia  la  quale,  rifuggendo  dalle 
discussioni  erudite,  sia  paga  ai  risultati,  e  in  forma 
semplice,  familiare  e  nel  tempo  stesso  esattissima,  si 
limiti  ad  esporre  quanto  vi  ha  di  essenziale,  senza 
provocar  odi  né  risentimenti.  L' anno  di  poi  uscivano 
alla  luce  i  cenni  storici  di  Amedeo  Bert  intitolati: 
I  Valdesi  ossia  i  Cristiani  Cattolici  secondo  la  Chiesa 
primitiva  abitanti  le  così  dette  Valli  del  Piemonte. 
In  essi  non  mancavano  le  viete  ripetizioni,  ma  vibrò 
il  sentimento  patriottico  e  civile.  Xel  1851  pubblicò 
il  Muston  il  suo  Israele  delle  Alpi,  forse  meglio  ri- 
spondente al  desiderio  che  si  veniva  esprimendo,  al- 
meno per  la  facilità  dello  stile;  che,  del  resto,  le  ri- 
flessioni vi  sono  troppe  e  la  narrazione  propriamente 
detta  non  è  accurata  quanto  lascerebbe  supporre  la 
copiosa  indicazione  delle  fonti,  né  completa  nella  sua 
prima  parte  come  avea  fatto  sperare  e  si  avea,  d'  al- 
tronde, ogni  diritto  di  pretendere  da  un  difensore 
dell'  antichità  più  che  remota  de'  Valdesi.  All'  Eco 
delle  Valli  tenne  dietro  con  più  italiani  auspicii  la 


(1)  "  vSi  excellent  que  soit  cet  ouvrage,  le  pian  que  l'auteur  s'est 
propose  de  rie  rieri  omettre...  le  rendra  difficilement  un  ouvrage  po- 
pulaire. '*  Prospectus  di  Rollier  e  Meille,  an.  1848.  Xe  sia  lecito  ag- 
giungere che,  per  quanto  intendesse  ad  essere  completo,  il  Monastier 
raccontò  ben  poco  intorno  ai  Valdesi  anteriori  alla  Riforma,  solito 
%    com'era  confonderli  co' Catari  e  altre  genti. 


368 

Buona  Novella,  che  stampavasi  a  Torino,  e  per  la 
quale  il  Meille  ebbe  maggiore  varietà  di  collabora- 
tori, dal  Beckwith  fino  allo  Scelsi,  che  s'  adoperaro- 
no, il  primo  a  riannodare  con  uno  sforzo  disperato 
le  origini  de'  Valdesi  a  Claudio  di  Torino,  il  secondo  a 
ricordare  più  utilmente  gli  esempi  de'  martiri  della 
Riforma  italiana  nel  secolo  decimosesto  (1).  In  me- 
moria di  Claudio,  venne  fondata  a  Torino  la  tipografia 
Claudiana,  e  questo  ancora  si  dovete  alle  cure  del 
primo  evangelista  regolare  de'  Valdesi. 

Come  si  vede  Torino  segnò  nel  campo  della  mis- 
sione un'  orma  non  insignificante,  che  fu  poi  allargata 
colla  fondazione  di  vari  istituti  e  opere  pie,  oggi  fio- 
renti. Se  un  buon  principio  è  metà  dell'  opera,  che 
cosa  non  prometteva  questa  inaugurazione  della  mis- 
sione valdese?  Ridente  era  la  promessa  come  i  fiori 
di  primavera.  Al  gelo,  chi  pensava  allora?  Ben  pochi 
certamente.  Eppure,  venne  pur  troppo. 


VI. 

Ingerenze  anglicane. 

Alcuni  mesi  dopo  l'apertura  del  tempio  di  Torino, 
la  Tavola  invitava  il  generale  Beckwith  ad  assistere  al 
Sinodo  che  stava  per  radunarsi  a  Torre  e  a  recare 
per  il  fatto  stesso  della  sua  presenza  un  pegno  della 
sua  approvazione  per  quel  poco  che  era  stato  com- 
piuto per  l'impianto  della  missione,  a  cui,  d'altronde, 
avea  avuto  sì  gran  parte.  (2)  Il  generale  ricusò,  e  ne 


(1)  È  di  Beckwith,  almeno  in  sostanza,  la  serie  degli  articoli  inti- 
tolati Origini  e  dottrine  della  Chiesa  Valdese  e  fregiati  di  una  parola 
del  Botta  che  fu  pur  troppo  ignaro  della  nostra  storia.  Dello  Scelsi  è 
la  serie  intitolata  de'  Confessori  di  Gesù  Cristo  hi  Italia  nel  secolo  X  1 7. 
ripubblicata  poi  sotto  il  titolo  di  Riformatori  Italiani. 

(2)  Lettera  del  Moderatore  in  data  del  16  maggio  1854. 


369 
disse  il  perchè  in  una  lettera  cortese,  come  sempre, 
ma  molto  schietta: 

<i  Finché  la  vostra  Chiesa  non  era  libera  nel  suo 
agire,  fui  lieto  di  poterla  assistere  nella  lotta  ine- 
guale che  dovea  sostenere;  ora  eh' è  libera  e  può  far 
valere  i  suoi  principii  ed  i  suoi  sforzi,  non  ho  più  da 
intervenire.  Il  mio  scopo  era  l'installazione  dell'antica 
Chiesa  del  Piemonte  nella  metropoli  del  suo  paese.  La 
Previdenza  esaudì  le  mie  preghiere  e  ci  fu  dato  di 
conseguirlo.  Il  sagrifizio  che  un  tale  compito  esigeva 
da  me,  era  d' impor  silenzio  al  mio  giudizio,  alle  mie 
opinioni,  ai  miei  pregiudizi  ed  alle  mie  consuetudini. 
Lo  accettai,  e  ne  fui  compensato  colla  buona  riuscita 
di  tutto  il  mio  concorso  materiale.  Quanto  ai  resul- 
tati morali,  erano  interamente  in  altre  mani,  che 
sfuggivano  alla  mia  influenza.  Diversi  erano  i  punti  di 
vista,  talché  l' una  delle  parti  non  poteva  accettare  i 
ragionamenti  e  le  conclusioni  dell'  altra...  Le  mie  co- 
municazioni cogli  uomini  rispettabili  che  esercitano  il 
ministero  nella  Chiesa  di  Torino  non  hanno  senso. 
Guidati  da  altre  opinioni,  da  altre  vedute,  da  altri 
sentimenti  e  con  altri  principii  e  altri  doveri  loro  im- 
posti dalla  loro  Chiesa  e  dalla  loro  posizione,  non 
potrebbero  ascoltare  le  pai-ole  di  un  uomo,  di  uno 
straniero,  senza  vocazione  speciale...  Se  consentii  ad 
accettare  questa  falsa  posizione,  si  fu  per  condurvi  ad 
accettare  i  mezzi  che  stimavo  più  proprii  ad  agevolare 
la  predicazione  della  Parola  di  Dio.  Protrarla  ancora, 
sarebbe  un  perditempo  quando  n  è  venuta  meno  l' op- 
portunità. »  (1) 

Che  cosa  era  dunque  avvenuto?  Nulla  di  nuovo.  11 
disaccordo  accennato  in  quelle  parole  durava  da  anni, 
e  lo  si  vede.  Ma  è  tempo  di  ragionarne  un  poco. 


(1)  Lettera  al  Moderatore,  da  Torino  "22  maggio  1854. 

Star.    Vaia.  2i 


370 

Il  Beckwith  apparteneva,  come  il  Gilly,  alla  Chiesa 
Anglicana,  È  quanto  dire  che,  se  era  calvinista  quanto 
al  dogma  e  più  forse  che  noi  credesse  egli  medesimo, 
non  lo  era  quanto  alle  forme  ecclesiastiche  e  rituali. 
Vedeva  di  mal'  occhio  l' influenza  delle  Scuole  teo- 
logiche della  Svizzera,  e  mostrava  di  non  apprezzare 
condegnamente  quelle  che  aveano  per  maestri  uo- 
mini come  Vinet,  Merle  d'Aubigné  e  Gaussen.  Con- 
vinto, d' altra  parte,  che  i  Valdesi  potessero  vantare 
origine  apostolica  e  tra'  loro  più  illustri  rappresen- 
tanti lo  stesso  vescovo  Claudio  di  Torino,  voleva 
che  si  emancipassero  alquanto  dalla  disciplina  rifor- 
mata, uè  antica  uè  bene  rispondente  alle  nuove  ne- 
cessità; si  presentassero  colla  loro  fisonomia  propria, 
memori  di  essere  stati  Valdesi  e  Italiani,  prima  che 
nascesse  Calvino  e  che  Ginevra  si  distaccasse  da'  do- 
mimi di  Savoia  per  passare  agli  Svizzeri.  E  fin  lì,  in 
massima,  si  sarebbe  potuto  convenire  insieme  se  il 
Beckwith  e  i  Valdesi  avessero  avuto  un'  idea  un 
po'  esatta  intorno  alla  vera  condizione  dei  Valdesi 
avanti  la  Riforma.  Il  male  si  era  che,  a  questo  ri- 
guardo, aveano  le  loro  fisime  tutti  quanti.  Secondo 
il  Beckwith,  i  Valdesi  erano  forse  stati  episcopali  con 
Claudio;  secondo  i  Valdesi,  le  forme  vigenti  della 
loro  Chiesa  non  erano  dovute  alla  Riforma,  ma  ai  loro 
antenati  e  risalivano  ai  soliti  tempi  immemorabili.  (  1  ) 
Chi  fosse  riuscito  a  provar  loro  che  le  cose  erano  an- 
date un  po'  diversamente  e  che  gli  antichi  Valdesi 
ammettevano  vescovi,  benché,  del  resto,  d' indole  ab- 
bastanza presbiteriana,  avrebbe  forse  giovato  all'  ac- 
cordo fra'  Valdesi  ed  il  loro  benefattore  ;  tanto  più  se 

(1)  Così  una  protesta  firmata  dagli  studenti  G.  P.  Revel,  P.  Lan- 
tarét  e  G.  P.  Meille,  ove  si  diceva  che  quelle  forme  vigenti  erano 
state  trasmesse  dagli  antenati  ed  esistessero  da  "  più  di  sei  seco- 
li !  "  V.  G.  P.  Meille,  op.  cit.,  p.  168-170. 


371 
questi  non  pensava  precisamente  ad  imporre  alla 
Chiesa  delle  Valli  le  forme  anglicane,  ma  bramava 
farne  una  <<  Chiesa  episcopale  costituita  presbiteria- 
namente.  »  (  1  ) 

Il  Beckwith  mirò  a  quell'intento  colla  sua  proposta 
di  un  Moderatore  a  vita,  esente  dalla  cura  pastorale 
di  una  Chiesa  particolare,  e  più  che  al  passato,  avea 
lo  sguardo  volto  all'avvenire  quando  esortava  i  Val- 
desi ad  affermare  maggiormente  il  principio  di  auto- 
rità e  a  rendere  colle  forme  liturgiche  più  attiva  e 
consecutiva  la  partecipazione  de'  fedeli  al  culto  pub- 
blico, per  la  comune  disciplina  spirituale.  Per  avere 
ciò  trascurato,  il  protestantesimo  non  è  riuscito  a  con- 
servare dovunque  la  sua  posizione,  e  di  poche  conqui- 
ste si  può  vantare  dalla  Riforma  a  questa  parte.  Voi. 
concludeva,  badate  ad  essere  indipendenti,  ad  avere 
carattere  proprio  e  rispondente  alle  necessità  della 
vostra  missione  in  Italia.  Queste  e  altre  ragioni  espo- 
neva il  Beckwith,  in  un  manifesto  comunicato  ai 
pastori  delle  Valli  verso  la  fine  dell'  anno  1837  e 
dopo  essersi  concertato  col  suo  amico  e  confidente 
G.  P.  Bonjour,  che,  notiamolo  di  passata,  pareva  nato 
apposta  per  impersonare  le  idee  del  generale;  uè  omet- 
teva di  avvertire  che  a  questo  patto  era  sperabile 
un  sussidio  regolare  e  sufficiente.  Era  una  tentazione  '. 
Forse,  ma  non  nell'intenzione  del  benefattore,  il  quale 
sentivasi  costretto  per  il  primo  a  muovere  quel  pas- 
so; che  diversamente  sarebbesi  veduto  al  cimento  di 
agire,  riguardo  ai  Valdesi,  contro  le  sue  convinzio- 
ni, e  di  avere  a  battere  invano  alla  porta  della 
Chiesa  Anglicana.  (2)  Ma  il  suo  disegno  si  urtò  contro 

(1)  Lett.  a  G.  P.  Bonjour,  28  agosto  1844. 

(2)  G.  P.  Meille,  op.  cit.,  u  IX  e  X.  Cfr.  le  sue  lettere  al  Mode- 
ratore Maiali  (25  ottobre  1856),  al  Meille  (4  gennaio  1859)  e  al 
Lake  (27  gennaio  1S60). 


pregiudizi  tradizionali  che,  bisogna  pur  dirlo,  non 
erano  scompagnati  di  buone  ragioni. 

Erano  entrati  in  discussione  pastori  e  perfino  stu- 
denti di  teologia,  e  resistevano  a  gara.  Questi,  con 
giovanile  petulanza,  scrissero  al  Beckwith  da  Berlino  e 
da  Losanna,  e  giunsero  fino  a  prevenirlo  che  se  il  suo 
disegno  veniva  approvato,  «  per  coscienza  l' avreb- 
bero nondimeno  combattuto.  »  (1)  Si  ebbero  dal  Gene- 
rale una  risposta  che,  se  li  onorava,  non  lasciava  loro 
molto  da  replicare.  «  Voi  pensate  di  aver  riflettuto 
bene,  e  noi  nego  ;  ma  avete  un  bel  riflettere,  il  frutto 
non  matura  in  primavera.  Lo  provate  già  col  farmi 
sapere  che  vi  apparecchiate  fin  d'ora  a  fare  opposi- 
zione alle  regole  che  fossero  stabilite.  Non  vedete 
dunque  che,  a  questo  modo,  non  reggerebbe  alcuna  so- 
cietà ?  Questa  la  vostra  piaga:  non  distinguete  fra 
gl'individui  ed  i  principii,  se  non  per  subordinare 
questi  alle  vostre  considerazioni  personali.  Quando 
un  principio  è  posto,  le  persone  si  hanno  a  lasciare 
da  parte,  per  far  atto  di  religiosa  sottomissione.  Se 
non  imparate  ad  obbedire  alla  legge  ed  a  coloro 
a  quali  è  commesso  l'ufficio  di  applicarla,  vi  prepa- 
rate un  avvenire  pieno  di  rincrescimenti  e  di  incoe- 
renze, coli' onta  che  ne  risulterà.  Tempo  verrà  che 
comprenderete  che  gli  amministrati  hanno  i  loro 
torti  non  meno  che  gli  amministratori.  »  (2) 

Quel  tempo  venne,  difatti,  e  come  presto!  Ma  se  la 
lezione  del  nostro  benefattore  fruttò  stupendamente 
più  tardi  nella  stagione  della  ricolta,  è  un  fatto  che,  per 
allora,  il  Sinodo  riunito  l'anno  1839,  e  da  cui  egli  aspet- 
tava l' esame  delle  sue  proposte,  non  l' onorò  neppure 


(1)  V.  la  protesta  suaccennata,  presso  G.  P.  Meille,  op.  cit.,  p.  170. 
Oltre  quei  tre  studenti,  spezzò  una  lancia  anche  Matteo  Gay,  scri- 
vendo da  Losanna  fin  dal  25  gennaio  1838. 

(2)  Lettera  del  30  aprile  1838. 


(li  una  discussione.  Questi  se  ne  andò  indispettito, 
forse  coli' idea  di  non  tornare  più  a  rivedere  le  care 
Valli.  Se  mai,  faceva  i  conti  senza  il  suo  gran  cuore, 
che  lo  avea  a  ricondurre,  e  tosto,  ma  non  per  ricre- 
dersi, perchè  si  convinse  che  le  divergenze  nascevano 
da  opposte  tendenze,  non  conciliabili,  e  lo  disse  un 
po'  crudamente  e  più  volte.  «  Chi  siamo  noi,  difatti, 
e  chi  siete  voi?  Noi  siamo  membri  di  una  Chiesa  mo- 
narchica, basata  sul  principio  di  autorità  ;  voi  siete 
membri  di  una  Chiesa  repubblicana,  fondata  sulla  vo- 
lontà del  popolo.  Per  voi,  siamo  tiranni,  fautori  di  de- 
spotismo;  per  noi  siete  anarchici,  figli  della  ribellione 
.e  dello  scisma.  »  (1)  Ma  amava  questa  Chiesa,  la  quale, 
se  non  altro,  mostrava  verso  di  lui  queir  indipendenza 
eh'  egli  era  solito  consigliare.  D'  altronde,  non  aveano 
i  Valdesi  i  loro  buoni  motivi  per  non  arrendersi  alle 
sue  considerazioni?  Si  risolvevano  in  questo  ragio- 
nare, corto  ma  serrato  e  pratico:  Noi  siamo  retti  da 
ordinamenti  evangelici  nel  senso  democratico;  una 
secolare  consuetudine  li  rese  inveterati,  e  non  pos- 
siamo pensare  ad  alterarli  col  pericolo  certo  di  susci- 
tare perturbazioni,  senza  avere  certezza  che  i  nuovi 
tempi  siano  per  richiedere  istituzioni  meno  che  de- 
mocratiche. Al  postutto  i  sistemi  ecclesiastici,  come 
i  politici,  hanno  importanza  solo  relativa,  ove  in 
base  al  Vangelo  comprendano  i  due  cardini  essenzia- 
li, che  sono  ordine  e  libertà. 

Intanto,  se  la  Chiesa  Valdese  era  troppo  libera  per 
il  suo  benefattore  e  per  gli  altri  amici  anglicani,  ebbe 
ad  accorgersi  tosto  che  quel  po'  di  liturgia  che  adot- 
tava non  costituiva  precisamente  un'attrattiva  per  il 
nuovo  e  grande  benefattore  che  cominciava  allora  ad 
accostarla,    il   pastore   scozzese  di   Livorno,   R.    W. 

(1)  Lettera  al  Moileratoie,  22  agosto  1SJ0. 


374 

Stewart,  benché,  a  vero  dire,  1'  avversione  sua  con- 
tro ogni  parvenza  anche  lontana  di  ritualismo  lo 
movesse  alcuna  volta  a  fare  le  sue  schiette  osserva- 
zioni. (1)  Il  Gilly  ed  il  Beckwith  non  tardarono  a 
scorgere  l'avvenimento  del  nostro  amico  presbiteria- 
no, e  fin  dall'anno  1844  la  Tavola  Valdese  riceveva 
dal  Generale  una  letterina  molto  significante  intorno 
alla  esordiente  cooperazione  di  «  un  signore  Ste- 
wart. »  In  quella  egli  respingeva  anticipatamente  ogni 
solidarietà,  non  potendosi  trattare  con  un  rappresen- 
tante delle  Chiese  dissidenti  che  da  qualche  anno  tra- 
vagliavano la  Chiesa  nazionale  del  Regno  Unito.  (2) 
Più  tardi,  informato  che  i  Presbiteriani  di  Scozia 
pensavano  ad  aggiungere  la  loro  contribuzione  per  la 
erezione  del  tempio  di  Torino,  scrisse  più  che  mai 
reciso  :  «  Non  mi  presterò  a  firmare  un  contratto 
per  la  costruzione  di  una  Chiesa  presbiteriana  che 
non  mi  riguarda  affatto...  Se  ni'  avveggo  che  gli 
Scozzesi  persistano  nel  loro  intento,  mi  ritirerò  del 
tutto.  »  (3) 


VII. 

L'Anarchia  Darbista. 

Se,  fra  queste  gare,  la  Chiesa  Valdese  avea  motivo 
di  essere  impensierita,  che  sarà  quando  si  troverà  di 
fronte  al  Darbismo?  Allora  non  si  dirà  più  che  sia 

(1)  Già  fin  dal  28  decembre  1852  lo  Stewart  previene  il  Modera- 
tore che  in  Iscozia  non  piacciono  le  genuflessioni  usate  nel  culto  to- 
rinese ;  le  denunzia  come  "  popish  practices  "  che  potranno  piacere 
agli  anglicani,  ma  cagionare,  d'altra  parte,  la  sospensione  delle  col- 
lette presbiteriane. 

(2)  Lettera  da  Torre,  22  marzo  1844,  al  Moderatore  Bonjour. 

(3)  Lettera  del  19  febbraio  1852,  da  Torino,  al  Moderatore  Revel. 


repubblicana,  o  anarchica;  sarà  derisa  come  vecchio 
nido  di  conservatori.  Ma  donde  avea  a  scaturire  que- 
sta nuova  ingerenza  straniera  ?  È  bene  rintracciarne 
le  prime  mosse,  non  foss' altro  che  per  agevolare  il 
seguito  della  nostra  narrazione. 

Vedemmo  che  a  Firenze,  prima  che  in  altre  città 
d'Italia,  la  fede  evangelica  si  era  svegliata,  come 
canto  di  augelli,  ai  primi  albori  di  libertà.  Quel 
canto  finì  per  attirare  il  serpe  della  discordia.  Xon 
crediamo  già  che  alcuno  la  insegnasse  o  introdu- 
cesse di  proposito,  almeno  in  origine;  no,  la  discor- 
dia strisciò  sottile,  negli  animi  più  o  meno  inconsci, 
tra  fiori  della  fede  rinascente  e  delle  più  cristiane 
virtù.  I  Valdesi  non  porgevan  nulla  di  nuovo  nelle 
forme  del  loro  culto,  che  avea  luogo  nella  chiesa 
degli  Svizzeri.  Più  nuove,  se  mai,  almeno  in  appa- 
renza, le  idee  seminate  dal  vecchio  Rey,  dal  Cré- 
mieux  e  dal  giovane  Walker,  che  usarono  fin  d' al- 
lora riunirsi  fra  pochi  a  «  rompere  il  pane,  »  come 
si  diceva  con  frase  apostolica.  Aderiva  il  conte  Guic- 
ciardini, ma  senza  curarsi  gran  fatto  di  sapere  fino 
a  qua!  segno  quelle  idee  combinassero  colle  teorie 
di  Darby,  già  diffuse  da  Plymouth  e  da  Losanna. 
Però,  sei  seppero  le  «  suore  di  Plymouth,  >>  come  le 
chiamava  il  Malan,  cioè  le  signore  Johnson,  Weston 
e  Brown,  intervenute  all'  ultima  ora  e  rimaste  pa- 
drone del  campo,  dopo  il  bando  degli  evangelizzatori 
valdesi.  Capitarono  anche  degl'Irvingiani,  ma  non  la- 
sciarono seme.  (1) 

Abbiamo  ricordato  Carlo  Crémieux.  Era  membro  di 
un  Comitato  esistente  a  Ginevra  fin  dal  21  di  giugno 
1848,  e  già  intento  a  favorire  la  circolazione  delle 
Sacre  Scritture  e  di  trattati  religiosi.  Per  la  Toscana 


(1)  Lettera  del  Malan  al  Moderatore,  11  febbraio  1851. 


376 

ne  affidò  la  direzione  a  Tito  Chiesi.  Fu  quel  Comitato 
che  chiamò  a  Ginevra,  da  Malta,  il  Desanctis,  e  che 
vi  accolse  il  Magrini,  il  genovese  Reta,  e  altri  esuli. 
Era  devoluta  al  Desanctis  la  predicazione  italiana, 
a  cui  trasse,  lì  per  lì,  un  discreto  numero  di  emigrati  : 
i  quali  ben  tosto  si  squagliarono,  lasciando  luogo  a 
Ginevrini  amici  dell'Italia.  Cesare  Magrini,  preposto 
ad  una  Casa  detta  della  Missione,  mercè  la  quale  si 
confidava  di  provvedere  evangelizzatori  popolari,  da- 
va lezioni  bibliche,  inaugurando  la  sua  critica  della 
«  scienza  falsamente  così  nominata,  »  salvo  a  scam- 
biare quella  a  cui  accennava  San  Paolo  collo  studio 
scientifico  del  cristianesimo  e  a  surrogare  un  biblici- 
smo  sui  generis,  che  richiamava  alcuna  volta  alla 
mente  il  motto  grecum  est  non  legitur,  e  perfino, 
benché  alla  lontana,  gli  antiquati  ideali  degli  obscu- 
rornm  virorum.  Costantino  Reta,  più  idoneo,  lo  as- 
sisteva con  lezioni  di  storia  della  Chiesa.  Ma  fu  subito 
chiaro  che  l' esito  era  infelice,  e  la  scuola  si  dovette 
chiudere.  (1)  Nel  frattempo,  da  Torino,  ove  avea 
aderito  ai  Valdesi,  il  Mazzarella  era  passato  a  Gine- 
vra al  fine  di  applicarsi  allo  studio  delle  Sacre  Scrit- 
ture accanto  al  Desanctis.  Però  questi,  accettato 
dalla  Tavola  Valdese,  non  tardava  a  lasciare  le  rive 
del  Lemanno  per  recarsi  a  Torino.  Ora  perchè  questo 
distacco? 

Esso  fu  motivato  da  una  divergenza  nel  modo  di 
concepire  la  missione  evangelica  in  Italia.  Siccome 
fu  detto,  il  Desanctis  credeva  che  la  si  dovesse 
condurre  innanzi  per  mezzo  della  Chiesa  Valdese, 
né  diversamente  la  pensava  il  Mazzarella.  Non  così 
il  Comitato   di   Ginevra,  almeno  per  bocca  del  suo 


(1)  "Cet  établissement  n'a  pas  répondu  a  ce  que  nous  en  aviona 
attendu    "  Carte  del  Comitato  eli  Ginevra. 


presidente  Tronchili  e  del  suo  segretario  Crémienx. 
Di  qui  i  dissensi  che  cagionarono  la  dipartenza  dei 
due  amici,  però  a  non  breve  intervallo.  Ciò  risulta 
chiaro  dal  loro  carteggio.  Nelle  poche  righe  dirette 
all'evangelista  di  Torino  per  accompagnare  la  sua 
domanda  alla  Tavola  Valdese,  il  Desanctis  diceva: 
%  Oggi  che  il  Comitato  sembra  più  che  mai  mostrarsi 
avverso  alla  Chiesa  Valdese,  io  che  l'amo  sincera- 
mente non  posso  fare  a  meno  di  dichiararmi  per 
essa.  »  (1)  Riscrivendo  pochi  giorni  appresso  al  fu- 
turo collega,  accennò  ad  una  discussione  che  avea 
dovuto  sostenere  presso  il  presidente  del  Comitato, 
ed  ecco  in  quali  termini  : 

«  Lunedì  passato,  nella  campagna  del  signor  Tron- 
chili, ebbe  luogo  un  dibattimento  fra  Crémienx,  Maz- 
zarella e  me  sulla  Chiesa  Valdese.  Erano  presenti  i 
signori  Jameson  e  Turrettini.  Il  signor  Crémienx  era 
tanto  riscaldato  nella  questione,  che  non  solo  il  Maz- 
zarella, ma  anche  i  signori  Jameson  e  Turrettini  fu- 
rono sorpresi.  Potete  immaginare  che  ne  io  uè  il  Maz- 
zarella ci  lasciammo  chiudere  la  bocca;  ma  questo 
sempre  più  ci  dimostra  che  questi  signori  che  diri- 
gono il  Comitato  di  Ginevra  sono  nelT  inganno  e  cre- 
dono dar  gloria  a  Dio  allorché  tentano  discreditare 
la  Chiesa  Valdese.  >>  E  soggiungeva:  «  Voglio  avver- 
tirvi di  una  cosa:  fra  pochi  giorni  verrà  Magrini  costà. 
Egli  ha  conosciuto  il  debole  di  questi  signori  e  li  se- 
conda ;  perciò  regolatevi  con  prudenza.  »  (2) 

Partito  il  Desanctis,  il  Mazzarella  lo  surrogò  per 
il  culto  italiano;  ma  il  suo  desiderio  era  di  seguirlo 
in  Italia.  Poco  meno  di  un  anno  dopo  gli  scriveva 
ancora  per  felicitarlo  di  essere  passato  ai  Valdesi  : 


(1)  Lett.  del  19  agosto  1852,  da  Ginevra. 

(2)  Lett.  della  fine  di  agosto  1852. 


378 

«  Sono  così  persuaso  che  Dio  ti  ha  guidato  in  ogni 
passo,  che  non  ne  ho  avuto  mai  il  minimo  dubbio. 
Gracchino  pure  gli  uomini;  ricordiamoci  che  sta 
scritto:  Guai  a  voi  quando  tutti  gli  uomini  diranno 
bene  di  voi!  Sempre  più  mi  persuado  che  col  Dar- 
bismo  non  si  fa  nulla:  è  un  corrosivo,  è  un  sistema 
ove  s'  è  annidato  1'  orgoglio  democratico,  ove  s'  è 
cercato  di  applicare  la  massima  stranissima  del  go- 
verno di  tutti  per  tutti,  come  dicono  i  demagoghi. 
Dove  andremo  per  trovare  una  Chiesa  più  pura,  più 
semplice,  più  antica  e  più  italiana  della  Valdese?  Bi- 
sogna essere  o  pazzo  o  così  poco  cristiano  da  farsi 
padroneggiare  dall'  orgoglio.  Ma  non  vedi  il  fatto? 
Immaginiamo  che  sia  vero  che  il  Magrini  abbia  con- 
vertito Torino  e  Genova;  ebbene,  in  mano  a  chi  son 
passate  le  sue  Chiese?  Ai  Valdesi,  ed  è  volere  di  Dio. 
Tu  stavi  unito  con  persone  che  poco  li  adoravano,  e 
dove  sei  ito  a  finire?  Ai  Valdesi,  ed  è  volere  di  Dio. 
Qui  e'  è  una  cappella  italiana,  e  bene  o  male  non  vi 
sarebbe  predicazione  se  non  vi  fosse  qui  un  Valdese, 
ed  è  volere  di  Dio.  La  grande  ora  dell'  Italia  è  so- 
nata: chi  è  figlio  di  Dio  ne  ha  sentito  lo  scocco.  »  (1) 

Un  dì  il  Mazzarella,  che  non  celava  1'  animo  suo, 
incontrando  il  Magrini,  gli  disse:  «  Tu  sai  che  qui  vi 
sono  alcuni,  non  Italiani,  che  vorrebbero  abbassare 
la  Chiesa  Valdese  per  darsi  l' aria  di  apostoli  del- 
l' Italia,  Tu  darai  loro  motivi  di  confermarsi  nella 
loro  intenzione?  Noi  siamo  cristiani,  ma  dobbiamo 
essere  anche  italiani.  Dio  ci  ha  dato  una  Chiesa  no- 
stra. »  Il  Magrini  rispose:  «  Hai  ragione;  mi  sono  av- 


(1)  Questa  lettera  senza  data,  che  abbiamo  sotto  gli  occhi,  sa- 
rebbe stata  scritta  nell'ottobre  1852,  come  ci  risulta  dal  confronto 
con  alcune  carte  del  Comitato  ginevrino.  La  data  assegnata  dal 
Chiesi  nella  sua  Biografia  di  L.  Desanctis,  1870,  p.  49,  è  dunque 
sbagliata. 


379 
veduto  de'  pensieri  che  si  nutrono  qui;  non  dubitare, 
sarò  italiano.  »  E  soggiungeva  avere  scritto  il  Guic- 
ciardini, crediamo  da  Londra:  «  Per  ora  non  ci  è  al- 
tro che  stare  uniti  colla  Chiesa  Valdese.  »  (1)  Se  non 
che  il  Magrini  non  era  uomo  da  fermarsi  a  mezza  via. 
Passato  qualche  tempo,  lo  scorgiamo  in  giro  negli 
Stati  Sardi,  a  nome  del  Comitato  di  Ginevra,  men- 
tre il  Mazzarella  andava  a  Genova  per  la  missione 
valdese.  Questi  domandò  un  giorno  di  lui  al  Varisco, 
e,  scherzando,  così  si  esprimeva  :  «  Che  dice  l' au- 
gusto Magrini?  Ha  spiegato  le  sue  idee  di  riforma? 
Credo  bene  che  avrà  unite  le  idee  dell'  Arno  a  quelle 
del  Lemanno  e  ne  avrà  fatto  un  pasticcio  toscano- 
svizzero  da  rallegrare  i  vivi  ed  i  morti  e  da  veri- 
ficare il  purgatorio  in  terra,  non  volendolo  all'  altro 
mondo.  Come  mai  si  deve  lasciare  il  Papa  di  Roma 
per  prendere  quello  di  Ginevra  maritato  e  con  figli, 
io  non  intendo.  Quante  contraddizioni  nel  genere 
umano,  e  come  siamo  pur  noi  stessi  contraddittorii, 
che  vediamo  i  difetti  altrui  mentre  ne  abbiamo  tanti 
di  proprii!  »  (2) 

Giunti  a  questo  punto,  ci  sarà  lecito  conchiudere 
che,  se  il  Protestantismo  fu  pronto  a  mettere  le  mani 
nella  missione  evangelica  italiana,  ci  recò  fin  da  prin- 
cipio colle  sue  ingerenze  dei  semi  di  divisione,  che 
pur  troppo  non  andarono  perduti.  Chi  ci  voleva  con- 
servatori e  chi  anarchici.  Sarebbe  pur  stato  miglior 
consiglio,  per  parte  degli  amici  della  missione  evan- 
gelica italiana,  dar  maggiore  evidenza  al  disegno 
sempre  vantato  di  non  cercare  la  gloria  degli  uo- 
mini, ma  quella  di  Cristo.  Ora,  se  parrà  che  non  si 

(1)  Lett.   da  Ginevra  a  G.   P.   Meille,  del  5  settembre  1852. 

(2)  Da  Genova  il  25  maggio  1853. 


380 

potesse  chiedere  tanto,  almeno  si  vegga  se  non  sia 
naturale  che,  dopo  le  ingerenze  straniere,  ci  tocchi 
ricordare  le  scissure  nate  nel  campo  della  missione, 
quando  era  appena  aperto. 


Vili. 

Le  scissure. 

€  Un  movimento  esiste  in  Italia,  tu  lo  sai,  »  scri- 
veva da  Ginevra  il  Mazzarella  fin  dall'anno  1852; 
«  ma  qui  la  cosa  si  sa  con  maggior  precisione.  Quel 
movimento  sarà  attraversato  da  Satana,  sarà  diretto 
in  diversi  sensi,  sarà  fuorviato  in  dissensioni  a  suo 
tempo...  Per  carità,  siamo  in  momenti  preziosi  e  so- 
lenni. Fra  qualche  anno  si  manifesterà  l' opera  di  Dio, 
ma  anche  quella  di  Satana.  Che  Dio  non  ci  trovi  aver 
mancato.  >>  (1) 

Come  si  giustificasse  una  tale  trepidazione,  è  già 
chiaro  alquanto,  ne  per  rendercene  ben  ragione  sarà 
necessario  di  risalire  fino  a  Satana,  per  quanto  sia 
piaciuto  non  solo  al  Mazzarella,  ma  a  tutti  quanti,  di 
designarlo  alla  pubblica  opinione  come  gerente  re- 
sponsabile. Ne  conseguitò  che  nessuno  poi  recitasse 
il  meo,  culpa.  Lasciamo  lì  il  gerente  e  investighiamo 
piuttosto  i  fatti,  ma  alla  luce  della  testimonianza  di 
coloro  che  vi  ebbero  parte.  (2) 


(1)  Lettera  del  26  marzo  1S52  a  G.  P.  Meille 

(2)  Siccome  per  noi  non  è  dubbia  la  sincerità  degli  evangelizzatori 
che  furono  impigliati  in  codeste  sciagurate  scissure,  tanto  più  istrut" 
tiva  ne  sarà  1'  esposizione,  che  veniamo  attingendo  alle  fonti  più  certe, 
cioè  nelle  carte  della  Tavola  Valdese,  nella  Relazione  documentata 
del  Desanctis  al  Comitato  di  Ginevra  e  nel  suo  carteggio,  come 
pure  in  cpiello  di  G.  P.  Meille,  B.  Mazzarella,  Varisco,  Reta,  Merle 
d'Aubigné,   Gaussen,   Pilet,   La  Harpe  etc. 


381 

Non  dubitiamo  di  asserire  che,  anche  facendo  astra- 
zione dalle  ingerenze  degli  stranieri,  un  contrasto 
fosse  inevitabile,  almeno  sulle  prime,  fra  i  dirigenti 
la  Chiesa  Valdese  ed  i  più  noti  aderenti  emigrati  a 
Torino  e  a  Genova  dalle  varie  provincie  d' Italia. 
Era  presumibile  che,  dopo  avere  contemplato  la 
Chiesa  Valdese  traverso  il  prisma  dell'  idealità,  i  suoi 
ammiratori  avessero  tosto  o  tardi  a  pagare  il  fio  del 
loro  lirismo  e,  per  giunta,  a  farlo  scontare  a  chi,  per 
verità,  avrebbe  dovuto  ripudiare  fin  da  principio  le 
facili  ma  pericolose  illusioni.  Vista  da  vicino,  la  realtà 
delle  cose  non  rispondeva  bene  ai  sogni  ingiustificati. 

La  Chiesa  delle  Valli,  dicevano  i  darbisti  di  Gine- 
vra, è  moltitudinista,  cioè  facile  ad  ammettere  nelle 
sue  file  chiunque  vi  è  nato.  Era  vero;  ma  non  cerche- 
remo lì  la  cagione  dei  dissensi,  quando  non  è  menzio- 
nata mai  come  tale.  A  Ginevra,  d'altronde,  si  esagerava 
il  fatto  con  fini  troppo  evidenti,  ossia  con  quello  spi- 
rito che,  anni  prima,  avea  mossi  diversi  ginevrini  a 
suggerire  al  Blanc  la  rottura  colla  Chiesa  Valdese. 
I  Valdesi  tenevano  pur  sempre  ritta  la  bandiera  del 
Vangelo;  professavano  una  fede  ritenuta  ortodossa 
perfino  dai  dissidenti  svizzeri  ;  erano  ancora  la  Chiesa 
evangelica  libera  d"  Italia,  indipendente  dallo  Stato  ; 
manifesta  era,  nei  dirigenti,  la  santità  della  vocazione  ; 
davano  pochi  evangelizzatori,  ma  capaci,  zelanti,  ir- 
reprensibili. Di  tutto  ciò  si  conveniva,  per  allora,  e 
talvolta  generosamente.  I  due  evangelizzatori  valdesi 
sono  degli  angeli,  secondo  il  Mazzarella  ;  angelo  quel- 
di  Genova;  angelo  quello  di  Torino  e,  per  giunta, 
fatto  apposta  per  comportare  il  Desanctis,  sincero 
e   buono,  ma   ombroso   la   sua  parte.  (1)   Come  va 


(1)  "So  il  difficile  naturale  di  Desanctis,  "  scrive  egli  al  Meille. 
••  Tra' Valdesi  non  trovo  altri  meglio  di  te  per  essere  unito  con 
lui."  Lettera  da  Genova  al  Meille,  10  maggio  1854. 


allora  che,  qualche  mese  dopo,  il  Meille  diventa  in- 
soffribile e  il  Geymonat  «insoffribiletto?  »  (1)  La  ra- 
gione vera  non  è  a  cercarsi  nelle  individuali  miserie, 
ma  piuttosto  nella  natura  delle  tendenze,  nel  loro 
cozzo  inevitabile,  e,  per  giunta,  in  volgari  intrighi. 

Isolata,  priva  lungamente  del  contatto  degli  uomini 
e  delle  cose,  la  Chiesa  delle  Valli  facevasi  innanzi 
colla  sua  disciplina  ecclesiastica  locale,  troppo  stretta, 
più  adatta  ai  suoi  bisogni  proprii  che  a  quelli  delle 
chiese  nasciture;  con  dirigenti  tenaci  a  conservarla, 
se  anche  non  la  imponevano;  con  un  ministerio  rego- 
lare che  per  un  verso  piaceva,  perchè  di  darbismo 
s'era  di  già  un  po'  ristucchi,  ma  era  troppo  convenzio- 
nale, assorbente,  insufficiente  a  favorire  la  spontaneità 
di  una  missione  che  richiedeva  uno  sviluppo  gagliardo 
e  intero  della  vita,  una  compartecipazione  generale 
nel  lavorìo  per  la  causa  comune,  che  a  tutti  premeva. 
Da  un  parte,  gente  che  si  era  avvezza  a  rude  scuola, 
e  ancora  sotto  1  regno  di  Carlo  Alberto,  a  non  affret- 
tarsi mai  se  non  lentamente;  dall'altra,  gente  con- 
vinta per  recenti  fatti  che,  nella  rivoluzione,  sono  le 
mezze  misure  che  guastano  le  cause.  Gli  uni,  per  cau- 
tela, peritosi  di  se,  indecisi  per  le  migliorìe,  tardi  nel- 
1'  applicazione  liberale  dei  proprii  statuti;  gli  altri, 
esuberanti,  temerari,  violenti,  soliti  passare  la  misura. 
Quelli,  plasmati  dalla  Riforma  in  piccolo  e  stretto 
ambiente  e  paghi  delle  sue  regole;  questi,  corrivi  ad 
emanciparsi  da  ogni  regola  ecclesiastica  che  sapesse 
di  tradizione  e  implicasse  obbedienza;  salvo  ad  ac- 
conciarsi alle  dottrine  calvinistiche,  quanto  al  dogma 
o  a  non  curarle  più  che  tanto.  Dov'erano  più  liberi, 
era  forse  nell'  interpretazione  dell'  Apocalisse. 


(1)  Lettera  a  Varisco  del  25  maggio  1853. 


383 

Tali  in  genere,  le  tendenze,  quali  ci  risultano  dal 
complesso  della  vita  religiosa  e  che  ora  si  riflette- 
ranno nei  fatti  principali. 

La  Tavola  Valdese  avea  stabilito  a  Torino  il  Meille 
come  evangelista,  poi,  accanto  a  lui,  Luigi  Desanctis. 
Erano  colleghi;  ma  il  primo  godeva  primato  di  fidu- 
cia, se  non  anche  di  posizione;  diventava  tosto  il  pa- 
store. Il  secondo  rimaneva  evangelista.  La  differenza, 
forse  giustificabile,  era  troppo  accentuata.  Vero  è  che 
il  Desanctis  non  vi  avrebbe  posto  grande  attenzione, 
se  altri  non  ve  lo  avesse  incitato.  Xon  tardarono  a  de- 
linearsi i  partiti,  e  s' intende  che  il  Desanctis  avesse 
dalla  sua  gli  elementi  meno  conservatori  e  più  irre- 
quieti, e  fra  questi  diversi  emigrati.  Volevano  avere 
voce  in  capitolo;  ma  chi  li  udiva?  Onde  affermarsi  e 
agire  con  maggiore  efficacia,  si  costituirono  in  asso- 
ciazione distinta,  col  nome  di  Società  Evangelica, 
eleggendosi  a  presidente  Giambattista  Albarella.  Il 
più  irrequieto,  violento,  «  insoffribile  »,  per  dirla  an- 
cora con  uno  di  essi,  era  il  figlio  di  questi,  1'  avvo- 
cato Vincenzo.  Però,  gli  contese  la  palma  e  lo  vinse 
per  sottile  furberìa  il  veneto  Varisco.  Il  Desanctis 
invece,  più  coscienzioso  e  non  dimentico  dell'  ufficio 
che  teneva,  era  uomo  di  conciliazione.  Sperimentò, 
nel  far  eco  ai  reclami  della  Società  di  fronte  alla  Ta- 
vola Valdese,  che  questa  non  era  sorda  ai  bisogni 
della  missione,  e  lo  prova  la  stessa  relazione  ufficiale 
dei  dibattiti,  eh'  egli  ebbe  di  poi  l' incarico  di  redi- 
gere. Un  giorno  la  Tavola,  essendo  intervenuta  sui 
luoghi,  udì  lui  ed  i  suoi  amici. 

—  Xon  vogliamo  lavorare  a  fare  dei  Valdesi,  ma  a 
fare  dei  Cristiani,  sorse  a  dire  il  Desanctis. 

—  E  vi  pare  forse  che  abbiamo  un  altro  fine?  ribat- 
teva il  Moderatore. 

—  Se  è  così,  perchè  sono  astretti  i  nuovi  proseliti  a 
firmare  un'adesione  alla  Chiesa  Valdese  e  alla  vostra 


384 

disciplina,  e  perchè  vediamo  noi  queir  adesione  pas- 
sare nei  vostri  archivi  nelle  Valli?  Quella  vostra  disci- 
plina è  vecchia  e  sta  per  essere  sottomessa  a  revisione. 

—  Che  male  ci  vuole  essere  per  voi  se  altri  firma 
({liei  che  firmaste  pel  primo? 

—  Io  son  ministro  :  parlo  dei  fedeli  e  d' altronde  non 
credo  di  essermi  impegnato  a  predicare  la  Disciplina 
valdese. 

—  Chi  ve  lo  domanda?  Vi  diremo  anzi  che  non  ab- 
biamo neppur  richiesto  l'adesione  nel  modo  che  fu 
fatta;  è  venuta  spontaneamente  e  forse  utilmente,  per- 
chè, siccome  vi  è  noto,  il  governo  tollera  la  missione, 
ma  a  stento,  e  può  convenire  ai  proseliti  di  essere  in 
piena  regola.  Se  avete  ragioni  per  non  proseguire, 
quanto  a  noi,  è  cosa  indifferente. 

—  E  poi  vogliamo  una  diaconia  più  distinta  dall'  uf- 
ficio pastorale,  che  sia  responsabile  e  libera  nella  sua 
amministrazione,  come  l'avea  la  Chiesa  Apostolica. 

—  Intendetevela  col  pastore. 

—  No,  domandiamo  che  la  Tavola  Valdese  decida 
quel  punto  e  faccia  nota  la  sua  decisione  per  iscritto. 

—  Ebbene,  vi  sarà  passata  una  dichiarazione  scritta, 
Desanctis,  rassicurato,  si  volgeva  ai  colleghi  della 

Società  e  diceva:  Non  vedo  che  l'accordo  sia  impos- 
sibile. Voi  siete  ingenuo,  sorgeva  a  replicare  Vincenzo 
Albarella;  a  me  invece  non  la  si  darà  ad  intendere 
in  questa  maniera,  perchè  io  vedo  bene  che  la  Chiesa 
Valdese  intende  a  fare  opera  settaria,  anzi  che  atte- 
nersi alla  predicazione  del  puro  Evangelo;  non  credo 
alle  finte  assicurazioni  che  abbiamo  udite;  è  inutile, 
non  vi  sarà  mai  vero  accordo  coi  venerabili  della 
Tavola.  (1) 

Si  capisce  che  la  discussione  rimanesse  tronca. 

A  che  mirasse  la  Società,  lo  dissero  a  chiare  note  i 

(1)  delazione  ras.  al  Comitato  di  Ginevra,  f.   Ila  13. 


:  !85 
suoi  regolamenti,  co' quali  s'arrogava  nientemeno  che 
la  direzione  della  missione  locale.  La  Tavola  Valdese 
dovea  rassegnarsi  ad  agire  accanto,  se  non  subordi- 
natamente. Però,  chi  la  pensava  a  questo  modo  sa- 
peva molto  bene  di  non  poter  far  senza  l'adesione 
degli  evangelisti  e  l'uso  libero  del  tempio.  Distac- 
care il  Meille  adunque,  rompere  il  legame  che  lo  vin- 
colava alla  Tavola  Valdese,  per  averlo  e  disporne, 
e  con  esso  il  Desanctis;  quindi,  tirare  innanzi  a  di- 
spetto dei  venerabili,  come  si  diceva:  quello  il  primo 
tentativo.  Xon  riuscirà?  Allora  vedremo  chi  si  possa 
distaccare. 

Qui  entra  il  Varisco,  sottile  come  volpe,  malgrado 
l'incipiente  obesità,  e  tanto  più  disinvolto  in  quanto  che 
avea  pronta  la  scusa  :  «  non  sono  tocco  dalla  grazia.  » 
Egli  s' incaricò  dell'  assalto  al  Meille,  e  bisogna  dire 
che  avesse  le  sue  ragioni  di  credere  che  gli  spettasse 
questa  parte.  Il  Meille,  difatti,  gli  prodigava  tanta 
fiducia,  da  muovere  altri  a  sorriso  o  ad  invidia,  se- 
condo gli  umori,  salvo  ad  esserne  molto  parco  in 
certi  casi,  ove  avrebbe  fatto  miglior  frutto.  Il  Varisco 
poi,  che  lo  conosceva  uomo  di  profonda  coscienza, 
mirava  innanzi  tutto  a  convincerlo,  e  di  che?  Della 
assoluta  incapacità  della  Tavola  Valdese,  ossia  di  quei 
venerabili  che  non  sapevano  «  spogliarsi  della  loro 
venerabilità.  »  secondo  la  sua  frase  di  predilezione.  (1) 
Dopo,  sarebbero  venute  le  conseguenze.  Se  non  che, 
nel  criticare  l' indirizzo  valdese,  usava  un  linguaggio 
poco  edificante,  e  per  di  più  lasciava  travedere  intenti 
molto  vaghi  e  non  punto  seducenti,  come  si  può  argui- 
re da  alcune  fra  le  molte  parole  dirette  al  suo  pastore  : 
Se  vi  è  del  pericolo  a  camminare  con  vivacità, 


(1)  Serbava  forse  la  sua  venerazione  per  i  Venerabili  della  Fram- 
massoneria. 

8tor.    Vald.  2"> 


380 

ve  n'  è  molto  di  più  a  misurare  troppo  esattamente 
il  passo.  Tra  l'imprudente  che  corre  sull'orlo  d'un 
monte  e  1'  uomo  di  precauzione  che  avanza  col  com- 
passo, la  chance  sarà  per  il  primo.  Ogni  qual  volta 
vi  fu  bisogno  d' uomini,  si  sono  trovati  nelle  circo- 
stanze. Le  istituzioni  le  più  decrepite  e  decadute 
hanno  fornito  esse  pure  intelletti  capaci  a  non  la- 
sciar perire  le  credenze  e  1'  opere  grandi.  Io  vi  tengo 
ancora  per  uno  di  questi  uomini  ed  io  vi  voglio  a 
qualunque  costo;  ma  dovete  persuadervi  che  per 
operare  potentemente  sugli  uomini  e  contribuire  a 
migliorarne  la  sorte,  ei  non  si  vuole  entrare  nelle 
cose  pubbliche  coli'  abnegazione  ascetica  d' un  Val- 
dese, poiché  non  si  operano  le  grandi  cose  e  non  si 
manda  innanzi  il  mondo  col  disinteresse  assoluto 
dell'  impotenza.  Dovete  in  questo  lavoro  di  Riforma 
servirvi  di  tutto  e  di  tutti,  senza  pesare  colla  bilancia 
degl'  infinitesimi.  Un  ambizioso,  uno  avido  di  fama, 
infine  ognuno  può  essere  utile.  È  così  che  si  compie 
qualunque  rivoluzione  politica  o  religiosa.  Pretende- 
reste forse  lavorare  in  un  mondo  d' angeli  ?  Lo  sape- 
vate bene  che  il  terreno  era  sparso  di  triboli  e  di 
passioni,  e  che  l' Italia  ha  bisogno  del  Paradiso  in- 
nanzi tutto,  ma  anche  un  poco  di  vita  migliore.  Vi 
siete  mostrati  da  una  parte  una  società  di  morti, 
dall'  altra  di  preti,  ed  unendo  il  dritto  ed  il  rovescie» 
incapaci  a  prò  nostro  e  all'  incivilimento  italiano.  »  (  1  ) 
Tornava  all'  assalto  con  una  assiduità  ed  una  insi- 
stenza smaniosa  e  febbrile;  adulava  il  Meille,  lo  ac- 
carezzava, lo  scongiurava,  insinuando  che  fosse  invi- 
diato più  che  amato  nelle  Valli,  e  sempre  faceva 
capo  a  questa  conclusione:  «  Persuadetevi  ad  esser 
nostro.  Dico  nostro,  perchè  cercheranno  a  farvi  loro. 


(1)  Lett.  del  2  sett.    1854  a  (i.   P.   Meille. 


387 
Xoi  vi  vogliamo,  o  indipendente  da  quella  parte  del 
vostro  buon  popolo  che  sente  per  noi  quanto  io 
sento  per  loro,  o  finirla.  Saprei  spezzare  anche  qne- 
st'  idolo  d'  unità  quando  fosse  il  bisogno.  >>  (1) 

Non  riuscì.  Intanto,  la  discordia  si  faceva  minac- 
ciosa; bastava  una  scintilla  perchè  divampasse.  Fu  al- 
lora che  nacque  lo  scandalo  per  il  tempio  della  Gran 
Madre,  a  Genova. 

Ecco  il  fatto,  in  poche  parole. 

La  missione,  in  questa  città,  pareva  bene  avviata, 
e  vi  si  desiderava  da  qualche  tempo  un  locale  decente 
per  il  culto.  Lo  chiedevano  premurosi,  tanto  il  Gey- 
monat come  il  Mazzarella.  Così,  soggiungeva  que- 
st'  ultimo,  sfateremo  le  mene  del  Magrini  e  seguaci. 
È  da  sapersi  che  questi  lavoravano  sottomano,  per 
mezzo  di  un'  associazione  annessa  alla  Chiesa  na- 
scente, anzi  intima,  ma  come  spina  nelle  carni.  Molto 
zelo  avea,  non  pari  la  lealtà.  Del  resto,  non  merita 
più  lunga  menzione.  Riuscì  al  banchiere  Giuseppe 
Malan,  cassiere  della  Tavola  Valdese  e  deputato 
al  Parlamento,  di  mettere  la  mano  sopra  la  chiesa 
della  Gran  Madre  di  Dio.  Il  Demanio  Y  avea  con- 
vertita in  un  deposito  di  biacca,  e  nessuno  prote- 
stava. Ora  però  l' arcivescovo  di  Genova,  che  era 
pur  troppo  colui  che  abbiamo  conosciuto  vescovo 
a  Pinerolo,  il  famoso  Charvaz,  si  fé'  vivo.  Avendo 
ancora  sempre  voce  a  corte,  si  affrettò  a  scriverne 
alle  due  regine,  implorando  il  loro  intervento  onde 
non  si  permettesse  l' occupazione  di  quella  chiesa 
per  opera  dei  Valdesi.  Non  mancava  di  lasciar  ca- 
pire che  un  atto  simile  sarebbe  stato  ritenuto  un 
attentato  solenne  contro  la  religione  de'  Genovesi, 
popolazione  superstiziosa  e  irritabile,  come  sapeva  il 


(1)  lbìd.  Cfr.  una  lettera  del  12  settembre  18ó4,  ed  un'altra  an- 
cora di  quello  stesso  mese. 


388 

governo  sardo  per  qualche  esperienza.  Pochi  giorni 
dopo,  il  Malan  fu  interpellato  da  Cavour,  e  disputa- 
rono vivamente.  Il  bravo  deputato  sostenne  il  suo 
diritto  con  fermezza,  malgrado  il  categorico  rifiuto 
del  ministro,  che  si  mostrò  irritatissimo.  Alla  forza 
bisognava  pur  cedere,  perchè  il  Re  negava  ad  ogni 
modo  il  decreto  di  sanzione.  E  d'  altronde,  era  chiaro 
che  il  transigere  per  una  volta  poteva  avere  conse- 
guenze migliori  per  la  libertà  cotanto  necessaria  alla 
missione,  come  in  seguito  i  fatti  dimostrarono.  Era 
duro  sagrifizio  intanto  ;  per  giunta,  fu  <(  la  goccia  che 
fece  traboccare  il  vaso,  »  come  si  disse  a  Torino,  <i  il 
colpo  di  grazia.  >>  (1)  Alcuni  malcontenti  sospetta- 
rono la  Tavola  Valdese  nientemeno  che  di  tradi- 
mento della  causa  evangelica.  Il  Magrini  si  fé'  vivo, 
e  forse  più  che  mai  ;  fu  primo  a  recarne  al  Desanctis 
la  notizia.  Il  Mazzarella,  già  sovreccitato,  die  il  se- 
gnale delle  scissure  col  mandare  incontanente  la  sua 
dimissione  alla  Tavola,  per  mezzo  del  Varisco,  che  si 
vantò  di  averla  tenuta  «  in  saccoccia  »  un  giorno 
intero,  e  la  fece  pervenire  a  destinazione,  salvo  a 
dileggiare  il  dimissionario  come  «  scrupolose.  »  Il 
Desanctis,  appena  informato,  seguì  l' esempio.  Ora 
si  domanda:  perchè  ? 

•Ecco,  siccome  prevede  vasi  che  la  chiesa  della  Gran 
Madre  dovesse  venir  restituita,  non  più  alla  biacca, 
ma  al  culto  cattolico,  importava  sommamente  lavarsi 
le  mani,  evitare  perfino  l'apparenza  di  complicità 
coi  Valdesi  in  tanta  «  prevaricazione,  »  e  lasciare  loro 
tutta  la  colpa  di  questa  restaurazione  della  «  idola- 
tria. »  Così  s' interpretava  !  Invano  tentò  la  Tavola 
Valdese  di  giustificare  il  suo  operato.  Un  piccolo 
giornale    torinese,   la   Luce    Evangelica,  eh'  era  di- 


fi)  Espressioni  del  Desanctis  e  del  Varisco. 


389 
retto  dagli  Alborella,  die  pubblicità  a  questo  nuovo 
screzio,  versando  nel  fuoco  il  poco  olio  che  le  avan- 
zava. La  Buona  Novella,  per  rettificare,  volle  fare 
un  po'  più  di  luce,  e  tosto  fu  troppa.  Lo  scandalo,  di- 
fatti, diventò  clamoroso;  provocò  le  più  svariate  re- 
criminazioni, che  di  leggieri  si  possono  immaginare. 
Quel  che  non  s' immagina  forse,  è  il  verdetto  provo- 
cato dal  Desanctis  e  rimasto  nelle  carte  manoscritte 
fino  ad  ora.  Se  fosse  riuscito  favorevole  ai  dissidenti, 
a  quest'  ora  non  sarebbe  una  novità  per  alcuno.  Ma 
siccome  non  lo  fu,  vedrà  qui  la  luce  per  la  prima 
volta. 


IX. 

Un  Verdetto. 

Luigi  Desanctis  era  persuaso,  quanto  lo  fossero  i 
Valdesi,  di  essere  nel  vero.  Era  però  agitato,  com- 
battuto da  opposti  sentimenti,  vacillante.  Quando 
ebbe  udite  le  prime  spiegazioni  comunicate  dalla  Ta- 
vola Valdese,  ritirò  le  sue  dimissioni.  Ma  poi,  scon- 
certato per  l'invito  improvviso  e  non  bene  ponderato, 
col  quale  gli  fu  offerta  una  cattedra  al  Collegio  di 
Torre,  oppose  un  reciso  rifiuto  che  equivaleva  a  un 
distacco.  S'indovina  che,  in  quei  frangenti,  non  fosse 
lasciato  a  sé,  ne  avesse  modo  di  riflettere  all'  infuori 
di  un  ambiente  pieno  di  sospetti,  di  passione  e  pro- 
pizio agi'  intrighi.  Ebbe  attorno  il  Varisco,  il  quale, 
indispettito  per  la  sua  mala  riuscita  col  Meille,  pas- 
sava dall'uno  ali  altro  per  mettere  veleno  nelle  re- 
lazioni e  inasprire  assiduamente  le  ferite,  che  non 
accennavano  a  guarire,  e  ne  menò  poi  vanto  con  una 
frivolezza  che  ributtò  molti,  quando  era  troppo  tardi. 


:390 

Il  Desanctis  versava  in  grande  amarezza  e  desola- 
zione. Alfine,  pensò  a  cercare  conforto  fuori  del  ronzìo 
delle  dispute  quotidiane.  Per  dirla  così  di  passata, 
si  fu  in  quei  giorni  che  gli  giunse  una  lettera  iute- 
stata  col  segno  della  croce  e  col  motto:  in  hoc  signo 
rinces,  e  firmata  da  una  monaca,  la  quale  gli  ram- 
memorava «  la  bella  sorte  »  che  avea  avuta  d'incon- 
trarlo durante  la  cura  dei  colerosi  a  Genova  nel- 
l'ospedale del  Carmine;  gli  diceva  che,  sebbene  fos- 
sero scorsi  ornai  diciassette  anni,  avea  serbato  di  lui 
soave  ricordanza,  ma  era  afflitta  oltre  ogni  dire  per 
avere  sentito  che  fosse  caduto  nell'eresia;  quindi,  lo 
scongiurava,  per  la  pace  dell'anima  sua,  a  tornare  in 
seno  alla  Chiesa.  (1)  Il  Desanctis  sorrise  mestamen- 
te; forse  non  perdette  tempo  a  disingannare  la  pia 
monachella,  ma  è  assai  probabile  che  dicesse  fra 
sé:  Meglio  tra'  colerosi,  se  mai,  che  in  mezzo  alle 
discordie.  Il  suo  sguardo  però  non  si  volse  a  Roma, 
ma  verso  Ginevra,  ove  avea  lasciati  buoni  amici.  Per 
avere  conforto  e  appoggio  nella  lotta,  si  decise  a  con- 
sultarli, senza  sotterfugi. 

Riferì  pertanto  il  caso  al  Gaussen,  decano  della 
Società  Evangelica  dell'  Oratorio  ;  lo  narrò  minuta- 
mente, accusando  la  Tavola  Valdese  di  «  favorire 
1'  idolatria  »  mercè  1'  avvenuta  retrocessione  della 
chiesa  della  Gran  Madre,  e  di  essere  «  divenuta 
idolatra.  »  (2)  Il  Gaussen  passò  la  domanda  del  De- 
sanctis ai  colleghi  Pilet,  La  Harpe  e  Merle  d'Aubi- 
gné.  Tutti  risposero  e  con  fraterna  simpatia,  ma  ne- 
gando a  gara  la  loro  approvazione.  (3)  Innanzi  tutto, 
pareva  loro  strana  l'importanza  che  si  annetteva  a  un 
locale  di  culto.  Ma  poi,  dato  e  non  concesso  il  caso 


(1)  Lettera  di  Assunta  Canevari,  da  Genova  29  settembre  1854. 

(2)  Lettera  del  6  ottobre  1854. 

(3)  Lettere  in  data  del  10  al  14  ottobre  1854. 


391 

che  la  Tavola  Valdese  si  fosse  condotta  in  quella  fac- 
cenda in  modo  riprensibile,  era  necessariamente  im- 
plicata una  questione  di  dottrina  o  anche  di  morale? 
No  davvero.  Era  compromessa  la  coscienza  del  De- 
sanctis  e  del  Mazzarella,  quando  era  noto  che  non  ci 
aveano  avuto  che  fare?  Meno  che  mai.  Pertanto,  con- 
sigliavano di  smettere  gli  sdegni  e  procedere  con  giu- 
dizio e  amor  di  pace.  E  siccome  il  Desanctis  avea 
accennato  alle  mosse  del  Mazzarella  e  dei  fratelli  dis- 
sidenti di  Genova,  il  Gaussen  lo  esortava  a  diffidare  di 
certi  bollori,  così  scrivendo: 

«'  Faccio  molto  caso  della  dirittura  di  cuore  del 
Mazzarella,  non  del  suo  giudizio  né  della  sua  espe- 
rienza. Mi  riprometto  poco  da  quella  Società  di  Ge- 
nova, e  temo  che  quegli  amici,  pur  volendo  essere 
innanzi  tutto  Italiani,  non  siano  travagliati  da  stra- 
niere influenze,  di  Ginevra  o  d'altrove.  Parecchi  di 
coloro  che  lo  circondano  hanno  certi  bollori  che  mi 
sanno  più  della  carne  che  dello  Spirito.  Certo  si  è 
che  le  discordie  genovesi  saranno  d'incaglio  all'opera 
di  Dio  in  Italia.  Vi  scorgo  troppa  preoccupazione  di 
governo,  di  organizzazione  e  di  forme,  e  ciò  è  deplo- 
revole, specialmente  in  un  paese  così  povero  di  anime 
viventi  e  dove  anche  i  migliori  convertiti  sono  così 
poco  spirituali  e  così  instabili.  »  (1) 

Merle  d'Aubigné  riteneva  ancor  egli  che  le  scis- 
sure avessero  a  risultare  spiacenti  a  Dio  e  ai  buoni 
cristiani,  e  volendo  dimostrare  come  fosse  necessaria 
1'  unione  e  biasimevole  la  separazione,  metteva  in- 
nanzi, per  ordine,  queste  cinque  considerazioni: 
1.  La  Chiesa  Valdese  è  suggellata  dal  sangue  dei 


(1)"  11  est  certain  que  ces  divisions  de  (iènes  arrèteront  l'oeuvre 
de  Dieu  en  Italie.  "  Lettera  del  12  ottobre. 


392 

martiri,  non  solo,  ma  ha  una  fedele   professione  di 

fede  e  la  fa  rispettare  dai  suoi  ministri. 

2.  I  fratelli  italiani  sono  troppo  italiani  nel  senso 
politico  ;  l' unione  loro  coi  Valdesi  previene  quel 
male.  (1) 

3.  Usciti  dalla  Chiesa  Romana,  non  hanno  an- 
cora l' esperienza  necessaria.  Temo  che  molti  fra  di 
essi  siano  troppo  novizi  per  le  cose  ecclesiastiche.  E 
bene  che  si  associno  a  una  direzione  che  ha,  per  dir 
così,  esperienza  di  secoli  interi. 

4.  Se  quei  fratelli  si  lasciano  trascinare  dal  mo- 
vimento attuale,  v'è  a  temere  che,  per  le  questioni 
ecclesiastiche,  non  si  trascuri  la  conversione  delle 
anime  e  l'edificazione  della  Chiesa  nella  verità. 

5.  È  sempre  riprensibile  una  separazione  non 
motivata  per  questioni  dottrinali. 

Il  verdetto  dei  professori  dell'Oratorio  di  Ginevra 
impressionò  vivamente  il  Desanctis.  Malgrado  le  di- 
cerìe che  circolavano  viepiù  velenose  in  quei  giorni, 
alienandolo  dal  pastore  valdese,  egli  volle  presentarsi 
da  lui,  se  non  per  la  riconciliazione,  almeno  per  un 
accordo  di  mera  convenienza  per  il  lavoro  pastorale. 

—  Vediamo,  gli  disse,  quel  che  c'è  da  fare  per  ti- 
rare innanzi. 

—  Volentieri;  ma  innanzi  tutto,  siamo  noi  in  re- 
lazione di  piena  fiducia,  l'uno  verso  l'altro? 

—  È  un'altra  questione,  che  non  curerò.  Sono  qui 
per  sapere  come  disimpegnare  i  doveri  che  l'ufficio 
mio  m'impone. 

—  Sta  bene;  ma  la  prima  condizione  che  dobbiamo 
adempiere  per  disimpegnare  i  nostri  doveri  è  questa, 


(1)  Alcuni  però,  specialmente  il  Desanctis  e  il  Mazzarella,  non 
meritavano  affatto  quel  giudizio  cagionato  da  maldicenti  relazioni,  e 
su  quel  punto  ci  preme  affermare  che  furono  male  informati  tanto  il 
d'Aubigné  come  il  Moderatore.  Non  diciamo  altro,  se  non  che  la 
nostra  osservazione  è  basata  su  incontestai  >ili  testimonianze. 


•  M  !•> 

che  fra  noi  corra  fiducia  reciproca  e  siamo  di  pari 
consentimento. 

—  Xo,  questa  fiducia  non  esiste,  né  mai  esisterà: 
farò  il  dover  mio,  e  voi,  fate  il  vostro. 

—  Dunque  avete  dei  rimproveri  da  farmi.  In  que- 
sto caso  fatemeli  qua,  e  se  non  posso  giustificarmi, 
m'umilierò.  Se  preferite  farlo  dinanzi  ad  alcuni  te- 
stimoni, padrone,  e  ove  io  sia  convinto,  mi  sotto- 
metto fin  d'  ora  alla  loro  condanna. 

—  Xè  l'uno  né  l'altro. 

—  Allora  vi  prevengo  che,  appena  sarete  uscito  di 
qui,  scriverò  alla  Tavola  Valdese,  per  che  provvegga 
e  io  sappia  se  devo  continuare  o  meno  a  lavorare 
in  questa  città.  (1) 

La  Tavola  intervenne  subito,  ma  invano.  Il  De- 
sanctis  ne  scrisse,  alla  sua  volta,  al  professore  Gaus- 
sen.  raccontando  su  per  giù  le  stesse  cose;  ma  con- 
turbato, veemente,  con  pianto  e  grande  prostrazione 
dell'animo,  tanto  più  che  il  D'Espine,  grande  amico 
suo,  gli  avea  scritto  che  con  lui,  <<:  lo  avessero  di- 
sapprovato tutti  i  cristiani.  »  (2)  Il  Gaussen  si  provò 
con  bontà  piena  di  tenerezza  a  confortarlo,  però  non 
senza  redarguirlo.  Vi  veggo  sincero,  gli  diceva,  ma 
ve  ne  scongiuro,  frenate  la  vostra  sbrigliata  fantasia 
che  vi  muove  ad  esagerare  le  cose  senza  misura.  Sen- 
tii con  molto  rincrescimento  che  il  Meille  vi  dices- 
se: <{  Xon  siamo  più  compatibili,  >>  perchè  vi  assicuro 
che  ha  la  riputazione  di  essere  un  uomo  conciliante 
anzi  che  no.  <(  Ma  se  voi,  nella  vostra  animazione, 
ne  faceste  un  gesuita  e  lo  diceste,  io  comprenderei 
che  vi  parlasse  a  quel  modo.  Vedete,  io  lavoro  col 
Merle   nell'  intimità  di  un  fraterno   affetto  da    ven- 


ti) Lettera  di  G.  P.  Meille  al  Moderatore,  17  ottobre  1854. 
(2)  Lettera  del  31  ottobre  1854. 


394 

titre  anni;  ma  se  gli  avvenisse  di  parlare  di  me  in 
cotesta  maniera,  io  gli  direi  alla  mia  volta  :  Vi  per- 
dono, ma  non  posso  né  devo  lavorare  più  oltre  con 
voi.  Se  avete  il  sentimento  di  essere  corrivo  a  giu- 
dicar male  i  fratelli,  convenitene  con  franchezza  e 
rimettetevi  in  Dio  per  questo  affare...  Ah  !  temo  as- 
sai che  il  Diavolo  non  siasi  affrettato  a  cogliere 
quella  miserabile  questione  del  tempio  di  Genova  per 
operare  mediante  le  vostre  discordie  un  male  assai 
più  grande  di  quello  che  potesse  risultare  dalla  resti- 
tuzione di  quelle  mura  in  mano  dei  preti  papisti.  »  (1) 
Quei  fraterni  ammonimenti  forse  giovarono,  ma 
non  per  allora.  Si  continuò  a  Torino  e  a  Genova  a 
parlare  della  idolatria  della  Tavola  Valdese  come  se 
avesse  gridato  in  coro:  Grande  è  la  Diana  dei...  Ge- 
novesi !  E  il  Desanctis  le  voltò  le  spalle  più  risoluta- 
mente dopo  eh'  ebbe  letto  l' apologia  di  lei  scritta  dal 
professor  B.  Tron  e  messa  in  circolazione  dal  Mode- 
ratore, nella  quale  si  asserivano  cose  atte  a  rinfo- 
colare troppo  la  discussione.  La  ribattè  il  Mazzarella 
coli'  usata  vivacità,  e  il  Desanctis  più  metodica- 
mente in  una  relazione  ufficiale  destinata  al  Comi- 
tato di  Ginevra  (2),  che  apparecchiavasi  a  stendere 
le  ali  della  sua  protezione  sopra  i  dissidenti  tutti 
quanti,  sia  di  Genova  come  di  Torino.  (3) 


(1)  Lettera  dell' 8  novembre  1854. 

(2)  La  lettera-apologia  del  Tron,  litografata,  è  in  data  del  5  no- 
vembre 1854.  La  risposta  del  Mazzarella,  manoscritta,  è  del  27  di- 
cembre stesso  anno.  Seguì  un  carteggio  assiduo  fra  Ginevra  e  Torino; 
alfine  scrisse  il  Desanctis  la  "  Relazione  sulle  vicende  della  Società 
colla  Tavola  Valdese,"  e  l'inviò  al  Turrettini  il  5  febbraio  1855. 

(3)  Il  Geymonat,  invitato  già  da  qualche  tempo  a  profittarne, 
avea  risposto  al  Conte  di  San  Giorgio  in  modo  da  disingannarlo: 
poi,  volto  alla  Tavola  Valdese:  Ho  più  caro,  avea  detto,  dipendere 
da  un'amministrazione  ove  ho  colleghi  solidari  meco  nella  missione, 
che  non  da  un  Comitato  che  architetta  delle  teorie  e  lascia  ai  suoi 
agenti  la  cura  di  tradurle  in  pratica. 


:','.  »o 


X. 
La  critica. 

Sparsa  che  fu  la  notizia  delle  scissure  che  lace- 
ravano la  Chiesa  Evangelica  d' Italia  fin  dal  suo 
riapparire,  gli  amici  suoi  di  ogni  paese  ne  prova- 
rono vivissimo  dolore,  e  taluni  parvero  perfino  sgo- 
menti. Certe  critiche  non  si  fecero  molto  aspettare 
e  il  «  senuo  di  poi  »  diluviò  addirittura.  Non  curiamo 
qui  i  volgari  garriti,  settari,  inconcludenti;  rilevere- 
mo bensì  le  critiche  più  serie,  che  ebbero  rifereuza 
all'  indirizzo  della  missione. 

Ha  primo  il  diritto  di  essere  ascoltato  uno  che 
non  era  stato  gran  fatto  sorpreso  dagli  ultimi  av- 
venimenti. S' indovina  che  accenniamo  al  generale 
Beckwith.  Lì  per  lì,  non  disse  molto  ;  ma  nel  vedere 
allungarsi  sul  campo  della  missione  1'  ombra  presbi- 
teriana, si  sentì  scartato,  a  dir  così,  benché  non  lo 
fosse  davvero,  ma  solo  si  differisse  nelle  opinioni,  e 
della  sua  critica  maturata  gratificò  poi  la  Tavola  Val- 
dese con  una  di  quelle  lettere  che  i  benefattori  han- 
no il  diritto  di  scrivere  e  i  beneficati  il  dovere  di  leg- 
gere e  di  meditare,  tanto  più  quando,  in  mezzo  alle 
fìsime  loro,  v'  è  da  raggranellare  schiette  verità.  Se 
il  Beckwith  parrà  severo  con  essa,  cadrebbe  in  errore 
chi  ne  inferisse  che  provasse  la  minima  simpatia  per 
1'  indirizzo  dei  fratelli  dissidenti,  ai  quali  non  fece 
nemmanco  1'  onore  di  una  critica  diligente. 

Ecco  la  lettera: 
Xon  fu  mai  possibile  di  farvi    accettare  la  vo- 
stra  vera  missione.   Il  dottore    Gilly    ed   io    erava- 
mo i  soli  Valdesi  ;  tutti  gli  altri  non  erano  che  dei 


.390 

Calvinisti  francesi.  Sette  secoli  di  tradizioni  ben  co- 
statate non  esercitarono  il  minimo  effetto  morale 
negli  animi  vostri.  Ginevra  era  inscritta  in  grosse 
lettere  sopra  il  vessillo  che  spiegaste  in  Piemonte, 
e  bisogna  subirne  tutte  le  conseguenze.  Avete  ter- 
giversato e  sconosciuta  la  vostra  origine.  Discen- 
denti legittimi  dei  tempi  apostolici,  avete  rinnegato 
la  vostra  origine  e  i  diritti  vostri  come  figli  del 
suolo  per  andar  dietro  a  stranieri  e  novatori,  e  il 
vostro  grido  di  guerra  è  Calvino,  quando  il  nome 
di  Claudio  avrebbe  scossi  gli  avversari  e  sollevato 
in  vostro  favore  tutta  l' intelligenza,  tutto  il  rispetto 
e  tutto  l'affetto  del  Piemonte.  Quale  sequela  di 
scandali  irremediabili  non  avete  voi  già  mietuti,  col 
vostro  scarso  discernimento,  col  vostro  poco  buon 
senso  e  la  vostra  fiacca  volontà,  disdegnando  quella 
schiera  di  testimoni  storici,  quelle  esortazioni  per 
trent'  anni  ripetute,  da  voi  calpestate  come  sospette 
di  tradimento,  di  egoismo  e  di  proselitismo  anglica- 
no? e  a  quale  scopo?  per  mettervi  alla  coda  di  una 
dissidenza  straniera  e  delle  ignoranze  e  pazzie  di 
una  accozzaglia  di  rifugiati  italiani.  Tutti  gì'  inte- 
ressi di  campanile  si  sono  sollevati  contro  coloro 
che  aveano  precisamente  l' intenzione  di  conservarli. 
Invece  di  mantenere  la  questione  sulle  sue  vere  basi, 
di  coordinare  per  una  nuova  fase  della  vostra  storia 
le  cognizioni  vostre  superiori  derivanti  dai  principii 
che  professate  e  di  prendere  l' iniziativa  che  vi  spet- 
tava di  diritto  come  rappresentanti  della  Chiesa  di 
Cristo  in  Piemonte  ch'io  ebbi  pur  cura  di  presen- 
tare nella  vostra  Buona  Nocella  e  sul  frontone  del 
vostro  tempio  di  Torino,  avete  mancato  completa- 
mente quella  gloriosa  occasione,  e  non  so  come  po- 
trete mai  riannodare  il  filo  che  unisce  il  passato  e 
1'  avvenire.  Il  vostro  vero  amico,  colui  che  avea  fatto 


397 
sì  lungo  e  penoso  tirocinio  al  vostro  servizio,  che 
pensava  dì  e  notte,  s' informava,  confrontava,  pon- 
derava mentre  altri  se  ne  stavano  increduli,  diffi- 
denti, apatici,  che  poneva  mattone  sopra  mattone  e 
tirava  su  il  suo  edilìzio  giorno  dopo  giorno,  è  stato 
scartato,  spostato  da  una  moltitudine  informe  che 
ignorava  interamente  tutti  gli  elementi  della  que- 
stione in  esame  e  altro  non  cercava  che  di  far  pre- 
valere le  proprie  opinioni  e  le  proprie  vedute.  La 
sua  presenza  non  era  più  che  uno  scandalo.  E  noi 
vedemmo  che  la  società  valdese  non  aveva  alcuna 
base,  nessuna  capacità  di  presentarsi  in  faccia  alla 
popolazione  cattolica.  La  vostra  popolazione  delle 
Valli  non  era  che  una  cifra,  quella  di  Torino  un 
ostacolo.  Il  vostro  clero,  morale  e  rispettabile,  era 
formato  di  uomini  che,  coi  loro  sistemi  mistici  e 
impraticabili,  rendevano  impossibile  ogni  pratico  ri- 
sultamento.  I  discepoli  del  Seminatore  vivevano  in 
un  avvenire  ignoto,  e  il  presente  sfuggiva  loro  di 
mano.  Tutte  le  chiese  protestanti  erano  in  uno  stato 
dissolvente,  e  la  vostra  come  le  altre,  senza  abitu- 
dini, senza  zelo,  senza  energia,  senza  spirito  di  pro- 
selitismo, al  contrario:  veri  Laodicesi.  E  sì  che  si 
trattava  nientemeno  che  di  aggregarsi  i  cattolici  di 
Roma,  di  mantenere  e  alimentare  la  vita  spirituale, 
d' insegnarli,  consolarli  e  proteggerli.  E  come  vi  ac- 
cingeste voi  a  tanto?  Eccovi  una  bibbia  e  una  lunga 
predica  dottrinale,  e  poi  ingegnatevi.  Ah!  se  lo  co- 
nosco il  sistema  di  codesti  moderni  religionisti.  E 
non  mi  stupirebbe  che  si  maravigliassero  di  vedere 
le  loro  Chiese  chiuse  ed  i  loro  ecclesiastici  licenziati 
a  pascere  le  oche.  Il  compito  nostro,  né  sapremmo 
tentarne  uno  diverso  da  quello,  era  di  fondare  e 
creare  in  Piemonte  una  Chiesa  visibile,  atta  ad  ac 
cogliere  dei  cattolici  e  non  dei  protestanti  calvini- 


398 

sti  stranieri,  di  porre  in  evidenza  l' antica  Chiesa 
che  si  affermò  colla  sua  storia,  le  sue  tradizioni,  i 
suoi  diritti,  la  sua  fedeltà  ed  i  suoi  martirii;  com- 
pendiare in  una  liturgia  in  lingua  volgare  la  Regola 
di  Fede  delle  S.  Scritture,  la  sua  lettera,  il  suo  spi- 
rito e  il  suo  carattere;  di  porre  in  mano  di  tutte 
le  classi  della  società  la  sua  confessione  di  fede  e 
un  manuale  dei  suoi  dogmi,  delle  sue  dottrine,  del 
suo  culto,  fornendo  in  tal  modo  agli  ecclesiastici  un 
mezzo  di  precisare  le  verità  evangeliche,  fra  quat- 
tro mura,  giorno  per  giorno;  di  dirigere  e  fissare  le 
menti  ostinate,  pervertite,  male  informate,  presun- 
tuose, vane,  indifferenti  e  irriverenti;  di  colmare  una 
lacuna  esistente  in  tutte  le  Chiese  del  protestanti- 
smo, quell'  assenza  di  azione  diretta  sopra  il  gregge 
fuori  di  chiesa,  la  quale  era  più  che  mai  sensibile 
per  le  genti  chiamate  ad  aggregarsi  ad  un  popolo 
come  quello  dei  Valdesi  deficiente  di  tutti  gli  ele- 
menti di  fratellanza  a  cui  si  oppongono  i  loro  stessi 
istinti;  infine,  di  porre  le  basi  di  una  ragionevole 
obbedienza  agli  uomini,  secondo  l' istituzione  di  Cri- 
sto, a  provare  la  sincerità  della  obbedienza  profes- 
sata verso  Dio  ed  opporre  un  argine  a  quel  torrente 
di  pretensioni  individuali,  a  quei  ragionamenti  senza 
fine,  a  quelle  convinzioni  della  necessità  di  fare 
tutto  quel  che  si  vuole  senza  cedere  mai  all'  auto- 
rità ogni  volta  che  non  quadri  colle  proprie  idee. 
Codesti  concetti  non  trovarono  nessuna  eco,  benché 
messi  innanzi  con  lealtà  e  con  ispirito  di  sagrificio  e 
di  abnegazione.  Sono  perciò  convinto  che  non  vi  è 
progresso  nella  missione  evangelica  in  Piemonte,  par- 
lando ecclesiasticamente,  e  che  la  Chiesa  Valdese 
non  esercita  alcuna  azione  diretta  sopra  la  popola- 
zione piemontese  ;  panni  invece  eh'  essa  non  faccia 
altro  che  percorrere  il  paese  con  Darbisti,  esposta  a 


899 

tutte  le  insidie  dei  settari  e  agli  attacchi  dell'  autorità 
civile,  senza  aver  modo  di  distinguere  la  sua  auto- 
nomia dalle  altre  sette  e  di  dar  risposta  ufficiale  alle 
imputazioni  degli  avversari...  »  (1) 

Tale  la  critica  di  Beckwith.  Le  verità  che  Y  ingem- 
mano ci  nasconderanno  esse  la  grossa  illusione  a  cui 
s' informa?  La  restaurazione  eh'  egli  voleva,  e  intito- 
lava dal  nome  di  Claudio,  storicamente  era  una  fi- 
sima, uè  più  né  meno,  un  castello  campato  in  aria 
sopra  la  nuvola  delle  leggende.  Non  si  pensò  mai  a 
chiedergli  una  buona  volta  come  potesse  provare  la 
storica  esistenza  di  codesto  suo  tipo  fantastico  che 
dava  per  valdese,  o  almeno  il  nesso  fra  la  Chiesa 
evangelica  delle  Valli  e  il  vescovo  cattolico  di  Torino, 
carolingio  sì,  non  apostolico.  E  il  perchè,  è  facile  :  ci  si 
credeva  troppo,  e  gli  articoli  del  Beckwith  sopra  l' an- 
tichità valdese  erano  stati  stampati  con  credula  vene- 
razione. 

Ma  lasciando  stare  ora  la  spoglia  leggendaria  del 
principio  ecclesiastico  del  Beckwith,  codesto  principio 
conservatore,  autoritario,  medievale,  anglicano,  era 
proprio  voluto  dalle  circostanze  di  luogo  e  di  tempo? 
E  poteva  decidersi  un  popolo  a  far  getto  delle  sue 
migliori  tradizioni,  antiche  e  moderne,  divenute  se- 
conda natura,  per  sposare  un  rito  logoro,  colla  dolce 
speranza  di  vederlo  attecchire  in  Italia,  appunto 
quando  questa  si  apriva  al  soffio  potente  di  libertà? 
E  quando  i  pastori  fossero  stati  uniti  a  decretarlo 
in  sinodo,  era  possibile  imporlo  nelle  Valli  e  at- 
tuarlo al  di  fuori?  Rimaneva,  nondimeno,  che  l'in- 
dirizzo ecclesiastico  e  liturgico  avesse  a  svecchiarsi 
alquanto  di  certe  forme  troppo  calvinistiche,  per  ri- 
temprarsi nello  spirito  evangelico,  rifarsi  più  sponta- 


(ì)  Lettera  da  Parigi  al  Moderatore  Maiali,  14  luglio  1857- 


400 

neo,  più  geniale.  Ma  ci  voleva  tempo,  e  lo  dimostra  il 
fatto  che  solo  oggidì,  dopo  quarant'  anni,  si  accenna 
a  vagliare  un  poco  la  confessione  di  fede  che  la  Ri- 
forma, interprete  Legero,  stampò  negli  annali  val- 
desi. Era  pertanto  naturale  che  i  Valdesi  fossero  re- 
nitenti ai  moniti  del  loro  anglicano  benefattore  e  si 
affidassero  al  proprio  indirizzo  democratico,  salvo  a 
doverne  soffrire  spiacevoli  conseguenze.  Sicuro,  ac- 
cettando di  fronte  al  governo  e  alla  pubblica  opi- 
nione la  solidarietà  colle  altre  associazioni  evange- 
liche presenti  e  future,  si  esposero  a  dure  esperienze; 
sì,  è  ben  vero  che,  sostenendo  il  diritto  comune  a 
beneficio  di  tutti,  non  prevedevano  che  non  ne  do- 
vesse venir  loro  alcun  bene.  Ma  il  caso,  per  essi, 
non  era  nuovo  e,  per  di  più,  erano  questa  volta  in 
buona  compagnia.  «  Ai  Piemontesi,  osservò  Massimo 
d'Azeglio,  venne  la  bella  sorte  di  poter  farsi  iniziatori 
della  totale  emancipazione  della  penisola,  come  pure 
la  ricompensa  di  essere  venuti  in  tasca  a  tutti  gl'Ita- 
liani »  (1).  È  vero.  Ma  non  contava  nulla  il  privilegio 
di  essere,  almeno  in  qualche  misura,  custodi  dei  fra- 
telli e  di  non  seguire,  come  si  usa  in  Vaticano, 
1'  esempio  di  Caino?  La  ricompensa  poi,  sarebbe  un 
po'  strano  che  i  cristiani  la  sperassero  quaggiù, 
quando  coloro  che  hanno  speranza  in  questa  vita 
soltanto  sono  costretti  di  cercarla  altrove. 

Hélas!  il  ne  vous  l'este  plus 

qu'à  faire  un  voyage  à  la  lune. 

On  dit  qu'on  trouve  en  son  pourpris 

ce  qu'on  perei  aux  lieux  crìi  nous  sommes  : 

les  services  rendus  aux  hommes, 

et  le  ìrìen  fait  à  son  pays. 

Mentre  il  Beckwith  si  doleva  del  rifiuto  dei  Val- 


(I)  Ricordi,  I0a  edizione,  p.  41. 


101 

desi,  che  non  volevano  sapere  del  suo  indirizzo  con- 
servatore, altri  rimproverò  loro,  e  con  monotona  in- 
sistenza, di  non  avere  inaugurato  più  risolutamente 
l' indirizzo  liberale.  Fra  costoro  inerita  attenzione  un 
emigrato  italiano  residente  in  allora  a  Ginevra. 

Era  Costantino  Reta.  Scrivendo  al  pastore  valdese 
di  Torino  intorno  le  ultime  discordie,  le  deplorava 
con  sincerità;  ma  gli  pareva  che  la  Tavola  Valdese 
avesse  dovuto  antivenire  lo  scandalo  con  maggiore 
abnegazione,  ammettendo  la  compartecipazione  del- 
l' elemento  nuovo  nella  direzione  sinodale,  purché 
servisse  a  promuovere  la  Riforma  Evangelica  in  Italia. 
E  se,  a  questo  intento,  non  era  stata  possibile  una 
revisione  della  vecchia  disciplina  locale,  almeno  do- 
veasi  prestabilire  il  principio  che,  qualora  due  o  più 
Provincie  del  Regno  presentassero  un  certo  numero 
di  proseliti,  questi  avessero  facoltà  di  adunarsi  in  si- 
nodo a  definire  i  necessari  ordinamenti,  sempre  in 
connessione  coli'  amministrazione  della  Chiesa  Val- 
dese. Così,  pensava  il  Reta,  sarebbesi  prevenuta  l'e- 
spansione pericolosa  delle  forze  vive,  le  quali,  perchè 
non  aveano  avuto  sfogo,  cagionarono  le  scissure.  E 
concludeva  : 

«  Invece  di  questo,  si  andarono  cercando  adesioni 
alla  Chiesa  Valdese,  senza  tenere  conto  della  tacita 
protesta  dei  Toscani,  dell'  impossibilità  che  tutta  l'Ita- 
lia meridionale  ignara  volesse  accettarne  le  forme  e 
della  difficoltà  che  la  Chiesa  Valdese  avrebbe  tro- 
vato nell'  abbracciare  un'  opera  così  vasta.  I  nostri 
fratelli  Valdesi  non  pensarono  che  i  Duchi  di  Savoia 
avendoli  ricacciati  e  chiusi  nelle  loro  Valli,  avevano 
dovuto  per  una  cruda  necessità  straniarsi,  tendere 
la  mano  ai  fratelli  d' oltr  Alpe,  dimenticare  per  così 
dire  la  loro  origine,  trascurare  la  lingua,  perdere  di 
vista  il  movimento   intellettuale  dell'  Italia.  Presen- 

Stor.  Vald.  26 


402 

tandosi  quindi  adesso  come  evangelizzatori  italiani, 
e  non  portandoci,  senza  loro  colpa,  tutta  quell'atti- 
tudine che  vi  può  portare  chi  ebbe  educazione  vera- 
mente italiana,  dovevano  aspettarsi  che  quest'  ultimo 
elemento  volesse  avere  una  parte  attiva  nella  con- 
dotta e  direzione  dell'  opera.  Ecco  la  causa,  e  ag- 
giungerò, il  segreto  delle  disgustose  vertenze  che  av- 
vennero. Invece  di  trasportare  la  quistione  su  questo 
terreno  che  era  il  suo,  quello  su  cui  le  due  parti 
avrebbero  potuto  scendere  a  fraterno  accordo,  si  fece 
un  anti  evangelico  garrito  di  personalità  che,  non  gio- 
vando all'  opera  di  Dio,  crebbe  baldanza  a  quella  di 
Satana.  Gli  uni  accusarono  i  Valdesi  di  ambizioni  e 
di  voglie  di  padroneggiare,  e  scesero  a  brutte  perso- 
nalità; gli  altri  lanciarono  accuse  di  mene  politiche, 
accuse  atte  a  raffreddare  le  simpatie  di  tutti  i  cri- 
stiani d'  oltremonte  per  l' opera  collettiva,  perchè  si 
disse  :  Come  è  che  i  cristiani  d' Italia  che  non  avevano 
altro  intento,  finché  furono  uniti  ai  Valdesi  e  a  detta 
di  questi,  che  1'  avanzamento  del  regno  di  Dio  in 
Italia,  divennero  ad  un  tratto  uomini  politici  dopo  la 
loro  separazione?...  Ora  è  tardi  per  la  composizione 
della  scissura,  ma  siamo  sempre  a  tempo  per  medicai- 
la  ferita.  Per  me  credo  che  se  fu  mai  opportuno  con- 
vocare un  sinodo,  lo  sia  al  presente.  »  (1) 

Come  vedremo,  il  Sinodo  non  dovea  tardare  a  riu- 
nirsi, per  esaminare  l' indirizzo  della  missione  e  chia- 
rirlo a  dovere.  Sarà  allora  manifesto  che,  in  fin  dei 
conti,  era  più  serio  che  non  apparisca  dalle  critiche 
finora  ricordate,  pur  così  gl'avi.  Di  altre  critiche  che 
del  resto,  saprebbero  di  ripetizione  e  di  volgarità, 
non  faremo  parola.  Ve  n'è  però  una  che  si  faceva 
lassù  nelle  Valli,  e  che  piacerà  udire.  E  del  già  dissi- 


(1)  Lettera  da  Ginevra,  29  novembre  1854,  a  G.  P.  Meille. 


103 
dente  Antonio  Blanc.  «  Se  è  vero,  scrisse  egli  al  Maz- 
zarella, che,  come  evangelista  valdese,  non  avete  ri- 
cevuto alcun  ordine  che  impedisse  la  vostra  cristiana 
libertà  di  evangelizzare,  e  che  1'  opera  vostra  una 
volta  stabilita,  eravate  liberi  di  regolarla  con  una 
costituzione  conforme  alle  Sacre  Scritture,  merita 
forse  la  Chiesa  Valdese  di  essere  chiamata  inca- 
pace? »  (1)  Il  Mazzarella,  a  cui  poteva  parere  che 
l' ora  di  avere  una  libera  costituzione  fosse  immi- 
nente, e  che  trovava  quasi  scandaloso  che  la  Ta- 
vola Valdese  non  aprisse  trattative  colla  Società 
Evangelica  di  Genova  composta  di  elementi  estranei 
alla  missione  e  avversi  per  principio  ad  ogni  forma 
ecclesiastica,  rispondeva  :  «  L'  antica  Chiesa  italiana 
mi  sarà  sempre  a  cuore.  Sono  separato  dalla  Tavola, 
non  dalla  Chiesa.  »  (2) 

La  promessa  che  faceva  il  Mazzarella  in  quelle  pa- 
role, la  tenne  il  Desanctis,  che  vedremo  tornare  a 
suo  tempo  nelle  file  dei  Valdesi. 

I  dissidenti,  pieni  dello  slancio  che  il  senso  vivo 
di  libertà  produce  sempre,  si  dibattevano  però  in 
strane  contraddizioni.  Gridavano  che  volevano  Cristo 
soltanto,  non  denominazioni  di  Chiese.  (3)  D'altra 
parte,  li  travagliava  la  smania  di  far  regolamenti, 
prima  di  ogni  altra  cosa.  (4).  E  così,  colla  loro  prote- 

(!)  Da  Torre,  ottobre  1854.  L"  atteggiamento  del  Blanc  è  pur  atto 
a  farci  comprendere  un  fatto  che  meriterebbe  considerazione,  ed  è 
che,  se  occorsero  circostanze  che  provocarono  certe  dissidenze,  su 
nelle  Valli,  non  riproducendosi  esse  nel  campo  della  missione,  n'è 
venuto  che  si  potesse  essere  dissidenti  lassù  e  riprovare  le  dissi- 
denze altrove.  A  questo  riguardo,  il  caso  del  Blanc  non  è  il  solo  che 
si  potrebbe  menzionare. 

(2)  Da  Genova,  14  novembre  1S54. 

(3)  "  Il  Betti  grida  a  squarciagola  che  non  abbiamo  altro  capo 
che  Gesù  Cristo  e  che  la  Chiesa  finquì  non  ha  eletto  nessun  capo." 
Lettera  di  Geymonat,  da  Genova  21  agosto  1852. 

(4)  "  Finora  han  fatto  dei  regolamenti  soltanto.  Le  opere  di  carità 
verranno  dopo.  *'  Lettera  di  (Geymonat,  da  Genova  S  novembre  1854. 


404 

sta  contro  le  forme,  a  che  riuscivano  se  non  ad  inal- 
berare il  più  irrequieto  e  uggioso  dei  formalismi  ?  Non 
ci  sorprenda  che,  sentita  la  deliberazione  colla  quale 
la  Tavola  Valdese  avea  sancita  1'  avvenuta  rottura  col 
Desanctis,  la  Società  Evangelica  di  Genova  ne  rin- 
graziasse l' amministrazione  valdese  con  queste  te- 
stuali parole  :  «  Dio  la  benedica  e  la  rimeriti  del  bene 
che  fa  così  all'  evangelizzazione  italiana.  »  (1) 

Le  scissure  che  aveano  addolorato  la  Chiesa  evan- 
gelica universale,  coronavano  dunque  un  voto  ar- 
dente, a  Genova,  né  solo  tra  i  dissidenti;  perchè, 
non  se  ne  dubiterà,  dall'  altare  della  Gran  Madre  di 
Dio  salivano  verso  il  cielo  inni  giulivi  e  azioni  di 
grazie. 


XI. 

Sinodi  Costituenti. 

Erano  soliti  i  Valdesi  tenere  il  loro  Sinodo  ogni 
tre  anni.  Ora  però  il  risveglio  della  vita  religiosa  ed 
ecclesiastica,  le  discussioni  corse  intorno  la  proposta 
di  avere  il  Moderatore  a  vita,  la  promulgazione  della 
libertà,  le  prime  vicende  dell'incipiente  missione, 
aveano  avuto  per  effetto  di  crescere  la  responsabilità 
dell'amministrazione  e  di  rendere  il  controllo  più  in- 
dispensabile. Talché  vediamo  il  Sinodo  dell'anno  1854 
radunarsi  in  mezzo  a  una  impazienza  che  s'era  già 
fatta  generale,  e  costretto  poi  di  sollecitare  la  convo- 
cazione del  sinodo  seguente,  per  condurre  a  fine  una 
Costituzione  lungamente  elaborata,  che  fu  adottata 
l'anno  1855. 


(1)  Lettera  del  suo  Comitato,  del  4  novembre  1854. 


405 
Rifacciamoci    alquanto    insù,    per   maggiore  chia- 
rezza. 

Fino  al  principio  del  nostro  secolo  la  Disciplina 
valdese,  come  solevasi  chiamarla,  constava  tutta  di 
ordinamenti  relativi  alla  vita  interna,  nei  quali  ap- 
parivano troppo  confuse  le  ragioni  civili  ed  ecclesia- 
stiche. Dapprima  era  semplicemente  riformata,  con 
tinta  assai  puritana;  poi  si  era  rilassata.  (1)  La  prima 
revisione  propriamente  detta,  promossa  dal  Modera- 
tore Bert,  era  stata  formolata  dal  sinodo  di  San 
Germano  l'anno  1833,  in  271  articoli.  (2)  Lasciava 
sussistere  la  Tavola  come  commissione  sinodale,  e  le 
riconosceva  ancora  il  potere  tradizionale,  più  o  meno 
episcopale,  che  i  nuovi  tempi  doveano  delimitare.  Del 
resto,  era  un  abbozzo,  più  che  altro,  e  se  ne  tentò  una 
correzione  l' anno  1839,  ma  troppo  insufficiente.  (3) 
La  Tavola  ebbe,  cinque  anni  dopo,  l'incarico  di  rifarla. 
Però  l'iniziativa  di  questa  revisione  completa  che  do- 
>'ea  assumere  il  nome  nuovo  di  Costituzione,  fu 
1J  opera  di  una  commissione  speciale,  la  quale  sotto- 
mise le  sue  conclusioni  al  sinodo  dell'anno  1854. 

Erano  presenti  il  Desanctis  e  il  Mazzarella.  Al  pri- 
mo era  toccato  l' onore  d' inaugurare  la  sessione  con 
una  predica  molto  opportuna  sopra  queste  parole  di 
8.  Paolo  agli  anziani  di  Efeso:  «  Attendete  a  voi  stessi 
e  a  tutto  il  gregge,  nel  quale  lo  Spirito  Santo  vi 
ha  costituiti  vescovi,  per  pascere  la  Chiesa  del  Si- 
gnore, ch'egli  si  è  acquistata  col  proprio  sangue.  »  (4) 

(1)  La  Disciplina  che  il  Legero  avea  inserita  nella  sua  Storia 
(1,  190-199),  sotto  undici  capi,  era  stata  più  che  temperata  dai 
sinodi  del  secolo  XVIII,  poi    richiamata  in   qualche    vigore,    dopo 

*a  visita  del  Xeff,  per  opera  della  Dissidenza,  che   forse  contribuì 
indirettamente  alla  revisione. 

(2)  La  Discipline  Ecclésiastique,  MS. 

(3)  W.   Meille.  Etn<l<  su,-  In  révision  de  la  ConsHtution,  1891.  p.  (i. 

(4)  Luca,   Fatti  degli  Apostoli  xx,  28. 


406 

Piacque  e  destò  viva  impressione.  «  La  predicazione 
biblica,  chiara,  attuale  del  Desanctis  evangelista  a 
Torino,  »  dice  a  questo  proposito  una  relazione,  «  ci 
preparò  ai  lavori  che  ci  aspettavano.  Era  la  prima 
volta  che  il  Sinodo  della  Chiesa  Valdese  si  apriva  in 
lingua  italiana,  e  quanti  l' udirono  ebbero  il  senti- 
mento che  quella  predicazione  fatta  in  lingua  ita- 
liana da  uno,  il  quale,  già  prete  a  Roma,  era  felice 
di  occupare  un  posto  tra  fratelli  Valdesi,  segnasse 
il  principio  di  un  periodo  novello  per  la  Chiesa 
Valdese.  »  (1) 

Una  eletta  schiera  di  amici  rappresentanti  le  Chie- 
se estere  faceva  corona  alla  presidenza  ;  fra  essi 
degli  anglicani  e  dei  presbiteriani,  uno  de'  quali,  E. 
M.  Hanna  residente  a  Firenze,  parlò  in  lingua  ita- 
liana. Al  sentirlo,  i  nostri  emigrati  giubilavano  e  di- 
cevano: <<  Quando  i  forestieri  traggono  qua,  ci  par- 
lano la  nostra  lingua;  qua  il  Romano,  il  Toscano,  il 
Napoletano  odono  ragionare  dell'Evangelo  nella  cara 
lingua  materna.  »  Il  Mazzarella,  scattando  con  uno  di 
quegl' impeti  che  lo  facevano  sì  geniale,  sfogò  la  com- 
mozione che  gli  empiva  l'anima  e,  delineato  a  vivi  co- 
lori il  contrasto  fra  la  Chiesa  delle  Valli,  povera  in 
tante  maniere  ma  ricca  per  l'Evangelo,  e  la  Chiesa 
Romana  ricca  per  ogni  verso  ma  non  dei  tesori  della 
parola  di  Cristo,  apostrofò  l' assemblea  con  queste  pa- 
role :  «  Voi  possedete  un  gran  tesoro,  benché  in  vaso 
d'argilla.  Ma  qual'  è  il  principale  ostacolo  alla  sua 
dhTusione  nella  cara  patria  nostra?  Io  lo  scorgo 
nella  lingua.  0  quanto  mi  suonò  dolce  la  voce  del 
fratello  straniero  che  ci  parlò  in  italiano!  Ma  io  dissi 
fra  me  :  Che  è  questo,  che  lo  Scozzese  parli  qua  la 
mia  lingua,  e  il  Valdese,  compatriota  mio,  parli  una 

(1)  Resoconto  manoscritto. 


107 
lingua  straniera  a  lui  ed  a  me?  Quale  anomalia!  Fra- 
telli, parlate  in  avvenire  la  vostra  lingua  propria.  È 
un  dovere  che  pongo  sulla  vostra  coscienza;  è  un 
dovere  religioso,  poiché  è  condizione  indispensabile 
per  la  prosperità  della  missione.  »  L'appello  non  fu 
vano.  Seduta  stante,  un  Valdese  si  levò  ad  esporre 
in  italiano  questo  concetto,  che  «  la  Chiesa  Valdese 
è  una  scintilla  soltanto,  e  che  tutta  la  gloria  della 
scintilla  vuol  essere  di  perdersi  nel  vasto  incen- 
dio. »  (1) 

0  santi  albori  !  Perchè  sì  presti  a  svanire  ?  Sì,  cer- 
to, era  un  dovere  il  tornare  alla  lingua  del  Gillio  e 
del  Varaglia;  ma  anche  l'unione  era  un  dovere  re- 
ligioso, una  condizione  di  prosperità  per  la  missione. 
Se  quegli  egregi  fratelli  rimanevano  più  costanti  nelle 
file,  chi  non  vede  quale  azione  libera  e  potente  vi 
potevano  avere?  Invece,  la  lingua  che  si  vantava  sa- 
cra all'  armonia,  fu  profanata  nelle  discordie. 

La  Commissione  incaricata  di  proporre  la  Costi- 
tuzione avea  il  suo  lavoro  in  pronto;  fu  discusso  e 
suscitò  varie  obiezioni.  Già  il  nome  di  Costituzione 
non  incontrava  troppo,  e  pareva  inoltre  che  in  pa- 
recchi articoli  sapesse  di  plagio  protestante.  La  com- 
missione rispose:  Xon  abbiamo  copiato,  come  si  so- 
spetta; bensì  furono  adottate  espressioni  in  uso  e 
più  precise  che  le  nostre  non  fossero.  Voi,  d'altronde, 
perchè  non  moveste  mai  questo  appunto  contro  la 
liturgia  domenicale  e  la  stessa  nostra  Confessione  di 
fede  ?  Lì  v'  era  il  plagio  ;  perchè  non  lo  avvertiste  ? 
Ma  gli  oppositori  non  si  arresero,  per  allora. 

Come  si  vede,  gli  ostacoli  venivano  dal  partito  più 
conservatore,  mal  conscio  dei  tempi  e  delle  nuove 
esigenze.  Non  ci  sorprenderanno  ove  si  consideri  un 

(1)  Iliid.   Era  la  sera  del  30  maggio  1854. 


408 

fatto  che  andrebbe  ponderato  alquanto,  poiché  ri- 
sulta dalla  storia  nostra,  cioè  che,  se  le  Alpi  Cozie 
furono  rifugio  unico  ai  Valdesi  nei  tempi  di  mag- 
giore persecuzione,  non  per  questo  erano  ancora  di- 
venute centro  di  missione  generale  in  Italia.  Ai 
tempi  dei  Poveri  Lombardi,  la  sede  fu  a  Milano; 
negli  ultimi  secoli  anteriori  alla  Riforma,  i  missio- 
nari trassero  alle  Valli  dalle  Puglie  e  dalle  Ronia- 
gne;  nel  secolo  decimosesto,  Ginevra  fu  quella  che  vi 
diresse  pastori,  maestri  e  colportori,  provvedendoli 
di  confessione,  di  disciplina  e  di  libri  e  trattati,  e 
perfino  di  sussidi  occasionali  per  i  poveri,  come  fa- 
ceva per  altre  sue  provincie.  Ora  che  Torre,  per 
mutate  circostanze,  pareva  chiamata  a  divenire  in 
realtà  la  piccola  Ginevra  italiana,  era  troppo  natu- 
rale che  non  vi  giungesse  di  un  salto,  tanto  più  se. 
come  appare  di  già  e  più  oltre  si  vedrà  ancora,  essa 
dovea  considerare  la  sua  missione  come  temporanea 
soltanto. 

Posta  ai  voti,  la  discussione  della  Costituzione  fu 
sospesa,  (1)  Siccome  era  urgente,  e  premevano  del 
pari  altri  provvedimenti,  tra'  quali  la  regolare  fon- 
dazione della  Scuola  di  Teologia,  così  fu  forza  de- 
rogare dalla  consuetudine  e  indire  il  nuovo  sinodo 
per  l' anno  seguente,  e  stabilire,  per  suggerimento 
del  Mazzarella,  che  allora  avesse  luogo  la  rinviata 
discussione. 

Eccoci  pertanto  al  maggio  dell'  anno  1855. 

Era  tardi  ornai  per  i  nostri  dissidenti  di  Torino 
e  di  Genova.  Le  relazioni  con  essi  erano  state  in- 
terrotte da  oltre  sei  mesi.  Quando  vide  immineute  la 
rottura,  il  Geymonat,  sgomento,  suggerì  che  la  mis- 


(I)  Però  lo  fu  con  scarsa  maggioranza:  trenta  voti  per  la  sospen- 
sione e  ventisette  per  la  iliscussione. 


111!) 

sione,  a  Genova,  fosse  lasciata  in  mano  del  Desanctis 
e  del  Mazzarella,  pronto  in  quanto  a  lui  a  tornarsene 
a  Torino.  Difatti,  scrisse  al  Moderatore  in  questi  ter- 
mini : 

«  Debbo  dire  che,  in  quanto  a  me,  fermamente  credo 
che  se  vengono  tuttora  a  mancarci  Mazzarella  e  De- 
sanctis, è  segno  chiaro  che  la  Chiesa  Valdese,  sempre 
nobile  e  generosa,  deve  affidare  nelle  loro  mani  la 
causa  e  le  risorse  di  cui  dispone  e  può  disporre,  e 
porsi  a  coltivare  con  ogni  studio  lo  stretto  suo  giar- 
dino ed  i  contorni,  affinchè  maggiormente  frutti  alla 
gloria  di  Dio  ed  al  bene  della  patria  italiana,  cui 
predicheremo  di  esempio,  se  non  più  con  discorsi.  Se 
per  ragione  di  coscienza  e  per  zelo  più  accorto  si 
dividono  da  noi,  facciano,  operino,  ricevano  il  nostro 
bacio  fraterno,  la  nostra  cordiale  benedizione,  e  va- 
dano avanti.  »  (1) 

Il  Meille,  invece,  fu  d'  opinione  che  si  tirasse  in- 
nanzi. (2)  Una  voce  di  fuori  consigliò  un  riavvicina- 
mento che  pareva  ancora  possibile,  solo  che  si  desse 
più  libero  campo  alla  cooperazione  dei  proseliti  mal- 
contenti-. (3)  La  Tavola,  informata,  lasciò  dire,  e 
aspettò  l' ora  del  recide  rationem.  Siccome  il  suo  in- 
dirizzo era  noto  e  già  approvato,  la  sua  difesa  si  dovea 


(1)  Lettera  a  G.  P.   Revel,  da  Genova  27  agosto  1854. 

(2)  ' '  Je  suis  à  cent  lieues  de  croire  acceptable  le  remède  quii 
propose. "  Così  dice  una  nota  apposta  alla  lettera  del  Geymonat. 

(3)  "  Mostrate,  "  diceva  il  Reta,  "  che  il  legame  di  Cristo  è  più  te- 
nace che  quello  del  Papa."  e  ancora:  "  Sarebbe  pur  necessario  che 
la  Tavola,  considerando  le  attuali  condizioni  dell'evangelizzazione  in 
Italia,  i  desiderii  che  sono  in  fondo  a  tutti  i  cuori  e  l' impossibilità 
d' imporre  una  forma  di  Chiesa  qualunque,  si  piegasse  a  qualche 
concessione.  Persuadetevi  che  il  nuovo  elemento  italiano  non  può 
rimanere  parte  passiva  nell'  evangelizzazione.  Se  da  questo  punto 
di  vista  foste  partiti,  non  si  vedrebbe  lo  spettacolo  di  tante  fra- 
zioni, che  rattrista  chi  porta  in  cuore  1"  F. vangelo  di  pace."  Let- 
tera a  G.   P.  Meille,  da  Ginevra  3  marzo  1855. 


410 

tutta  risolvere  in  piccoli  schiarimenti.  Si  era  messa 
in  dubbio  la  sua  capacità;  ma,  in  fin  dei  conti,  l'ac- 
cusa veniva  a  ricadere  sopra  gli  evangelizzatori,  per- 
chè ad  essi  era  commessa  l'applicazione  dell'indirizzo, 
che,  in  sé  considerato,  non  dispiaceva.  Che  se  la  Ta- 
vola non  s'era  prestata  a  trattare  colle  Società  Evan- 
geliche naturalmente  aderenti,  è  forza  ammettere  che 
tali  trattative  erano  fuori  della  sua  competenza,  dal 
momento  che,  per  regola,  non  dovea  intervenire,  mas- 
sime dove  avea  ogni  ragione  di  sospettare  ostilità  co- 
perta e  poco  leale,  come  a  Genova.  (1)  Si  ripeterà  che 
affidasse  la  missione  agli  agenti  valdesi  troppo  esclu- 
sivamente? I  fatti  dicono  che  era  partita  fra  evan- 
gelizzatori valdesi  e  non  valdesi,  e,  a  chi  diceva  non 
rappresentati  i  proseliti  in  sinodo,  avea  risposto  la  pre- 
senza degli  evangelisti  Desanctis  e  Mazzarella,  e  l'ac- 
coglienza loro  fatta.  E  non  fu  il  primo  di  essi  pre- 
sente al  nuovo  sinodo,  dopo  eh'  era  stato  licenziato 
dall'amministrazione  da  cui  avea  dichiarato  pubbli- 
camente di  non  voler  più  dipendere  ?  Vero  è  che  il 
Sinodo  fu  quello  che  1'  autorizzò  a  prendervi  il  suo 
posto;  ma  è  vero  altresì  che  in  previsione  di  ciò  la 
Tavola,  in  perfetta  regola,  gli  avea  fatto  pervenire 
1'  avviso  di  convocazione. 

Più  che  la  difesa  della  Tavola  era  urgente  la  di- 
scussione della  Costituzione.  Essa  fu  ampia,  solenne, 
degna  di  così  alto  argomento.  Ne  rileveremo  i  punti 
salienti,  che  han  riferenza  alla  Confessione  di  fede, 
al  nome  della  Chiesa,  all'  intento  e  all'  indirizzo  della 
missione. 

Riguardo  alla  Confessione  di  fede,  non  occorre  nep- 

(1)  V.  specialmente  la  sua  lettera  al  Mazzarella,  3  ottobre  1S54, 
ove  si  giustifica  dicendo  che  non  può  trattare  con  persone  che  non 
conosce,  e  che  preferisce  che  la  società  sia  libera  nella  sua  azione. 
salvo  a  rallegrarsene  ove  sia  per  dare  buoni  risultati. 


ili 

pur  l'ombra  di  una  revisione.  L'idea  soltanto  di  cor- 
reggerla o  di  ridurla  a  maggiore  semplicità  e  brevità, 
sarebbe  parsa  allora  uno  sproposito,  tanto  era  una- 
nime 1'  adesione  all'  ortodossia  riformata.  E  qui  non 
tacevano  eccezione  uè  il  Beckwith,  ne  il  Guicciardini. 
Fu  sancita  pertanto,  e  ad  occhi  chiusi,  la  Confessione 
di  fede  dell'anno  1655,  come  quella  che  riassumeva 
a  un  tempo  le  dottrine  insegnate  nell'  A.  e  nel  N. 
Testamento,  ed  i  vari  Simboli  che  per  lo  innanzi 
avesse  pubblicati  la  Chiesa  Valdese. 

Intorno  al  nome,  la  discussione  fu  viva.  Volevasi 
da  alcuno  che,  in  vista  delle  nuove  prospettive,  la 
Chiesa  assumesse  il  nome  di  Chiesa  Evangelica  degli 
Stati  Sardi,  colla  speranza  che,  col  tempo,  dovesse 
risolversi  in  quello  di  Chiesa  Evangelica  d' Italia.  Ma 
fu  osservato  che  il  nome  Valdese  non  è  geografico, 
poiché  vi  hanno  Valdesi  fuori  d' Italia  ;  è  nome  che, 
mercè  il  significato  suo  cristiano  e  anticlericale,  è 
suscettibile  di  più  larga  applicazione.  Per  un  verso, 
quello  proposto  appariva  dunque  troppo  stretto; 
d'  altra  parte,  in  riferenza  alle  circostanze  di  allora, 
appariva  presuntuoso.  Il  Desauctis  suggerì  che  fosse 
così  definito:  Chiesa  Evangelica  Italiana  Valdese,  e 
fu  appoggiato.  Allora  parlò  il  Meille  per  dire  che 
una  Costituzione  si  fa  per  rispondere  ad  uno  stato  di 
cose  esistente,  non  in  vista  di  uno  stato  di  cose  avve- 
nire; altrimenti,  si  fabbrica  iu  aria.  Suggeriva  che 
fosse  conservato  il  nome  Valdese,  ne  più  uè  meno, 
come  quello  che  rispondeva  alla  condizione  presente, 
salvo  a  lasciare  che,  a  suo  tempo,  venisse  mutato  per 
efletto  delle  nuove  e  liete  circostanze  che  fossero  per 
sopravvenire.  E  il  Sinodo  assentì. 

Così  discorrendo  lo  stesso  Meille,  eh'  era  relatore 
della  Commissione,  fu  condotto  ad  esporre  l' intento 
«Iella  missione,  ed  ei  lo  fece  in  termini  che,  anche  per 


412 

l' approvazione  che  li  confermò,   sarà  opportuno  ri- 
cordare : 

«  Secondo  me  la  missione  della  Chiesa  Valdese 
vuole  essere  questa  :  alimentare  la  fiamma.  A  questo 
fine  fu  conservata.  Io  confido  eh'  essa  riuscirà  ad 
unire  insieme  i  primi  fuggiaschi  della  Babilonia,  e 
sarà  cosa  preziosissima,  perchè  se  dovessero  subito 
camminare  da  sé,  assai  male  vi  riuscirebbero.  Vuoisi 
considerare  come  favore  del  Signore  che  vi  sia  in 
Italia  un  nucleo  che  giovi  come  morsa,  dirò  così,  ai 
primi  aderenti,  onde  possano  crescere,  pigliar  forza, 
poi  vivere  di  vita  propria.  Tale  è  la  parte  che  spetta 
alla  Chiesa  Valdese.  Credo,  per  servirmi  di  un  altro 
paragone,  eh'  essa  voglia  essere  ai  futuri  germogli 
quel  che  i  cotiledoni  nella  pianta,  che  vediamo  de- 
stinati ad  alimentare  il  germe  finché  metta  le  radici. 
Direte  forse  eh'  è  poca  cosa;  io  dico  che  basta.  E 
quando  vedrò  largamente  sparse  in  Italia  delle  co- 
munità organizzate  secondo  1'  ordine  presbiteriano, 
le  quali,  senza  curare  il  nostro  nome,  attenderanno  a 
formare  una  federazione  capace  di  convenire  da  sé 
in  un  sinodo,  e  ciò  avvenire  per  opera  della  Chiesa 
Valdese,  io  dirò  :  Basta,  è  raggiunta  la  meta  e  non 
ci  rimane  altro  da  fare.  » 

Infine,  l' intento  e  l' indirizzo  della  missione  in  Ita- 
lia vennero  significati  insieme  ed  espressamente  e  ad 
unanimità  di  voti  in  una  solenne  dichiarazione,  colla 
quale  il  Sinodo,  volendo  prevenire  ogni  ulteriore  ma- 
linteso, rendeva  noto  che  «  la  Chiesa  Valdese,  nel 
fare  annunziare  l' Evangelo,  avea  per  unico  scopo:  Ub- 
bidire all'  ordine  del  Signore  che  dice:  Predicate  l'E- 
vangelo ad  ogni  creatura,  e  condur  le  anime  alla 
conoscenza  di  Gesù  Cristo  ed  alla  sua  obbedienza, 


Il:: 
senza  avere  in  ciò  pretensione  alcuna  d'imporre  la  sua 
forma  ecclesiastica.  »  (1) 

Rispiegata  così  la  sua  bandiera,  la  Chiesa  Valdese 
si  apparecchiò  a  muovere  innanzi  risolutamente. 


XII. 
Ultimi  avvenimenti. 

Il  Moderatore  dei  Valdesi  usciva  dai  sinodi  costi- 
tuenti rinvigorito.  «  La  separazione  dei  fratelli  di 
Torino  e  di  Genova  non  ci  sorprese,  scrivea  egli  di 
lì  a  pochi  mesi.  Usciti  da  una  Chiesa  che  accenna  a 
mina,  temono  di  trovarsi  sotto  '1  tetto  di  qualsivoglia 
Chiesa,  credendovisi  ancora  in  prigione  o  in  pericolo. 
Si  lusingano  di  potersi  fabbricare  una  casa  più  sicura 
e  migliore.  Provino;  solo  così  cadranno  le  loro  illu- 
sioni. Le  lezioni  dell'  esperienza  costano  caro,  ma 
sono  istruttive.  »  (2) 

Fermo  più  che  mai  nel  proposito  di  non  deviare 
dall'  inaugurato  indirizzo,  il  Moderatore  si  rivolge- 
va poi  al  benefattore  Beckwith  onde  persuaderlo  a 
mettere  da  parte  come  inopportuni  i  suoi  ideali  an- 
glicani. E  questi,  senza  mutare  di  un  iota  le  sue 
convinzioni,  lo  rassicurava  alquanto  così  risponden- 
do :  «  Mi  avete  esortato  a  fare  il  sagrifizio  di  quelle 
opinioni  e  di  quei  pregiudizi  che  sono  incompatibili 
collo  stato  presente  delle  cose  e  col  vostro  agire. 
Alla  mia  volta,  vi  esorto  ad  usare  con  tutta  l' ab- 
negazione possibile  verso  coloro  co  quali  gli  ultimi 


(1)  Atti  del  Sinodo,  art.  XXV.  Consonava  quella  dichiarazione 
colla  circolare  del  Moderatore  agli  evangelisti,  da  Torre  30  otto 
bre  1854. 

(2)  Lettera  del  24  novembre  1855  a  Merle  d'Aubigné. 


414 

avvenimenti  vi  han  messo  in  relazione.  Tenete  conto 
dei  loro  antecedenti,  della  loro  ignoranza,  delle  lor 
debolezze,  della  potenza  delle  loro  abitudini,  non 
cercando  la  vostra  propria  soddisfazione.  »  (1)  Nel 
rimanente  il  Generale  insisteva  perchè  la  missione 
procedesse  con  ordine  rigoroso,  e,  in  risposta  alle 
notizie  che  gli  mandava  il  Desanctis  circa  i  progressi 
della  Chiesa  separata,  che  assumeva  il  nome  di  Cri- 
stiana Libera,  scriveva  al  pastore  valdese  di  Tori- 
no: «  Ecco  per  voi  un  nuovo  motivo  di  organizzare 
fortemente  la  vostra  Chiesa;  che  in  fin  dei  conti, 
da'  tempi  di  San  Paolo  a  questa  parte,  la  Chiesa  fu 
sempre  un'  associazione  ecclesiastica  »  (2).  Se  tornò 
alcuna  volta  a'  suoi  sdegni,  avea  però  cura  di  ag- 
giungere :  «  La  pensiamo  diversamente  ;  ebbene,  voi 
tirate  innanzi;  piantate  arditamente  la  vostra  ban- 
diera, invocate  la  cooperazione  dei  vostri  correli- 
gionari, non  vi  smarrite  in  mistificazioni  di  catto- 
licità indefinibile,  fate  sapere  chi  siete  agli  amici  ed 
ai  nemici,  e  quando  vedrò  la  vostra  bandiera  pre- 
sbiteriana sventolare  sul  Malakoff  di  Roma,  nessuno 
più  di  me  renderà  omaggio  alla  superiorità  del  vostro 
principio  e  di  coloro  che,  colla  loro  chiaroveggenza 
e  la  loro  costanza,  avranno  saputo  farlo  trion- 
fare »  (3). 

Il  Malakoff  di  Roma  era  ancora  lontano.  Eppure, 
si  dovea  giungere  a  vederlo  almeno,  nel  giro  di  non 
molti  anni,  per  la  breccia  di  Porta  Pia.  Frattanto 
compievasi  un  lavoro  non  inutile  di  raccoglimento, 
di  meditazione  e  di  preparazione  attorno  alla  Scuola 
di  Teologia,  decretata  l'anno  1854  e  aperta  nel  se- 


ti) Lettera  al  Moderatore,  da  Torino  22  settembre  1856. 

(2)  Le  General  BechvitJi,  p.  273. 

(3)  V.   la  citata  lettera  del  14  luglio  1857  al  Moderatore. 


4  ir, 
guente.  Le  conquiste  dei  Valdesi,  durante  quel  tem- 
po, furono  poco  segnalate;  né  inette  conto  di  parlare 
di  Genova  e  di  Xizza,  per  allora,  tanto  vi  potè  la 
peste  delle  discordie.  Al  paragone,  si  potrebbe  dire 
con  qualche  diletto  di  Fa  vale,  della  Valle  d'  Aosta 
e  di  Pietra  Marezzi,  per  tacere  di  Pinerolo.  Parve 
invece  che  i  fratelli  dissidenti,  e  da  Torino  e  da  Ge- 
nova, ma  segnatamente  da  questr  ultima  città,  spin- 
gessero la  missione  loro  con  islancio  più  vigoroso  e 
promettente,  sul  littorale  della  Riviera  e  nelle  parti 
di  Alessandria  e  di  Asti.  Ma  la  parabola  di  quello 
slancio  fu  breve.  Dopo  qualche  anno,  agli  uni  come 
agli  altri  rimaneva  aspettare  dagli  avvenimenti  poli- 
tici una  mutazione  di  orizzonti  e  nuove  prospet- 
tive. (1) 

L  aspettazione,  lassù  nelle  Valli,  era  viva.  Un  gior- 
no uno  scolaro  del  Collegio  accompagnava  alla  Vaccira 
di  Angrogna  G.  P.  Revel,  Moderatore  e  Rettore  della 
Scuola  di  Teologia.  Si  discorreva  della  campagna  di 
Lombardia,  iniziata  appunto  allora,  e  gli  sguardi  cer- 
cavano la  pianura  lombarda,  troppo  lontana.  A  un 
tratto:  <<  Laggiù,  disse  il  Revel,  le  palle  dei  cannoni 
fanno  i  solchi  dove  saremo  chiamati  a  seminare  »  (2). 
Qualche  tempo  dopo  erano  aperte  le  porte  della 
Lombardia;  1'  anno  di  poi,  quelle  della  Toscana,  del- 

(2)  Sono  reminiscenze  personali.  Eccone  un'  altra.  Una  sera  d'in- 
verno, due  giovani  accompagnavano  giù  da  San  Lorenzo  di  Angro- 
gna Giorgio  Appia  allora  professore  e  assiduo  evangelizzatore  dei 
nostri  vallegiani.  Uno  di  essi  cadde  sul  ghiaccio.  Appia  gli  disse, 
forse  per  riconfortarlo:  "  Faccia  Dio  che  fra  qualche  anno  noi  ca- 
diamo insieme,  ma  genuflessi,  a  Napoli."'  L'intuizione  si  avverò  ap- 
puntino. 

(1)  Avvertiamo  espressamente  che  cessa  qui  la  narrazione  parti- 
colareggiata, che  ci  condurrebbe  a  dire  della  fondazione  delle  Chiese 
sparse  nel  campo  della  missione  valdese,  fino  ai  giorni  nostri  :  tema 
attraente,  che  serbiamo  per  un'altra  occasione. 


416 

l' Emilia,  dell'  Umbria  e  delle  Marche,  e  delle  Due 
Sicilie.  Nuovi  evangelizzatori,  a  gara  coi  provetti, 
issarono  la  bandiera  dell'  Evangelo  a  Milano,  a  Bre- 
scia, a  Livorno,  a  Firenze,  a  Napoli,  a  Palermo, 
a  Messina,  Catania  e  diverse  altre  città,  suscitando 
nuove  e  fiorenti  congregazioni.  Dopo  la  campagna 
del  1866,  era  annessa  Venezia  dove,  insieme  coli' evan- 
gelista valdese,  tuonò  la  voce  amica  di  Alessandro 
Gavazzi.  Finalmente,  il  20  settembre  1870,  dopo  an- 
siosa aspettazione,  Roma  vide  entrare  per  la  breccia 
le  milizie  italiane,  e  di  lì  a  poco  i  messaggieri  del- 
l'Evangelo;  fra  questi,  primo,  l'evangelista  mandato 
dalla  Chiesa  delle  Valli. 

La  trionfale  successione  di  quegli  epici  eventi  rav- 
vivò le  abbattute  speranze,  le  esaltò,  e  nella  stessa 
misura  scemava  1'  albagia  dei  nemici  della  patria  e 
delle  sue  libertà.  Cominciarono  questi  a  menar  lutto 
sconsolato  per  la  rovina  del  regno  temporale  dei  Pa- 
pi ;  lamentarono  l' ingresso  dei  liberi  sudditi  di  Vit- 
torio Emanuele  come  se  fosse  stata  un'  invasione  di 
barbari.  Pio  IX  si  aifrettò  a  scorgere  fra  essi  gli 
Evangelici,  per  maledirli,  e  non  era  scorso  un  anno, 
che  il  gesuita  Perrone,  prefetto  degli  studii  nel  Colle- 
gio Romano,  usciva  fuori  armato  come  il  gigante  Go- 
lia per  sfidare  a  battaglia  i  figli  derisi  dell'  Israele 
delle  Alpi.  «  Il  vedere  diffusi  per  l' Italia  ed  entrati 
persino  in  Roma  per  la  breccia  di  Porta  Pia  que- 
gli evangelici  settarii,  »  scrivea  quella  vigile  sen- 
tinella del  Vaticano,  «  mentre  mi  ha  cagionato  do- 
lore nell'  animo,  mi  ha  anche  spronato  a  prendere  la 
penna  per  combattere  con  quell'arme  che  posso  nella 
mia  grave  età  i  nemici  della  Chiesa  Romana,  e  di 
morire,  se  così  piacerà  al  Signore,  colle  armi  in  ma- 


417 
no.  »  (1)  Pochi  mesi  appresso,  un  evangelista  val- 
dese, che  s'  era  già  distinto  col  Gavazzi,  a  Livorno  e 
altrove,  fra  i  baldi  precursori  della  campagna  evange- 
lica, ebbe  1'  onore  di  scendere  in  lizza  contro  i  cam- 
pioni del  Vaticano,  assenziente  Pio  IX,  nella  pub- 
blica disputa  avvenuta  nella  capitale  il  9  e  il  10 
febbraio  1872,  intorno  la  leggenda  di  S.  Pietro  in 
Roma  (2). 

Ora  i  ricordati  eventi  ebbero  per  effetto,  fin  da  prin- 
cipio, di  trarre  i  Valdesi  a  più  ardite  risoluzioni.  La 
loro  Scuola  di  Teologia  fu  trasferita  a  Firenze,  e  vi 
educò  i  futuri  leviti.  L  amministrazione  della  Chiesa, 
dopo  che  le  comunità  si  venivano  moltiplicando  nella 
penisola,  ebbesi  a  duplicare  :  la  Tavola  Valdese  rimase 
a  rappresentare  la  Chiesa  nella  sua  totalità,  serbando 
il  governo  delle  comunità  stabilite  nelle  Valli  e  fino  a 
Torino  ;  il  Comitato  di  Evangelizzazione,  eletto  in  vista 
delle  nuove  prospettive,  prese  in  mano  la  direzione 
della  missione,  da  Torino  fino  in  Sicilia.  E  le  comu- 
nità sorte  in  questo  campo  nelle  varie  provincie  si 
unirono  insieme  in  federazione,  senza  rompere,  come 
mostrarono  allora  di  temere  i  conservatori,  il  legame 
di  fratellanza  che  non  cessò  mai  di  stringerle  alla  su- 
prema assemblea  sinodale  solita  oramai  riunirsi  nella 
Casa  Valdese  eretta  di  recente  a  Torre  Pellice  in  so- 
lenne commemorazione  del  Rimpatrio  de' Valdesi.  (3) 


(1)  /   Valdesi  etc,  ISTI,  Introduzione,  p.  Vili. 

(2)  Giovanni  Ribetti  ebbe  compagni  in  quella  nota  disputa  il  Ga- 
vazzi e  lo  Seiarelli.   V.   il  Resoconto  autentico  etc. ,  Roma,  1872. 

(3)  Festeggiandosi  nel  18S9  il  bicentenario  del  Rimpatrio,  il  Re 
Umberto  mandò  il  suo  obolo  generoso  e  delegò  il  Prefetto  di  Torino, 
ebe  andò  accompagnato  da  parecebi  senatori  e  deputati,  e  i  Valdesi 
furono  fatti  segno  a  grandi  congratulazioni  da  parte  della  stampa 
italiana  e  delle  Cinese  Evangeliche  dell'Europa  e  dell'America. 

Stor.    Vald.  27 


418 

Tanta  fortuna  di  rivolgimenti,  sì  grandi  e  lieti,  era 
pur  atta  ad  allargare  i  cuori  e  a  inolcere  gli  animi 
amareggiati  dalle  prime  discordie.  E  così  fu  vera- 
mente per  i  più.  Ma  l'anarchia  darbista,  invelenita 
dalle  proprie  scissure  e  dall'  invidia,  passò  ogni  misu- 
ra. L'  anno  1863  fu  stampato  a  Torino  un  libello  che, 
se  non  per  astuzia,  certo  per  livore  è  paragonabile  a 
quello  del  P.  Perrone  contro  i  Valdesi.  Esso  intitola- 
vasi  :  Principii  della  Chiesa  Romana,  delia  Chiesa 
Protestante  e  della  Chiesa  Cristiana.  Era  anonimo, 
forse  perchè  porgeva  il  programma  di  un  partito  ;  il 
quale,  chiamandosi  cristiano  ad  esclusione  della  rima- 
nente cristianità,  tentava  uno  sforzo  disperato  per 
screditare  come  apostate  le  Chiese  tutte  senza  di- 
stinzione e  abbattere  la  missione  dei  Valdesi.  Riuscì 
pur  troppo  a  produrre  nuovi  scandali.  (1)  Però  il  male 
più  irremediabile  se  lo  fece  a  se  medesimo.  Fu  primo 
il  Meille  a  segnalare  quel  libello  come  «  vero  mani- 
festo di  un  mazzinianismo  religioso  che  nulla  avea  da 
invidiare  al  mazzinianismo  politico.  »  (2)  Sorsero 
quindi  a  investirlo,  a  gara,  il  Geymonat  e  il  Desanctis. 
Il  primo,  quasi  trionfante,   rispondeva   da  Firenze  : 

<{  La  vostra  avversione  ai  papi,  ai  preti,  al  prote- 
stantesimo, non  che  ai  Valdesi,  non  può  fare  né  tutto 
il  male  che  ci  date  a  temere,  né  tutto  il  bene  che 
vi  promettete.  Dovreste  pur  saperlo,  per  ripetute 
esperienze,  che  il  fare  e  disfare  non  istanno  in  vostra 
podestà.  Che  avete  fatto  in  Torino?  Non  v'è  riuscito 


(1)  Quel  libro  ebbe  i  suoi  volgarizzatori  che  scesero  fino  ad  as- 
sociarsi alla  calunnia  dei  preti  contro  la  vita  dei  E if ormatori,  per 
es.  a  P'errara.  V.  Cantù,  Endici,  etc.  p.  587. 

(2)  Eco  della  Verità,  28  novembre  1863.  Il  Meille,  del  resto,  avrebbe 
potuto,  temperando  il  paragone,  ricordare  che  secondo  lo  stesso 
Mazzini,  come  il  cattolicismo  si  perde  nel  governo  dispotico,  così 
il  protestantismo  si  perde  nell'anarchia.  Prone  polilicìie,  p.  39. 


410 
di    muovere  l'opera   de' Valdesi;  non  pendono    più 
i  numerose  folle  »  dalla  bocca  dell'evangelista  vostro 
in  prova  che  Dio  l'abbia  mandato.  Sono  circa  una 
ventina  i  membri  della  Chiesa  da  lui  celebrata,  dopo 
dieci  anni  di  lavoro!  Che  avete  fatto  in  Asti?  Avete 
fatto  partire  l'evangelista  della  Chiesa  Valdese;  mu- 
ltaste «momentanee  folle;»  ci  avete  ora  circa  una 
diecina  di  persone!  Che  avete  fatto  in  Alessandria? 
Avete  fatto  partire  l'evangelista  della  Chiesa  Valdese, 
la  quale  a  poche  miglia  più  in  là,  a  Pietra  Marazzi' 
ha  fondata  una  stazione  che  ha  con  sé  la  metà  della 
popolazione   maschile.    Avete   ramiate   momentanee 
folle;  ahimè!  ora  le  si  son  ridotte  ad  una  trentina  di 
persone,  ed  ogni  progresso  d'evangelizzazione  è  ces- 
sato! Che  avete  fatto  a  Pisa?  Avete  vinto  l'evange- 
lista della  Chiesa  Valdese,  la  quale  però  ha  fondato 
da  un  lato  la  stazione  ferina  di  Lucca,  dall'altro  quella 
florida  e  compatta  di  Livorno;  avete  raunato  nume- 
rose folle;  avete  ora  una  piccola  riunione  di  fratelli: 
egli  è  uu  papismo  laicale  senz'  altro,  »  proprio  come 
fra  Darbisti!  »  (1) 

Entrò  anche  in  lizza  il  Desanctis,  e  basterà  il  dire 
che  scrisse  da  par  suo.  Né  solo  confutò  il  libello,  ma 
ritirandosi  da  una  via  la  quale  menava  più  lungi  che 
non  avesse  preveduto,  e  non  immemore  di  essersi  di- 
partito dai  Valdesi  «.  un  po'  bruscamente,  »  mosse  il 
primo  passo  del  ritorno  e,  raggiunte  le  loro  file,  vi 
rimase  a  decoro  della  loro  Scuola  di  Teologia  (2). 
Infine,  dopo  qualche  anno,  spezzò  un'  ultima  lancia 
contro  il  plimuttismo  anche   il  Gavazzi,    e,  fiaccata 

:  I  Intorno  all'opera  <V  Dìo  in  Italia,  1863,  p.  11 

r2'  y-i ^^^f"'^011"  <"'  e***™  Erculei  d'Italia,  ristam- 
par, dal]  Eco  ,1,11,  T  eritò,  1864,  p.  22.  Fa  seguita  dal  libretto  inti- 
tolato: /  PLmuttUi  età,  stessa  .lata. 


420 

Y  anarchia,  si  parlò  di  congressi,  di  alleanze  e  per- 
fino di  fusione  fra  le  Chiese  Evangeliche  esistenti 
in  Italia. 

Tornando  ai  Valdesi,  è  da  notarsi  ancora  che,  mal- 
grado gli  svariatissimi  ostacoli  che  incontra  in  Italia 
ogni  opera  di  rinnovamento  morale,  la  missione  loro 
fece  le  sue  conquiste,  le  mantiene  e  si  rafferma;  v'  è 
più,  non  sosta,  ma  cammina  sempre.  Giovarono  a 
questo  risultato  la  predicazione,  le  scuole,  la  stampa, 
la  disseminazione  delle  Sacre  Scritture  e  una  inci- 
piente letteratura  evangelica,  che  s'  ingegna  a  farsi 
palese.  Per  alimentare  quei  mezzi  di  azione,  le  in- 
digene comunità  e  gli  amici  benefattori,  concorsero 
a  gara,  colle  loro  volontarie  oblazioni.  Fra  questi 
amici,  ve  n'  ha  uno  che  primeggiò  per  indefessa  co- 
stanza, talché  può  dirsi  che  la  sua  simpatia  e  il  suo 
favore  si  estendessero  all'  intero  campo  della  mis- 
sione valdese.  Esso  è  R.  W.  Stewart.  All'iniziativa 
eh'  egli  destò  all'  estero  va  principalmente  debitrice 
la  Chiesa  Valdese  dei  nuovi  progressi  scolastici  e  di 
vari  acquisti  e  miglioramenti  edilizi,  che  ebbero  so- 
lenne principio  a  Firenze,  e  a  Roma  più  solenne  co- 
ronamento. Egli  vide  nascere  la  Scuola  di  Teologia, 
e  la  fé'  segno  della  sua  vigile  e  costante  sollecitu- 
dine. Mercè  sua,  questa  scuola  potè  fornire  di  pa- 
stori le  comunità  delle  Valli  e  parecchie  fra  quelle 
dei  Grigi oni  italiani  e  di  altri  Cantoni  svizzeri,  non 
che  la  colonia  valdese  dell'  America  Meridionale; 
provvide  regolari  evangelizzatori  alle  congregazioni 
sorte  nella  nostra  penisola  e  da  ultimo  agli  emigrati 
italiani  di  alcune  città  negli  Stati  Uniti;  infine,  da 
essa  uscirono  missionari  per  l' Africa.  E  dopo  avere 
visto  sorgere,  in  diverse  città,  nuove  chiese  e  nuovi 
istituti,   il  nostro  benefattore  ebbe  la  consolazione 


ii.    \Y.    Stewart. 


422 

d' innalzare   a  Roma  il  Tempio  Valdese,  suggellando 

così  le  aspirazioni  e  l' opera  della  sua  generazione. 

Religiosa  e  scevra  sempre  di  mene  politiche,  la 
missione  valdese  ebbe  ancora  in  Italia  un  risultato 
patriottico  e  civile  degno  di  considerazione,  perchè 
servì  a  stabilire  praticamente  la  libertà  di  coscienza 
che  il  Cavour  e  il  Ricasoli  e  seguaci  inalberarono  fie- 
ramente, non  si  nega,  ma  non  potevano  inoculare 
dentro  le  coscienze  mediante  gì'  influssi  religiosi. 
Chi  ci  assicura  che  non  dovesse  avvenire  alla  libertà 
iscritta  nelle  nostre  leggi  quello  che  agli  alberi  della 
libertà  dopo  la  Rivoluzione  francese,  cioè  di  inari- 
dirsi, ove  la  sua  promulgazione  fosse  rimasta  priva 
del  sussidio  degli  evangelizzatori  che  l'inculcarono, 
la  caldeggiarono  e  la  difesero  con  tanto  ardore?  Qui, 
più  che  mai,  ci  potremmo  diffondere,  perchè  non 
mancano  i  fatti  a  provare  che  la  libertà  religiosa, 
dapprima  assai  contrastata  dalle  popolazioni,  riuscì 
nondimeno,  mercè  la  tutela  delle  autorità,  a  impian- 
tarsi, e  passò  dalle  menti  nelle  coscienze  e  nei  costu- 
mi. Talché,  se  in  principio  si  parlava  a  stento  di  tol- 
leranza del  culto  acattolico,  ora,  per  quanto  legale  sia , 
l'espressione  di  tolleranza  suona  incivile,  e  si  ragiona 
di  protezione,  (1) 

Del  resto,  sarà  mai  sempre  destino  del  popolo  val- 
dese, in  ogni  sua  vicenda,  vivere  per  la  libertà  del- 
l'anima,  madre  a  tutte  le  altre  libertà.  Felice  se  gli 
sarà  dato  vederla  radicata  sì  profondamente  in  Italia, 
da  potere  sfidare  1'  ombra  vaticana  non  meno  che  il 
vecchio  tarlo  del  dubbio,  e  fruttare  alla  patria  un  mi- 
gliore avvenire. 


(1)  Ragliano,  op.  ri/,  passim. 


423 


INDICE  DELLE  MATERIE 


Prefazione Pag.  v 

Capitolo  Primo  :  Le  Origini »  1 

I.       —  La  Tradizione  Apostolica »  2 

IL      —  Arnaldo  da  Brescia »  5 

III.     —  Pietro  Valdo »  9 

Capitolo  Secondo:  /  Poveri  di  Lione   .     .  »  17 

I.       —  I  Valdesi  al  Concilio  Lateranense  .     .  »  19 

IL      —  La  Dispersione »  23 

III.  —  La  Vita  Religiosa »  25 

IV.  —  Gli  Scritti »  28 

Capitolo  Terzo:  / Poveri  di  Lombardia      .  »  35 

I.       —  Le  Dissidenze »  36 

IL      —  Unione  e  Scissure »  38 

III.  —  Il  Colloquio  di  Bergamo »  42 

IV.  —  La  Missione »  45 

V.  —  Ultimi  ricordi »  52 

Capitolo  Quarto  :  L'  Asilo  delle  Alpi  .     .  »  58 

I.       —  Il  Nido »  59 

IL      —  Primi  fuggiaschi »  62 

III.  —  La  Crociata »  68 

IV.  —  Dopo  la  Crociata »  74 

Capitolo  Quinto:  La  Riforma     ....  »  82 

I.       —  Una  Deputazione »  83 

IL      —  La  Dichiarazione  di  Cianforan  ...»  87 

III.  —  Lettera  de'  Fratelli  di  Boemia  ...»  90 

IV.  —  La  Bibbia  di  Olivetano »  93 

V.  —  La  Missione »  07 


424 

Capitolo  Sesto:  Una  triplice  persecuzione.  Pag.  103 

I.  —  La  Strage  di  Provenza »  104 

II.  —  I  Roghi  sotto  l' invasione  francese     .  »  108 

III.  —  L' Editto  di  Emanuele  Filiberto     .     .  »  115 

IV.  —  Costa  della  Trinità »  121 

V.  —  Il  Martirio  di  Pascale »  128 

VI.  —  La  Strage  di  Calabria »  135 

Capitolo  Settimo  :  Sette  Flagelli ....  »  142 

I.  —  I  tempi  di  Castrocaro »  143 

II.  —  Il  Re  d' Italia  Bella »  150 

III.  —  Dispute  Missionarie »  153 

IV.  —  1  Banditi »  157 

V.  —  La  Pestilenza »  161 

VI.  —  Scritti  polemici »  164 

VII.  —  Le  Pasque  di  sangue v  170 

Vili.  —  Palinodia  in  Duomo »  178 

IX.  —  Grazia  e  Condanna »  181 

X.  —  Pace  e  Bandi »  188 

XI.  —  Dispute  col  frate  Faverot »  193 

XII.  —  Nuova  Palinodia »  200 

Capitolo  Ottavo  :  L"  Esilio »  207 

I.        —  Il  primo  Bando »  208 

IL      —  La  Dispersione »  215 

III.  —  Il  Rimpatrio »  221 

IV.  —  L'  Assedio  della  Balziglia »  225 

V.  —  Il  secondo  Bando »  232 

VI.  —  Le  Colonie »  239 

VII.  —  L'  ultimo  Bando »  248 

Capitolo  Nono:  Albori »  255 

I.  —  Avanti  la  Rivoluzione »  256 

II.  —  Sotto  la  Repubblica »  263 

III.  —Sotto  l'Impero »  271 

IV.  —  La  Reazione ».  274 

V.  — !  Inizi  e  presagi »  279 

VI.  —  Dormiveglia »  283 

VII.  —  Il  Missionario  delle  Alpi »  288 


425 

Vili.  —  Le  Angherìe  del  vescovo  di  Pinerolo.  Pag.  299 

IX.  —  Riforma  delle  Scuole »  306 

X.  —  I  Dissidenti *  315 

Capitolo  Decimo:  Porte  Aperte    ....  »  325 

I.  —  Ansie  e  trepidazioni »  326 

II.  —  La  Libertà »  332 

IH-     —  Prime  prove  in  Toscana »  341 

IV.  —  L' Indirizzo  della  Missione     ....  »  349 

V.  —  L' Inaugurazione »  356 

VI.  —  Ingerenze  Anglicane »  368 

VII.  —  L'Anarchia  Darbista »  374 

Vili.  —  Le  Scissure »  330 

IX.  —  Un   Verdetto »  ^89 

X.  —  La  Critica »  395 

XI.  —  Sinodi  Costituenti »  404 

XII.  —  Ultimi  avvenimenti »  413 


427 


INDICE  DELLE  INCISIONI 


Pietro  Valdo  (dal  monumento  di  Lutero  a  Worms) 

Tempio  del  Ciabas 

Pra  del  Torno 

Giovanni  Legero. 

San  Giovanni  Pellice 

Enrico  Arnaud     . 

Bobbio  Pellice 

La  Balziglia 

Chiesa  dei  Coppiers 

Interno  della  chiesa  di  Sehònenberg     . 

Felice  Neff 

Chiesa  Mauriziana  all'  ingresso  di  Torre-Pellice 
Carlo  Beckwith  ...... 

Collegio  Valdese  di  Torre-Pellice. 

Giov.  Pietro  Lantarèt  Moderatore  (dopo  G.P.Revel) 

Luigi  Desanctis   . 

Tempio  Valdese  di  Torino 

Giov.  Pietro  Meille 

R.  W.  Stewart    . 

Tempio  Valdese  di  Roma 


)  Pag.  10 

» 

120 

» 

126 

» 

182 

» 

187 

» 

220 

» 

226 

» 

228 

» 

233 

» 

247 

» 

202 

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305 

» 

308 

» 

313 

1)  » 

350 

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359 

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363 

» 

365 

» 

421 

bis 

422 

Firenze  1S93.  Tipografia  Claudiana. 


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